In pullman, d’estate, una domenica pomeriggio
18 Agosto, 2009
Smalto scuro, scheggiato, sopra unghie troppo corte. Fisso la mano aggrappata alla maniglia del sedile di fronte al mio, che appartiene a una donna che non conosco. Un’asiatica dai capelli crespi e la fronte segnata, che a malapena riesce a sorreggersi in questo pullman stropicciato e affollato della domenica pomeriggio, che fa un percorso contorto e illogico: da Fiumicino, passando per Maccarese, Fregene, Massimina e infine terminare la sua corsa a Circonvallazione Cornelia.
Fisso le dita imperfette di questa sconosciuta perché il mio sguardo non vuole posarsi su ciò che mi sta intorno, che mi agita, mi disturba, mi fa vergognare dei miei stessi pensieri.
Su questo Cotral ci sono finita per sbaglio e me ne sono pentita presto. Ci sono volute appena 5 o 6 fermate, il tempo che si riempisse di poveri immigrati di ritorno da una giornata di lavoro sul bagnasciuga di Fregene.
Africani, asiatici, forse qualche rom, con i sacchi azzurri stracolmi di cianfrusaglie e di prodotti in serie, le fronti lucide e il peso della fatica sugli occhi. Stranieri che mi fanno sorridere sulla spiaggia, quando con insistenza tentano di rifilarti oggetti di ogni tipo, ma che ora mi fanno sentire spaesata, fuori luogo, sospettosa.
Gli italiani la domenica pomeriggio non salgono sui pullman, sono io il pesce fuor d’acqua.
Me ne sto immobile, seduta al mio posto e mi domando perché l’autista continui a far salire questa massa di ragazzi dagli abiti sporchi, anche se l’autobus scoppia di corpi accaldati e pare barcollare.
Inspiro in fretta perché non voglio che gli odori e le zaffate di sudore prepotenti entrino in me, si mescolino con me.
Anche se non c’è il minimo segnale di pericolo, ho paura. Nonostante i loro volti siano innocui, i gesti concilianti, i sorrisi onesti, vorrei trovarmi altrove, lontano da lì. Sono tanti, parlano un’altra lingua, vivono un’altra vita.
Ho paura della mia reazione, del mio malessere, delle lacrime che mi bagnano il viso e che goffamente cerco di coprire.
Quando la corsa giunge al termine e il bus si svuota tiro uno sciocco sospiro di sollievo.
Nessuno di loro ha timbrato il biglietto, ma tutti si sono dimostrati più civili di me.
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