Archivio Marzo, 2009

Stavolta, per cambiare, parlerò di un libro di un autore che “conosco”. Si chiama Rinaldo Boggiani e qualche mese fa mi ha pescato nella Rete, lanciandomi una proposta. Con un’email semplice e gentile ha suggerito uno scambio: “Se io le invio i miei scritti, lei mi racconta la sua opinione?“. Avevo tutto da guadagnare e ovviamente ho accettato.
Trascorsi pochi giorni, puntuale, il pacco è arrivato, con tre libricini nuovi di zecca e dediche personalizzate: “Stelle nere”, “2012 Lo Shoah nel pianto di un bambino”, “Domani ero”.
Sono entrata nel mondo di Boggiani, per cominciare, con “Stelle nere“.
Dopo poche righe, mi sono sentita avviluppata da un linguaggio veloce, incontrollato, una baraonda di pensieri che non bada a punteggiatura, ripetizioni, coerenza. La forma è quella del flusso libero, che dalla mente arriva diretto nella pagina, senza filtri.
I protagonisti del romanzo sono per lo più bambini, intrappolati in alcune ossessioni che generano in loro stati d’angoscia, insicurezza, smarrimento. Il tema affrontato è dunque forte, pauroso, perché la colpa di tante debolezze è da imputare principalmente a genitori ansiosi, insensibili, anaffettivi.
Subito ci si rende conto che le trappole psicologiche in cui incappano i bambini descritti non sono invenzioni narrative. Ma stati mentali reali, circuiti terribili che condizionano esistenze intere. E da adulti, quei ‘mostri’ generati dalla mente non svaniscono, lasciano tracce, si insinuano nei rapporti e li scalfiscono.
“Stelle nere” è un distillato di fobie che investono i piccoli, rendendoli vittime inconsapevoli e che fanno apparire noi grandi inadeguati.
Le parole-pensiero dell’autore fanno sentire gli adulti colpevoli, gli unici veri ‘piccoli’ della faccenda.
Il terrore dei bambini fa scattare nel lettore il desiderio di proteggerli, di impedire quella sofferenza, di agire responsabilmente, per evitare di causare malessere e distruggere quelle creature molli, plasmabili e pure.
Caro Rinaldo, la mia opinione sul suo libro è senz’altro positiva, perché si schiera in modo netto, prende posizione, sceglie una via coraggiosa e la batte con convinzione. Ho provato disagio in alcuni momenti, perché la verità affrontata da certi bambini, che lei definisce ’stelle nere’, è spietata, preoccupante e, per me, fino ad ora sconosciuta.
Il suo stile di scrittura mi ha spiazzato. L’assenza di accenti, apostrofi, virgole, va contro la mia inclinazione. Adoro i testi curati, magari asciutti e semplici, ma dalla forma oggettivamente corretta. Tuttavia riconosco il significato della sua scelta e, da un certo punto in poi, l’occhio si è abituato a quei discorsi interiori riversati su carta, stabilendo un contatto immediato e sincero con essi.
Marzo 31, 2009
“Ci sono milioni di libri scritti da milioni di scrittori, e in così tanti paesi, in così tante lingue e in così tante epoche, che non mi riuscirà mai di salire nemmeno un centimetro dell’Everest che ho di fronte“.
“Lascio un libro a metà perché una frase, un passaggio di questo mi ha fatto venir voglia di ricercare qualcosa che potrò trovare in un altro testo, e quello mi porta inevitabilmente altrove. Poi ritorno al primo, e finisco il secondo, e così via. Ho trovato una soddisfazione diversa e particolare, ho messo in relazione opere e autori vissuti in secoli e continenti diversi, ho creato un ponte fra un saggio sulla regia cinematografica e un romanzo in versi, fra l’autobiografia di un premio Nobel e i racconti di un amico che mi ha dato da leggere il suo manoscritto“.
“E poi c’è la certezza che un giorno, chissà quando, andrò finalmente in pensione, e passerò gli anni migliori della mia vita a riacciuffare tutti i bandoli, a leggere tutti i libri non ancora finiti, insieme a tutti quelli non ancora iniziati, non ancora comprati, non ancora pubblicati, non ancora scritti. E allora, quando avrò saziato la sete che ora mi affligge – quest’ansia di non aver letto abbastanza, di non poter leggere mai a sufficienza, il timore che la parte migliore del libro sia al capitolo successivo (o la paura che il capitolo migliore sia quello appena finito), che l’opera più riuscita di quell’autore sia un suo altro libro, e che in ogni caso ce ne sia da qualche parte un altro che mi darà ancora più soddisfazione, e l’idea che dei libri più belli di tutti vorrei essere non solo il lettore appagato ma anche, soprattutto, l’editore orgoglioso, perché il ruolo dell’editore è di trovare i bei libri e di offrirli, come un iniziatore di catena di sant’antonio, a decine di altri lettori da far innamorare di quell’amore che ha catturato anche me – allora, solo allora sarò rigoroso, e andrò dritto e spedito dalla prima all’ultima pagina, come un tram sulle sue rotaie“.
- Marco Cassini - editore della casa editrice Minimum Fax
Marzo 25, 2009

Non posso dire che “Bambini nel tempo” di Ian McEwan sia un romanzo appassionante dal principio alla fine. Le parti ostiche si fanno sentire, gravano sulla lettura, la rallentano in più tratti. Ma non offuscano mai il sapore amaro della tragedia descritta nelle prime righe. Succede infatti che le pagine iniziali tramortiscano e riempiano di significato anche il resto del racconto. Perché ciò che accade è così forte, vivido e destabilizzante, che quello che viene in seguito (o che non viene) appare di poco conto in confronto.
In una scrittura tesa e analitica, che scava profonda nella memoria del protagonista come il bisturi di un chirurgo, si rammenta l’incubo vissuto da Stephen Lewis che, durante un banale giorno di spesa al supermercato, perde per sempre la sua figlioletta Kate. In fila alla cassa, mentre si accinge a svuotare il carrello, si rende conto che la sua piccola è scomparsa, inspiegabilmente sparita. Rapita… Da chi? Perché? Quando?
L’angoscia è tangibile, una tempesta di freddo investe il personaggio e i lettori. La paura è condivisa e fa scricchiolare le coscienze.
Ritengo la descrizione di quella sciagurata mattina al supermercato, con la ricostruzione lucida e puntuale di tutti i momenti trascorsi fino alla drammatica conclusione (dall’uscita incerta da casa, al tragitto a piedi, dalla lista di prodotti da comprare, agli scaffali pieni di vettovaglie), uno dei pezzi di narrativa moderna di maggior presa sul pubblico ed efficacia. Un resoconto incalzante e realistico, una capacità di soffermarsi su aspetti apparentemente secondari ma che si rivelano via via decisivi. Una penna illuminata, maestra nell’innescare una serie di immagini, pensieri e reazioni universali.
Il capolavoro di McEwan si concentra nel capitolo primo.
Il post-tragedia è un riflettere accanito sulla criticità dei rapporti umani, sul tempo immobile dell’infanzia, sulla crisi e la corruzione del governo inglese dell’epoca, sul crollo e la rinascita di un progetto di vita familiare. Tutti discorsi meritevoli di interesse, che però si dissolvono in fretta. Il vuoto lasciato da Kate, invece, si sedimenta nelle viscere.
Marzo 23, 2009

Via da Roma per pochi giorni. Un impegno di lavoro mi ha condotto in Puglia, fuori stagione.
Non la Puglia del ferragosto a Vieste, o quella delle passeggiate lungo il corso vivace di Gallipoli, in vacanza. E nemmeno la regione delle visite ‘impegnate’ a Lecce o Bari. Sono stata in un triangolo di terra alla moda perché se ne infischia della moda, lontano dalla modernità costruita a tavolino, attraversato delle casette a cono (i trulli) e dalle masserie lattiginose.
In valle d’Itria ho perso l’orientamento temporale. Nel 2009 sono abituata alle colate di cemento, non alle alcove di pietra, conosco i soffitti bassi e i soppalchi avidi di spazio, non i tetti a punta e le volte all’interno delle abitazioni. È liberatorio guardare indietro, ogni tanto, invece che sempre e solo avanti. Recuperare il senso di un luogo, assaporare la sua valenza storica, riconoscerne la suggestione data da origini lontane, dimenticate.
Tra Ostuni, Martina Franca, Alberobello e Locorotondo si vive in profonda sintonia con l’ambiente e si lascia posto agli ulivi, all’aria tersa, alle ordinate file di muretti con le pietre a secco.
Sono entrata in una ‘caverna’ bianca dove i tentacoli dell’arredo Ikea non potranno mai arrivare… Pareti tondeggianti, piani irregolari, misure eccentriche annunciavano la vittoria della personalizzazione, il trionfo dell’unicità sull’esportazione di modelli standardizzati. Irripetibili e inimitabili (persino dai cinesi), i casaletti rurali della Puglia stanno lì a ricordarci che la campagna non dovrebbe essere costellata da villette a schiera fatte con lo stampino e case vacanza in disuso, ma da proprietà che ‘parlano’ delle loro ferite e delle esperienze che le hanno modificate. Un po’ come noi esseri umani: siamo più interessanti quando buttiamo via le maschere e lasciamo che la verità venga a galla.
Marzo 19, 2009

Lo hanno pensato tutti, vedendola goffa e impacciata dietro a un paio di occhiali troppo grandi. Arisa ha davvero l’andatura traballante ed è costantemente imbarazzata, o l’hanno ‘disegnata’ così? Si tratta di una cantante di talento ma sprovvista di savoir-faire o di un’abile interprete di un ruolo preconfezionato, costruito per destare curiosità e simpatia? Di certo l’aspetto, da Pierrot triste, con lo sguardo incerto e le movenze buffe fa pensare a uno studio a tavolino del personaggio.
Una giovane poco attraente e per nulla appariscente, con una voce che merita di essere ascoltata, subisce un restyling inusuale che l’aiuta a scrollarsi di dosso l’anonimato. Lenti esagerate, frangetta demodé, labbra rosse lucide, naso lungo in primo piano, abiti di un’epoca perduta. Troppo caratterizzanti per chi è abituata a crogiolarsi nell’ombra e mal tollera le attenzioni altrui.
Quando canta, Arisa (ho scoperto che il vero nome è Rosalba Pippa… povera) rimane ferma al suo posto, al massimo dondola la testa e accenna brevi sorrisi. Le mani, le gambe, le braccia sono immobili. Non proprio una presenza scenica degna di nota. Ma la voce è cristallina, pulita e controllata. L’effetto sul pubblico è simile a quello provocato dal maestro Laurenti: tanto imbranato nelle movenze e nel ‘tu per tu’, quanto impeccabile e deciso nella musica. Su di lui le perplessità sono svanite. Dopo tanti anni di duetti con Bonolis, abbiamo abbandonato l’idea della finzione e accettato il suo essere metà paperino e metà Frank Sinatra. Ma si può dire lo stesso della vincitrice di Sanremo giovani? Si tratta di una vera sbirulina del pop? Io credo che un po’ di sincero smarrimento e dolcezza non guasterebbe. Eppur lo scetticismo fa capolino.
Marzo 13, 2009
Come donna, mi chiedo, se potessi non lavorare, lavorerei lo stesso?
La domanda nasce dopo che un sondaggio del mensile Psycologies, sui cambiamenti intercorsi nel rapporto tra donne italiane e lavoro, ha decretato che “Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), e non per necessità“. Davvero? Il dato un po’ mi sorprende, soprattutto perché scopro che la maggior parte dell’universo femminile, in realtà, non avrebbe l’urgenza economica di un’occupazione. I mariti, a quanto emerge dalla ricerca (eseguita su un campione di 1908 donne), riuscirebbero a sostenere, da soli, i costi di una gestione famigliare. Ma come, e che fine ha fatto la crisi? E la ben nota fatica ad arrivare alla terza settimana del mese?
Nessuna persona di sesso femminile che io conosca, mia coetanea (siamo nella fascia anagrafica degli enta), può permettersi di non lavorare. Compagni, fidanzati, mariti, genitori ecc. accettano di buon grado il nostro “contributo“.
Stupore a parte, comunque, e ritornando al dilemma iniziale, la mia risposta decisa sarebbe “NO“. Non smetterei di lavorare, se potessi permettermelo. Le mie motivazioni, però, vanno oltre a quelle emerse nel sondaggio (soddisfazione personale, gratificazione professionale, raggiungimento di un’indipendenza), dipendono piuttosto dalla trappola che ci ha teso il sistema sociale e culturale che abbiamo costruito.
Non rinuncio al lavoro perché la vita stessa di noi occidentali ruota intorno al lavoro. Solo se si lavora si producono soldi e si riesce a far parte del meccanismo. Se non si produce, si è tagliato fuori, si finisce ai margini.
A queste condizioni, io non lo mollerei mai il mio lavoro. Vorrebbe dire accettare l’esclusione, rassegnarsi a uno stato di malessere cronico, convivere con i complessi e i pregiudizi, deprimersi.
Ma se lavorare non significasse sopravvivere dignitosamente in questo mondo, allora la scelta non sarebbe più scontata. Il benessere deriverebbe da attività diverse, non competitive, non frenetiche, non soldo-dipendenti. Si potrebbe investire il proprio tempo in occupazioni significative, varie e in grado di rasserenare il corpo e l’anima. Non lavorare avrebbe un senso, una valenza bella. Non solo per le donne.
Marzo 4, 2009