Archivio Maggio 18, 2009

Chiara Civello

All’apparenza timida, si è dimostrata presto di una sfrontatezza accattivante. Chiara Civello ha ‘riempito’ il palco della Sala Petrassi all’Auditorium di Roma, venerdì 15 maggio, non solo con la sua voce piena e calda, ma anche con la sua presenza suadente.
Avvolta in un tubino rosso audace, che ha fatto riaffiorare alla mente un’altra bellezza canterina, ma di celluloide (Jessica Rabbit), la jazzista italiana trapiantata a New York ha esordito con aplomb e misura, imbracciando la chitarra e soffiando quasi sul microfono, ma dopo poche canzoni si è ritrovata a saltare sul palco (con tanto di tacchi a spillo) e a volteggiare a ritmo delle percussioni.
Un’artista poliedrica e intensa, che delizia per quello che canta e soprattutto per come lo canta. Dolce e raffinata, ma anche forte e rabbiosa, sempre assorta e generosa nella performance.
Al pianoforte suona con un atteggiamento raccolto e rilassato, sciogliendosi in una melodia lirica. In piedi, pizzica le corde della chitarra con delicatezza, ma aggiunge espressioni e movimenti istintivi.
Tecnica e doti naturali si fondono, dando vita a un concerto piacevole dal principio alla fine.
Un vero peccato che, davanti a me, alcuni spettatori, non giovanissimi, sembrassero statue di sale. Dalle gallerie applausi e complimenti continui, nelle prime file, invece, sorrisi abbozzati e tiepidi applausi.
L’esito è stato comunque molto positivo, con la sala gremita e tanti bis richiesti. L’ultima esibizione, con Chiara scalza a dare il suo poetico commiato, mi ha trasmesso l’idea di una donna pronta al successo, consapevole dei suoi mezzi e matura abbastanza da rimanere, di fatto, coi piedi per terra.

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