Archivio Gennaio, 2009

Il protagonista del libro di Andrea De Carlo è un soggetto particolare, lo si capisce subito, già dal nome.
Uto è un diciannovenne intelligente e insofferente, con il mal di vivere addosso e un cupo cinismo che appesantisce ogni suo pensiero. Ciò non gli ha impedito di diventare, suo malgrado, un formidabile musicista, il dio del pianoforte. Uto ha un aspetto da punk e una sensibilità acuta, in più pensa in grande: si sente superiore a chi gli sta accanto e prova fastidio per i suoi cari, che considera deboli, schiacciati dalla routine quotidiana e aggrovigliati nella rete degli obblighi sociali.
All’inizio del romanzo, il giovane viene spedito in America, a casa di amici di famiglia che vivono in una cittadina spirituale chiamata Peaceville. Il tentativo è quello di farlo “guarire” dal pessimismo esasperante, renderlo più aperto agli altri, iniettargli energia positiva. Ma Uto non cambia di una virgola, almeno fino alle ultimissime pagine del libro. Al contrario, sconvolge gli equilibri delle persone che lo hanno ospitato, facendo saltare rapporti consolidati e mandando in malora la fittizia armonia che regnava.
La vita nella comunità è incentrata sull’aiuto reciproco degli abitanti, sulla ricerca costante della felicità, sull’assenza della materialità che abbrutisce e sul tentativo di coltivare l’anima. Un posto quieto, silenzioso, in cui un vecchio guru orientale è venerato e circondato da fedeli eternamente devoti e riconoscenti.
Per Uto è tutto insopportabile: il finto perbenismo, l’apparente e incontrastata serenità, i sorrisi spalmati sulle facce della gente, i buoni propositi, l’indulgenza generale, la scelta di condurre un’esistenza sobria, priva di impulsi, fatta solo di preghiere e passive rinunce.
Tutti i personaggi del romanzo sono ben delineati e caratterizzati. De Carlo attribuisce a ognuno una personalità complessa e unica, descritta con minuzia e coerenza.
Il racconto è scorrevole, anche se ho trovato ridondanti le parti in corsivo, quelle che esprimono il pensiero di Uto, le sue farneticazioni private. Uto è una figura originale e interessante, anche se, alla lunga, il suo mutismo stanca e rende alcuni dialoghi un po’ indigesti.
Il finale del libro è deludente, una stonatura che fa perdere forza e credibilità anche al resto del romanzo. Come può, Uto, trasformarsi improvvisamente in santone, lui che ha sempre dimostrato razionalità, scetticismo e una capacità critica oltre la norma?
Forse, il suo diventare faro spirituale, è in realtà uno sberleffo, un inganno astutamente architettato che gli permette di interpretare la parte dell’onnipotente. Un ruolo divino che gli consente finalmente di essere ammirato e idolatrato come ha sempre sperato. Se l’intenzione mascherata di De Carlo è questa, allora salvo la conclusione, altrimenti la boccio senza attenuanti.
Gennaio 31, 2009
Ho già parlato di Facebook e del suo effetto contagio, ma ho commesso uno sbaglio. Fino a poco tempo fa ero convinta che il social network delle amicizie intrecciate fosse la passione degli internauti giovani e giovanissimi. Includendo nei “giovani”, com’è d’obbligo nella società italiana, anche la fascia anagrafica dei quarantenni. Ho scoperto, invece, che la partecipazione ha confini ben più estesi. Gli ultra cinquantenni hanno perso la testa per il sito del momento e si sono ringalluzziti al grido di “accetti l’amicizia di…”o “partecipa al gruppo di…”. Per loro, che a fatica accendono il computer e capiscono come collegarsi alla Rete, Facebook è un gioco meraviglioso.
Pensate a un sessantenne che rivede un compagno di scuola delle elementari on line… la sorpresa è pazzesca: sono trascorsi 50 anni! E figuratevi l’emozione di curiosare fra le foto recenti di conoscenze dal sapore antico. I cambiamenti risultano profondi: gente “invecchiata” di brutto, con solchi sulla pelle, capelli bianchi, chili e chili accumulati… Vere metamorfosi. E immaginate il gusto di sapere che destino gli è capitato, quali esperienze hanno affrontato, quanta fortuna o sfortuna hanno incontrato nella vita. C’è tanto da raccontarsi e da scoprire, decenni e decenni da investigare fra le pagine di un profilo Internet.
Ma tutto questo interesse per Facebook, da parte degli over 50, ha creato una guerra fra generazioni. Capita infatti che un adolescente trovi la richiesta di amicizia di uno zio un po’ attempato, o che un figlio trentenne riceva l’invito del padre sessantenne. O che un bambino di 10 anni voglia entrare nella lista di “friends” di una cugina venticinquenne. O ancora che l’anziano parente di un caro amico ci esorti ad accettarlo nel nostro gruppo. È inevitabile l’imbarazzo e la tentazione di cliccare sul magico tasto “ignora”. Perché ficcare il naso, tra coetanei, è consentito, ma se lo fa una mamma, un papà, una zia, una prozia, una nonna… allora il gradimento precipita.
Gennaio 25, 2009

Perché lo chiamano House? Lo conoscono da una vita, collaborano fianco a fianco, sono colleghi (Cameron, Chaise, Foreman), superiori (Cuddy), amici (Wilson)… eppure il nome Greg non riescono a pronunciarlo. Troppo intimo? Come se le persone care mi chiamassero per cognome, anziché Francesca. Oltre che surreale, sarebbe fastidiosissimo - come detestavo i compagni di classe che, ai tempi delle medie, imitavano i professori, rivolgendosi a me in modo impersonale e distaccato. Non so perché, ma si usava prendere le distanze, almeno a parole e soprattutto tra maschi e femmine. Credo che i ragazzi amassero atteggiarsi e vestire i panni dei machi, o forse era semplicemente la timidezza a creare questa lontananza nella comunicazione -.
Comunque, quello del ti-chiamo-solo-per-cognome non è il solo aspetto di “Dr House” a stridere. Il personaggio stesso è fuori dalla norma: un medico-orso, irascibile, scorbutico, cocciuto, misantropo, drogato, che rifiuta il contatto con il paziente ed è insofferente a qualsiasi disciplina. Insomma, l’anti-dottore, l’uomo che nessuno si augurerebbe di incontrare sulla propria strada di povero malato.
E invece, come Jessica Rabbit, House è stato disegnato così… creato apposta per farsi amare al di là di ogni ragionevole dubbio. Quello che piace di lui, è ciò che si dovrebbe odiare. Il suo cinismo cieco, la sicurezza sfrontata e istintiva nel formulare ingarbugliate diagnosi, l’umorismo nero, la sofferenza fisica e psichica che lo schiacciano, lo rendono INTRIGANTE.
E ora milioni di spettatori pendono dalle sue labbra, me compresa.
Sì, i suoi metodi sono irrealistici, più da detective alla ricerca di indizi che da medico alle prese con un male. I casi che gli capitano a tiro rappresentano un condensato di tragedia e rarità allo stato puro. Il suo comportamento non sfiora l’assurdo, supera abbondantemente il ridicolo. Ma chi lo segue apprezza ogni pazzia, insensatezza e incoerenza.
Non è che i suoi ammiratori siano finti tonti o creduloni. Al contrario. Sono consapevoli della non veridicità della narrazione e se ne compiacciono, si divertono, sghignazzano di fronte alla follia di un uomo e di tutto il suo entourage. Anche se si parla di ospedali e malattie, non è obbligatorio fare i seri.
La puntata trasmessa domenica 11 gennaio merita un inchino. Vorrei conoscere gli autori per abbracciarli forte e ringraziarli. Un regalo indescrivibile per il pubblico in delirio. Fremo dalla voglia di scoprire cosa succederà ora… quell’incidente shock, quella morte maledetta, quella ‘resurrezione’ foriera di cambiamenti…
Gennaio 14, 2009
“Forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E’ come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.
Sì, è proprio così, un sempre nel mai.”
- Muriel Barbery -
Gennaio 11, 2009

Divido idealmente il romanzo di Muriel Barbery in 4 parti. Con un segnalibro immaginario tengo separati mucchietti di pagine per descrivere meglio le mie impressioni. Passo passo.
I capitoli iniziali trascinano, perché tracciano i contorni di due personaggi tanto singolari quanto accattivanti: Renée e Paloma.
La prima è una portinaia racchia di mezza età, con una testa da Harvard, che mette il bavaglio a un’intelligenza fuori dal comune. Una finta sprovveduta, che si conforma alle aspettative e agli stereotipi imposti dal suo modesto ruolo, nascondendo a tutti cultura, sensibilità artistica, gusto letterario, guizzo filosofico. I ricchi signori, proprietari degli appartamenti sontuosi che è tenuta a sorvegliare, la credono ignorante, insignificante, (giustamente) confinata ai margini sociali e lei, semplicemente, si adegua.
La seconda protagonista non convenzionale del libro è una bimbetta smilza di 12 anni con tendenze suicide e un cervello fervente. Una giovane sagace, geniale, spiazzante, disgustata dalla grossolanità di una famiglia facoltosa e di un intero sistema di relazioni ipocrite, inique e insensate.
Lo schema del libro è lineare, ripetitivo, dà voce una volta a Renèe e una volta a Paloma. I capitoli esprimono le riflessioni dell’una e dell’altra, alternandole. Per una settantina di pagine il meccanismo avvince. Dopo, cominciano gli sbadigli (la seconda parte dell’opera). C’è un punto, che sembra di non ritorno, in cui monta un freddo disagio che ti fa domandare: aiuto… andrà avanti sempre così? Disquisizioni e congetture, riflessioni e intendimenti, pensieri e ragionamenti?
Malgrado le perplessità, il rischio di mollare la lettura non si presenta. La scrittura di Muriel Barbery è talmente raffinata, accurata e intonata, che impedisce a chiunque di gettarla alle ortiche.
La terza parte premia chi è stato tenace, confluendo armoniosamente e velocemente nella quarta. E’ la fase in cui accadono i fatti più toccanti. Cominciano a sbocciare le camelie: le protagoniste emergono dal loro intimo confessionale e si aprono agli altri: nuovi incontri, storie inaspettate, rivelazioni importanti, episodi commoventi. Si conoscono, si piacciono, si guariscono, si mescolano a persone di valore.
Un’amicizia che è anche amore si affaccia all’orizzonte, elegante, superiore, perfetta. La conclusione, drammatica, è comunque garbata e piena di intenzioni.
Un romanzo penetrante e forte, scritto ad arte.
Il bottino che mi porto dietro è considerevole: righe e righe di sottolineature, orecchie lasciate sulle pagine più belle, per rileggerle ancora e ancora, frasi copiate per ispirazione, parole inusuali, memorizzate per farle mie.
Gennaio 10, 2009

Ci penso spesso, in particolare la sera, dopo cena, accovacciata sul divano, o distesa beata sul letto. Fatico a distaccarmene, persino quando dovrei. Non lo tradisco. Non lo sostituisco. Non lo presto. A distanza di anni, continua a non stancarmi.
Lo voglio nonostante tutto: anche se devo lottare con un gruppo di ignoti invidiosi che cercano di soffiarmelo (ladri della cassetta postale), anche se diventa sempre più costoso, anche se si sottopone a strane diete che lo assottigliano d’improvviso. Esagero? Chiedetelo al mio ragazzo, che ormai si è rassegnato: tra di noi ci sarà sempre un Vanity Fair di mezzo. Persino a letto, come barriera fisica.
Spiegare questo attaccamento incondizionato e, lo riconosco, un filo infantile, è complicato. In fin dei conti VF è un settimanale femminile che potrebbe confondersi nel mucchio delle tante riviste in circolazione. Ho detto potrebbe, badate bene. Perché mi tiene incollata a sé come un cagnolino scodinzolante al suo padrone?
Eccole, tutte le mie personalissime ragioni:
- Non è un ‘pappone’, ma fa riflettere: si legge in scioltezza dal principio alla fine, non appesantisce, e allo stesso tempo allarga la mente.
- Alcuni articoli sono perle di stile e analisi: penne come Romagnoli, Erri De Luca, Manuela Dviri aprono la via alla comprensione della realtà con soave lucidità.
- Sta sul pezzo: intendo dire che è connesso con la stringente attualità.
- È femminile al punto giusto: civettuolo, curioso, complice, emotivo. Con uno spazio considerevole riservato alla irrinunciabile posta dei lettori. E addirittura Mina a rispondere. Sfioriamo l’apoteosi.
- È alla moda: ha classe e segue le tendenze, è patinato, puntuale, competente nel settore.
- È disparato nei temi e nella forma linguistica: schizza da un argomento all’altro e da una firma giornalistica all’altra, con naturalezza e vitalità.
- Ha alle spalle un editore dalla forza spropositata, Condé Nast: c’è da chinarsi al suo cospetto.
Di quando in quando, nel segreto della mia scrivania, getto semi fertili sul campo affamato del mio futuro e invio il cv al Direttore Luca Dini. Poi aspetto. Un’attesa lunga, continua, che viene interrotta ansiosamente da un nuovo invio. Mese dopo mese. Anno dopo anno. La lungimiranza, la determinazione, la fiducia, sono doti, dicono, che alla fine premiano.
Gennaio 9, 2009

Succede spesso così: prima osservo, poi scruto, dopo analizzo, mi incuriosisco un po’ di più, infine sprofondo nel magma del sapere TUTTO e a ogni costo. Capita con l’autore di un libro che ho apprezzato, con il cantante che ha composto una melodia giusta, con il regista di un film avvincente, con l’attore indimenticabile, con il bellone che non deve chiedere mai. Devo scoprire chi è veramente il personaggio che mi ha conquistato, sapere per filo e per segno come funzionava la sua vita prima del successo, conoscere le sue produzioni precedenti e successive, individuare il momento in cui è avvenuto il botto creativo.
Stavolta è accaduto con due comiche di Zelig: le corteggiatrici Katiana e Valeriana, pronte a qualsiasi scorrettezza e assurdità pur di accalappiarsi i favori del tronista Claudiano (interpretato da un Bisio tamarro, che più tamarro non si può).
Fino a un mese fa ignoravo l’esistenza di questa affiatata coppia di attrici, oggi sguazzo nella loro intimità (so persino che vengono scambiate per lesbiche e che a Cagliari, ospiti di Amici, avevano la tremarella per l’emozione).
Katia (la bionda) e Valeria (la mora) si sono immedesimate nella parte delle ragazzotte spregiudicate alla corte della De Filippi con scioltezza e simpatia, ottenendo l’immediato placet del pubblico.
Per forza, sono tali e quali alle concorrenti di Uomini e Donne. Sguaiate, cafone, esuberanti, egocentriche.
L’indovinata gag delle corteggiatrici mi ha spronato a ficcare il naso nel passato comico di Katia e Valeria e, grazie a You Tube, giù con le risate. Lo sketch di Miss Italia è un altro spaccato di verità, di grottesca contemporaneità, quello delle collegiali, il ricordo di un tempo spensierato, trascorso sui banchi di scuola a sfidare l’amica del cuore a “nomi, città, animali”.
Da qualche minuto Google mi tenta: tra i risultati della ricerca “Katia e Valeria Zelig”, è uscita fuori anche un’ospitata dalla mitica Daria Bignardi, per un’intervista barbarica che già mi sto pregustando. Chissà quali retroscena sono stati svelati… E quali tranelli avrà tramato l’astuta conduttrice per farle sbottonare. Non resisto. Mi immergo nella visione.
Gennaio 5, 2009

Sketch differenti, che fanno pensare a un cosmo di situazioni, frangenti di vita, epoche. L’intento di Aldo, Giovanni, Giacomo e del regista, Marcello Cesena, è quello di costruire parodie a sé stanti, una simpatica miscellanea di personaggi, circostanze, pensieri nati dalla fantasia oppure dall’osservazione della sbalorditiva razza umana. Solo un episodio de “Il cosmo sul comò” ritorna in più occasioni, quello dell’asceta confinato in un luogo ameno e sperduto (Giovanni), in eterna meditazione solitaria, raggiunto da due improbabili discepoli (Aldo e Giacomo) in cerca di risposte universali. Con questa scena ‘mistica’ il film si apre e si conclude, ma in essa ci si rifugia anche tra uno spezzone e l’altro, quasi a offrire una rassicurazione, un elemento di continuità e quiete riconoscibile per lo spettatore.
Ciascuna gag è introdotta da un titolo e vede la presenza, insieme al trio, di numerosi attori noti: Luciana Turina (l’insopportabile suocera di Aldo nella sequenza dedicata alle vacanze estive di un gruppo di amici con famiglie al seguito), Sergio Bustric (il Napoleone che compare nella pinacoteca dei quadri ‘viventi’), Sara D’Amario (la moglie inquieta di Giacomo nell’episodio “Temperatura basale”, incentrato sul vano e reiterato tentativo di rimanere incinta), Isabella Ragonese (la giovane negoziante amata dall’impacciato Aldo, nella gag che parla di preti, imbrogli, e fughe), Victoria Cabello, Silvana Fallisi, Cinzia Massironi. Seppur per brevi istanti, compaiono anche Raul Cremona (un dentista tramortito) e Angela Finocchiaro (una ginecologa diffidente e sfiduciata). Un cast artistico di spessore che contribuisce a innalzare la quota del lungometraggio, che non diverte sempre o, almeno, non quanto ci si aspetterebbe.
Una comicità che punge in modo altalenante, oscillando tra coinvolgimento vero e proprio (come nel caso dell’avventura parrocchiana o della parodia sulla fecondazione) e tiepide risate, che è difficile negare ad artisti creativi e sperimentali come Aldo, Giovanni e Giacomo, capaci di exploit indimenticabili, fra cui le scanzonate vicende della tv svizzera commentate dalla Gialappa’s.
Gennaio 4, 2009