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Una siciliana dal temperamento bollente. Ma anche timida. Alle volte gattina ferita, alle volte pantera.
E’ apparsa così Carmen Consoli sul palco dell’Auditorium, in questa serata romana di gennaio. Contraddittoria.
Dapprima soffice e intima quasi ad accarezzare le note della sua chitarra, poi d’improvviso la voce si fa graffiante e rabbiosa. Sensualissima sempre.
Quando canta ondeggia, si fa sinuosa, le anche accompagnano la melodia, saltella ogni tanto, si passa la mano tra i capelli ornati con una mollettina fatta di brillantini.
Impugna la chitarra come se fosse un’arma, con forza e sicurezza. La strapazza se vuole. Per fortuna ne ha disposizione 5 tutte per lei stasera.
E’ un po’ bambina e un po’ signora Carmen. Miagola al microfono, ammicca, il pubblico è cotto.
Intona i versi malinconici di una lingua lontana, un dialetto sconosciuto, la platea è spiazzata, innamorata.
E’ vestita di nero, con degli stivali dai tacchi che svettano. Ma sopra quell’altezza si sente a suo agio, disinvolta. Quando è stanca se li sfila e rimane scalza. Da vera ragazza impertinente.
La sua voce: mai un’esitazione. Calda, morbida, all’occorrenza strillata o profonda, a interpretare ogni testo con passione e personalità. Una primadonna splendida. Da sola sulla scena non ha bisogno d’altro.
Arrossisce, invece, nelle chiacchiere con gli spettatori. Tra un brano e l’altro Carmen si affretta a pizzicare le corde della chitarra e ricominciare. Niente conversazioni complici con il pubblico. I fan si aspettavano due parole in libertà, uno scambio di impressioni per entrare ancora più in contatto con la cantantessa. La Sala Petrassi, in fondo, è il contesto ideale per creare un’intimità…
Una pioggia di emozioni e brividi, comunque.
Gennaio 12, 2008

Racchiusi in un’ora e quaranta minuti filati, dialoghi immaginari, musiche di un tempo, considerazioni e ricordi malinconici, balletti e gag umoristiche. Christian De Sica veste i panni di un attore (e attore lo è sul serio!) che si abbandona al resoconto lucido e giocoso della propria carriera.
“Parlami di me”, il musical diretto da Marco Mattolini, scritto da Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime, in scena al teatro Sistina fino all’8 aprile, sembra la vera autobiografia di Christian, perché non mancano i riferimenti al celebre papà regista, Vittorio, né ai tanti incontri fortunati che hanno arricchito la sua vita.
Lo spettacolo è una celebrazione del teatro a tutti gli effetti, un inno al varietà, all’avanspettacolo, alla commedia musicale alla Garinei e Giovannini. Un’orchestra di ventidue elementi diretta dal maestro Marco Tiso, in grande spolvero, accompagna le esibizioni canore di De Sica, che tra un “Roma nun fa la stupida stasera” di Trovajoli, un mambo alla “Pane, amore e…” e un repertorio jazz d’annata, intrattiene il pubblico con scioltezza, senza mai perdere la sua rinomata verve.
Insieme a lui, un cast di 12 attori, tra cui l’amico di sempre Paolo Conticini e la grintosa Laura Di Mauro, che non perdono l’occasione per mettersi in mostra.
La sostanza di “Parlami di me” è racchiusa nelle parole del suo autore, Maurizio Costanzo: “Entriamo all’improvviso nella vita di un primo attore. E da quel momento lo seguiamo, avendo addirittura la possibilità di leggere i suoi pensieri, di capire la sua psicologia, le ansie, le speranze, gli orgogli e i capricci”.
De Sica non ha spazio per dire altro rispetto a quello che tutti sanno. Racconta una storia cucita su misura per lui, che il pubblico conosce già. Ricorda la sua infanzia, il teatro delle marionette, i primi incontri con Gino Cervi, Paolo Stoppa e Wanda Osiris. Mostra foto in bianco e nero che commuovono, prende in prestito Shakespeare, Goldoni, Checov, si lancia in performance musicali italiane e straniere straconosciute e apprezzate.
Lo show, seppur scorrevole e ben congeniato, descrive il passato e il presente del teatro senza aggiungere un pizzico di novità o suscitare un moto di sorpresa negli spettatori. Anche i riferimenti agli spot e alle battute televisive di De Sica sottolineano la mancanza di originalità nel testo e la volontà di non andare oltre la pura esaltazione del mondo dello spettacolo.
Uno spazio rilevante, nello show, è dedicato alla figura di Vittorio De Sica, al quale il figlio riserva un ringraziamento sincero e un affettuoso omaggio, riscaldato dagli scroscianti applausi dei presenti. Molto incisivi, inoltre, i costumi di scena, con un trionfo di paillettes, giacche luccicanti e abiti da gran sera, per esprimere al meglio la grandezza del teatro, la bellezza dell’arte e della musica. Anche la scenografia risulta particolarmente espressiva, con tanto di pedane ruotanti, proiezione di immagini evocative, bastoni che “piovono” dall’alto e scalinate a chiocciola.
Una prova personale convincente per l’attore romano, che dimostra di saper cantare, ballare e recitare con disinvoltura, ma un’assenza di coraggio da parte degli autori, ancorati ai fasti del passato, e ben lontani dalla volontà di sperimentare e seguire percorsi nuovi.
Aprile 1, 2007

La tappa romana della manifestazione dedicata alle pubblicità più significative del mondo, non è stata altro che una sequenza ininterrotta di spot sullo schermo di un cinema. Dalle 10.30 fino a notte fonda, per una grande scorpacciata di advertising di qualità.
Divise in categorie: sociali, a sfondo erotico, gay friendly, contro le droghe, a effetti speciali, molte delle pubblicità proposte hanno provocato risate, stupore e consensi generalizzati.
Provo a descriverne qualcuna che ricordo.
1) Un uomo elegante e fascinoso cammina con un secchio in mano verso la sua auto. E’ in un garage e l’automobile è un modello sportivo extra lusso. Il tipo distinto si solleva le maniche della camicia e con uno straccio bagnato comincia a lavare la macchina. Ma mentre muove lo strofinaccio bagnato, la carrozzeria si riempie di graffi e strisciate. Lui insiste sul cofano, sulle portiere e si odono stridii, suoni acuti di sfregamento e abrasione. L’auto diventa un groviglio di raschiature e l’uomo continua a strofinare, soddisfatto. Alla fine compare il claim: Ogni giorno milioni di persone fanno lo stesso, coi propri denti, e il dentifricio reclamizzato fa il suo ingresso sul video.
2) Due ragazzi appesantiti e annoiati addentano i loro panini al tavolo di un fast food. Lui mangia ingordo, lei lo osserva scettica. A un certo punto la giovane si alza e con aria di sfida comincia a cantare e ballare, accompagnata da una musica dance di sottofondo :”Ti ho tradito con il tuo capo! Lui sì che è un uomo vero! Ha la macchina potente e soldi a palate!“. Mentre la ragazza esegue la sua performance, il ragazzo, all’inizio frastornato, comincia a muoversi al ritmo di quella canzone, a fare segno di sì con la testa, a battere i piedi seguendo il sound. Gli altri avventori osservano la scena divertiti e la ragazza, sempre più carica e convinta, conclude la sua esibizione con “… e poi lui mi bacia dove tu non hai mai fatto!”. Poi si incammina verso l’uscita e salta sull’auto decappotabile guidata dal boss. Il claim è una cosa del tipo “Il potere della musica!” e compare il logo di una famosa emittente radiofonica.
3) In un villaggio africano perduto nel tempo e nello spazio la popolazione è spaventata per l’apparizione di qualcosa di tremendo. Non si capisce cosa sia, la telecamera riprende solo ragazzini che scappano terrorizzati, adulti che si chiudono nelle loro capanne per nascondersi, gente in fuga. Tutti noi ci aspettiamo che una creatura orrenda si stia facendo strada, invece, colui che ha seminato paura e raccapriccio non è altro che… un anziano signore che cammina a apasso lento, con aria mesta. Il messaggio finale, commovente, recita: “L’aspettativa di vita in Africa è 40 anni. La popolazione non sa più qual è il vero aspetto di un vecchio…“.
La pubblicità che più mi ha scosso è quella che ha proposto una classica scenetta familiare all’interno di una macchina. Papà giovane alla guida, sorridente e premuroso. Mamma al suo fianco, bella e dolce. Dietro la figlioletta che gioca con una piuma a solleticare delicatamente il viso di sua madre. Intanto la voce di sottofondo fa: “Questi genitori vogliono così bene alla loro bimba… non le farebbero mai nulla di male… “. E d’un tratto, a spezzare con agghiacciante crudezza l’armonia del quadretto, la dinamica di un incidente. Il papà frena di botto e la figlia, senza cinture di sicurezza, è catapultata come un razzo addosso al vetro anteriore. Durante l’impatto la voce conclude il messaggio “(…) ma gliene fanno! Allacciare le cinture di sicurezza salva la vita!“.
Potrei proseguire a raccontare l’advertising dell’Honda che mostra tutti i passaggi di un circuito avveniristico, o quella delle console multimediali che sembrano i trailer di film apocalittici, o ancora quelle che promuovono l’uso del preservativo, ironiche, azzardate e fuori di testa. Invece mi soffermo su un’amara considerazione: tra le pubblicità presentate, quelle che conoscevo o avevo già visto in TV erano pochissime… Come a dire che il materiale di qualità è riservato alle rassegne, mentre la roba banale e priva di creatività alle nostre case…
Non ci meritiamo mai nulla di buono noi altri?.
Ottobre 22, 2006

C’è un signore con una grossa inventiva e un acuto senso dell’humour, che espone le sue opere d’arte proprio al centro di Roma.
E’ un tipo eccentrico e fuori dall’ordinario. La galleria in cui presenta i suoi lavori è un muretto. Per essere precisi, una serie di muretti che costeggiano il parco di Piazza Augusto Imperatore, alle spalle dell’Ara Pacis.
Il suo forte è richiamare l’attenzione dei passanti e rendere la loro passeggiata più divertente. Mentre lui se ne sta in piedi, a recitare come una litania le scritte impresse sulle pareti del museo che ha di fronte, la gente ammira le sue originali creazioni.
La sua è arte contemporanea al 100%, poiché utilizza solo materiali metropolitani: cartoni di latte vuoti, bottiglie di plastica consumate, spiccioli d’euro, sassi, mattonelle, buste di carta ecc.
Ogni sua opera fa o sorridere o riflettere, ed è accompagnata da un testo scritto di suo pugno che spiega il concetto che intendeva esprimere. Ecco qualche esempio: in un contenitore di vetro, chiuso, vi sono alcuni centesimi di euro e, accanto, la scritta “Rompere in caso di necessità“; vicino a una busta di latte accartocciata c’è la sigla “bed and breakfast“; sopra un muricciolo sgombro campeggia l’avviso “opera trafugata“.
Per non tagliare fuori nessun tipo di pubblico, l’artista dell’Ara Pacis fornisce anche la versione in inglese dei suoi testi. I turisti hanno il diritto come tutti di comprendere!
Le “opere” messe in vetrina sono numerose, improvvisate, argute. Tra una e l’altra si affaccia anche una specie di diario di bordo, aperto, con una penna lasciata lì per scrivere i propri commenti. Tra quelli che sono riuscita a sbirciare, c’erano solo complimenti (”Sei un genio!!!” oppure “Sei grande!”) firmati da studenti e visitatori.
Quando l’ho incontrato, mi sono domandata da quanto tempo fosse lì questo signore (giorni? mesi? anni?), se fosse un personaggio noto, se “vivesse” nel parco, se si spostasse qua e là per la città, se il suo obiettivo fosse semplicemente incuriosire, se la sua arte fosse il suo vero lavoro, se facesse altro nella vita e se sì cosa…
Un po’ come succede quando si va a vedere una mostra o una rappresentazione teatrale e ci si informa sul pittore, sugli attori, sugli artisti protagonisti, per capire di più.
Ma quando ho cercato informazioni sull’uomo dell’Ara Pacis, non ho trovato nulla su Internet, nemmeno un cenno…
Per questo ho deciso di dedicargli io qualche riga, per dirgli “bravo” e… “continua a far brillare gli angoli più suggestivi di Roma con i tuoi guizzi“. “Non se ne vedono mai opere d’arte come le tue“.
Ottobre 15, 2006
Era da qualche mese che ci pensavo… Dall’inizio dell’estate un pallino mi ballonzolava nella testa, insistente, e mi martellava: Anche quest’anno devi assistere allo spettacolo! A fine settembre devi ricordarti di andare a teatro per vedere “Attori in cerca d’autore“. Costi quel che costi non te lo puoi perdere!
Così, ieri sera, puntuale, ho fatto il mio ingresso al Teatro Valle e, con un po’ di affanno, mi sono assicurata un posto in poltrona.
Alle 20.45, con una puntalità scioccante, il sipario si è aperto e l’ideatore e direttore del festival, Ennio Coltorti, ha dato il là alla gara.
Attori in cerca d’autore esiste da 20 anni e la sua formula si è mantenuta vincente e affascinante nel tempo. E’ una rassegna aperta a tutti gli autori che hanno qualcosa da dire. Chi vuole, in Italia e nel resto d’Europa, può partecipare inviando il suo testo (lungo non più di 30 minuti e con non più di 3 personaggi) a info@attoriincercadautore.it e aspettare il verdetto.
I brani selezionati hanno la possibilità di essere interpretati da attori professionisti e di aggiudicarsi i 1.000 euro messi in palio (non una cifra da capogiro, ma visti i tempi…).
Le pieces teatrali rappresentate durante la gara sono sei e l’assegnazione del premio finale è affidata a un comitato di esperti del settore: critici, giornalisti, attori, appassionati di teatro. Ieri, tra gli altri, c’erano Dacia Maraini, Giorgio Albertazzi, Alessandro D’Alatri.
Il Valle era gremito di gente. Il pubblico seguiva con partecipazione. Gli attori sul palco davano l’anima. Io facevo segretamente il tifo per l’opera n.3 (”Come fosse l’ultimo“), quella più drammatica, ma strizzavo l’occhio anche alla seconda (”Casa Bracci“), piena di risate e caricature.
La rassegna mi piace particolarmente perché ha uno spirito lieve. Non c’è volontà di primeggiare o sgambettare sotto i riflettori, non c’è distanza tra pubblico e attori, non c’è ufficiosità o manierismo.
Per l’anno prossimo ho un progetto ambizioso: non solo assistere, ma partecipare. Manderò il mio testo e proverò a far parte di questo gruppo di innamorati dell’arte.
Tanto non ci credo che quello di ieri è stato l’ultimo capitolo della rassegna. Qualcuno ha parlato di addio, di tappa conclusiva, di giro di boa. Ma io sono tranquilla perché in sala si sono levati sonori moti di protesta e persino la giuria si è ribellata alla decisione di chiudere i battenti. Come si fa a dire basta a un evento buono e giusto?
Settembre 25, 2006
Vado con la domanda, a bruciapelo: “Come si fa a crescere e farsi vecchi, rimanendo giovani dentro”?
Ora non mi resta che aspettare… Tra qualche tempo un saggio dall’altra parte del mondo mi fornirà la risposta.
Chiusi nel cassetto ci sono tanti altri quesiti che bruciano nel petto: “Qual è il segreto più grande che nessuno ha mai svelato?”, “Perché gli uomini ricadono sempre negli stessi errori?”.
Per fortuna c’è www.droppingknowledge.org, il sito che raccoglie i dubbi più “spericolati” del pianeta. Non c’è limite alle domande che si possono inserire nel database di questo spazio web innovativo. Chiunque può condividere con gli altri i propri interrogativi e lasciare che qualcuno risponda.
Potrebbe essere la risposta di un filosofo, di uno scenziato, oppure di un artista di spicco, a convincerci e schiarirci le idee. Potrebbe anche darsi che la nostra domanda “stramba” ne inneschi delle altre, che sia la miccia per una discussione partecipe, che generi uno scambio di opinioni proficuo.
Mi piace il modo in cui il sito si presenta e parla di sé “Dropping knowledge is a way of asking and answering questions that recognizes multiple viewpoints. When you ask in order to understand, when you answer in order to share, you are dropping knowledge“. In sintesi: quando chiedi per capire, quando rispondi per condividere, tu stai diffondendo conoscenza.
E allora può darsi che la risposta più vera al mio interrogativo me la darà uno sconosciuto dall’altra parte del globo, che ha un’età, una cultura, un’esperienza di vita opposa alla mia. E il bello consiste proprio nello scambiarsi punti di vista, aiutarsi reciprocamente a comprendere le vicende che ci tormentano.
Il mio consiglio è: fateci un salto e seminate i vostri interrogativi… affidatevi al popolo della Rete.
Settembre 13, 2006

Chissà se le persone che mi stavano accanto, ieri sera, si sono accorte dei brontolii lamentosi che provenivano dal mio stomaco.
Forse hanno pensato che per me sia stato penoso rimanere lì, bloccata sulla poltrona coi morsi della fame.
La realtà è che non avrei mai lasciato a metà quello spettacolo sublime per placare i languori della mia pancia.
C’era così tanto da imparare, ascoltare e comprendere ne “Il sorriso di Daphne” che ne è valsa la pena guidare fino a Tor Bella Monaca, raggiungere il nuovo teatro della periferia romana e accontentarmi di un aperitivo volante consumato al bar.
“Il sorriso di Daphne” è una tragicommedia che trabocca di verità e scabrosità. E’ una storia di amore, dolore, consapevolezza e coraggio.
Il protagonista, interpretato da Vittorio Franceschi, anche autore dei testi, è capace di commuovere e far sorridere insieme, con mestiere e naturalezza.
La passione più grande di Vanni, professore di botanica sessantenne ridotto sulla sedia a rotelle, è Daphne: una creatura ammaliante, come la ninfa che fece innamorare Apollo, dalla bellezza fragile, che va protetta, adulata, conservata.
Vanni è un uomo arguto e geniale, pungente come la lama di un bisturi, ironico anche nella malattia.
Affascina la sua indole inquieta, la sua amara e lucidissima visione della realtà.
Rosa è sua sorella, una donna mite e acuta, che si dedica a lui completamente, accudendolo con generosità. Ma il suo rapporto con Daphne è conflittuale.
Sibilla è la studentessa che Vanni ha amato, la sua prediletta, la ragione del suo senso di colpa. Solo lei è degna di conoscere il segreto che avvolge Daphne e assaporarne l’essenza.
Daphne è una pianta dotata di una forza speciale, un esemplare unico al mondo, che ha una proprietà inconfessabile.
Può far morire. Nelle sue foglie preziose circola una linfa velenosa.
Vanni ha disperatamente bisogno di lei, per liberarsi da una fine straziante, segnata dal progredire irreversibile della paralisi.
Ha bisogno di addormentarsi dolcemente, di abbandonare la vita con dignità immergendo le sue labbra in quel nettare salvifico.
Ma ha anche bisogno di Priscilla, della sua mano ferma e coraggiosa, disposta a versargli il liquido letale.
Ho saputo che Il sorriso di Daphne tornerà a Roma, al teatro Valle, l’anno prossimo. Andateci se volete provare cos’è il riso amaro e il pianto tenero.
Maggio 12, 2006

E pensare che non ci volevo andare a vedere lo show di Fiorello “Volevo fare il ballerino“.
Non che avessi qualcosa contro di lui, ma 40 euro da spendere, così, di primo acchito, mi parevano troppi.
Poi è successo che i biglietti me li hanno regalati. Se la mettiamo così, mi son detta…
Partiamo dalla fine. Fiorello saluta e se ne va, il pubblico comincia ad avviarsi verso le uscite e io guardo l’orologio: è mezzanotte passata. Faccio qualche calcolo mentale e capisco che sono passate 3 ore filate, piene. Non me ne ero resa conto. Tra battute, imitazioni, canzoni, gag spiazzanti e passi di danza arronzati, Fiorello ha riempito il tempo con abilità e scioltezza, senza farci rimpiangere la cena saltata.
Fuori dal palazzetto osservo le reazioni della gente ed è tutto un sorriso, uno scambio di impressioni positive, di tentativi di sciommiottare questa o quella scenetta dello spettacolo.
Saliamo nelle macchine soddisfatti, con lo spirito leggero e siamo perfino propensi a stare mezz’ora bloccati nel traffico del parcheggio, tanto chi ci corre dietro? Possiamo occupare quei minuti raccontandoci com’è stato bravo Fiorello, e che grinta che ha, e madonna, ma non si è concesso nemmeno una pausa.
In quei frangenti in cui siamo sospesi, bloccati nelle nostre automobili, i discorsi imboccano anche binari paralleli: Allora aspettano una bambina! e Menomale che c’è stata questa donna a salvarlo e ancora E pensare che era partito col Karaoke.
Insomma, un consenso univoco.
Messa da parte l’euforia del post evento e dopo averci dormito sopra una notte intera, il mio giudizio rimane più che positivo.
La serata è stata divertente, composita, ben congeniata.
Al Fiorello cantante, comunque, preferisco l’attore.
I picchi assoluti, a mio avviso, sono stati i momenti di comicità pura: il patito di calcio e la moglie guastafeste, il ballerino frustrato che si trasforma in gru umana per sollevare e sostenere la danzatrice col tutù, l’Otello rivisitato in chiave moderna, Joaquin Cortes che molla Naomi Campbell colpevole di avergli “manomesso” i ferri del mestiere, i suoi stivaletti taccuti.
Anche il Fiorello imitatore è un bel vedere, perché riproduce non solo la voce dei personaggi famosi, ma anche la faccia, i tic, le smorfie. Quando si ingobbisce à la Cocciante o si soffoca nella nube tossica provocata dalle sue sigarette à la Camilleri è veramente gustoso.
Un bel colpo d’occhio è stato inoltre garantito dalla scenografia. Proiezioni, luci, ombre e pennellate di colore. Tutto vivace, tutto adatto al contesto.
Infine un elemento di folklore: il maestro Enrico Cremonesi, che dalle tastiere si dimenava, saltava come una molla impazzita, sbatteva la sua coda di cavallo arruffata su e giù. In più faceva la traduzione simultanea, in inglese, delle battute di Fiorello, a favore di John Turturro, seduto in prima fila ad assistere allo spettacolo.
Ah dimenticavo, tra i commenti di fine serata, intrappolati nelle nostre macchine, c’era anche questo: Ma davvero John Turturro vuole fare un film con Fiorello?
Maggio 7, 2006

Quello che si è tenuto domenica 30 aprile all’Auditorium di Roma non è stato un concerto qualsiasi, ma un concertone, per diversi motivi:
1) La sala che lo ha amorevolmente ospitato era quella più importante e maestosa, la Santa Cecilia.
2) Le poltrone erano tutte occupate.
2) Gli artisti a esibirsi sul palco erano due.
3) Il calibro dei due artisti sul palco era elevato.
4) I nomi degli artisti sul palco erano Ludovico Einaudi e Paolo Fresu. Alias un pianista dalla consolidata esperienza, autore di ballate evocative che raccontano storie e atmosfere lontane, e un jazzista di fama internazionale che ama sperimentare e “giocare d’azzardo” con la sua tromba.
Non mi reputo un’esperta di pianoforte, lo cerco in pochi, intimi momenti. Non sono una fan sfegatata del jazz, lo ascolto a piccole dosi. Ma una miscela musicale ben riuscita la so riconoscere.
Einaudi e Fresu eccellono nell’arte della fascinazione, si esprimono con un linguaggio straripante di emozioni, pungolano i sensi sia con la tecnica sopraffina che con la spontanea improvvisazione.
La prima volta che ho ascoltato Onde, ho subìto una folgorazione. Einaudi mi ha stregato in ogni singola nota di quell’album incantato, pezzo dopo pezzo.
E’ passato ormai qualche anno da quel primo incontro, ma la magia è sempre viva.
Fresu l’ho conosciuto solo pochi mesi fa e la sua vivacità artistica mi ha impressionato. Sembrava che la tromba fosse un prolungamento del suo braccio, una complice fedele e remissiva. Si piegava alla sua volontà, eseguiva i suoi inaspettati ordini, ligia, senza lagnarsi.
Due fuoriclasse di tale spessore, insieme, hanno “acceso” l’Auditorium, com’era prevedibile.
Ma la loro forza poetica, il loro viaggio musicale, sentito fin nelle viscere, ha forse lasciato poco spazio al brio e alla vivacità.
La loro esibizione ha rappresentato il trionfo dell’eleganza composta, della bellezza senza sbavature, delle sonorità raffinate.
Un pizzico di verve in più, però, non avrebbe guastato.
Maggio 3, 2006

Al concerto di Niccolò Fabi a Roma c’erano i suoi capelli, è vero. Tanti, aggrovigliati e scomposti. Ma poi c’era anche il suo straordinario talento, persino più invadente di quella chioma impossibile da tenere a bada.
Sul palco sembrava un gigante docile, elegante. Oltre alla sua musica, anche le sue chiacchiere improvvisate risultavano armoniose, piene di sostanza.
Le prime file di un teatro non sono la stessa cosa degli spalti di uno stadio. All’Ambra Jovinelli la gente sedeva composta, in rispettoso silenzio. Il suono arrivava nitido alle orecchie, pulito. La voce pura, incontaminata.
Ma non sono mancate (menomale) le eccezioni. Accenni di cori, applausi fuori dal copione e fischi di incitamento si levavano qua e là, colorando l’evento e rendendolo più “interattivo”.
Una ragazza accanto a me ha cantato a squarciagola tutti i pezzi, infischiandosene altamente della “compostezza” dell’auditorium. Il mio orecchio sinistro ha vacillato in più di un’occasione, preso di mira dalle sue scalmanate interpretazioni.
Difficile indicare i brani più intensi, i momenti più vibranti. “Costruire” mi stende quando l’ascolto alla radio, figuriamoci cosa ho provato a sentirla dal vivo. Per tutta la sua durata sono rimasta in trance, sospesa su una nuvola, sperando che non terminasse mai.
“Offeso” mi ha entusiasmata. Nessuno si aspettava che Fiorella Mannoia comparisse sul palco per un duetto da vibridi. Ballavano e cantavano insieme, l’allievo e la maestra, intendendosela a meraviglia. La gente ha dato, giustamente, in escandescenza.
“Se fossi Marco” mi ha divertita, soprattutto perché Fabi l’ha rivisitata con intelligenza e humour.
Che dire poi di “Lasciarsi un giorno a Roma“? E’ stata l’apoteosi. Tutti in piedi, tutti, a saltare, battere le mani, cantare.
Di tanto in tanto mi voltavo a sbirciare le reazioni del pubblico “illustre”. Qualche fila dietro di me Silvio Muccino dava l’idea di spassarsela. Aveva gli occhi vispi, il sorriso aperto, le mani occupate a scandire il tempo.
Mario Venuti, pochi posti più avanti, era invece assorto nella visione, concentrato.
Io alternavo attimi di contemplazione a istanti di euforia. Pensavo che la voce di Niccolò è calda, passionale, che i suoi testi sono densi di messaggi, che la sua musica è un po’ poesia.
Pensavo alle verità che racconta e nelle quali mi rispecchio.
“(…) ma il finale è di certo più teatrale
così di ogni storia ricordi solo
la sua conclusione
così come l’ultimo bicchiere l’ultima visione
un tramonto solitario l’inchino e poi il sipario
tra l’attesa e il suo compimento
tra il primo tema e il testamento
nel mezzo c’è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è sapere e potere
rinunciare alla perfezione”
Aprile 25, 2006
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