Uto
31 Gennaio, 2009

Il protagonista del libro di Andrea De Carlo è un soggetto particolare, lo si capisce subito, già dal nome.
Uto è un diciannovenne intelligente e insofferente, con il mal di vivere addosso e un cupo cinismo che appesantisce ogni suo pensiero. Ciò non gli ha impedito di diventare, suo malgrado, un formidabile musicista, il dio del pianoforte. Uto ha un aspetto da punk e una sensibilità acuta, in più pensa in grande: si sente superiore a chi gli sta accanto e prova fastidio per i suoi cari, che considera deboli, schiacciati dalla routine quotidiana e aggrovigliati nella rete degli obblighi sociali.
All’inizio del romanzo, il giovane viene spedito in America, a casa di amici di famiglia che vivono in una cittadina spirituale chiamata Peaceville. Il tentativo è quello di farlo “guarire” dal pessimismo esasperante, renderlo più aperto agli altri, iniettargli energia positiva. Ma Uto non cambia di una virgola, almeno fino alle ultimissime pagine del libro. Al contrario, sconvolge gli equilibri delle persone che lo hanno ospitato, facendo saltare rapporti consolidati e mandando in malora la fittizia armonia che regnava.
La vita nella comunità è incentrata sull’aiuto reciproco degli abitanti, sulla ricerca costante della felicità, sull’assenza della materialità che abbrutisce e sul tentativo di coltivare l’anima. Un posto quieto, silenzioso, in cui un vecchio guru orientale è venerato e circondato da fedeli eternamente devoti e riconoscenti.
Per Uto è tutto insopportabile: il finto perbenismo, l’apparente e incontrastata serenità, i sorrisi spalmati sulle facce della gente, i buoni propositi, l’indulgenza generale, la scelta di condurre un’esistenza sobria, priva di impulsi, fatta solo di preghiere e passive rinunce.
Tutti i personaggi del romanzo sono ben delineati e caratterizzati. De Carlo attribuisce a ognuno una personalità complessa e unica, descritta con minuzia e coerenza.
Il racconto è scorrevole, anche se ho trovato ridondanti le parti in corsivo, quelle che esprimono il pensiero di Uto, le sue farneticazioni private. Uto è una figura originale e interessante, anche se, alla lunga, il suo mutismo stanca e rende alcuni dialoghi un po’ indigesti.
Il finale del libro è deludente, una stonatura che fa perdere forza e credibilità anche al resto del romanzo. Come può, Uto, trasformarsi improvvisamente in santone, lui che ha sempre dimostrato razionalità, scetticismo e una capacità critica oltre la norma?
Forse, il suo diventare faro spirituale, è in realtà uno sberleffo, un inganno astutamente architettato che gli permette di interpretare la parte dell’onnipotente. Un ruolo divino che gli consente finalmente di essere ammirato e idolatrato come ha sempre sperato. Se l’intenzione mascherata di De Carlo è questa, allora salvo la conclusione, altrimenti la boccio senza attenuanti.
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