Archivio Novembre, 2008
Non si fa che parlare di trentenni, della generazione dei ‘bamboccioni’, dei precari e così via. Oppure si spendono fiumi di inchiostro e di chiacchiere per definire l’orda adolescenziale: sempre più “youtubbata”, con la vita bassa, chat-dipendente, in costante connessione virtuale con il mondo. Poi, come è doveroso, si dedica attenzione ai bambini, alla loro infanzia passata tra vizi, nonni e tv. In un paese vecchio come l’Italia, non si può tralasciare il discorso sugli anziani, sulle loro solitudini e crisi economiche, sulla salute che comincia a incrinarsi. Ogni tanto qualche accenno è rivolto anche ai quarantenni e ai cinquantenni, considerati ancora giovani (i primi) e all’apice della carriera (i secondi). Eppure, mi chiedo: dei sessantenni non c’è nulla di interessante da dire? Possibile che siano così poco rilevanti sotto un profilo socio-culturale? Non credo, secondo me (e secondo Daria Bignardi che lo rivela su Vanity Fair) se la godono. Finalmente possono abbassare la guardia, alleggerirsi da stress di prestazioni varie, fregarsene dei successi da ottenere, smetterla di coltivare false speranze e aspirazioni, non stressarsi troppo per un fisico che cede alla forza di gravità. Pragmatici e lucidi al punto giusto, i nati negli anni ’40-’50 hanno tempo libero da gestire, hobby da assecondare, desideri realizzabili da soddisfare. Niente pareti di ghiaccio da scalare, ma rasserenanti distese di vita.
Novembre 27, 2008
Qualche giorno fa leggevo sul Corriere della Sera che l’anoressia è in calo, addirittura dimezzata negli ultimi 10 anni e che la bulimia è, ad oggi, la patologia alimentare più diffusa al mondo. Come se non bastasse, un nuovo tipo di disordine si affaccia minacciosamente sulla scena, si chiama Dai, acronimo per disturbo da alimentazione incontrollata. In pratica, significa mangiare tantissimo, ingurgitare migliaia di calorie in tempi brevi senza ricorrere poi al vomito; è un malessere che colpisce non solo le donne e non solo il target dei giovanissimi, ma anche chi si vede spuntare i primi fili grigi fra i capelli. Come a dire che la maturità anagrafica non corrisponde, purtroppo, a una acquisita consapevolezza e coscienza del proprio corpo. È vero.
Ho 30 anni e sono circondata da persone, mie coetanee, che saltano il pranzo, si sottopongono ad allenamenti estenuanti, rifiutano spuntini, vanno avanti a yogurt, si spaventano per inviti a cena non previsti, si sentono affaticate e spossate, con dolori allo stomaco, si defilano quando si parla di cibo (o peggio ironizzano su chi apprezza un buon pasto o gioisce per uno snack goloso). Non so se nel resto della loro giornata ristabiliscano un equilibrio sano con il loro organismo, ne dubito, ma le loro giustificazioni non stanno in piedi e mi riportano alla mente il travagliato periodo dell’adolescenza, quello dei giudizi estremi, irrazionali “sono grassa, è meglio non mangiare”. Manca il senso della misura. E infatti, sull’altro piatto della bilancia, troviamo l’esercito in continua espansione degli obesi, specialmente bambini. Piccoli grassoni che diventeranno grandi insoddisfatti… Parafrasando la famosa dichiarazione-canzone di Celentano, mi viene da dire: la situazione non è buona.
Novembre 26, 2008

Avere 17 figli e continuare a desiderarne altri. Essere incinta del diciottesimo pargolo e sorridere della propria “fortuna”. La signora Michelle Duggar è ormai un caso mondiale, insieme a suo marito Jim Bob e alla loro famiglia extra large. Da circa 20 anni non la smettono di far nascere bambini e conducono un’esistenza a dir poco fuori dall’ordinario, per riuscire a conciliare le attività dell’allegra brigata e far sì che vengano soddisfatti i bisogni di tutti. Originari dell’Arkansas, hanno scelto di accettare figli “finché Dio vorrà”, come ci tengono a ribadire sul sito www.duggarfamily.com, in cui si descrivono come persone normali, che si limitano a servire uno straordinario Signore che dimostra continuamente il suo grande potere.
I Duggar sono entrati nel Guinnes dei Primati e, da qualche tempo, il loro atipico menage viene ripreso dalle telecamere di uno show televisivo, Discovery Health. L’America è curiosa di sapere come si faccia a educare un esercito di ragazzini senza finire in manicomio. Pare che questa coppia prodigio si sia organizzata in maniera impeccabile: ogni bambino ha una tabella di marcia da rispettare, precisi doveri (stirare, cucinare, lavare panni, fare le pulizie ecc.) e il compito di badare ai fratellini più piccoli, che rimangono sotto la custodia materna solo per pochi mesi. È un sistema piuttosto rigido, in cui si prega tutti insieme, si studia a casa, si suonano strumenti musicali e si aiuta il più possibile mamma e papà.
L’abitazione dei Duggar è immensa, così come la loro dispensa, che raccoglie quantità abnormi di provviste di cibo; così come i loro armadi, che scoppiano di indumenti… Ciò che fa più specie, in questa famiglia di supereroi, è l’apparente serenità che traspare nei volti di ognuno. Michelle e Jim Bob hanno espressioni allegre e soddisfatte, sempre. Lei assomiglia a Heidi, con due cerchi rossi impressi sulle guance e il fare gentile. Sforna figli senza soluzione di continuità ma non presenta segni di stanchezza sul viso… È forse un’aliena? Lui, ricorda il Ken innamorato della Barbie, con la pettinatura plastica e il bianco smagliante dei denti in bella vista. I piccoli di casa appaiono estroversi, giocosi, collaborativi. Persino a 3-4 anni danno il loro contributo all’economia domestica. E sono tutti belli, biondi con i lineamenti delicati, snelli, col sorriso dolce. E pensare che la maggior parte delle persone, al loro posto, si sentirebbe oppressa, ingiustamente costretta a una vita da caserma, tramortita dagli obblighi e dalle responsabilità. A me fanno tenerezza, perché per colpa dei genitori non hanno mai provato cosa significhi sentirsi liberi, leggeri, spensierati.
Novembre 21, 2008
Camminare sotto la pioggia, in questi giorni di inferno meteorologico, è un supplizio. Vortici d’acqua che inondano marciapiedi, spezzano rami, allagano tombini, creano pozzanghere e tu che riponi fiducia in un piccolo ombrello stropicciato… Ma dopo pochi passi le scarpe si inzuppano e così le gambe, almeno fino alle ginocchia e le automobili che spazzolano via l’acqua coi tergicristalli sembrano prenderti di mira. Non c’è riparo agli schizzi disordinati. Ho capito che è inutile affrettarsi, anzi è peggio. Più il movimento è rapido e più facilmente le ondate, che provengono da mille direzioni differenti, ti colpiscono.
Roma è impreparata alle intemperie, come i suoi abitanti. Tutti sono mogi, avviliti, preoccupati e il cattivo umore è diffuso. Quello che mi dà veramente sui nervi, quando percorro a piedi il tragitto che mi conduce a lavoro sotto il diluvio, non è tanto l’effetto ‘sciacquone’ sulla strada, ma l’ingombro esagerato dei secchioni dell’immondizia di nuova generazione. Occupano interamente il passaggio e si è costretti a scendere dal marciapiede se si vuole andare oltre. Trovo ridicolo il fatto che rappresentino un ostacolo per il pedone. Non starebbero meglio in spiazzi e slarghi appositi? O forse dovrebbero essere meno invadenti, di una misura che non intralci la camminata. Quando piove forsennatamente, abbandonare il marciapiede è un gesto avventato, equivale a un tuffo in piscina. E allora tutti prendono la macchina, il traffico va in tilt, si fa tardi, gli incidenti aumentano ecc ecc…
Novembre 13, 2008

Magari fossi un’americana, oggi, e d’ora in poi. Avrei una speranza. Avrei un sogno con le fondamenta. Avrei voglia di rimboccarmi le maniche e darmi da fare. Ci crederei al cambiamento. Nonostante le amarezze del presente, mi proietterei in avanti e comincerei a pensare seriamente a nuove fonti di energia possibili, a una sanità a portata di tutti, a un mercato del lavoro ricettivo e meritocratico, alla fine delle guerre, all’abbandono del razzismo, a un’economia flessibile. Mi sembrerebbe giusto fantasticare e agire.
Se avessi Obama come presidente mi sentirei più leggera… Ascolterei i suoi discorsi, seguirei la sua politica, mi affiderei a lui. La sua storia mi parlerebbe di coraggio, intelligenza, determinazione. E mi commuoverei per un ideale.
Mi spiace che Barack non sia il mio presidente. Come tanti italiani sono diventata pessimista sulle sorti del paese, dove sembra che tutto vada a rotoli e che di veri riformatori non ci sia neanche l’ombra. Eppure, se è vero che l’America è in grado ancora di modificare i destini del mondo intero, di influenzare la politica globale e imprimere il segno sulle sorti comuni, allora è lecito illudersi un po’ e aspettare che l’era del cambiamento arrivi anche qui (per i nostri figli o per i figli dei nostri figli).
Novembre 6, 2008
Yes You Can
Novembre 6, 2008
Uno dei passatempi preferiti dalle donne di tutte le età è quello di commentare-criticare-giudicare le fattezze delle altre. Così come siamo intransigenti con il nostro aspetto, allo stesso modo passiamo sotto la lente d’ingrandimento i difetti di quelle che ci gravitano intorno. Siamo fatte così… spietate con noi stesse e implacabili soprattutto con quelle che si mettono in mostra. La trasmissione “Italian Next Top Model”, in onda su Sky Vivo il martedì sera, offre un terreno fertile per chiacchiere da civette. Una schiera di belle e sconosciute ragazze, che aspirano a diventare modelle, si sottopone a svariate prove (di portamento, stile, eleganza, verve, recitazione e così via), sotto l’impietoso sguardo di esperti del ramo. Solo una, alla fine, guadagnerà l’ambito titolo ed entrerà nel circuito professionale della moda dalla porta principale, le altre, saranno via via eliminate. In ciascuna puntata si assiste al siluramento della sconfitta e all’analisi brutale degli sbagli e delle inadeguatezze delle “sopravvissute”. “Sembri un carciofo”, “Sei assolutamente volgare”, “Non hai il fisico giusto”, “Non comunichi nulla”, “La tua espressione è vuota”, “Non sai camminare sui tacchi”, “Sei andata completamente nel pallone” sono alcuni dei pareri espressi durante la trasmissione e alle quali scampano solo pochissime fortunate. Il giudice più ‘cattivo’ è Nadege, raffinata top parigina secondo cui nessuna sarà mai alla sua altezza…
Mentre sullo schermo le giovani bersagliate faticano a trattenere le lacrime, da casa, comodamente seduta sul divano, provo un certo gusto nell’affondare il colpo. Anch’io finisco per “accanirmi” contro le malcapitate in costume da bagno o abito da sera. E non sapete che soddisfazione ho avvertito quella volta che la sfida consisteva nell’apparire senza trucco, con “le occhiaie al vento”. È stato gratificante vedere le imperfezioni altrui e pensare che persino le modelle ce l’hanno con madre natura, ogni tanto.
Novembre 4, 2008