Cuore e ragione La spesa frugale

E’ sempre l’ora dell’occupazione

23 Ottobre, 2008

Ogni volta è protesta. A ogni cambio di governo, a ogni iniziativa del nuovo ministro dell’istruzione, a ogni manovra finanziaria, scatta il putiferio. E, sempre, la sommossa sembra doverosa, lecita, sacrosanta. Oggi la Gelmini è messa al patibolo per il decreto 133 che ‘intima’ di tagliare i fondi per scuole e università pubbliche, chiede ai privati di entrare maggiormente nelle istituzioni scolastiche, spinge a favore del maestro unico alle elementari, riporta in auge il grembiule e (apriti cielo) suggerisce la creazione di una classe dedicata ai bambini stranieri che non padroneggiano la lingua italiana.
Sindacati, studenti, professori, l’opinione pubblica in generale, di sinistra ma anche di destra, si è indignata. Eppure, ho l’amara convinzione che non servirà a nulla… Quante occupazioni si sono succedute nel corso degli anni? Ho ancora il ricordo delle lezioni interrotte, dei professori che discutono con i manifestanti, della palestra trasformata in un corteo. Le aule semivuote, gli striscioni avvelenati fuori ai cancelli, le visite della polizia a controllare che non avvenissero atti di vandalismo, la rassegnazione dei guardiani.
Avevo 15 anni la prima volta che la mia scuola è stata occupata e da allora, compreso il periodo universitario, le agitazioni, gli scioperi, le marce si sono avvicendati con una cadenza periodica. La rabbia dei giovani, il rammarico per un sistema che non funziona, la paura di vedersi privati del diritto fondamentale allo studio, hanno segnato il percorso di tutti noi. Ma il diritto di quelli che non vogliono perdere lezioni? E quello dei pendolari, che per trovare un posto decente nelle aule escono da casa all’alba? E ancora, quello di chi deve sostenere un esame, e se lo vede saltare davanti agli occhi? Non credo che occupare e rivoltare le università sia il modo giusto per far sentire la propria voce. Perché non presentare una proposta alternativa, un fascicolo con idee concrete e soluzioni fattibili? Perché non chiedere di essere ricevuti dal ministro in persona, o da un suo delegato, per discutere civilmente? Perché non incontrarsi in un luogo neutro e decidere una strategia di intervento sensata? Tanto per cambiare le università rimarrebbero in pace…

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