Archivio Settembre, 2008

Il 7 settembre scorso, il motore di ricerca che ha rivoluzionato la vita di milioni di persone in tutto il mondo, ha compiuto dieci anni, ma in realtà ne dimostra cento. Sembra un nonnetto, Google, sempre a disposizione, pronto a prenderci per mano, a sbrogliarci dai guai, a risolvere i problemi, a dare consigli. La sua memoria è gigantesca, così come la sua saggezza. È il nostro genio preferito, il cervellone che in un battibaleno ci tira fuori dagli intoppi e ci chiarisce le idee. È un tuttologo simpatico, che cambia look quando un evento importante sta per capitare, assumendo forme e colori differenti. Google è molto intelligente, perché se sbagliamo a digitare l’oggetto della ricerca, lui ci dà una seconda chance, capisce l’errore e suggerisce la correzione. Inoltre è un lavoratore instancabile, pieno di suggerimenti e percorsi alternativi. Noi gli chiediamo “A”? Lui non si limita a dire “B”, illustra anche C, D, E, F e via dicendo all’infinito. In questo modo possiamo calibrare le proposte, fare confronti, valutare e solo alla fine fare la scelta giusta. Google ama viaggiare, conosce tutti i luoghi della Terra e scatta fotografie dappertutto. Sa le lingue e le utilizza con scioltezza, dimostrando una gran padronanza. È uno statistico nato, perennemente impegnato coi numeri, le percentuali, le tabelle, i dati. È aggiornatissimo, sempre a caccia di news e notizie da diffondere.
C’è chi rimpiange il tempo (sembra un secolo) in cui Google non esisteva. Il tempo in cui si andava in biblioteca a compilare una tesi di laurea o si prendeva un vocabolario per cercare un sinonimo. Il tempo in cui si sfogliavano libri di geografia, di fisica, di storia, di filosofia. Il tempo in cui le risposte non arrivavano da sole, ma bisognava sudarsele… Io non faccio parte dei nostalgici, perché Google è soprattutto un prezioso strumento di conoscenza, accessibile a tutti: giovani, vecchi, sani, malati, grassi, magri, maschi, femmine, cristiani, musulmani, atei, ricchi, poveri e così via. L’elenco non si esaurisce.
Settembre 25, 2008

I quattro fratelli Pevensie sono tornati e con loro il leone e la strega (seppure per un brevissimo istante). All’appello manca solo l’armadio, il passaggio segreto verso il mondo della fantasia e dell’ignoto. Stavolta è una metropolitana speciale, che proviene da un altro tempo e spazio, a condurli nel regno dei minotauri, degli animali parlanti e degli gnomi… Un anno dopo le esaltanti avventure vissute a Narnia, Peter, Susan, Edmund e Lucy si riappropriamo dei loro poteri magici per combattere contro i terribili guerrieri Telmarini, insediatisi nel castello e nemici acerrimi della gente di Narnia. Il feroce Re Miraz, interpretato da un insolito ma efficace Sergio Castellitto, appena divenuto padre di un maschio, decide che sarà suo figlio, non il nipote Caspian, ad accaparrarsi l’ambita corona da monarca. Ma uccidere Caspian, il disignato al trono, non è un’impresa da poco… Il ragazzo riesce a scappare dal castello prima che sia troppo tardi e trova rifugio nel bosco segretamente invaso dal popolo di Narnia. Qui non ottiene solo una “casa”, ma anche comprensione, aiuto, spronamento a lottare per riportare quel paese d’incanto all’antico splendore. È il bene contro il male, Caspian e i suoi alleati, i quattro re e regine di Narnia, contro i nemici guidati da Miraz. Chi la spunterà? Tra scontri epici, testa a testa incalzanti, lotte serrate con spade, frecce e cavalli al galoppo, l’esercito della pace riuscirà a compiere il miracolo.
Rispetto al capitolo iniziale delle Cronache di Narnia, “Il Principe Caspian” presenta meno lati misteriosi. Non c’è più nulla da scoprire, buffi personaggi da conoscere, paesaggi stregati da interpretare. Persino rivedere l’imponente leone Aslan fa un effetto differente, meno forte e coinvolgente. La sorpresa è scomparsa e al suo posto sono sopraggiunti l’ardore, le battaglie sul campo, le azioni interminabili con duelli spadaccini. La fantasia, elemento che caratterizzava fortemente la primissima pellicola, si è dissolta a favore di strategie di attacco o di difesa, spettacolarità e scenari incantevoli. Eppure il pubblico mostra di gradire molto il film, che da 2 mesi calca le scene cinematografiche registrando notevoli consensi. I veri appassionati del genere sono i bambini e i teenager, ma anche gli adulti vengono conquistati dalle avventure raccontate nel libro dalla Lews e adattate per il grande schermo da Adamson.
Settembre 25, 2008
Ha undici anni, la coda di cavallo e un vizietto, “giocare” con le armi da fuoco. Le sue imprese con fucile e pistola hanno agitato l’opinione pubblica americana, divisa da questa “piccola McKenzie” che traffica con pericolosi strumenti bellici come se nulla fosse. Si diverte, la bambina, quando riesce a scaricare e ricaricare in 53 secondi il suo fucile, stabilendo un record personale di tutto rispetto. E sembra soddisfatta quando con berretto e occhialoni da sole prende bene la mira e spara sul fantoccio a distanza. I filmati della McKenzie, visibili su YouTube, hanno scatenato commenti e critiche di ogni tipo, alzando un polverone di polemiche anche in Europa. È ammissibile che una undicenne dal volto angelico abbia in realtà velleità guerriere? E soprattutto: perché è così brava a maneggiare le armi? Colpa dei genitori? Colpa della società statunitense che permette di venirne in possesso con facilità? Colpa degli amici? O forse le cause di un passatempo così insolito non sono attribuibili a niente e nessuno in particolare, ma semplicemente impresse nel suo dna? Qualunque sia il motivo, il fatto che la giovane McKenzie trascorra la maggior parte del suo free time con armi vere, è inquietante. E lo è ancora di più ascoltare la voce fuori campo del padre che esorta la bambina a essere rapida, a svuotare e riempire di proiettili il fucile, ad acquisire una padronanza assoluta dello strumento di guerra. Forse l’America è talmente in crisi che ha bisogno di essere “sorvegliata” e protetta persino da un’undicenne…
Settembre 25, 2008
Sbucano da dietro l’angolo quando non te l’aspetti. Silenziosi, concentrati, con lo sguardo verso un punto lontano, che non esiste, ma che loro vedono nitido. Tesi, affaticati, determinati, inseguono un obiettivo personalissimo e sempre più ambizioso. Sono i mille e più corridori che attraversano la città di mattina presto, o di sera, quando il sole sta per addormentarsi. Hanno forza di volontà e spirito di sacrificio, scarpe da ginnastica affidabili e (spesso) auricolari piazzati nelle orecchie. Si spostano caparbi da un punto all’altro di Roma, in pieno centro facendo zig zag tra le auto parcheggiate sui marciapiedi, o in campagna battendo strade sgombre, incorniciate dagli alberi.
I corridori della capitale non hanno età. Se ne incontrano di giovanissimi o vecchi, tutti con la stessa motivazione, le guance rosse, il fiato corto. Infagottati in inverno e scosciati d’estate, non si lasciano intimorire dalle condizioni climatiche avverse. Hanno un percorso tracciato nella mente, un tempo da rispettare, un impegno importantissimo con il proprio ‘io’. Impossibile comprendere il perché del loro sforzo se non ci si è mai cimentati, seriamente, nella corsa. Chi corre lo fa per tanti motivi: dimagrire, tonificare il fisico, scacciare via i malanni, ma non solo. C’è il fascino della sfida, il desiderio di spingersi sempre un po’ più in là per dimostrare che non ci sono limiti invalicabili, la necessità di purificare lo spirito, liberare la testa dai pensieri, temprarsi. L’aria che entra nei polmoni ed esce a ritmo regolare purifica il corpo, lo rende più leggero e sollevato. È una sensazione di benessere che dura più del tempo impiegato durante il tragitto, rimane addosso anche dopo l’esercizio.
La corsa è lo sport più democratico che esista: non richiede costosi investimenti, abbonamenti in palestra, maestri, lezioni. È di tutti e per tutti: maschi, femmine, poveri, ricchi, belli, brutti, grassi, magri. È per le persone sole e per quelle che cercano compagnia. È un grande atto d’amore per se stessi.
Settembre 25, 2008