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Al concerto di Niccolò Fabi a Roma c’erano i suoi capelli, è vero. Tanti, aggrovigliati e scomposti. Ma poi c’era anche il suo straordinario talento, persino più invadente di quella chioma impossibile da tenere a bada.
Sul palco sembrava un gigante docile, elegante. Oltre alla sua musica, anche le sue chiacchiere improvvisate risultavano armoniose, piene di sostanza.
Le prime file di un teatro non sono la stessa cosa degli spalti di uno stadio. All’Ambra Jovinelli la gente sedeva composta, in rispettoso silenzio. Il suono arrivava nitido alle orecchie, pulito. La voce pura, incontaminata.
Ma non sono mancate (menomale) le eccezioni. Accenni di cori, applausi fuori dal copione e fischi di incitamento si levavano qua e là, colorando l’evento e rendendolo più “interattivo”.
Una ragazza accanto a me ha cantato a squarciagola tutti i pezzi, infischiandosene altamente della “compostezza” dell’auditorium. Il mio orecchio sinistro ha vacillato in più di un’occasione, preso di mira dalle sue scalmanate interpretazioni.
Difficile indicare i brani più intensi, i momenti più vibranti. “Costruire” mi stende quando l’ascolto alla radio, figuriamoci cosa ho provato a sentirla dal vivo. Per tutta la sua durata sono rimasta in trance, sospesa su una nuvola, sperando che non terminasse mai.
“Offeso” mi ha entusiasmata. Nessuno si aspettava che Fiorella Mannoia comparisse sul palco per un duetto da vibridi. Ballavano e cantavano insieme, l’allievo e la maestra, intendendosela a meraviglia. La gente ha dato, giustamente, in escandescenza.
“Se fossi Marco” mi ha divertita, soprattutto perché Fabi l’ha rivisitata con intelligenza e humour.
Che dire poi di “Lasciarsi un giorno a Roma“? E’ stata l’apoteosi. Tutti in piedi, tutti, a saltare, battere le mani, cantare.
Di tanto in tanto mi voltavo a sbirciare le reazioni del pubblico “illustre”. Qualche fila dietro di me Silvio Muccino dava l’idea di spassarsela. Aveva gli occhi vispi, il sorriso aperto, le mani occupate a scandire il tempo.
Mario Venuti, pochi posti più avanti, era invece assorto nella visione, concentrato.
Io alternavo attimi di contemplazione a istanti di euforia. Pensavo che la voce di Niccolò è calda, passionale, che i suoi testi sono densi di messaggi, che la sua musica è un po’ poesia.
Pensavo alle verità che racconta e nelle quali mi rispecchio.
“(…) ma il finale è di certo più teatrale
così di ogni storia ricordi solo
la sua conclusione
così come l’ultimo bicchiere l’ultima visione
un tramonto solitario l’inchino e poi il sipario
tra l’attesa e il suo compimento
tra il primo tema e il testamento
nel mezzo c’è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è sapere e potere
rinunciare alla perfezione”
Aprile 25, 2006

Omba-ye-gàa
Amba-ye-gheea.
E’ finita così ieri sera, con un mucchio di persone danzanti che intonava un coro incomprensibile dedicato all’energia e la spinta interiore. Dicono.
Il locale era pieno zeppo di gente, over 50 e under 30, che zompettava allegramente seguendo il ritmo di affascinanti tamburi nordafricani.
Si chiamano djembe, sono coni di legno ricoperti di pelle che, guidati da mani abili, producono sonorità suggestive.
Ascoltarne 15 tutti insieme, coordinati e in sintonia, faceva venire voglia di alzarsi e lanciarsi in pista. Purtroppo (o per fortuna) i miei tacchi di dieci cm, del tutto inadatti alla serata, mi hanno bloccata sugli spalti.
Quando le mani dei percussionisti si muovevano veloci, all’unisono, generavano un’energia contagiosa. Si intuiva che in quei gesti, in quel tappeto sonoro tribale si nascondeva la cultura di un popolo, la sua storia e la sua carica irruenta.
Galvanizzata da quell’atmosfera festosa, seguivo con curiosità la performance della mia collega, Cristina, che stringeva tra le gambe il suo oggetto prezioso e seguiva le indicazioni dell’insegnante. Era attenta, divertita, protagonista vivace del concerto. Da pochi mesi frequenta un corso di djembe e già va giù decisa coi colpi.
Durante l’esibizione ho scoperto che in Senegal questo tamburo di ebano è lo strumento più diffuso e amato. Quello più suonato durante le celebrazioni, gli eventi importanti, i raduni.
Non me l’ha spiegato nessuno, l’ho capito semplicemente guardando i due ragazzi africani al centro della scena: raggianti, emozionati, fieri.
Mi hanno catapultata in un’altra dimensione, fatta di colore, folklore, semplicità.
Se non fosse stato per i miei (ultraoccidentali) tacchi…
Aprile 9, 2006

“Maestoso questo!” dice la signora distinta, dall’aria intellettuale, al marito un po’ duro d’orecchi che le sta a fianco.
Stanno osservando una delle tante opere di Modigliani, esposte a Roma nel complesso del Vittoriano.
“Brutto però!“ribatte lui, netto. Lei alza le spalle e passa al quadro successivo.
C’è uno stuolo di gente che si accalca per ammirare le tele dell’artista livornese. Giovani e non, esperti del settore e semplici curiosi. Evidentemente i 9,00 € del biglietto d’ingresso non hanno scoraggiato nessuno.
Passa qualche minuto e scorgo il signore di prima di fronte a uno dei più famosi nudi femminili della mostra. Nessun commento questa volta, ma dall’espressione compiaciuta del suo volto si intuisce che il soggetto non gli dispiace per nulla. La moglie fa la superiore e passa oltre.
I volti ritratti da Modigliani, coi loro colli lunghi e flessuosi, gli occhi vitrei e le espressioni indecifrabili, mi hanno sempre affascinato.
Mi sono sempre domandata il perché di quelle forme allungate e asimmetriche, di quelle figure dalle spalle curve, degli sguardi assenti e persi nel vuoto.
Hanno sempre generato in me un senso di tristezza e malinconia.
Quegli occhi che guardano dentro se stessi anziché fuori, perché il mondo esterno non vale la pena di essere osservato, quelle bocche impassibili, che non sorridono.
Tutte le donne rappresentate da Modigliani risultano altere ed eleganti. Sono le protagoniste assolute del suo universo. Lo sfondo è neutro, sfumato, indefinito. E’ uno strumento accessorio, superfluo, irriconoscibile.
La donna dipinta è tutto ciò che conta per lui.
E non importa quanto attraente e seducente possa essere, quello che più vale è il suo lato intimo, nascosto e privato. Quello che non è visibile dall’occhio umano, ma si può solo intuire.
Modigliani amava profondamente le donne e con le sue pennellate decise tentava di immortalare il loro lato più sfuggente e insondabile. Aprendo un varco nei loro occhi riusciva a creare un passaggio per entrare nel loro mistero.
Il potere dell’arte…
Marzo 5, 2006
Hanno una marcia in più questi cinesi. Lo si intuisce immediatamente.
Hanno caparbietà, volontà da vendere, umiltà e desiderio di migliorare.
Saranno pure piccoletti e con la faccia schiacciata, ma caspita che grinta! A noi occidentali appaiono l’uno identico all’altro, eppure quando abbiamo di fronte la Disabled People’s Performing Troupe, dobbiamo riconoscere che le individualità vengono fuori in modo prepotente.
Sono attori, ballerini e musicisti disabili, non udenti o non vedenti, che da anni diffondono nel mondo la cultura e l’arte cinese in modo sublime.
I loro spettacoli incantano le platee, regalano momenti suggestivi, offrono prospettive multiformi. Attraverso tante voci e linguaggi, sanno intrecciare elegantemente parole, musica e spazio.
Li chiamano “i messaggeri di bellezza e amicizia” perché riescono a comunicare con incredibile efficacia l’amore per la vita. A colpi di tamburi, percussioni, ritmi vorticosi, coreografie ammalianti.
Diffondono un messaggio di coraggio, coesione e orgoglio.
La loro performance del 2 dicembre a Pechino ha illuminato la Giornata mondiale del disabile.
Gennaio 3, 2006
Qualcuno avrà da obiettare sul fatto che abbia inserito questo post nella categoria Arte. E non posso dare del tutto torto a questi scettici che sono abituati a intendere l’arte come sintesi perfetta di tecnica sopraffina, studio faticoso, genialità, sensibilità.
Le sculture di Canova, i quadri di Botticelli, la musica di Beethoven, questa è arte universale e inconfutabile. La “merda” di Piero Manzoni decisamente no.
Considerare opere d’arte le 90 scatolette di feci che l’artista cremonese ha conservato al naturale e messo all’asta, sembra non solo una provocazione, ma una corbelleria bella e buona.
La domanda che nasce spontanea nella mente di tutti è: perché la sua di “merda” vale migliaia di euro e quella mia (come di qualsiasi altro cristiano sulla faccia della terra) va a finire nel “cesso” punto e basta?
Certo è che Manzoni, durante la sua breve esistenza (1933 - 1963), ne ha avute di pensate originali: dalle linee tracciate su strisce di carta arrotolate, alle uova scultura con le sue impronte digitali, al fiato d’artista, i famosi palloncini contenenti il suo fiato.
Forse quella di rendere le sue scorie un monumento è stata la trovata più bizzarra e azzardata, ma in mente aveva un obiettivo preciso: dimostrare che essere artista significa trasformare tutta la propria vita in arte, anche le proprie feci.
E anche se ci viene spontaneo considerare Manzoni folle e un po’ fuori di testa, non possiamo non riconoscerne l’audacia e la spinta a rivoluzionare i canoni tradizionali dell’arte.
In più ci induce a riflettere, a porci domande, a pensare e soprattutto a capire che nella società in cui viviamo tutto è messo in vendita, commercializzato e reso oggetto di desiderio. Persino la cacca.
In fondo a cosa serve l’arte se non a farci soffermare sulla nostra vita e sui molteplici aspetti della contemporaneità?
Dicembre 23, 2005
Il fascino dell’illusione. E’ tutto racchiuso in questo concetto lo spettacolo messo in scena dai DV8, compagnia di danza britannica diretta dal coreografo inglese Lloyd Newson.
L’illusione di credere che l’apparenza sia più importante della sostanza, che il mostrarsi valga più dell’ essere. Niente di nuovo, penserete voi, soprattutto in un ‘epoca, la nostra, intrisa di superficialità. Ma è il modo in cui il messaggio è veicolato a stupire ed emozionare. I ballerini sul palco sono attraversati da fasci di luce e proiezioni visive accattivanti.
Sono corpi che esprimono i loro sentimenti attraverso movimenti scomposti, convulsi, frenetici. Seguono una musica intensa, quasi psichedelica e si abbandonano alle loro sensazioni.
Il corpo è l’assoluto protagonista della scena. Un corpo perfetto, tonico, affusolato, in forma smagliante.
E le parole sopraggiungono, di tanto in tanto, solo per sottolineare che è indispensabile, vitale, avere un fisico scattante e armonico. Non c’ è spazio per la “cicciottella”, per quella troppo bassa o poco femminile. La donna deve indossare abiti Dior, camminare a testa alta, avere un portamento regale. Anche l’uomo non può sfuggire alle regole della bellezza a tutti i costi. Passi che sia stupido, un po’ folle e inebetito, ma al di fuori deve mostrare muscoli tesi, addominali scolpiti e glutei sodi. Deve essere colui che detta le regole del rapporto, il maschio dominante e conquistatore.
DV8 è un vero e proprio “teatro fisico”, perché i fisici si esibiscono sfacciatamente e gridano in maniera assordante . I corpi attraversati da luci e proiezioni virtuali diventano paesaggi mutevoli e variegati, ricchi di significati e carichi di fascino.
Dicembre 12, 2005

Il mio è stato amore a prima vista. Di quelli fatali, che ti lasciano di stucco. E che soprattutto ti fanno battere il cuore. Sia ben chiaro che non sto parlando di Jack Nicholson, nella foto qui sopra, ma del suo “autore”. O meglio, dell’autore dello scatto che lo ritrae in quest’ immagine. Si chiama Martin Schoeller, di lui so solo che è un fotografo tedesco, che si è trasferito negli Usa nel 1999 e che ha la passione per le “grandi teste“.
A quanto pare si diverte a fare primi piani, ma non primi piani qualsiasi, primi piani giganteschi, che non lasciano scampo al soggetto e fanno trapelare qualsiasi cosa: i suoi difetti e i suoi pregi , non solo fisici, ma anche dell’anima. Fino a 2 giorni fa non ne avevo mai sentito parlare, poi, sfogliando una rivista mi è saltata all’occhio la foto di Angelina Jolie, come non l’avevo mai vista prima…

Che avesse due labbra stratosferiche me ne ero già accorta, certo, ma in questa posa, noto qualcos’ altro: la leggera asimmetria delle sopracciglia, l’accenno di borse sotto gli occhi (magnifici occhi di un colore verde-azzurro), la narice sinistra un po’ più chiusa della destra. Mi accorgo, in altre parole, che è umana. E quelle lievi rughe d’espressione vicino alle labbra, quel bagliore intenso nello sguardo, mi dicono che Angelina è una donna vera, malinconica, tenace, determinata. Verrebbe da dire che glielo si legge in faccia!
A Milano si tiene una mostra proprio su Martin Schoeller e i suoi primi piani, dove è possibile ammirare, in una lunga carrellata, 40 ritratti di personaggi noti e non. Per una volta non si tratta della celebrazione
del bello o dell’esaltazione della perfezione, ma di disarmante e impetuosa realtà.
Dicembre 12, 2005
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