Archivio Dicembre 31, 2008

Mal di pietre

Scarno. Un romanzo di un centinaio di pagine che non per questo risulta povero. La colpa è dello stile, della scrittura talmente elementare da avvicinarsi a quella parlata, dove ogni ripetizione, inflessione, stento linguistico è perdonato. L’ancoraggio al dialetto sardo, in cui l’autrice si rifugia di tanto in tanto, non lo reputo tra l’altro un artificio degno di nota. Il dover affidarsi alle spiegazioni a fondo pagina per comprendere i dialoghi, è persino seccante.
Veniamo al nocciolo del libro, la storia. Una nipote, sconosciuta al lettore, che descrive le tappe di vita della sua amata nonna, una donna strampalata, fantasiosa, passionale, costretta dai tempi, dalla famiglia, dal destino, a rinunciare per sempre all’amore. E che alla fine se lo inventa. Una signora con i reni ‘guasti’, che le provocano il terribile ‘mal di pietre’ enunciato nel titolo, che sopporta il dolore come una punizione irreversibile. Sullo sfondo, la fine di una guerra e l’inizio di un’altra, una Sardegna dignitosa e incerta, un sottobosco di convenzioni, piccole ipocrisie, privazioni, volgarità e prestazioni umilianti (ma come fa la nipote a conoscere certi particolari a luci rosse? Mah…).
L’originalità del racconto è nella conclusione, semplice, ma non ovvia. Per il resto calma piatta, noia, un’andatura regolare e scialba, un rapporto proibito, quello tra la nonna e il Reduce, che nell’intenzione della Agus dovrebbe coinvolgere ed entusiasmare il pubblico, ma che invece lascia distaccati e freddi.

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