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Niente tombola questo Natale. Nemmeno un sette e mezzo o una bestia stiracchiata. Nessun gioco in scatola o in consolle, niente di niente. In compenso siamo stati intorno a una tavola a ridere e masticare, ridere e sorseggiare, ridere e sgranocchiare. Fino alle 19. Poi una scappata in automobile per un assaggio di Giappone. Ho conosciuto una ragazza di Kyoto, in Italia ormai da 10 anni, che mi ha offerto un antipasto irresistibile, a base di cultura nipponica. Avevo la pancia pienissima, ma non potevo dire di no…
Ho scoperto che una sposa, nella terra del Sol Levante, trascorre ore e ore a truccarsi e acconciarsi. E che il più delle volte è una parrucca quella che le adorna la testa, una inconsueta e spregiudicata parrucca. E che ha bisogno di un valido aiuto per indossare il kimono adatto alla cerimonia. Anche il marito veste l’abito della tradizione e sembra un samurai.
Ho capito che la madre della sposa è l’organizzatrice tuttofare della sala, dei tavoli, del ricevimento intero. Guai a sgarrare, ne va della reputazione dell’intera famiglia.
Un fatto in particolare mi ha stupito: nella disposizione dei tavoli e nella scelta dei posti da assegnare, non vige la regola, come qui da noi, “prima i genitori, poi i parenti, a seguire via via gli amici e i conoscenti”, ma l’esatto contrario. Il tavolo vicino agli sposi spetta alle persone più ‘distanti’, a quelle che non conoscono gli altri invitati, a coloro che non sono in intima confidenza con la coppia e con i suoi familiari. Strano, vero? Ma nobile. Il pensiero è gentile, perché è rivolto a non mettere in disparte nessuno, a cancellare gli imbarazzi, a far sentire tutti coinvolti nella festa, a non creare emarginati o divisioni di sorta. Un gesto di altruismo nel giorno in cui si celebra l’amore di due soli individui.
Sono poi venuta a conoscenza di un’usanza insolita e, a mio parere, stressante. Gli sposi, dopo il matrimonio, hanno l’obbligo (morale) di ‘ricambiare’, acquistando dei regali per gli invitati, il cui valore equivalga almeno alla metà di quelli ricevuti. Ma non è finita: gli sposi devono consegnare i doni direttamente a casa dei familiari o amici e questi ultimi saranno lieti di ringraziare porgendo tè e dolcetti (da non consumare all’istante, ma da impacchettare e portare via).
Ho imparato che le cassiere, al bar o al supermercato, porgono il resto stringendo il denaro tra due mani, con cura e delicatezza, facendo attenzione a non gualcirlo…
Ho concluso che il Giappone non è la patria della spontaneità o degli abbracci, che non ama i gesti plateali e le manifestazioni d’affetto. Ma sa cos’è il rispetto, degli altri, del bene comune e delle regole; detesta i furbetti e i corrotti; insegna a dare valore a ciò che lo merita.
Un’ora trascorsa in compagnia di una ragazza giapponese mi ha ricordato i tempi di educazione civica, con la differenza che allora si trattava solo di fumose parole.
Dicembre 26, 2008
Le attese offrono spunti di riflessione. In fila alla cassa del bar o allo sportello del bancomat, con il numeretto stropicciato in mano, aspettando la chiamata del medico o quella del fornaio, impalati in un parcheggio, a cronometrare il ritardo di un amico svagato. I frangenti di vita immobile, in cui impazienti lasciamo trascorrere il tempo, possono trasformarsi in mostre d’arte ‘umana’. Sono occasioni per scrutare gli sconosciuti che ci passano a tiro e fantasticarci su.
Ecco il frutto dei miei incontri casuali più recenti. Una ragazza bruna che parla tenendo il mento appiccicato al collo, schiacciandolo verso il basso, in maniera goffa. E con due occhi spalancati, che sembrano mangiarti quando si rivolge a te. Che buffa. Un adolescente dal look stracciato, dalla punta dei capelli a quella delle scarpe. Ma con le mani e le unghie perfette, lisce ed allungate, elegantissime. Una signora su di peso in bilico sui trampoli, tacchi con zeppe da circo, ma a suo agio come una modella. E un’altra con l’ombrello aperto sotto il sole. Una tizia con un look disperato, che indossa come se nulla fosse il famoso maglione con l’alce alla Bridget Jones. Le persone sono, siamo, così: comunicano sempre, volenti o nolenti, lanciano segnali e spunti che dall’esterno è bello cogliere, per ricamarci sopra una storia, un’idea, un articolo.
Dicembre 18, 2008
Che affare curioso è la vita. Trascorrono gli anni, aumentano le rughe, accadono avvenimenti eclatanti, ma i nostri discorsi rimangono gli stessi. Specialmente a dicembre, le parole e i pensieri si ripetono. Facciamo il resoconto dei mesi che ci siamo lasciati alle spalle e ci domandiamo, fintamente ingenui: “Cosa ci riserverà il futuro?”, “quali cambiamenti sconvolgeranno le nostre esistenze?”. Mentre ci si organizza per le feste, si appendono le palline sull’albero, si contano gli invitati, si scelgono i regali, si mettono a disposizioni case, si pianifica il Capodanno (“Ah, sarà indimenticabile, qualcosa di speciale”), si coltiva il solito sogno nel cassetto: vincere al superenalotto e ‘svoltare’, finalmente. Forse il 2009 ci porterà ricchezza, al di là della crisi preannunciata, o amore, e successi, tanti. Magari la fortuna ci bacerà, assicurandoci viaggi, sorprese, gioie crescenti.
Che cosa costa, crederci? Già li vedo, i milioni di occhi a seguire basiti i fuochi d’artificio, allo scoccare del primo gennaio… Speranzosi, emozionati, con la flebile illusione di un ‘miracolo’ prossimo. Con il bicchiere in mano, ci scambieremo abbracci, reciproci auguri di salute e serenità. Un parola impegnativa e ingombrante aleggerà sopra le nostre teste, la felicità. Al di là delle difficoltà oggettive, delle evidenze sconfortanti, delle previsioni nere e fumose, tutti noi guarderemo avanti con un pizzico di speranza. E l’oroscopo del 2009 sarà il nostro faro, un vademecum irrinunciabile.
Dicembre 9, 2008
Ne parlano i quotidiani, ne parlano i tiggì, ne parlano i media tradizionali tutti, ma in realtà è un fenomeno già vecchio… Tranne che in Italia. Mi riferisco agli outlet on line, quei negozi virtuali che offrono prodotti di marca a prezzi scontatissimi, da acquistare su Internet, e che i siti in questione recapitano direttamente a domicilio. E danno la possibilità, quando il pezzo richiesto non corrisponde alle proprie aspettative, di effettuare un cambio o di ricevere un rimborso. Ne esistono svariati di outlet del genere, da privalia, a buyvip, da saldiprivati a born4shop, che offrono ogni categoria di bene (vestiti, accessori, hi-tech, oggetti per la casa ecc.) e funzionano tutti allo stesso modo: inviano delle e-mail agli iscritti per avvisare che la vendita speciale di una certa marca ha inizio e che si protrarrà fino a un determinato giorno; a quel punto conviene affrettarsi se si desidera accaparrarsi le offerte, perché chi prima arriva, prima compra!
Le collezioni visibili nella vetrina di Internet vengono accuratamente descritte, con foto da ingrandire, dati tecnici, dimensioni, misure varie. E sono allettanti. Non lo dico tanto per dire, ma con cognizione, perché ho partecipato a molti di questi smerci virtuali (seppur mai comprando, finora) grazie a una collega fashion addicted che me li ha fatti conoscere qualche mese fa. È divertente navigare fra borse, scarpe, monili di innumerevoli fogge e sapere che non serve correre al negozio per aggiudicarsele, basta il tasto destro del mouse. Eppure, la stragrande maggioranza degli italiani ignora l’esistenza di questi negozi elettronici o li guarda con sospetto, diversamente da ciò che avviene in Usa, dove il mercato dell’e-commerce mette a segno numeri da capogiro, o in Francia, Inghilterra, Germania.
Dicembre 2, 2008
Non si fa che parlare di trentenni, della generazione dei ‘bamboccioni’, dei precari e così via. Oppure si spendono fiumi di inchiostro e di chiacchiere per definire l’orda adolescenziale: sempre più “youtubbata”, con la vita bassa, chat-dipendente, in costante connessione virtuale con il mondo. Poi, come è doveroso, si dedica attenzione ai bambini, alla loro infanzia passata tra vizi, nonni e tv. In un paese vecchio come l’Italia, non si può tralasciare il discorso sugli anziani, sulle loro solitudini e crisi economiche, sulla salute che comincia a incrinarsi. Ogni tanto qualche accenno è rivolto anche ai quarantenni e ai cinquantenni, considerati ancora giovani (i primi) e all’apice della carriera (i secondi). Eppure, mi chiedo: dei sessantenni non c’è nulla di interessante da dire? Possibile che siano così poco rilevanti sotto un profilo socio-culturale? Non credo, secondo me (e secondo Daria Bignardi che lo rivela su Vanity Fair) se la godono. Finalmente possono abbassare la guardia, alleggerirsi da stress di prestazioni varie, fregarsene dei successi da ottenere, smetterla di coltivare false speranze e aspirazioni, non stressarsi troppo per un fisico che cede alla forza di gravità. Pragmatici e lucidi al punto giusto, i nati negli anni ’40-’50 hanno tempo libero da gestire, hobby da assecondare, desideri realizzabili da soddisfare. Niente pareti di ghiaccio da scalare, ma rasserenanti distese di vita.
Novembre 27, 2008
Qualche giorno fa leggevo sul Corriere della Sera che l’anoressia è in calo, addirittura dimezzata negli ultimi 10 anni e che la bulimia è, ad oggi, la patologia alimentare più diffusa al mondo. Come se non bastasse, un nuovo tipo di disordine si affaccia minacciosamente sulla scena, si chiama Dai, acronimo per disturbo da alimentazione incontrollata. In pratica, significa mangiare tantissimo, ingurgitare migliaia di calorie in tempi brevi senza ricorrere poi al vomito; è un malessere che colpisce non solo le donne e non solo il target dei giovanissimi, ma anche chi si vede spuntare i primi fili grigi fra i capelli. Come a dire che la maturità anagrafica non corrisponde, purtroppo, a una acquisita consapevolezza e coscienza del proprio corpo. È vero.
Ho 30 anni e sono circondata da persone, mie coetanee, che saltano il pranzo, si sottopongono ad allenamenti estenuanti, rifiutano spuntini, vanno avanti a yogurt, si spaventano per inviti a cena non previsti, si sentono affaticate e spossate, con dolori allo stomaco, si defilano quando si parla di cibo (o peggio ironizzano su chi apprezza un buon pasto o gioisce per uno snack goloso). Non so se nel resto della loro giornata ristabiliscano un equilibrio sano con il loro organismo, ne dubito, ma le loro giustificazioni non stanno in piedi e mi riportano alla mente il travagliato periodo dell’adolescenza, quello dei giudizi estremi, irrazionali “sono grassa, è meglio non mangiare”. Manca il senso della misura. E infatti, sull’altro piatto della bilancia, troviamo l’esercito in continua espansione degli obesi, specialmente bambini. Piccoli grassoni che diventeranno grandi insoddisfatti… Parafrasando la famosa dichiarazione-canzone di Celentano, mi viene da dire: la situazione non è buona.
Novembre 26, 2008
Camminare sotto la pioggia, in questi giorni di inferno meteorologico, è un supplizio. Vortici d’acqua che inondano marciapiedi, spezzano rami, allagano tombini, creano pozzanghere e tu che riponi fiducia in un piccolo ombrello stropicciato… Ma dopo pochi passi le scarpe si inzuppano e così le gambe, almeno fino alle ginocchia e le automobili che spazzolano via l’acqua coi tergicristalli sembrano prenderti di mira. Non c’è riparo agli schizzi disordinati. Ho capito che è inutile affrettarsi, anzi è peggio. Più il movimento è rapido e più facilmente le ondate, che provengono da mille direzioni differenti, ti colpiscono.
Roma è impreparata alle intemperie, come i suoi abitanti. Tutti sono mogi, avviliti, preoccupati e il cattivo umore è diffuso. Quello che mi dà veramente sui nervi, quando percorro a piedi il tragitto che mi conduce a lavoro sotto il diluvio, non è tanto l’effetto ‘sciacquone’ sulla strada, ma l’ingombro esagerato dei secchioni dell’immondizia di nuova generazione. Occupano interamente il passaggio e si è costretti a scendere dal marciapiede se si vuole andare oltre. Trovo ridicolo il fatto che rappresentino un ostacolo per il pedone. Non starebbero meglio in spiazzi e slarghi appositi? O forse dovrebbero essere meno invadenti, di una misura che non intralci la camminata. Quando piove forsennatamente, abbandonare il marciapiede è un gesto avventato, equivale a un tuffo in piscina. E allora tutti prendono la macchina, il traffico va in tilt, si fa tardi, gli incidenti aumentano ecc ecc…
Novembre 13, 2008

Magari fossi un’americana, oggi, e d’ora in poi. Avrei una speranza. Avrei un sogno con le fondamenta. Avrei voglia di rimboccarmi le maniche e darmi da fare. Ci crederei al cambiamento. Nonostante le amarezze del presente, mi proietterei in avanti e comincerei a pensare seriamente a nuove fonti di energia possibili, a una sanità a portata di tutti, a un mercato del lavoro ricettivo e meritocratico, alla fine delle guerre, all’abbandono del razzismo, a un’economia flessibile. Mi sembrerebbe giusto fantasticare e agire.
Se avessi Obama come presidente mi sentirei più leggera… Ascolterei i suoi discorsi, seguirei la sua politica, mi affiderei a lui. La sua storia mi parlerebbe di coraggio, intelligenza, determinazione. E mi commuoverei per un ideale.
Mi spiace che Barack non sia il mio presidente. Come tanti italiani sono diventata pessimista sulle sorti del paese, dove sembra che tutto vada a rotoli e che di veri riformatori non ci sia neanche l’ombra. Eppure, se è vero che l’America è in grado ancora di modificare i destini del mondo intero, di influenzare la politica globale e imprimere il segno sulle sorti comuni, allora è lecito illudersi un po’ e aspettare che l’era del cambiamento arrivi anche qui (per i nostri figli o per i figli dei nostri figli).
Novembre 6, 2008

Sarà un caso. Da quando ho lasciato casa dei miei genitori e mi occupo personalmente (cioè con il mio portafogli) di fare la spesa, sono diventata vigile, moderata, attirata da qualsiasi forma di offerta, sconto, promozione. Dicevo, sarà un caso che ciò sia coinciso con i tempi della crisi generale, che ricade principalmente sulla fascia media della popolazione e che mi fa sentire in buona compagnia. Mentre io mi butto senza esitazioni sui 3×2, sulle sottomarche e sulle soluzioni più economiche, anche tutti gli altri fanno lo stesso.
Si leggono le etichette, si perde tempo a valutare il prezzo di una certa quantità di prodotto con un altro che costa maggiormente ma ha 30 grammi in più! Si pondera, si medita, si aspetta a comprare;altro che acquisti di impulso. Siamo diventati tutti ragionieri del carrello della spesa.
Credo che in questo periodo gli italiani leggano di più. Peccato che il loro desiderio di conoscenza non sia rivolto a quotidiani o romanzi, ma ai fascicoletti pubblicitari dei vari supermercati, quelli che ci ritroviamo nella buca della posta e che presentano una raffica di ribassi e prezzi convenienti. Una volta si buttavano a pie’ pari, oggi non solo si conservano, si memorizzano…
Su Il Messaggero di qualche giorno fa leggevo che le persone hanno cominciato a rivalutare le scatole di fagioli, soprattutto dopo la seconda settimana del mese, quando lo stipendio via via si assottiglia. Scorte di fagioli cannellini per i tempi più duri. Io ho un altro metodo di sopravvivenza: patate in tutte le salse, lesse, arrostite, schiacciate, fritte… Mai farsele mancare dalla dispensa.
Ottobre 26, 2008
Ogni volta è protesta. A ogni cambio di governo, a ogni iniziativa del nuovo ministro dell’istruzione, a ogni manovra finanziaria, scatta il putiferio. E, sempre, la sommossa sembra doverosa, lecita, sacrosanta. Oggi la Gelmini è messa al patibolo per il decreto 133 che ‘intima’ di tagliare i fondi per scuole e università pubbliche, chiede ai privati di entrare maggiormente nelle istituzioni scolastiche, spinge a favore del maestro unico alle elementari, riporta in auge il grembiule e (apriti cielo) suggerisce la creazione di una classe dedicata ai bambini stranieri che non padroneggiano la lingua italiana.
Sindacati, studenti, professori, l’opinione pubblica in generale, di sinistra ma anche di destra, si è indignata. Eppure, ho l’amara convinzione che non servirà a nulla… Quante occupazioni si sono succedute nel corso degli anni? Ho ancora il ricordo delle lezioni interrotte, dei professori che discutono con i manifestanti, della palestra trasformata in un corteo. Le aule semivuote, gli striscioni avvelenati fuori ai cancelli, le visite della polizia a controllare che non avvenissero atti di vandalismo, la rassegnazione dei guardiani.
Avevo 15 anni la prima volta che la mia scuola è stata occupata e da allora, compreso il periodo universitario, le agitazioni, gli scioperi, le marce si sono avvicendati con una cadenza periodica. La rabbia dei giovani, il rammarico per un sistema che non funziona, la paura di vedersi privati del diritto fondamentale allo studio, hanno segnato il percorso di tutti noi. Ma il diritto di quelli che non vogliono perdere lezioni? E quello dei pendolari, che per trovare un posto decente nelle aule escono da casa all’alba? E ancora, quello di chi deve sostenere un esame, e se lo vede saltare davanti agli occhi? Non credo che occupare e rivoltare le università sia il modo giusto per far sentire la propria voce. Perché non presentare una proposta alternativa, un fascicolo con idee concrete e soluzioni fattibili? Perché non chiedere di essere ricevuti dal ministro in persona, o da un suo delegato, per discutere civilmente? Perché non incontrarsi in un luogo neutro e decidere una strategia di intervento sensata? Tanto per cambiare le università rimarrebbero in pace…
Ottobre 23, 2008
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