Archivio Agosto, 2009

Il Signore delle Mosche

Che razza di bambini sono i protagonisti del libro di William Golding, “Lord of the Flies“, che scampati ad un incidente aereo e rovesciati su un’esotica isola abbandonata, finiscono per trasformarsi in belve selvagge e a uccidersi tra di loro?
Sarebbe consolatorio pensare che si tratti di mostri inventati, di abiezioni partorite dalla mente di uno scrittore visionario e apocalittico. Ma l’angosciosa morsa che ci stringe durante la lettura è provocata dalla consapevolezza che il crudo racconto di Golding racchiude indicibili verità. Anche dei ragazzi di 12 anni, in preda al terrore, alla fatica fisica e psicologica, all’incertezza di un futuro, possono tramutarsi in esseri feroci e abbandonarsi agli istinti più distruttivi.
Homo homini lupus , in fondo, e lo stesso vale per coloro che uomini lo diventeranno presto.

La trama del libro, scritto nel 1952, racchiude ingredienti d’avventura e di mistero: un aereo precipita e i superstiti, bambini inglesi che non si conoscono tra loro, dapprima collaborano e si organizzano in una convivenza basata sul buonsenso e regole comuni, ma con il trascorrere del tempo finiscono per mal tollerarsi a vicenda ed entrano in guerra. Guerra che, si intuisce, sconvolge in contemporanea il mondo degli adulti, impegnati in un conflitto interplanetario. Gli errori dei padri, quindi, si ripercuotono sui figli, in un destino di violenza inarrestabile.

Fra i giovani superstiti, spicca Ralph, il capo giusto e coraggioso, eletto democraticamente per tenere in mano le redini della comunità. Il suo cruccio più grande è quello di mantenere vivo un fuoco, un segnale di fumo che consenta ai ragazzi di essere avvistati, prima o poi, e salvati.
Suo fedele consigliere, Piggy, un grassoccio con gli occhiali pauroso ma saggio, costantemente sbeffeggiato dal resto della ‘truppa’. Antagonista di Ralph, è Jack, un tipo sprezzante e aggressivo, patito di caccia e con l’insano desiderio di vestire i panni del leader. Intorno a loro e con loro, tanti altri bambini, più o meno problematici, come Simone, malato di epilessia, i rappresentati del coro, i gemelli Sam ed Eric, i piccolini spaventati ma al contempo stupiti per quell’esperienza fuori dal normale che stanno vivendo.

Insieme costruiscono rifugi, si procacciano il cibo, imparano a riscaldarsi e a esplorare in lungo e largo l’isola che li ha accolti. Ma la società democratica così costituita a poco a poco si sgretola e lascia il passo alla legge della natura, del più forte, della forza fisica. Jack insorge, regredisce allo stato primitivo, si dà alla forsennata caccia di maiali, entra in un delirio di sangue e brutalità. Molti altri divengono succubi della sua figura maledetta e consentono la scissione del gruppo, la formazione di due schieramenti in aperta lotta.

Il male, ci dice Golding, è dentro gli esseri umani da sempre, è un focolare che può rimanere sopito, spegnersi del tutto, oppure esplodere e divampare. Dipende dalle circostanze, da fatti imprevedibili, dai casi e dalle prove che ci riserva la vita.
Non c’è un’epoca storica immune dal male, né un popolo, una generazione o una razza. La democrazia, in ogni sua forma, cammina su un terreno incerto, scivoloso, di assoluta e spaventosa precarietà.

Aggiungi un commento Agosto 29, 2009

Segreti

“Un segreto conta quanto coloro da cui dobbiamo proteggerlo”.
- “L’ombra del vento, Carlos Ruiz Zafon -

3 commenti Agosto 26, 2009

Impressioni di Lisbona

La Lisbona che ho conosciuto questa estate non mi ha fatto innamorare, come qualcuno aveva predetto, e non mi ha indotto a pensare “è il posto in cui vorrei vivere”, come qualcun altro aveva affermato.

La capitale del Portogallo non è la mia città da innamoramento o da cambio-vita perché presenta ferite che è difficile tenere nascoste. Vicoli disfatti, quartieri sciupati, anche centrali, dove i vagabondi non si contano e il lezzo entra nelle narici per non uscirci più. E dove i venditori di fumo fingono disinvoltura agli angoli delle strade più popolari.
In un sms inviato a una mia amica ho scritto: “non sembra che i lisboneti se la passino bene”. Avevo negli occhi le immagini della gente del posto, prevalentemente arruffata e dinoccolata, con le ciabatte ai piedi e indosso t-shirt di tre misure più grandi. Non che da un abito o da una messa in piega si possa giudicare la qualità di vita di un popolo, ma un colpo d’occhio può suggerire alcune verità.

Nei panni della turista spensierata, invece, ho molto di buono da dire su Lisbona. Innanzitutto il suo sistema di trasporti pubblici è fantastico: autobus, metro, tram, taxi sono numerosi, puntuali, economici ed efficienti. Niente a che vedere con il trambusto caotico e sconclusionato di Roma.
Poi l’aria di Lisbona è diversa: tersa, leggera, pulita. Sembra che non ci sia smog e di sicuro non si sviluppa in abbondanza come da noi.

L’architettura della città è colorata, brillante, creativa. Le famose ceramiche lucide che ricoprono gran parte degli edifici, gli azulejos, la rendono speciale, viva, un po’ folle. Tanti monumenti da cartolina rappresentano la summa di influenze molteplici: forme arabe, decori moreschi e richiami marini, tipici dello s tile manuelino, disegnano un paesaggio articolato, spumeggiante ed estroso. Irrinunciabile è la visita al Pena Palace, a Sintra, a circa 1 ora da Lisbona, fantascientifico edificio dalle sembianze di favola, che trascina nell’atmosfera onirica di un film di Tim Burton. La magia, per la verità, è data più dall’esterno che dai lussuosi, ma più convenzionali, spazi interni.

Camminare per le vie di Lisbona con i tacchi è un rischio che sconsiglio di correre: il manto stradale è irregolare, scivoloso, ricoperto di ciottoli bianchi levigati e spesso disconnessi, che si trovano dappertutto e competono, per scomodità, con i sampietrini nostrani. Inoltre la città è un saliscendi perpetuo: distribuita sulle colline, richiede fiato, muscoli allenati e volontà di macinare scalini su scalini per spostarsi. In alternativa ci sono le vecchie funicolari, da prendere per ricaricare le pile ed evitarsi qualche scalata.

Lisbona è attraversata da rotaie che la tagliano in lungo e largo. Su di esse scivolano tram di ogni età, misura e fattura. Un viaggio sul celebre 28, per un giretto nei siti storici, è un must segnalato in tutte le guide. Si sta stretti stretti e con le mani pressate sul portafogli, per non lasciarlo ai ladruncoli di turno, ma è un’esperienza autentica, che mostra il lato più genuino della città.

La Torre di Belem, considerata (a torto) il simbolo di Lisbona, è stata una delusione. Una fortezza che è sufficiente fotografare da fuori, perché dentro mette in ginocchio il visitatore. Per raggiungere la cima occorre divincolarsi in un passaggio stretto, una scala a chiocciola che è la stessa per chi sale e per chi scende. Superfluo dire che gli scontri, le sgomitate e gli spintoni fanno parte del percorso.

Un ultimo accenno per il cibo, che è vario, appetitoso, generalmente non costoso. I classici del menu sono il baccalà con patate, il pollo arrosto, i formaggi di capra, la carne alla griglia, gli spiedini di pesce serviti in verticale. Anche il pane è fragrante e saporito, il vino e i dolci ghiotti, distribuiti in innumerevoli, profumate pasticcerie che invogliano a provare di tutto un po’.
Il servizio nei ristoranti è modesto e c’è un’abitudine che proprio non mi va giù: i camerieri, di loro iniziativa, portano a tavola assaggi non richiesti: formaggi, olive, fette di prosciutto, crocchette. Poiché si è affamati, la tentazione di mangiarli è forte e poi si crede, ingenuamente, che si tratti di gentili offerte della casa.
Ovviamente non è così e alla fine della cena il conto lievita inesorabilmente…

A questo punto il mio suggerimento è: scegliete voi i vostri antipasti, controllatene il prezzo, e ordinate ciò che amate di più, consapevolmente. Quando il cameriere, col sorriso sulle labbra e i modi un po’ bruschi vi riempirà il tavolo di bocconcini e goloserie a voi ignote, declinate fermamente e fategli sgombrare il tutto. Anche il dopo cena, in questo modo, vi lascerà contenti e soddisfatti.

5 commenti Agosto 18, 2009

In pullman, d’estate, una domenica pomeriggio

Smalto scuro, scheggiato, sopra unghie troppo corte. Fisso la mano aggrappata alla maniglia del sedile di fronte al mio, che appartiene a una donna che non conosco. Un’asiatica dai capelli crespi e la fronte segnata, che a malapena riesce a sorreggersi in questo pullman stropicciato e affollato della domenica pomeriggio, che fa un percorso contorto e illogico: da Fiumicino, passando per Maccarese, Fregene, Massimina e infine terminare la sua corsa a Circonvallazione Cornelia.

Fisso le dita imperfette di questa sconosciuta perché il mio sguardo non vuole posarsi su ciò che mi sta intorno, che mi agita, mi disturba, mi fa vergognare dei miei stessi pensieri.
Su questo Cotral ci sono finita per sbaglio e me ne sono pentita presto. Ci sono volute appena 5 o 6 fermate, il tempo che si riempisse di poveri immigrati di ritorno da una giornata di lavoro sul bagnasciuga di Fregene.

Africani, asiatici, forse qualche rom, con i sacchi azzurri stracolmi di cianfrusaglie e di prodotti in serie, le fronti lucide e il peso della fatica sugli occhi. Stranieri che mi fanno sorridere sulla spiaggia, quando con insistenza tentano di rifilarti oggetti di ogni tipo, ma che ora mi fanno sentire spaesata, fuori luogo, sospettosa.
Gli italiani la domenica pomeriggio non salgono sui pullman, sono io il pesce fuor d’acqua.

Me ne sto immobile, seduta al mio posto e mi domando perché l’autista continui a far salire questa massa di ragazzi dagli abiti sporchi, anche se l’autobus scoppia di corpi accaldati e pare barcollare.

Inspiro in fretta perché non voglio che gli odori e le zaffate di sudore prepotenti entrino in me, si mescolino con me.

Anche se non c’è il minimo segnale di pericolo, ho paura. Nonostante i loro volti siano innocui, i gesti concilianti, i sorrisi onesti, vorrei trovarmi altrove, lontano da lì. Sono tanti, parlano un’altra lingua, vivono un’altra vita.

Ho paura della mia reazione, del mio malessere, delle lacrime che mi bagnano il viso e che goffamente cerco di coprire.
Quando la corsa giunge al termine e il bus si svuota tiro uno sciocco sospiro di sollievo.
Nessuno di loro ha timbrato il biglietto, ma tutti si sono dimostrati più civili di me.

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