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Provate a immaginare di vivere un giorno da uomo (se siete donne) o da donna (se siete uomini). Vi svegliate domani mattina e non siete più voi, perché avete cambiato sesso. Come vi sentite? Quali sensazioni provate?
E’ il tema lanciato qualche giorno fa da una nota emittente radiofonica che ha scelto di “stuzzicare” il suo pubblico così. Le reazioni degli ascoltatori non si sono fatte attendere. Ve ne riporto alcune, cominciando da quelle delle donne: “Se fossi un uomo, mi darebbe fastidio avere quell’attributo lì, sarebbe scomodo” o “Che scocciatura farmi la barba!”. Meno concentrati sull’aspetto fisico, e più “impegnati” gli interventi del tipo: “Se fossi un uomo mi sentirei sicuro di me, forte e tutelato” e “Avrei meno paura”.
D’altro canto, gli uomini hanno puntato molto su un punto di forza indiscutibile delle donne…“Se fossi una donna mi prostituirei tutto il giorno e cercherei di sfilare soldi a palate agli uomini…” o “Starei tutto il giorno a toccarmi il seno”. Oltre al genere “donna = strumento di sesso”, molto in voga anche l’equazione “donna = mamma”: “Vorrei vivere l’esperienza della gravidanza e capire cosa si prova”.
Un’altra categoria di risposta che è andata per la maggiore è quella delle “donne = sanguisughe”: “Se fossi una donna vivrei alle spalle del mio uomo tutta la vita”.
Nello stesso periodo in cui la trasmissione radiofonica mandava in onda questi commenti, alcuni studenti italiani delle medie superiori svolgevano un tema sullo stesso argomento. Ma a differenza degli adulti, la maggior parte dei ragazzini ha scritto: “Le donne hanno una forza incredibile e sanno ottenere ciò che vogliono!” e “Essere donna è meglio, molto meglio!” e infine “C’è poco da fare, hanno una marcia in più!”.
Bisogna ammettere che gli adolescenti, quando vogliono, sanno trovare le parole giuste…
Marzo 2, 2008
Se vi dico “Dead Poets Society” cosa vi viene in mente? E il titolo “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” vi ricorda qualcosa? Scommetto che state brancolando nel buio… Si tratta di film famosi, nella loro titolazione originale: il primo è “L’attimo fuggente”, il capolavoro di Peter Weir del 1989 con Robin Williams, il secondo è “Se mi lasci ti cancello” del 2004 diretto da Michel Gondry, con Jim Carrey e Kate Winslet.
Come potete constatare da soli se masticate un po’ d’inglese, le traduzioni italiane sono del tutto lontane dal significato auentico. E se “L’attimo fuggente” mantiene quantomeno un alone di mistero e pregnanza, “Se mi lasci ti cancello” è del tutto fuorviante… fa pensare a una commedia dozzinale e priva di spessore, mentre in realtà la pellicola di Gondry è così poetica e sofisticata da meritarsi un posto d’onore nella classifica dei migliori film degli ultimi 10 anni.
Mi sono sempre chiesta chi fossero gli autori di certe scellerate traduzioni e perché si volesse a tutti i costi trasformare i film più ricercati in prodotti commerciali, adatti solo al pubblico di massa. Ecco qualche altro esempio di invenzione cinematografica nostrana : “Ti odio, ti lascio, ti…” (titolo originale: “The Break Up”, ovvero “La fine di una relazione”), “Che pasticcio, Bridget Jones!” (titolo originale: “Bridget Jones: the Edge of Reason”, vale a dire “Bridget Jones: l’età della ragione”), “Mamma ho perso l’aereo” (titolo originale: “Home Alone”, cioè “A casa da solo”), “Il tempo delle mele” (titolo originale: “La Boum”, ovvero “La festa da ballo”).
La lista è lunghissima e annovera sia film datati, come “Gioventù Bruciata” (titolo originale: “Rebel Without a Cause”) sia lungometraggi più recenti, come “Il profumo del mosto selvatico”, (titolo originale: “Walking Through the Clouds”, cioè “Camminando sulle nuvole”).
Fortunatamente la pratica di stravolgere il significato dei titoli originali non è in uso solo da noi italiani. Pensate che “La ciociara” di Vittorio De Sica è diventato, per il mercato estero, “Two Women”, “Due donne”. Stavolta è proprio il caso di dire che “tutto il mondo è paese”.
Febbraio 20, 2008

È bello lavorare e non accorgersene. Fare qualcosa che non sembra un lavoro, ma piuttosto un divertimento, come partecipare alla Fiera “Lucca Comics and Games 2007” che si è svolta a Lucca dal 1 al 4 novembre scorso. Si tratta di un evento colorato, giocoso, pieno di fantasia e creatività. È rivolto a chi ama balloon e strisce, bozzetti e cartoons, matite e pennarelli.
Le mansioni che ho dovuto svolgere durante l’evento sono state uno spasso: scattare fotografie a ragazzi in maschera, ammirare fumetti e riviste da collezione, passeggiare per il centro storico della cittadina toscana, estrarre i numeri fortunati di una lotteria a premi. E poi rilasciare interviste, osservare in diretta gli schizzi dei disegnatori più in gamba del panorama italiano, rivolgere domande a fan scatenati, acquistare riviste e accessori originali. Ma l’attività che, in assoluto, mi ha entusiasmata di più, è stata la caccia ai cosplayers.
Il CosPlay, (acronimo per costume playing, dove “playing” ha la duplice valenza verbale di gioco e recitazione) è un fenomeno di costume molto popolare tra i “fumettari”, che consiste nel vestire i panni del proprio beniamino della carta stampata. Il cosplayer è colui che interpreta il ruolo del suo idolo, non solo imitandone il look in ogni dettaglio, ma anche le movenze. Il suo obiettivo è stupire, attirare l’attenzione e suscitare simpatia. Qua e là per la fiera si aggiravano tanti miti dei cartoon di ieri e oggi, da Licia e Mirko, a Spider-Man, fino a Naruto e Nana. Ogni travestito posava con orgoglio davanti agli obiettivi delle macchine fotografiche e lanciava grandi sorrisi.
I miei costumi preferiti? Quelli fatti di teschietti, pizzi e merletti, a cavalcare la tendenza in auge della moda gotica, con un debole per le borsette ispirate a “Nightmare before Christmas”.
La Fiera del fumetto di Lucca si svolge da circa 40 anni, e continua a richiamare folle di persone da tutto il mondo. Il prossimo weekend di Ognissanti tenetevi liberi, c’è un mondo di inchiostro e “nuvole parlanti” che vi aspetta.
Novembre 12, 2007
Sono contraria ai luoghi comuni. Non mi piace giudicare in base alle apparenze. Vado oltre la prima impressione. Eppure quello che si dice dei francesi (che sono troppo snob, poco accoglienti, molto nazionalisti ecc.), non è così lontano dal vero…
Ho di recente soggiornato a Cannes per una settimana e mi sono imbattuta in persone molto spigolose. La prima sera, in un ristorante, la cameriera voleva a tutti i costi rifilarmi una cotoletta alla milanese al posto di un piatto di cozze. “Lei l’ha ordinata, ora se la mangia!”. Quando il clima si è surriscaldato, è intervenuto il gestore del locale. Ma invece di scusarsi per il comportamento brusco della giovane, ha calcato ancor più la mano: “Ormai la carne è cotta, non possiamo buttarla!”.
In hotel hanno riservato a una mia collega una camera ridicola, con un armadio dalle dimensioni minime, che ricordava il guardaroba di una bambola. Alla sua richiesta di cambiare stanza, pagata una cifra spropositata, è seguita una sequela di proteste e accuse.
Il giorno successivo, trovare un parcheggio adatto alle nostre necessità è stata un’impresa: una serie di informazioni incomplete e approssimative ci hanno costretto a girare in macchina per un’ora e mezza senza meta. Durante un aperitivo tra amici, il ragazzo che ci serviva non ha fatto altro che sbuffare, “scaraventare” i bicchieri sul tavolo, continuare a parlare francese nonostante ci rivolgessimo a lui in inglese.
Poi tanta aria di sufficienza e superiorità, pochissima disponibilità a socializzare, molta maleducazione. Il mio viaggio di lavoro Oltralpe è stato caratterizzato da uno smisurato livello di acidità. Forse è stata solo una questione di sfortuna e di coincidenze negative, ma sarà dura modificare l’idea che mi sono fatta. E in fondo in fondo provo una soddisfazione immensa quando ripenso alla finale dei mondiali dell’estate scorsa.
Novembre 6, 2007
Sono passati 25 anni da quando è nato. Nel corso del tempo ha cambiato look, si è trasformato per stare al passo con le novità, è maturato. Ma non ha mai rinunciato alla sua schiettezza e al suo modo speciale di comunicare. Con fantasia, spensieratezza e un pizzico di irriverenza è riuscito a entrare nella vita delle persone. Il suo sorriso disarmante ha conquistato proprio tutti, anche se per osservarlo bene occorre piegare un po’ la testa a sinistra…
Di chi sto parlando? Provate a digitare sulla tastiera del computer il simbolo dei due punti, il trattino e infine la parentesi tonda, senza lasciare nessuno spazio. Spunterà fuori la sua “faccia” inconfondibile 
È lo “Smiley”, il mitico simbolo utilizzato nelle comunicazioni elettroniche per intendere, senza rischio di equivoci, “sto sorridendo”. Creato da un tale Scott E. Fahlman, professore della Carnegie Mellon University, nel 1982, per indicare un messaggio ironico, il mitico “sorrisetto” è rimbalzato col tempo di computer in computer, atterrando persino sugli schermi dei telefonini e sulle pagine dei libri. Con lui non servono parole per capirsi, è un linguaggio universale, un segno di accondiscendenza, simpatia e divertimento, utilizzato soprattutto dalle generazioni più giovani. Oggi le varianti di “Smiley” in circolazione sono numerose… c’è quello che strizza l’occhio, quello che fa la linguaccia, quello che tiene la bocca cucita. Ognuno ha un messaggio inequivocabile da trasmettere e una forza espressiva senza eguali. Altro che chiacchiere.
Settembre 24, 2007

Da pochi giorni è uscito nelle librerie italiane un libro-faro per tutti coloro che, volenti o nolenti, trascorrono buona parte delle loro giornate in ufficio. Si intitola “Lavorare con te mi sta uccidendo” (Sperling & Kupfer) e raccoglie una serie di utili avvertenze e suggerimenti per scampare ai mostri che si aggirano tra le scrivanie di tutto il mondo.
Come si fa a riconoscere e fronteggiare queste figure insidiose, causa di stress e mal di testa feroci? Secondo le autrici Kathi Elster e Katherine Crowley, basta osservare le loro mosse e stare attenti alle loro reazioni.
Qualche esempio? Il Sabotatore è colui che soffia agli altri la carriera, gli amici, il partner, in maniera subdola e strisciante: va tenuto a debita distanza. La Bomba è capace e scaltra, ma talmente nevrotica da schizzare per un nonnulla ed esplodere. Meglio non contraddirla mai…
Lo Sconfinatore è il tipo che si “allarga”: legge la tua e-mail, usa il tuo telefono, si siede al tuo posto. Parola d’ordine: non dargli eccessiva confidenza, già se la prende da solo!
E i Capi, categoria di per sé ultra bistrattata? Che caratteristiche hanno? C’è il Vacca Sacra, consapevole di non sapere un tubo ma con influenti amici alle spalle, che passa la vita cercando di dimostrare che non è una testa vuota, oppure l’Adorabile Bugiardo, che non ha scrupoli e passerebbe sopra persino a sua madre pur di centrare gli obiettivi prefissati.
Il campionario è vasto, accontenta davvero tutti i gusti. Se vi accorgete che il mal di stomaco in ufficio si fa più frequente, che la cervicale vi tormenta e la pressione sale alle stelle, guardatevi intorno e cominciate a passare ai raggi x i colleghi. Magari dietro a quella faccia acqua e sapone o a quel caffè offerto col sorriso sulle labbra si nasconde un sinistro presagio… Occhi ben aperti e cautela: farsi “uccidere” da un vostro compagno di sventura sarebbe il colmo!
Maggio 24, 2007

Soste al limite della decenza, strombazzate di clacson, passaggi in varchi ztl, manovre serpentine… La giornata dell’automobilista romano è costellata da peripezie stradali più o meno lecite, e dalla sensazione che, un giorno o l’altro, arriverà una multa stratosferica a placare ogni esuberanza al volante.
Sono soprattutto i parcheggi, diciamo così, fantasiosi, a far lievitare il numero delle sanzioni sui lunotti e sui parabrezza dei veicoli nella capitale. Quante volte ci è capitato, infatti, di lasciare la macchina in un posto azzardato sperando di non trovare l’odiatissimo foglietto incastrato nel tergicristalli?
Eppure, incredibile ma vero, esiste una multa innocua e persino simpatica.
Direte voi “nessun multato al mondo può divertirsi a perdere denaro!”, ma la multa-advertising (vale a dire la multa-pubblicità) fa ridere perché in realtà non è una sanzione vera e propria. È un finto biglietto di parcheggio che serve a promuovere concerti gratuiti, ideato dall’agenzia Impact Communications.
Alcuni ignari automobilisti canadesi si sono ritrovati “multati” per scherzo. Sulla loro macchina parcheggiata è stato lasciato un ticket, del tutto simile a una sanzione, in cui si mostravano le date dei concerti che si sarebbero tenuti di lì a breve in quella zona e si specificava che, dato che si trattava di eventi gratuiti, non c’era nemmeno bisogno di pagare il biglietto per assistere!
Il creativo gruppo di pubblicitari voleva attirare l’attenzione di donne e uomini in maniera più incisiva che servendosi di semplici volantini o affissioni stradali, e ci è riuscito! Almeno a giudicare dalla reazione degli “scampati” alla multa: dapprima arrabbiati (quando si avvicinavano alla macchina e individuavano la presenza del biglietto), poi increduli (una volta che scorrevano tra le righe dello stesso), infine divertiti (quando scoprivano che si trattava di semplice pubblicità!).
Chissà se questa buffa trovata arriverà mai in Italia. Per ora dobbiamo accontentarci dei volantini tradizionali o, al massimo, di quelli legati agli specchietti laterali con elastici a molla (a prova di vento e intemperie!).
Maggio 14, 2007

La rivista Forbes ha di recente stilato la top 10 dei divorzi celebri d’oro. A salire sul gradino più alto del podio è l’ex campione di basket Michael Jordan, che ha dovuto sborsare alla sua ex più di 150 milioni di dollari dopo la fine del loro matrimonio durato 17 anni. Un record nella storia dello spettacolo, di cui la stella della pallacanestro, abituato a centrare traguardi ben più prestigiosi, avrebbe volentieri fatto a meno…
Neanche il pluripremiato regista Steven Spielberg sfigura in questa classifica singolare: la cifra versata all’ex consorte per chiudere il loro idillio amoroso ha toccato i 100 milioni di dollari, 50 in meno di quanto è uscito dalle tasche del cantante Neil Diamond, costretto a staccare un assegno di 150 dollari tondi tondi.
Altri nomi illustri figurano in questa hit dei vip scoppiati e paganti: Harrison Ford, Kevin Costner, Paul McCartney, James Cameron, Michael Douglas.
All’ultimo posto della classifica spicca una figura leggendaria, il frontman dei Rolling Stones, Mick Jagger, che a furia di urlare al microfono e saltare su e giù dai palchi di tutto il mondo ha finito col trascurare la sua vita privata. Nel 1999 per separarsi dall’ex moglie, Jerry Hall, versò la modica cifra di 18 milioni di dollari. Bruscolini…
La libertà ha un caro prezzo, è risaputo. Ma questo non ha impedito alle star su citate di rimettersi in gioco e buttarsi in nuove storie d’amore, non curanti del rischio che potrebbero correre un’altra volta. In fondo non si chiamerebbero “VIP” se si comportassero come i comuni mortali.
Un italiano medio, insoddisfatto del suo matrimonio e con tanta voglia di mandarlo in malora, il più delle volte è disposto a ingoiare bocconi amari ed accettare una moglie-nemica piuttosto che versare fior di quattrini per avvocati, mantenimenti, estinzione di mutui. E si parla di (appena) qualche migliaia di euro…
Il romanticismo lascia il posto ai conti fatti con la calcolatrice alla mano.
Anche il divorzio è una roba da ricchi, in questa società di “buffi” e finanziamenti.
Maggio 6, 2007
Che l’abbiano trascorsa sulle spiagge affollate del litorale o sui colli che circondano la città poco cambia, i ragazzi romani hanno vissuto la loro Pasquetta 2007 a tutto gas.
Hanno invaso gli spazi alberati, preso d’assalto i parchi più in voga, occupato ristoranti, fraschette e trattorie.
Tutti insieme, gruppi di amici e parenti, comitive di conoscenti e colleghi. Rumorosi e spavaldi, spensierati e confusionari.
Allegre combriccole, “caciarone” come non mai, con la voglia di ridere, giocare, assaporare fettine di coratella e panini farciti. E senza dimenticare il look da scampagnata: jeans a vita bassa (a volte bassissima, fin sotto gli slip per i ragazzi più hip-hop), All Star multicolor ai piedi, ombelichi al vento per le più smilze e bicipiti in bella vista per i tipi dal muscolo scolpito.
Poi occhiali da sole di tutte le fogge: a goccia, a mascherina, vintage, da diva anni 60’, da Top Gun de’ noantri. E vino rosso per brindare, grigliate e salsicce per i palati più rustici, partitelle di calcetto per i maschi col pallone nelle vene. Mentre le ragazze sdraiate a rubare tutti i raggi del sole, in costume le più ardite. Ma niente creme solari perché “(…) ancora mica scotta”.
Poi due passi per digerire, un tiro di frisbee, qualche partita a schiaccia sette, “sì, ma senza eliminazione!” e corse a perdi fiato, sfide a ruba bandiera, una briscola e tre sette per recuperare le forze e un pisolino all’ombra che “…ce sta tutto”.
Non mancano la musica di sottofondo e i cori improvvisati che accompagnano lo strimpellare di una chitarra. Qualcuno ha l’iPod nelle orecchie e qualcun altro osa immergere i piedi nell’acqua del mare…
Tutti i ragazzi romani, a Pasquetta, sognano l’estate che verrà e l’inizio delle vacanze. E maledicono il martedì successivo, perché si ricomincia col lavoro, lo studio, la fatica. Ma molti di loro si sono premuniti, perché hanno chiesto un permesso strategico oppure si “sono buttati” malati. In fondo lo stress del rientro, incolonnati sull’Aurelia o sulla Pontina per 2 ore di fila, può essere combattuto solamente con una terapia d’urto: una dormita senza interruzioni, l’indomani mattina.
Aprile 15, 2007

Risale a pochi giorni fa la notizia che, a Napoli, dieci giudici di pace hanno annullato multe a motociclisti senza casco perché stressati.
I centauri indisciplinati sono riusciti a evitare l’ammenda, esibendo il certificato medico che attestava il loro stato di malessere ai tempi della multa.
Come se lo stress di una persona sia in relazione con l’indossare o meno un casco…
La stessa giustificazione dovrebbe valere per qualsiasi infrazione compiuta del codice stradale. Pensate a scarichi di responsabilità del genere: “Non avevo la cintura di sicurezza allacciata perché mi sentivo agitato” o “Parlavo al cellulare senza auricolare perché avevo urgentemente bisogno delle parole di conforto di un amico” e così via.
Fatto insolito, inoltre, che lo stato depressivo sia stato riscontrato in contemporanea su diverse persone e che tutte abbiano avuto un certificato medico a disposizione per scagionarsi. Condivido le parole del comandante dei vigili urbani di Napoli, Carlo Schettini, secondo il quale “… a un motociclista che dichiara al giudice di pace di essere affetto da stress psicologico dovrebbe essere vietato di andare in moto finché ha questo tipo di problemi”. Altro che casco sì e casco no…
Pensando a Roma e allo stratosferico numero di due ruote in circolazione, un moto di orgoglio cittadino mi assale. In fondo nella capitale è assolutamente raro incontrare motociclisti senza casco (che sia allacciato o meno è un altro discorso!) e anche qui le temperature sono miti, le giornate assolate e la voglia di ciondolare col vento tra i capelli smisurata. Ma, una volta tanto, la legge viene rispettata e non sono i romani le pecore nere dei sondaggi.
Ritornando a Napoli e ai motorini… Mi sono sempre chiesta come possano circolare impuniti, tre o addirittura quattro persone su uno stesso motorino. Padri con figli, madri con bambini e mariti, interi nuclei famigliari appollaiati su sellini esigui e volanti traballanti. E con che faccia tosta sfrecciano tra le automobili in fila e gli incolonnamenti vorticosi! Sarebbe interessante conoscere la scusa che addurrebbe un padre di famiglia “pizzicato” a trasportare moglie e prole sul suo scooter. Non mi stupirebbe un’affermazione del tipo: “I miei figli avevano un’interrogazione importante e non potevano rischiare di rimanere imbottigliati nel traffico. Guardi il registro di classe se vuole la prova!”, oppure “I miei bambini soffrono di claustrofobia e la macchina è pericolosa per la loro salute!”. Non mi stupirei più di tanto…
Aprile 10, 2007
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