L’età trascurata
27 Novembre, 2008
Non si fa che parlare di trentenni, della generazione dei ‘bamboccioni’, dei precari e così via. Oppure si spendono fiumi di inchiostro e di chiacchiere per definire l’orda adolescenziale: sempre più “youtubbata”, con la vita bassa, chat-dipendente, in costante connessione virtuale con il mondo. Poi, come è doveroso, si dedica attenzione ai bambini, alla loro infanzia passata tra vizi, nonni e tv. In un paese vecchio come l’Italia, non si può tralasciare il discorso sugli anziani, sulle loro solitudini e crisi economiche, sulla salute che comincia a incrinarsi. Ogni tanto qualche accenno è rivolto anche ai quarantenni e ai cinquantenni, considerati ancora giovani (i primi) e all’apice della carriera (i secondi). Eppure, mi chiedo: dei sessantenni non c’è nulla di interessante da dire? Possibile che siano così poco rilevanti sotto un profilo socio-culturale? Non credo, secondo me (e secondo Daria Bignardi che lo rivela su Vanity Fair) se la godono. Finalmente possono abbassare la guardia, alleggerirsi da stress di prestazioni varie, fregarsene dei successi da ottenere, smetterla di coltivare false speranze e aspirazioni, non stressarsi troppo per un fisico che cede alla forza di gravità. Pragmatici e lucidi al punto giusto, i nati negli anni ’40-’50 hanno tempo libero da gestire, hobby da assecondare, desideri realizzabili da soddisfare. Niente pareti di ghiaccio da scalare, ma rasserenanti distese di vita.
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