Concorso ilmiolibro.it
23 Aprile, 2009
Dato che non ho vinto e tanto meno sono arrivata fra i primi 10, pubblicherò qui la mia favola, scritta per partecipare al concorso Incipit Da Favola, sul sito Ilmiolibro di Repubblica.
Dovevo scrivere un racconto di fantasia, per bambini, partendo dall’ incipit scritto per l’occasione dall’autrice Paola Mastracola.
Ecco il mio testo.
IL GIARDINO DEGLI ORTI
“Siccome avevo preso un altro brutto voto, mio padre mi disse: - Va bene, allora oggi verrai con me a lavorare. Così vedrai come si fatica! Mio padre faceva il giardiniere, e andava in giro per i giardini altrui. Andava a potar piante, rastrellare foglie e tagliare erba col suo potente tagliaerba. Quel giorno doveva occuparsi niente meno del giardino dei terribili Lorchitruci. I Lorchitruci erano la famiglia più ricca e potente della collina. A me facevano paura due cose di loro: il nome, perché mi veniva da pensare a degli orchi molto truci; e il giardino, appunto, perché era chiuso da una muraglia gigantesca dietro la quale chissà che cosa mai si nascondeva.”
“Ma non è colpa mia, è la maestra che non mi sopporta!” gridai. Se mio padre si convinceva che ero vittima della signora Sotuttoio, forse mi avrebbe risparmiata. “Ah sì? E perché ce l’avrebbe con te?” domandò scettico. “Perché ho aiutato Alice durante l’interrogazione. Mi ha beccato mentre le suggerivo le risposte e ora ce l’ha con me!” Ecco, l’avevo detta, la bugia. Ma a fin di bene. Ero stata convincente: voce ferma, sguardo dritto, mento in su. Molto credibile. “Se mi racconti un’altra frottola, a lavorare dai Lorchitruci ci vai da sola!”. Non c’era cascato. Indossai gli abiti più vecchi e rovinati che avevo e il berretto con la visiera, per coprirmi bene. Quei Lorchitruci non dovevano capire chi ero e, in ogni caso, avevo troppa paura di incrociare gli occhi di uno di loro. Girava voce che fossero una famiglia molto numerosa, strana, con una cameriera cattiva che odiava i bambini.
Durante il viaggio rimasi in silenzio, mentre mio padre fischiettava al volante. Il camioncino scricchiolava e ad ogni buca sembrava perdere pezzi. “Mentre tu lavori, io potrei lavarti il camion!” proposi con furbizia. Era un modo per scampare alla punizione. “Ho detto che mi aiuterai con il giardino e non ne voglio più parlare!” mi azzittò.
Giungemmo presto a destinazione e il mio terrore aumentava. Mi aspettavo che da un momento all’altro sarebbe spuntato fuori un mostro o chissà cosa e non volevo lasciare il camioncino. “Datti una mossa, scendi giù!” tuonò papà, che tutto era fuorché paziente. Non aveva idea di quello che si diceva sul conto dei Lorchitruci. Si diresse svelto verso l’ingresso, mentre io finalmente saltai giù dal sedile e gli andai dietro, preoccupata. Suonò il campanello e aspettammo. Per la verità, lui aspettava, io pregavo che non ci fosse nessuno dall’altra parte. “Sì? Chi è?”, la voce nasale di una donna pose fine alle mie speranze. Doveva essere la terribile cameriera. “Sono il giardiniere Maurizio e qui con me c’è anche mia figlia Silvia”, spiegò. Uffa, ma perché aveva spifferato il mio nome? Mi spinsi la visiera del berretto in avanti, per nascondermi. Il cancello si aprì con uno scatto. Chiusi gli occhi e mi aggrappai alla giacca di papà, che procedette sbuffando, trascinandomi come una borsa pesante. Dopo pochi passi, si illuminò: “Che meraviglia! È un parco splendido!”. Io continuavo a non mollarlo, finché lui, per l’entusiasmo, fece un balzo e si staccò, correndo verso il roseto: “Guarda che rose magnifiche!” esclamò. Tenevo ancora gli occhi chiusi quando l’abbaiare di un cane mi spinse ad aprirli. Ma non vidi nessun animale, solo tanti colori, accesi e luccicanti. E un’infinità di piante, foglioline, fiori grandi e piccoli, frutti e alberi maestosi. Ero confusa, un giardino così bello non poteva essere dei Lorchitruci… Forse papà aveva sbagliato indirizzo. Poi un cagnolino con una zampa avvolta in una fasciatura arancione si avvicinò. Era il cucciolo che stava facendo chiasso poco fa. Mi accorsi che in realtà non aveva una benda, ma una carota al posto della zampetta. Poi, sbucò una vecchia con il naso a forma di zucca. “Salve, sono la cameriera dei signori Lorchitruci. Entrate, vi stanno aspettando”, disse con la zucca che le dondolava. Papà era imbambolato per via di quel posto magico e non aveva badato né alla zucca, né alla carota. Io non sapevo che pensare. In un certo senso quelle stranezze iniziavano a incuriosirmi. Accedemmo nella sontuosa sala degli ospiti. Lo spazio era colmo di oggetti preziosi, ma talmente enorme, da sembrare vuoto. I Lorchitruci apparvero sullo sfondo, come personaggi di fantascienza sullo schermo di un cinema. Era vero che erano tanti, ed era vero che erano strani. Erano incredibili. Ma non facevano paura.
Il capofamiglia era lungo e verdastro come una zucchina. La donna al suo fianco (doveva essere sua moglie) aveva orecchie penzolanti e ovali, simili a melanzane. Poi c’erano tre ragazzini, più o meno della mia età: uno con il naso fino che assomigliava al gambo di un sedano, un altro con le ciglia dritte, che terminavano a cespuglietto, come le punte degli asparagi, l’ultima aveva foglie di lattuga al posto dei capelli. Infine c’era una signora anziana con la pelle a strati, divisa in petali spessi, tali e quali a quelli dei carciofi. I Lorchitruci non erano soltanto persone, ma ortaggi-persone.
Papà era sconvolto quanto me e nessuno dei due spiccicò parola. Fu il signor Zucchina a spezzare il silenzio: “Grazie di essere qui, signor Maurizio, sappiamo che lei è il miglior giardiniere del paese”. La moglie-melanzana continuò: “Signor Maurizio, le chiediamo di curarci come se fossimo il suo orto più caro, di darci da mangiare, annaffiarci e farci stare in salute. Vogliamo che lei lavori per la salvezza della nostra famiglia!”.
Quelle creature fantastiche avevano bisogno di mio padre, delle sue conoscenze, del suo mestiere, per non ammalarsi, crescere e continuare a esistere. Papà accettò e promise di non svelare mai il loro segreto. Io feci lo stesso e aggiunsi che sarei andata a trovarli spesso, per giocare con naso di sedano, ciglia d’asparago e capelli a lattuga.
Prima di andar via, rivolsi loro una domanda: “Ma perché vi chiamate Lorchitruci? È un nome che fa pensare a mostri terribili”. Nonna-carciofa mi sorrise e disse: “Il nostro vero nome era Lortiamici. Esprimeva la nostra essenza, ma svelava troppo… Così decidemmo di camuffarlo per tenere a distanza la gente. A volte, la verità fa più paura della finzione”.
Ma io sapevo che non era così. Avevo capito che strano è solo ciò che non si conosce. E che se si aprono bene gli occhi, si possono vedere mondi meravigliosi e incontrare amici speciali.
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9 Commenti Aggiungi il tuo
1. Lisa | 24 Aprile, 2009 alle 10:48
E’ molto carino, hai letto i finalisti? Io li trovo quasi tutti brutti
2. irene | 24 Aprile, 2009 alle 13:13
per 5 minuti sono tornata piccola
3. Francesca | 24 Aprile, 2009 alle 16:16
Grazie Lisa,
anche a me i finalisti non hanno entusiasmato.
Soprattutto ho notato che alcuni di essi hanno utilizzato un linguaggio non adatto ai racconti per i bambini. Parole complicate e astratte, inappropriate al contesto, secondo me.
Leggendo l’incipit dell’autrice si notava subito l’attenzione a rendere il testo ‘a misura’ dei piccoli lettori.
Comunque, era la mia prima volta in questo genere, e mi sono divertita nella scrittura.
4. Lisa | 27 Aprile, 2009 alle 00:12
Anche io non ho vinto, e senza falsa modestia il mio racconto era più carino dei vincitori. Una mia amica fa la maestra elementare e ha detto che un bambino di 10 anni non arriverebbe in fondo a quei racconti, e non perchè siano troppo belli. Quello con i morti che escono dal muro poi non fa dormire la notte…
5. Francesca | 3 Maggio, 2009 alle 18:46
Perché non me lo mandi, Lisa? Mi piacerebbe leggerlo. Dai, ci conto!
6. MARIANO | 5 Maggio, 2009 alle 18:01
Concordo con voi sul fatto che i racconti “finalisti” hanno utilizzato un linguaggio inappropriato al contesto e soprattutto non adatto ai destinatari: i bambini. Anch’io mi sono cimentato con questa prova ma non sono arrivato tra i primi dieci. Devo dire,però, che è stato molto divertente. L’avevo intitolato “La prova di fatica”.
Ciao a tutti.
7. Nico Guzzi | 5 Maggio, 2009 alle 22:27
Bello e godibile! Ma era un racconto per bambini! Io credo di aver sbagliato il target in quello che ho scritto io …non è proprio per bambini bambini…
8. Viviana | 8 Maggio, 2009 alle 10:45
Complimenti, è molto carino. Se ti vadi leggere il mio
http://www.ciao.it/Con_la_L__Opinione_1122116
9. Francesca | 18 Maggio, 2009 alle 14:51
Ciao Viviana,
ho letto il tuo testo e l’ho trovato simpatico. Certo, fino al momento del coltello! Non so, credo che tu ti sia spinta un po’ troppo oltre..
A presto e buona fortuna per tutto.
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