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La grande beffa

È veramente un cortocircuito quello in cui siamo finite, noi donne. Prima delle lotte femministe e dell’emancipazione dal padre-marito-maschio padrone eravamo infelici e succubi. Oggi, dopo le sudate battaglie sociali, private e nell’ambito lavorativo, non siamo più uomo-dipendenti, ma a quanto pare ancora più infelici di prima, stressate e perennemente insoddisfatte. Che beffa…
Ora sono loro, i maschi, a dipendere da noi, mogli, madri e lavoratrici guerriere. Non si oppongono più alla nostra esigenza di fare carriera, figli e servizi casalinghi, anzi. Ci appoggiano e si sentono sollevati, perché un fifty-fifty di responsabilità è un impegno meno gravoso per loro. Portare i pantaloni in due, insomma.

La situazione è senza rimedio: nessuna donna vorrebbe mai tornare indietro e ricominciare a sentirsi una marionetta nelle mani del maschio… quindi si va avanti a testa bassa, con mille doveri e attività da sobbarcarsi, senza riuscire nemmeno a immaginare una realtà diversa da questa.

Per non cadere nello sconforto cosmico, una via di scampo c’è, a mio avviso. Occorre pretendere il vero fifty-fifty dal proprio compagno: fuori e dentro le pareti domestiche. Equa divisione delle fatiche domestiche, equa partecipazione nella gestione dei figli, equo sforzo per mantenere alta la scintilla dell’amore, equo contributo economico alle spese quotidiane, equi spazi di libertà e svago. Equa voglia di aiutarsi e collaborare.

Meditate ragazze, meditiamo. Prima di sbottonarci con il fatidico sì.

3 commenti Settembre 23, 2009

In pullman, d’estate, una domenica pomeriggio

Smalto scuro, scheggiato, sopra unghie troppo corte. Fisso la mano aggrappata alla maniglia del sedile di fronte al mio, che appartiene a una donna che non conosco. Un’asiatica dai capelli crespi e la fronte segnata, che a malapena riesce a sorreggersi in questo pullman stropicciato e affollato della domenica pomeriggio, che fa un percorso contorto e illogico: da Fiumicino, passando per Maccarese, Fregene, Massimina e infine terminare la sua corsa a Circonvallazione Cornelia.

Fisso le dita imperfette di questa sconosciuta perché il mio sguardo non vuole posarsi su ciò che mi sta intorno, che mi agita, mi disturba, mi fa vergognare dei miei stessi pensieri.
Su questo Cotral ci sono finita per sbaglio e me ne sono pentita presto. Ci sono volute appena 5 o 6 fermate, il tempo che si riempisse di poveri immigrati di ritorno da una giornata di lavoro sul bagnasciuga di Fregene.

Africani, asiatici, forse qualche rom, con i sacchi azzurri stracolmi di cianfrusaglie e di prodotti in serie, le fronti lucide e il peso della fatica sugli occhi. Stranieri che mi fanno sorridere sulla spiaggia, quando con insistenza tentano di rifilarti oggetti di ogni tipo, ma che ora mi fanno sentire spaesata, fuori luogo, sospettosa.
Gli italiani la domenica pomeriggio non salgono sui pullman, sono io il pesce fuor d’acqua.

Me ne sto immobile, seduta al mio posto e mi domando perché l’autista continui a far salire questa massa di ragazzi dagli abiti sporchi, anche se l’autobus scoppia di corpi accaldati e pare barcollare.

Inspiro in fretta perché non voglio che gli odori e le zaffate di sudore prepotenti entrino in me, si mescolino con me.

Anche se non c’è il minimo segnale di pericolo, ho paura. Nonostante i loro volti siano innocui, i gesti concilianti, i sorrisi onesti, vorrei trovarmi altrove, lontano da lì. Sono tanti, parlano un’altra lingua, vivono un’altra vita.

Ho paura della mia reazione, del mio malessere, delle lacrime che mi bagnano il viso e che goffamente cerco di coprire.
Quando la corsa giunge al termine e il bus si svuota tiro uno sciocco sospiro di sollievo.
Nessuno di loro ha timbrato il biglietto, ma tutti si sono dimostrati più civili di me.

Aggiungi un commento Agosto 18, 2009

Contro la frenesia

Siamo divorati dalla fretta. Non c’è più voglia di ascoltare, conoscere ragioni, spiegazioni, di tollerare lentezze varie.
Una mia amica mi raccontava di un assalto verbale subìto in farmacia. Lei tentava di descrivere il suo malessere, partendo dai primi sintomi avvertiti, e dall’altra parte del bancone solo indolenza: “Ho capito, quindi che vuole? Che le serve?”, ha tagliato scocciato il medico.
I tempi si sono contratti in ogni ambito della vita. Persino a casa ci si sente in colpa a gongolare un po’. Occorre sbrigarsi, rispettare la tabella di marcia, scandire i momenti della giornata e non rimanere indietro. Per non parlare di ciò che avviene quando siamo in ‘moto’. Un tentennamento di troppo al semaforo e dall’auto retrostante scatta furente il suono del clacson; un’andatura pacata e i gestacci degli altri automobilisti si sprecano; una sosta per chiedere un’informazione e una valanga impetuosa di insulti ti travolge…
Se siamo sull’autobus e la persona davanti a noi non si sbriga a scendere o a farci posto ci lasciamo scappare qualche spintone. Se passeggiamo e ci si para davanti un anziano, o una mamma col passeggino, cominciamo a fremere e a velocizzarci per superare. Se qualcuno ci chiede un’indicazione stradale, gliela forniamo, ma senza interrompere ciò che stavamo facendo, parliamo e andiamo avanti, lanciando un messaggio inequivocabile: NON HO TEMPO DA PERDERE!
A lavoro la prontezza è tutto: chi è capace ma ‘lemme lemme’ finisce per creare rallentamenti al sistema e, prima o poi, passa dei problemi. Ma quello che più mi turba è la ‘fretta sentimentale’: gli sms al posto delle dichiarazioni d’amore, le e-mail sbrigative invece delle parole pronunciate vis a vis, gli incontri sbrigativi senza il tempo di approfondire, entrare nei pensieri dell’altro, scoprire il suo b-side.
Sono convinta che tutta questa smania di correre faccia accelerare anche il nostro processo di invecchiamento: più zampe di gallina ai lati degli occhi, più grinze sulla fronte, più solchi che rigano i volti ingrugniti. Ma chi ce lo fa fare?

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Concorso ilmiolibro.it

Dato che non ho vinto e tanto meno sono arrivata fra i primi 10, pubblicherò qui la mia favola, scritta per partecipare al concorso Incipit Da Favola, sul sito Ilmiolibro di Repubblica.

Dovevo scrivere un racconto di fantasia, per bambini, partendo dall’ incipit scritto per l’occasione dall’autrice Paola Mastracola.

Ecco il mio testo.

IL GIARDINO DEGLI ORTI

“Siccome avevo preso un altro brutto voto, mio padre mi disse: - Va bene, allora oggi verrai con me a lavorare. Così vedrai come si fatica! Mio padre faceva il giardiniere, e andava in giro per i giardini altrui. Andava a potar piante, rastrellare foglie e tagliare erba col suo potente tagliaerba. Quel giorno doveva occuparsi niente meno del giardino dei terribili Lorchitruci. I Lorchitruci erano la famiglia più ricca e potente della collina. A me facevano paura due cose di loro: il nome, perché mi veniva da pensare a degli orchi molto truci; e il giardino, appunto, perché era chiuso da una muraglia gigantesca dietro la quale chissà che cosa mai si nascondeva.”

“Ma non è colpa mia, è la maestra che non mi sopporta!” gridai. Se mio padre si convinceva che ero vittima della signora Sotuttoio, forse mi avrebbe risparmiata. “Ah sì? E perché ce l’avrebbe con te?” domandò scettico. “Perché ho aiutato Alice durante l’interrogazione. Mi ha beccato mentre le suggerivo le risposte e ora ce l’ha con me!” Ecco, l’avevo detta, la bugia. Ma a fin di bene. Ero stata convincente: voce ferma, sguardo dritto, mento in su. Molto credibile. “Se mi racconti un’altra frottola, a lavorare dai Lorchitruci ci vai da sola!”. Non c’era cascato. Indossai gli abiti più vecchi e rovinati che avevo e il berretto con la visiera, per coprirmi bene. Quei Lorchitruci non dovevano capire chi ero e, in ogni caso, avevo troppa paura di incrociare gli occhi di uno di loro. Girava voce che fossero una famiglia molto numerosa, strana, con una cameriera cattiva che odiava i bambini.

Durante il viaggio rimasi in silenzio, mentre mio padre fischiettava al volante. Il camioncino scricchiolava e ad ogni buca sembrava perdere pezzi. “Mentre tu lavori, io potrei lavarti il camion!” proposi con furbizia. Era un modo per scampare alla punizione. “Ho detto che mi aiuterai con il giardino e non ne voglio più parlare!” mi azzittò.

Giungemmo presto a destinazione e il mio terrore aumentava. Mi aspettavo che da un momento all’altro sarebbe spuntato fuori un mostro o chissà cosa e non volevo lasciare il camioncino. “Datti una mossa, scendi giù!” tuonò papà, che tutto era fuorché paziente. Non aveva idea di quello che si diceva sul conto dei Lorchitruci. Si diresse svelto verso l’ingresso, mentre io finalmente saltai giù dal sedile e gli andai dietro, preoccupata. Suonò il campanello e aspettammo. Per la verità, lui aspettava, io pregavo che non ci fosse nessuno dall’altra parte. “Sì? Chi è?”, la voce nasale di una donna pose fine alle mie speranze. Doveva essere la terribile cameriera. “Sono il giardiniere Maurizio e qui con me c’è anche mia figlia Silvia”, spiegò. Uffa, ma perché aveva spifferato il mio nome? Mi spinsi la visiera del berretto in avanti, per nascondermi. Il cancello si aprì con uno scatto. Chiusi gli occhi e mi aggrappai alla giacca di papà, che procedette sbuffando, trascinandomi come una borsa pesante. Dopo pochi passi, si illuminò: “Che meraviglia! È un parco splendido!”. Io continuavo a non mollarlo, finché lui, per l’entusiasmo, fece un balzo e si staccò, correndo verso il roseto: “Guarda che rose magnifiche!” esclamò. Tenevo ancora gli occhi chiusi quando l’abbaiare di un cane mi spinse ad aprirli. Ma non vidi nessun animale, solo tanti colori, accesi e luccicanti. E un’infinità di piante, foglioline, fiori grandi e piccoli, frutti e alberi maestosi. Ero confusa, un giardino così bello non poteva essere dei Lorchitruci… Forse papà aveva sbagliato indirizzo. Poi un cagnolino con una zampa avvolta in una fasciatura arancione si avvicinò. Era il cucciolo che stava facendo chiasso poco fa. Mi accorsi che in realtà non aveva una benda, ma una carota al posto della zampetta. Poi, sbucò una vecchia con il naso a forma di zucca. “Salve, sono la cameriera dei signori Lorchitruci. Entrate, vi stanno aspettando”, disse con la zucca che le dondolava. Papà era imbambolato per via di quel posto magico e non aveva badato né alla zucca, né alla carota. Io non sapevo che pensare. In un certo senso quelle stranezze iniziavano a incuriosirmi. Accedemmo nella sontuosa sala degli ospiti. Lo spazio era colmo di oggetti preziosi, ma talmente enorme, da sembrare vuoto. I Lorchitruci apparvero sullo sfondo, come personaggi di fantascienza sullo schermo di un cinema. Era vero che erano tanti, ed era vero che erano strani. Erano incredibili. Ma non facevano paura.

Il capofamiglia era lungo e verdastro come una zucchina. La donna al suo fianco (doveva essere sua moglie) aveva orecchie penzolanti e ovali, simili a melanzane. Poi c’erano tre ragazzini, più o meno della mia età: uno con il naso fino che assomigliava al gambo di un sedano, un altro con le ciglia dritte, che terminavano a cespuglietto, come le punte degli asparagi, l’ultima aveva foglie di lattuga al posto dei capelli. Infine c’era una signora anziana con la pelle a strati, divisa in petali spessi, tali e quali a quelli dei carciofi. I Lorchitruci non erano soltanto persone, ma ortaggi-persone.

Papà era sconvolto quanto me e nessuno dei due spiccicò parola. Fu il signor Zucchina a spezzare il silenzio: “Grazie di essere qui, signor Maurizio, sappiamo che lei è il miglior giardiniere del paese”. La moglie-melanzana continuò: “Signor Maurizio, le chiediamo di curarci come se fossimo il suo orto più caro, di darci da mangiare, annaffiarci e farci stare in salute. Vogliamo che lei lavori per la salvezza della nostra famiglia!”.

Quelle creature fantastiche avevano bisogno di mio padre, delle sue conoscenze, del suo mestiere, per non ammalarsi, crescere e continuare a esistere. Papà accettò e promise di non svelare mai il loro segreto. Io feci lo stesso e aggiunsi che sarei andata a trovarli spesso, per giocare con naso di sedano, ciglia d’asparago e capelli a lattuga.

Prima di andar via, rivolsi loro una domanda: “Ma perché vi chiamate Lorchitruci? È un nome che fa pensare a mostri terribili”. Nonna-carciofa mi sorrise e disse: “Il nostro vero nome era Lortiamici. Esprimeva la nostra essenza, ma svelava troppo… Così decidemmo di camuffarlo per tenere a distanza la gente. A volte, la verità fa più paura della finzione”.

Ma io sapevo che non era così. Avevo capito che strano è solo ciò che non si conosce. E che se si aprono bene gli occhi, si possono vedere mondi meravigliosi e incontrare amici speciali.

9 commenti Aprile 23, 2009

Donne e lavoro

Come donna, mi chiedo, se potessi non lavorare, lavorerei lo stesso?
La domanda nasce dopo che un sondaggio del mensile Psycologies, sui cambiamenti intercorsi nel rapporto tra donne italiane e lavoro, ha decretato che “Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), e non per necessità“. Davvero? Il dato un po’ mi sorprende, soprattutto perché scopro che la maggior parte dell’universo femminile, in realtà, non avrebbe l’urgenza economica di un’occupazione. I mariti, a quanto emerge dalla ricerca (eseguita su un campione di 1908 donne), riuscirebbero a sostenere, da soli, i costi di una gestione famigliare. Ma come, e che fine ha fatto la crisi? E la ben nota fatica ad arrivare alla terza settimana del mese?
Nessuna persona di sesso femminile che io conosca, mia coetanea (siamo nella fascia anagrafica degli enta), può permettersi di non lavorare. Compagni, fidanzati, mariti, genitori ecc. accettano di buon grado il nostro “contributo“.
Stupore a parte, comunque, e ritornando al dilemma iniziale, la mia risposta decisa sarebbe “NO“. Non smetterei di lavorare, se potessi permettermelo. Le mie motivazioni, però, vanno oltre a quelle emerse nel sondaggio (soddisfazione personale, gratificazione professionale, raggiungimento di un’indipendenza), dipendono piuttosto dalla trappola che ci ha teso il sistema sociale e culturale che abbiamo costruito.
Non rinuncio al lavoro perché la vita stessa di noi occidentali ruota intorno al lavoro. Solo se si lavora si producono soldi e si riesce a far parte del meccanismo. Se non si produce, si è tagliato fuori, si finisce ai margini.
A queste condizioni, io non lo mollerei mai il mio lavoro. Vorrebbe dire accettare l’esclusione, rassegnarsi a uno stato di malessere cronico, convivere con i complessi e i pregiudizi, deprimersi.
Ma se lavorare non significasse sopravvivere dignitosamente in questo mondo, allora la scelta non sarebbe più scontata. Il benessere deriverebbe da attività diverse, non competitive, non frenetiche, non soldo-dipendenti. Si potrebbe investire il proprio tempo in occupazioni significative, varie e in grado di rasserenare il corpo e l’anima. Non lavorare avrebbe un senso, una valenza bella. Non solo per le donne.

1 commento Marzo 4, 2009

Sanremo, secondo me

A volte ci vuole una pausa. Dagli assilli quotidiani, dalla fretta di fare e disfare. Dal senso di colpa che ti obbliga a non fermarti, per non deludere nessuno, prima di tutti te stessa.
La mia pausa salutare è stata ieri sera. Dopo cena ho accantonato le solite faccende da sbrigare, ho preso una rivista e mi sono piazzata sul divano, con la TV accesa. Su Raiuno. Prima puntata della 59esima edizione del Festival di Sanremo. Il piacere di vedere, soprattutto di ascoltare, Mina. Poi la curiosità di captare la sostanza della trasmissione (la solita solfa o spiragli di novità?).
Con un occhio rivolto alla tele e uno al femminile aperto sulle mie ginocchia, ho avuto modo di farmi qualche idea:

1) Bonolis è “sciolto” come al solito, ma il suo inglese è terribile e la sua “esigenza” di leggere sullo schermo i discorsi, per paura di dimenticarli, è antipatica. Con lo sguardo bloccato in su, seguiva lo scorrere delle parole che, invece, avrebbero dovuto venir fuori dalla memoria e dalla preparazione a cui si è sottoposto. Uno spettacolo deludente.
2) Laurenti è simpatico.
3) La valletta (e attrice?) Alessia Piovan è impacciata, sintonizzata forse su altre galassie…
4) Il modello Paul Sculfor è spigliato e disinvolto, un bello della porta accanto. Niente male.
5) Le canzoni mi sono parse generalmente mediocri. Persino i cantanti leggevano i brani sullo schermo. Desolante. Mi è piaciuta la Nikkolai, ho trovato orecchiabile il pezzo di Dolcenera, ho seguito il testo di Povia, ho cambiato canale durante le interpretazioni di Albano, Pupo, Zanicchi, Patty Pravo e parecchi altri.
6) Ho apprezzato la performance di Benigni, lo scherzare e il farsi serio, soprattutto ho ammirato il suo procedere a braccio, senza bisogno di alcun aiutino, recitando a memoria i versi di Oscar Wilde. Altro che gobbo a indicare la via…

Infine una considerazione a latere. Gli spot pubblicitari sono stati monopolizzati dal marchio Lidl, emblema del consumo a basso costo. Il messaggio che rimbombava, a ogni interruzione, era “da noi la spesa può essere tutto, tranne che cara”. Una palese dimostrazione della tesi avanzata da Benigni sul palco dell’Ariston: gli italiani, di questi tempi, sono più che mai interessati alla “certezza della cena”.

Aggiungi un commento Febbraio 18, 2009

Strapagati e scontenti

Un milione di euro al presentatore e direttore artistico del Festival di Sanremo, Paolo Bonolis. Non capisco il chiasso che questa notizia ha provocato. Non comprendo lo sconcerto di chi si dice allibito per l’esborso di una cifra del genere. Mi sembra la sorpresa di chi finge di non conoscere la realtà e cade dal pero. Ma perché, Baudo, Bongiorno, la Ventura ecc. avrebbero guadagnato di meno al suo posto? O sono forse sottopagati per le trasmissioni che conducono?
Lo scandalo non nasce con Sanremo, ha origini primitive. Si dice che oggi c’è la crisi ed è immorale, ingiusto, scorretto che il denaro dell’azienda pubblica Rai venga dissipato in questo modo.
Condivido l’osservazione, ma non mi scompongo per certe, consuete, disuguaglianze. I mattatori del mondo dello spettacolo hanno sempre goduto di privilegi e stipendi smisurati. Ecco perché il sogno di molte è diventare veline, letterine, soubrettine varie… si spera di entrare nella scatola televisiva e di rimanerci aggrappate il più a lungo possibile. Non è etico, ma è proficuo. Chi conduce l’Isola dei Famosi o Il Grande Fratello ha le tasche che scoppiano, mentre un fisico, un ricercatore, un assistente sociale, un avvocato stenta a sopravvivere… È un meccanismo avvilente, ma ci siamo dentro da quando siamo nati.
Va bene protestare ed esprimere il proprio dissenso, ma lasciamo stare i sensazionalismi e i (finti) clamori.

Aggiungi un commento Febbraio 12, 2009

Facebook e la guerra fra generazioni

Ho già parlato di Facebook e del suo effetto contagio, ma ho commesso uno sbaglio. Fino a poco tempo fa ero convinta che il social network delle amicizie intrecciate fosse la passione degli internauti giovani e giovanissimi. Includendo nei “giovani”, com’è d’obbligo nella società italiana, anche la fascia anagrafica dei quarantenni. Ho scoperto, invece, che la partecipazione ha confini ben più estesi. Gli ultra cinquantenni hanno perso la testa per il sito del momento e si sono ringalluzziti al grido di “accetti l’amicizia di…”o “partecipa al gruppo di…”. Per loro, che a fatica accendono il computer e capiscono come collegarsi alla Rete, Facebook è un gioco meraviglioso.
Pensate a un sessantenne che rivede un compagno di scuola delle elementari on line… la sorpresa è pazzesca: sono trascorsi 50 anni! E figuratevi l’emozione di curiosare fra le foto recenti di conoscenze dal sapore antico. I cambiamenti risultano profondi: gente “invecchiata” di brutto, con solchi sulla pelle, capelli bianchi, chili e chili accumulati… Vere metamorfosi. E immaginate il gusto di sapere che destino gli è capitato, quali esperienze hanno affrontato, quanta fortuna o sfortuna hanno incontrato nella vita. C’è tanto da raccontarsi e da scoprire, decenni e decenni da investigare fra le pagine di un profilo Internet.
Ma tutto questo interesse per Facebook, da parte degli over 50, ha creato una guerra fra generazioni. Capita infatti che un adolescente trovi la richiesta di amicizia di uno zio un po’ attempato, o che un figlio trentenne riceva l’invito del padre sessantenne. O che un bambino di 10 anni voglia entrare nella lista di “friends” di una cugina venticinquenne. O ancora che l’anziano parente di un caro amico ci esorti ad accettarlo nel nostro gruppo. È inevitabile l’imbarazzo e la tentazione di cliccare sul magico tasto “ignora”. Perché ficcare il naso, tra coetanei, è consentito, ma se lo fa una mamma, un papà, una zia, una prozia, una nonna… allora il gradimento precipita.

Aggiungi un commento Gennaio 25, 2009

A Vanity Fair

Ci penso spesso, in particolare la sera, dopo cena, accovacciata sul divano, o distesa beata sul letto. Fatico a distaccarmene, persino quando dovrei. Non lo tradisco. Non lo sostituisco. Non lo presto. A distanza di anni, continua a non stancarmi.
Lo voglio nonostante tutto: anche se devo lottare con un gruppo di ignoti invidiosi che cercano di soffiarmelo (ladri della cassetta postale), anche se diventa sempre più costoso, anche se si sottopone a strane diete che lo assottigliano d’improvviso. Esagero? Chiedetelo al mio ragazzo, che ormai si è rassegnato: tra di noi ci sarà sempre un Vanity Fair di mezzo. Persino a letto, come barriera fisica.
Spiegare questo attaccamento incondizionato e, lo riconosco, un filo infantile, è complicato. In fin dei conti VF è un settimanale femminile che potrebbe confondersi nel mucchio delle tante riviste in circolazione. Ho detto potrebbe, badate bene. Perché mi tiene incollata a sé come un cagnolino scodinzolante al suo padrone?
Eccole, tutte le mie personalissime ragioni:
- Non è un ‘pappone’, ma fa riflettere: si legge in scioltezza dal principio alla fine, non appesantisce, e allo stesso tempo allarga la mente.
- Alcuni articoli sono perle di stile e analisi: penne come Romagnoli, Erri De Luca, Manuela Dviri aprono la via alla comprensione della realtà con soave lucidità.
- Sta sul pezzo: intendo dire che è connesso con la stringente attualità.
- È femminile al punto giusto: civettuolo, curioso, complice, emotivo. Con uno spazio considerevole riservato alla irrinunciabile posta dei lettori. E addirittura Mina a rispondere. Sfioriamo l’apoteosi.
- È alla moda: ha classe e segue le tendenze, è patinato, puntuale, competente nel settore.
- È disparato nei temi e nella forma linguistica: schizza da un argomento all’altro e da una firma giornalistica all’altra, con naturalezza e vitalità.
- Ha alle spalle un editore dalla forza spropositata, Condé Nast: c’è da chinarsi al suo cospetto.

Di quando in quando, nel segreto della mia scrivania, getto semi fertili sul campo affamato del mio futuro e invio il cv al Direttore Luca Dini. Poi aspetto. Un’attesa lunga, continua, che viene interrotta ansiosamente da un nuovo invio. Mese dopo mese. Anno dopo anno. La lungimiranza, la determinazione, la fiducia, sono doti, dicono, che alla fine premiano.

5 commenti Gennaio 9, 2009

Un assaggio di Giappone

Niente tombola questo Natale. Nemmeno un sette e mezzo o una bestia stiracchiata. Nessun gioco in scatola o in consolle, niente di niente. In compenso siamo stati intorno a una tavola a ridere e masticare, ridere e sorseggiare, ridere e sgranocchiare. Fino alle 19. Poi una scappata in automobile per un assaggio di Giappone. Ho conosciuto una ragazza di Kyoto, in Italia ormai da 10 anni, che mi ha offerto un antipasto irresistibile, a base di cultura nipponica. Avevo la pancia pienissima, ma non potevo dire di no…
Ho scoperto che una sposa, nella terra del Sol Levante, trascorre ore e ore a truccarsi e acconciarsi. E che il più delle volte è una parrucca quella che le adorna la testa, una inconsueta e spregiudicata parrucca. E che ha bisogno di un valido aiuto per indossare il kimono adatto alla cerimonia. Anche il marito veste l’abito della tradizione e sembra un samurai.
Ho capito che la madre della sposa è l’organizzatrice tuttofare della sala, dei tavoli, del ricevimento intero. Guai a sgarrare, ne va della reputazione dell’intera famiglia.
Un fatto in particolare mi ha stupito: nella disposizione dei tavoli e nella scelta dei posti da assegnare, non vige la regola, come qui da noi, “prima i genitori, poi i parenti, a seguire via via gli amici e i conoscenti”, ma l’esatto contrario. Il tavolo vicino agli sposi spetta alle persone più ‘distanti’, a quelle che non conoscono gli altri invitati, a coloro che non sono in intima confidenza con la coppia e con i suoi familiari. Strano, vero? Ma nobile. Il pensiero è gentile, perché è rivolto a non mettere in disparte nessuno, a cancellare gli imbarazzi, a far sentire tutti coinvolti nella festa, a non creare emarginati o divisioni di sorta. Un gesto di altruismo nel giorno in cui si celebra l’amore di due soli individui.
Sono poi venuta a conoscenza di un’usanza insolita e, a mio parere, stressante. Gli sposi, dopo il matrimonio, hanno l’obbligo (morale) di ‘ricambiare’, acquistando dei regali per gli invitati, il cui valore equivalga almeno alla metà di quelli ricevuti. Ma non è finita: gli sposi devono consegnare i doni direttamente a casa dei familiari o amici e questi ultimi saranno lieti di ringraziare porgendo tè e dolcetti (da non consumare all’istante, ma da impacchettare e portare via).
Ho imparato che le cassiere, al bar o al supermercato, porgono il resto stringendo il denaro tra due mani, con cura e delicatezza, facendo attenzione a non gualcirlo…
Ho concluso che il Giappone non è la patria della spontaneità o degli abbracci, che non ama i gesti plateali e le manifestazioni d’affetto. Ma sa cos’è il rispetto, degli altri, del bene comune e delle regole; detesta i furbetti e i corrotti; insegna a dare valore a ciò che lo merita.
Un’ora trascorsa in compagnia di una ragazza giapponese mi ha ricordato i tempi di educazione civica, con la differenza che allora si trattava solo di fumose parole.

2 commenti Dicembre 26, 2008

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