Sanremo, secondo me Il triste caso di Jade Goody

Montedidio

23 Febbraio, 2009

Chi ama scrivere rincorre il mito della metafora. Che deve essere utilizzata con misura e naturalezza. Una metafora banale, superflua o stridente è peggio di una non metafora. La metafora indovinata, viceversa, è quella che aggiunge un’immagine giusta, una sintesi esplicativa, forte, immediata.

Provate a leggere un racconto, un articolo o un romanzo qualsiasi di Erri De Luca e scoprirete la sua eccellenza nel trovare metafore stringenti, appropriate, sublimi, asciutte, ancorate alla terra e allo stesso tempo leggere, prosa che diventa poesia. Parole dense, fisiche, aggrappate alla verità della gente comune.
Come accade in “Montedidio”, dove l’italiano è vinto dal napoletano, lingua cruda, chiassosa, necessaria a farsi rispettare in una città brulicante di azioni, rumori, sapori.
A iurnata è ‘nu muorzo”: è l’incisiva espressione utilizzata dal falegname Mast’Errico per intendere che il tempo sfugge e non bisogna farselo scivolare via, ma sfruttarlo per lavorare.

L’essenza di questo libricino, suddiviso in capitoli brevi, è tutta nella sua forma semplice, scorrevole e nella fibrillazione di emozioni che investono il giovane protagonista. La sua prima esperienza in bottega, la malattia mortale della madre, l’amore per la vicina di casa Maria, una ragazzina divenuta donna in fretta, suo malgrado, l’amicizia senza filtri con don Rafaniello, lo ‘scarparo’ ebreo con le ali incastrate nella gobba, l’attaccamento per il boomerang con il quale si allena tutti i giorni a diventare uomo.
In un rotolo di carta il protagonista scrive, utilizzando l’italiano, l’idioma che sta zitto, gli accadimenti che lo portano a crescere, a farsi la voce da adulto, ad acquisire consapevolezza e un posto definito nel mondo.

In “Montedidio” Napoli strabocca da ogni pagina e si fa immagine chiara, nitida, sempre attuale. La sua essenza entra nel dialetto del popolo, nei vicoli affollati e perennemente in disordine, nell’esultanza delle persone che a Capodanno rovesciano la città, nel mare che si sente anche da lontano e nel cielo a cui si guarda fiduciosi e a cui si affidano speranze grandi.

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