Archivio Ottobre, 2008

Sarà un caso. Da quando ho lasciato casa dei miei genitori e mi occupo personalmente (cioè con il mio portafogli) di fare la spesa, sono diventata vigile, moderata, attirata da qualsiasi forma di offerta, sconto, promozione. Dicevo, sarà un caso che ciò sia coinciso con i tempi della crisi generale, che ricade principalmente sulla fascia media della popolazione e che mi fa sentire in buona compagnia. Mentre io mi butto senza esitazioni sui 3×2, sulle sottomarche e sulle soluzioni più economiche, anche tutti gli altri fanno lo stesso.
Si leggono le etichette, si perde tempo a valutare il prezzo di una certa quantità di prodotto con un altro che costa maggiormente ma ha 30 grammi in più! Si pondera, si medita, si aspetta a comprare;altro che acquisti di impulso. Siamo diventati tutti ragionieri del carrello della spesa.
Credo che in questo periodo gli italiani leggano di più. Peccato che il loro desiderio di conoscenza non sia rivolto a quotidiani o romanzi, ma ai fascicoletti pubblicitari dei vari supermercati, quelli che ci ritroviamo nella buca della posta e che presentano una raffica di ribassi e prezzi convenienti. Una volta si buttavano a pie’ pari, oggi non solo si conservano, si memorizzano…
Su Il Messaggero di qualche giorno fa leggevo che le persone hanno cominciato a rivalutare le scatole di fagioli, soprattutto dopo la seconda settimana del mese, quando lo stipendio via via si assottiglia. Scorte di fagioli cannellini per i tempi più duri. Io ho un altro metodo di sopravvivenza: patate in tutte le salse, lesse, arrostite, schiacciate, fritte… Mai farsele mancare dalla dispensa.
Ottobre 26, 2008
Ogni volta è protesta. A ogni cambio di governo, a ogni iniziativa del nuovo ministro dell’istruzione, a ogni manovra finanziaria, scatta il putiferio. E, sempre, la sommossa sembra doverosa, lecita, sacrosanta. Oggi la Gelmini è messa al patibolo per il decreto 133 che ‘intima’ di tagliare i fondi per scuole e università pubbliche, chiede ai privati di entrare maggiormente nelle istituzioni scolastiche, spinge a favore del maestro unico alle elementari, riporta in auge il grembiule e (apriti cielo) suggerisce la creazione di una classe dedicata ai bambini stranieri che non padroneggiano la lingua italiana.
Sindacati, studenti, professori, l’opinione pubblica in generale, di sinistra ma anche di destra, si è indignata. Eppure, ho l’amara convinzione che non servirà a nulla… Quante occupazioni si sono succedute nel corso degli anni? Ho ancora il ricordo delle lezioni interrotte, dei professori che discutono con i manifestanti, della palestra trasformata in un corteo. Le aule semivuote, gli striscioni avvelenati fuori ai cancelli, le visite della polizia a controllare che non avvenissero atti di vandalismo, la rassegnazione dei guardiani.
Avevo 15 anni la prima volta che la mia scuola è stata occupata e da allora, compreso il periodo universitario, le agitazioni, gli scioperi, le marce si sono avvicendati con una cadenza periodica. La rabbia dei giovani, il rammarico per un sistema che non funziona, la paura di vedersi privati del diritto fondamentale allo studio, hanno segnato il percorso di tutti noi. Ma il diritto di quelli che non vogliono perdere lezioni? E quello dei pendolari, che per trovare un posto decente nelle aule escono da casa all’alba? E ancora, quello di chi deve sostenere un esame, e se lo vede saltare davanti agli occhi? Non credo che occupare e rivoltare le università sia il modo giusto per far sentire la propria voce. Perché non presentare una proposta alternativa, un fascicolo con idee concrete e soluzioni fattibili? Perché non chiedere di essere ricevuti dal ministro in persona, o da un suo delegato, per discutere civilmente? Perché non incontrarsi in un luogo neutro e decidere una strategia di intervento sensata? Tanto per cambiare le università rimarrebbero in pace…
Ottobre 23, 2008
“Il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce”.
- Blaise Pascal -
Ottobre 21, 2008

Ho un dubbio che mi ronza nella testa e che non riesco a scacciar via. Se il regista di ‘Vicky, Cristina, Barcelona’ non fosse Woody Allen, ma uno sconosciuto qualsiasi, il film avrebbe ottenuto lo stesso positivo riscontro da parte di pubblico e critica? Ho delle perplessità in merito. Sembra più una soap opera che una pellicola cinematografica, in cui gli intrighi sentimentali dei protagonisti e gli slanci da copione dominano interamente il campo. C’è Cristina (Scarlett Johansson) che non ama le convenzioni e insegue le passioni, c’è Vicky (Rebecca Hall), che teme le burrasche del cuore e ricerca solo la tranquillità dei rapporti. Poi c’è Barcellona, in cui le due amiche si ritrovano a trascorrere un’estate inaspettata.
La metropoli spagnola, spregiudicata e bohémien come il marchio impressole dalle opere di Gaudit, offre loro tentazioni irresistibili. La prima fra le quali è Juan Antonio (Javier Bardem), pittore focoso e sregolato, che le travolge con il suo furore artistico (e non solo). Inizialmente è Cristina a innamorarsi di lui, ma, per uno scherzo del destino, l’insospettabile Vicky (in procinto di sposarsi con il suo storico fidanzato) ci finisce a letto per prima… L’arte fluttuante del genio di Gaudit sembra influenzare i contorni stessi della storia. I protagonisti da tre diventano quattro, quando subentra Maria Elena (Penelope Cruz), l’ex moglie di Juan Antonio, a tratti venerata, a tratti disprezzata per la sua folle gelosia e irrequietezza. Anche la donna è una pittrice di talento, con un fascino latino conturbante e la sua presenza scompiglia i legami venutisi a creare. Dopo qualche tempo, tra Cristina, Juan e Maria Elena sboccia un prevedibile ménage à trois. L’inebriante novità, però, dura un soffio e in breve tutto si complica, facendo scoppiare il trio.
Woody Allen affronta una storia d’amore corale, interrogandosi sulle reazioni umane e sull’eterno conflitto tra istinto e ragione. Niente di nuovo, quindi. In più lo sviluppo della vicenda sembra un resoconto documentaristico, un susseguirsi monotono di fatti che non smuove alcuna curiosità.
I veri punti di forza del film sono 2: il cast, con un plagio particolare alla prorompente Penelope Cruz, e l’ambientazione. La Barcellona attraversata dalla telecamera di Allen è luminosa, viva, in fermento culturale, accogliente. Una città che ammalia, assai diversa da quella che ho visitato un anno fa, un po’ malconcia, con molte zone oscure, dalla bellezza gualcita.
Ottobre 21, 2008
Per le generazioni nate negli anni ’70,’80 e ’90, Facebook non ha misteri. È il social network più famoso del mondo, quello con più visite e apprezzamenti, quello che continua a registrare milioni di consensi ogni giorno, quello inventato da Mark Zuckerberg, un giovanotto di 24 anni divenuto miliardario in tempi brevissimi.
Il suo meccanismo è efficace, perché mette in contatto le persone che si conoscono, crea legami e comunicazioni capillari, favorisce le relazioni. Si basa sulla teoria dei 6 gradi di separazione, secondo cui qualsiasi individuo può essere collegato a chiunque altro attraverso una catena di conoscenze che non supera i 5 intermediari.
L’aspetto irresistibile di Facebook è che capisce, prima di te, chi potrebbe far parte della tua schiera di amici e te lo suggerisce. Così d’improvviso ti ritrovi a parlare con un vecchio compagno di scuola, che non frequentavi più da secoli o scopri che un’amica d’infanzia, trasferitasi in un’altra città, si è sposata e ha 3 figli. Tuttavia Facebook, se usato con distrazione, può trasformarsi in un’arma pericolosa. Se si include nel gruppo degli “amici” anche chi amico non è fino in fondo, se si lanciano messaggi provocatori, visibili a tutti, dimenticandosi che potrebbero essere letti anche da chi non dovrebbe farlo, allora la bomba scoppia. Ho saputo di coppie entrate in crisi perché hanno scoperto che le loro dolci metà avevano contatti ‘facebookiani’ troppo affettuosi, ho saputo di amicizie rotte, perché alcune pubbliche considerazioni offendevano qualche iscritto. Ho saputo di liti tra colleghi, tra datori di lavoro e dipendenti… Il mio suggerimento è di usare Facebook con cautela, di rileggere i messaggi che si compongono prima di postarli, di ragionare con calma sui contatti della propria lista, di non rivelare mai segreti o informazioni riservate sulla pagina virtuale. Condividere sì, ma fino a un certo punto.
Ottobre 13, 2008
In onda su Discovery Real Time, non ho ben capito quando e con che frequenza, Cortesie per gli ospiti è un programma di intrattenimento amabile, che parla di stile, cucina e arredo in modo garbato. Tre ‘presunti’ esperti (l’interior designer, lo chef e il maestro di buone maniere) giudicano le case, la cena e il gusto estetico di due coppie di sconosciuti, che aprono le porte della loro abitazione e mettono alla prova le loro abilità culinarie. I tre buongustai girano per l’Italia e si fanno invitare dalle più svariate categorie di persone: professionisti affermati, giovani, adulti, eterosessuali o gay e, solo dopo aver digerito le pietanze, esprimono il loro voto, decretando il vincitore.
I toni sono affabili, le maniere accomodanti, ma il giudizio è severo e lucido: non conta solo saper cucinare bene, ma anche intrattenere gli ospiti adeguatamente, servire le porzioni con spiccato savoir-faire, apparecchiare la tavola con accuratezza, vivere in un posto all’altezza della situazione.
C’è da dire che l’atmosfera generale è un pizzico snob e che il livello sociale e professionale di coloro che partecipano alla sfida è alto, espressione di una borghesia benestante e desiderosa di mostrare al resto del mondo le sue ricchezze. Ma il bon-ton generale non risulta irritante. Noi ‘poveri milleuristi’, nei nostri umili bilocali arredati Ikea, sorridiamo nel vedere lo sfoggio indiscriminato di pezzi d’arte, mobili d’ispirazione contemporanea, piatti raffinati, servizi di posate pregiati. Sorridiamo soprattutto quando i 3 ‘critici’ storcono il naso e disdegnano bonariamente il tutto.
Ottobre 13, 2008

E pensare che addirittura un lanciatore di coltelli può risultare affascinante. Uno che lavora nei circhi, va a zonzo per il mondo, si passa la matita nera negli occhi. Uno che non ha una casa, né una direzione. Uno che si diverte a fare trucchetti da mago, e millanta di saper riconoscere la fortuna nelle facce delle persone. Uno che si chiama Gabor, nella vita Daniel Auteuil, ed è diretto da Patrice Leconte, un regista soave, che ama dire il non detto e gingillarsi con le debolezze umane.
Se si leggono le recensioni de “La ragazza sul ponte” si scopre che la maggior parte dei critici, o degli spettatori comuni, ha un debole per Vanessa Paradis, eterea e sfuggente protagonista femminile. La moglie di Johnny Depp riceve elogi a profusione, per il suo irresistibile charme, per il candore e la sensualità, per la raffinata recitazione che ricorda dive d’altri tempi… Poco, troppo poco, viene riservato alla prova impeccabile di Auteuil. E’ lui a far resuscitare la malcapitata, a guidarla con garbo verso la guarigione, a salvarla da un’infelicità cronica.
La storia d’amore di Gabon e Adele prende forme strane, fiabesche e si snoda in un’atmosfera impalpabile, in cui i colori appaiono opachi, gli ambienti dai contorni sfumati, la musica triste, risalente a epoche lontane, a malinconici sipari. Tutto accade con lentezza, in modo significativo, struggente. Dolcezza e dolore, paura e stupore. Si provano sentimenti contrastanti nell’arco dei 90 minuti e ci si aspetta il lieto fine in ogni momento. Solo quando arriva, all’ultima scena, si tira un sospiro di sollievo.
Ottobre 7, 2008