Imparare dai trulli
19 Marzo, 2009

Via da Roma per pochi giorni. Un impegno di lavoro mi ha condotto in Puglia, fuori stagione.
Non la Puglia del ferragosto a Vieste, o quella delle passeggiate lungo il corso vivace di Gallipoli, in vacanza. E nemmeno la regione delle visite ‘impegnate’ a Lecce o Bari. Sono stata in un triangolo di terra alla moda perché se ne infischia della moda, lontano dalla modernità costruita a tavolino, attraversato delle casette a cono (i trulli) e dalle masserie lattiginose.
In valle d’Itria ho perso l’orientamento temporale. Nel 2009 sono abituata alle colate di cemento, non alle alcove di pietra, conosco i soffitti bassi e i soppalchi avidi di spazio, non i tetti a punta e le volte all’interno delle abitazioni. È liberatorio guardare indietro, ogni tanto, invece che sempre e solo avanti. Recuperare il senso di un luogo, assaporare la sua valenza storica, riconoscerne la suggestione data da origini lontane, dimenticate.
Tra Ostuni, Martina Franca, Alberobello e Locorotondo si vive in profonda sintonia con l’ambiente e si lascia posto agli ulivi, all’aria tersa, alle ordinate file di muretti con le pietre a secco.
Sono entrata in una ‘caverna’ bianca dove i tentacoli dell’arredo Ikea non potranno mai arrivare… Pareti tondeggianti, piani irregolari, misure eccentriche annunciavano la vittoria della personalizzazione, il trionfo dell’unicità sull’esportazione di modelli standardizzati. Irripetibili e inimitabili (persino dai cinesi), i casaletti rurali della Puglia stanno lì a ricordarci che la campagna non dovrebbe essere costellata da villette a schiera fatte con lo stampino e case vacanza in disuso, ma da proprietà che ‘parlano’ delle loro ferite e delle esperienze che le hanno modificate. Un po’ come noi esseri umani: siamo più interessanti quando buttiamo via le maschere e lasciamo che la verità venga a galla.
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