Archivio Settembre, 2009

La grande beffa

È veramente un cortocircuito quello in cui siamo finite, noi donne. Prima delle lotte femministe e dell’emancipazione dal padre-marito-maschio padrone eravamo infelici e succubi. Oggi, dopo le sudate battaglie sociali, private e nell’ambito lavorativo, non siamo più uomo-dipendenti, ma a quanto pare ancora più infelici di prima, stressate e perennemente insoddisfatte. Che beffa…
Ora sono loro, i maschi, a dipendere da noi, mogli, madri e lavoratrici guerriere. Non si oppongono più alla nostra esigenza di fare carriera, figli e servizi casalinghi, anzi. Ci appoggiano e si sentono sollevati, perché un fifty-fifty di responsabilità è un impegno meno gravoso per loro. Portare i pantaloni in due, insomma.

La situazione è senza rimedio: nessuna donna vorrebbe mai tornare indietro e ricominciare a sentirsi una marionetta nelle mani del maschio… quindi si va avanti a testa bassa, con mille doveri e attività da sobbarcarsi, senza riuscire nemmeno a immaginare una realtà diversa da questa.

Per non cadere nello sconforto cosmico, una via di scampo c’è, a mio avviso. Occorre pretendere il vero fifty-fifty dal proprio compagno: fuori e dentro le pareti domestiche. Equa divisione delle fatiche domestiche, equa partecipazione nella gestione dei figli, equo sforzo per mantenere alta la scintilla dell’amore, equo contributo economico alle spese quotidiane, equi spazi di libertà e svago. Equa voglia di aiutarsi e collaborare.

Meditate ragazze, meditiamo. Prima di sbottonarci con il fatidico sì.

3 commenti Settembre 23, 2009

La pianista

Ho un dilemma. Non so dire se il film La Pianista, diretto da Michael Haneke, vincitore del premio della giuria al Festival di Cannes del 2001 e che è valso ai due protagonisti, Isabelle Huppert e Benoit Magimel il riconoscimento come migliori attori, mi sia piaciuto.

Non riesco a sbilanciarmi perché si tratta di una storia forte e insana, che sbalordisce dal principio alla fine. Ma il fatto che alcune scene pietrifichino e spiazzino il pubblico, che impressionino e talvolta provochino disgusto, significa che il regista ha colto nel segno? Vuol dire che è riuscito a trasmettere il disagio psicologico e fisico vissuto dalla protagonista? O è vero tutto il contrario, che si è voluto forzare un ritratto umano, estremizzarlo, renderlo grottesco, solo per il gusto di scioccare?
La devianza, il voyerismo, la perversione inquietano sempre, ma diventano insopportabili se attribuiti alla figura di una donna all’apparenza integerrima, un’insegnante di pianoforte al Conservatorio di Vienna dall’indole fredda, severa e altera.

Interpretata da un’attrice che ha una predilezione per i ruoli complicati, Isabelle Huppert, Erika è il ritratto dell’infelicità e della solitudine. Lo si capisce subito, sin dai primi minuti della pellicola, quando si ‘scontra’ con colei che probabilmente è la causa di tutti i suoi problemi, l’anziana madre (Annie Girardot). Oppressiva e petulante, la donna ne limita la libertà, umiliandone la personalità e, condividendo il tetto (e il letto) con lei, ne controlla ogni movimento. Una convivenza malata e sofferta, che da un lato induce gli spettatori a schierarsi dalla parte di Erika, vittima della situazione, ma dall’altro li costringe a una debita distanza di sicurezza, quando scoprono la doppia vita della pianista. Mentre di giorno impartisce lezioni in un contesto borghesissimo e ingessato, di sera frequenta cinema porno e peep show e si abbandona a pratiche sadomasochiste chiusa nel bagno di casa.
Assistere ai momenti in cui Erika ricerca un piacere torbido, doloroso, immorale è la parte più sconvolgente della pellicola. Quella che fa gridare all’indecenza.

Le abitudini scandalose di Erika potrebbero ridimensionarsi quando la pianista incontra Walter, un universitario brillante e intraprendente che si invaghisce di lei, ignorandone la segreta perversione. L’amore vero è in grado di guarire una mente turbata e terribilmente corrotta? Lo spettatore lo spera. Ma i fatti lo contraddicono impietosamente: il sentimento sincero del giovane finisce addirittura per accrescere la follia della donna, che pretende di venire mortificata da lui, picchiata, legata, insultata. Amare, per lei, significa punizione e tortura.

Quando la realtà di Erika emerge prepotentemente, la prima reazione è quella del rifiuto e del disgusto. Ma non è quella definitiva. Walter comincia a nutrire un’attrazione perversa per la donna e decide di assecondare i suoi istinti e di rispondere per rima alle sue sfide. Il loro rapporto si consuma così tra violenza, disumanità e rabbia.

La macchina da presa di Haneke rimane per lo più statica, cinica, con inquadrature lunghe e ferme, a catturare il nudo realismo della vicenda. Nessuno sconto o forma di edulcorazione è concesso.

Il finale è ambiguo e angosciante, come gran parte della storia.

A distanza di settimane, frammenti di Erika, del suo disturbo, affiorano nella mia mente, come un sogno molesto. Non lo so se il film mi sia piaciuto… Sono sicura che mi ha turbato molto, come pochi altri prima d’ora.

2 commenti Settembre 22, 2009


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