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La pianista

Ho un dilemma. Non so dire se il film La Pianista, diretto da Michael Haneke, vincitore del premio della giuria al Festival di Cannes del 2001 e che è valso ai due protagonisti, Isabelle Huppert e Benoit Magimel il riconoscimento come migliori attori, mi sia piaciuto.

Non riesco a sbilanciarmi perché si tratta di una storia forte e insana, che sbalordisce dal principio alla fine. Ma il fatto che alcune scene pietrifichino e spiazzino il pubblico, che impressionino e talvolta provochino disgusto, significa che il regista ha colto nel segno? Vuol dire che è riuscito a trasmettere il disagio psicologico e fisico vissuto dalla protagonista? O è vero tutto il contrario, che si è voluto forzare un ritratto umano, estremizzarlo, renderlo grottesco, solo per il gusto di scioccare?
La devianza, il voyerismo, la perversione inquietano sempre, ma diventano insopportabili se attribuiti alla figura di una donna all’apparenza integerrima, un’insegnante di pianoforte al Conservatorio di Vienna dall’indole fredda, severa e altera.

Interpretata da un’attrice che ha una predilezione per i ruoli complicati, Isabelle Huppert, Erika è il ritratto dell’infelicità e della solitudine. Lo si capisce subito, sin dai primi minuti della pellicola, quando si ‘scontra’ con colei che probabilmente è la causa di tutti i suoi problemi, l’anziana madre (Annie Girardot). Oppressiva e petulante, la donna ne limita la libertà, umiliandone la personalità e, condividendo il tetto (e il letto) con lei, ne controlla ogni movimento. Una convivenza malata e sofferta, che da un lato induce gli spettatori a schierarsi dalla parte di Erika, vittima della situazione, ma dall’altro li costringe a una debita distanza di sicurezza, quando scoprono la doppia vita della pianista. Mentre di giorno impartisce lezioni in un contesto borghesissimo e ingessato, di sera frequenta cinema porno e peep show e si abbandona a pratiche sadomasochiste chiusa nel bagno di casa.
Assistere ai momenti in cui Erika ricerca un piacere torbido, doloroso, immorale è la parte più sconvolgente della pellicola. Quella che fa gridare all’indecenza.

Le abitudini scandalose di Erika potrebbero ridimensionarsi quando la pianista incontra Walter, un universitario brillante e intraprendente che si invaghisce di lei, ignorandone la segreta perversione. L’amore vero è in grado di guarire una mente turbata e terribilmente corrotta? Lo spettatore lo spera. Ma i fatti lo contraddicono impietosamente: il sentimento sincero del giovane finisce addirittura per accrescere la follia della donna, che pretende di venire mortificata da lui, picchiata, legata, insultata. Amare, per lei, significa punizione e tortura.

Quando la realtà di Erika emerge prepotentemente, la prima reazione è quella del rifiuto e del disgusto. Ma non è quella definitiva. Walter comincia a nutrire un’attrazione perversa per la donna e decide di assecondare i suoi istinti e di rispondere per rima alle sue sfide. Il loro rapporto si consuma così tra violenza, disumanità e rabbia.

La macchina da presa di Haneke rimane per lo più statica, cinica, con inquadrature lunghe e ferme, a catturare il nudo realismo della vicenda. Nessuno sconto o forma di edulcorazione è concesso.

Il finale è ambiguo e angosciante, come gran parte della storia.

A distanza di settimane, frammenti di Erika, del suo disturbo, affiorano nella mia mente, come un sogno molesto. Non lo so se il film mi sia piaciuto… Sono sicura che mi ha turbato molto, come pochi altri prima d’ora.

2 commenti Settembre 22, 2009

The reader – A voce alta

Il volto stanco, estenuato dalle preoccupazioni, dalla povertà e dalla solitudine. Hanna Schmitz (Kate Winslet), controllore di tram, a stento resta a galla nella Berlino degli anni quaranta. Sul lavoro è puntuale, seria, responsabile e la sua ottima condotta le fa guadagnare una promozione. L’attende una collocazione più comoda, in ufficio, pratiche da sbrigare sotto un tetto, finalmente lontana dalle asperità della strada. Ma l’avanzamento di carriera in realtà la spaventa, equivale a un fosco presagio. E la spinge a cambiare piani, a ricominciare da capo, a scegliere di intraprendere una strada differente. Un’occupazione fisica è ciò che fa per lei, dura, più nelle sue corde, anche se ‘sporca’.

Michael Berg (David Kross) è un sedicenne che si imbatte per caso nel destino di Hanna, durante l’estate che precede il suo ‘cambio vita’, e che se ne innamora con il trasporto e la passione dell’adolescenza. In un rapporto furtivo di sesso e letture, in cui il giovane conosce i piaceri della carne e la donna l’estasi della letteratura, pendendo dalle labbra del suo “ragazzo”, costretto a leggere incessantemente per lei, la loro strana unione prende corpo.
Sbilanciata, insensata, senza futuro, priva di una vera comprensione reciproca. E si interrompe bruscamente quando Hanna, segretamente, sparisce senza lasciar tracce.

A distanza di 10 anni i due si rincontrano in un’aula di tribunale: lui, studente di legge, è lo spettatore del processo contro di lei e le altre sorveglianti di un campo di concentramento, colpevoli di aver fatto parte, senza ribellarsi, della strategia omicida nazista. Hanna viene condannata al carcere a vita, a scontare una pena maggiore delle sue “colleghe”, che l’accusano di aver redatto di sua pugno un atto terribile, che testimonia la decisione di lasciar morire centinaia di donne innocenti.
In realtà il documento non poteva essere stato scritto da Hanna, perché analfabeta, ma la vergogna a rivelare la sua ignoranza le impedisce di controbattere e di difendersi.

Da questo punto in avanti, anche l’esistenza di Michael (che da adulto è interpretato da Ralph Fiennes) è irrimediabilmente compromessa. L’uomo è sconvolto per quello che ha scoperto: la sua amante di gioventù ha preso parte alle barbarie dello shoah, è analfabeta (lo capisce durante il processo, quando gli riaffiorano alla mente alcuni ricordi significativi) e adesso è anche una detenuta.
Nonostante tutto, Michael non riesce a dimenticare quell’amore appassionato e il senso di colpa lo trafigge, perché avrebbe potuto modificare l’esito della sentenza, se solo avesse comunicato ai giudici l’analfabetismo della donna.
Qualche anno più tardi, ancora profondamente turbato, decide di fare qualcosa di concreto e di aiutare Hanna, ‘insegnandole’ a leggere. Effettua così una serie di registrazioni mentre legge ad alta voce i libri che più avevano colpito la donna durante la loro avventura, e glieli spedisce in prigione, per farglieli ascoltare. Hanna ha la possibilità di immergersi in racconti, romanzi, grandi capolavori e fa un passo più coraggioso: con i testi davanti agli occhi e la voce di Michael nelle orecchie, inizia a studiare le parole, ad associare i suoni ai testi, a discernere gli articoli dalle preposizioni e così via. Libro dopo libro, ascolto dopo ascolto, anno dopo anno, Hanna si alfabetizza.
Toccante e romantico, storico e drammatico, il film di Stephen Daldry affronta i temi dell’analfabetismo e dell’olocausto da un punto di vista diverso e si sofferma sulle pesanti conseguenze che entrambi producono nelle vite dei protagonisti.

2 commenti Febbraio 28, 2009

Frost/Nixon-Il duello

Uscire dal cinema e, senza indugi, essere certi di aver visto un bel film. Non un prodotto buono, mezzo e mezzo, passabile, carino ma niente di più. Non un capolavoro mancato, una delusione cocente, una cantonata. “Frost/ Nixon-Il duello” è un racconto incalzante, diretto con intelligenza da Ron Howard, interpretato con bravura dai protagonisti Frank Langella (nel laborioso ruolo di Nixon) e Michael Sheen (negli abiti tirati a lucido del giornalista David Frost).
Due ore filate per rappresentare la costruzione-preparazione-realizzazione di un evento storico, che ha segnato un punto di svolta nel giornalismo televisivo: l’intervista verità del 1977 al presidente Richard Nixon, dimessosi dalla carica dopo lo scandalo Watergate, condotta dall’anchorman David Frost.
La nascita casuale di un’idea azzardata, le innumerevoli avversità per trasformare quella pensata originale in realtà, la confezione di una strategia efficace per portare a casa un risultato vincente: l’ammissione pubblica della colpa.
Ogni minuto della pellicola è teso, ogni manovra, guizzo e decisione che precede il big match produce suspence nello spettatore. L’espediente registico di includere nella narrazione delle finte interviste ai protagonisti, fatte a posteriori, aumenta il coinvolgimento e il senso di partecipazione.
Il clou della vicenda, naturalmente, è l’incontro-scontro Frost-Nixon, articolato in varie registrazioni che, per struttura, linguaggio, condizionamento esterno e contesto, assomigliano alle convulse riprese di una sfida di pugilato. Come in un ring, i due avversari (e il loro entourage, tra cui Kevin Bacon supporter fedele del presidente) si provocano, si fronteggiano con arguzia e combattività, architettano tranelli.
Per tre quarti del tempo è Nixon a padroneggiare, con la sua eloquenza pungente e ostinata, la sua determinazione incrollabile, la sua tenacia. Ma poi, nello scontro finale incentrato sulla vicenda Watergate, Frost recupera terreno e imprime il colpo del KO al ‘rivale’. Per la prima volta, emerge il lato debole dell’ex presidente, l’altra faccia, stanca, patita, la dimensione privata, incrinata dal peso degli errori commessi e dall’esito ferale della sua politica.

1 commento Febbraio 10, 2009

Pranzo di ferragosto

Capelli permanentati, affezionati ai bigodini, sguardo acuto e capriccioso, eloquio morbido e cadenzato. Eccola la diva del film di Gianni Di Gregorio, la non attrice professionista Valeria De Franciscis. Una donna raffinata al di là delle macchie sul volto, delle ferite fuori e dentro il corpo, della senilità. E’ la mamma ultra novantenne di Gianni, vedova, che vive col suo premuroso (e alcolizzato) figlio in un appartamento al centro di Roma. Insieme si confortano dalla solitudine reciproca e si barcamenano tra conti in rosso e mancanza di prospettive.
Un giorno di agosto ricevono una richiesta insolita: accogliere in casa, per una notte, l’anziana madre dell’amministratore del palazzo, Alfonso, in cambio della cancellazione dei cospicui debiti accumulati. Il di Gianni è tirato, sofferto e l’uomo si anestetizza trangugiando calici e calici di vino. La sua frustrazione è forte, ma non si scompone, mantiene la sua cordialità, è servizievole, prepara il letto per la nuova arrivata e con fare rassegnato attende il peggio. A distanza di poco tempo scopre che, oltre alla mamma, dovrà offrire vitto e alloggio anche alla vecchia zia di Alfonso, la signora Maria, mollata dai familiari nel periodo delle ferie. Infine, last but not the least, un’altra donzelletta di ottanta anni finisce a passare la notte da lui… la madre del suo amico medico che, impegnato in un turno all’ospedale, lo supplica di tenerla con sé.

Così Gianni si prepara a trascorrere il ferragosto in compagnia di quattro anziane signore di indole e temperamento assai vario. Tanto una è discreta e riservata, quanto un’altra è socievole e burlona, tanto la terza è dolce e accomodante, quanto l’ultima fa i dispetti. Quattro persone con la voglia di giocare, conoscersi, rilassarsi al di fuori dei ruoli a loro assegnati. Quattro donne dall’istinto forte, la vivacità trascinante, la dolcezza negli occhi. E in mezzo a loro un cinquantenne solerte che a fatica riesce a ‘gestirle’.

Il film girato da Gianni De Gregorio è il sereno affresco di una generazione difficile da raccontare. Quella dei vecchi. Che l’estate diventano quasi un peso. Che si incaponiscono per quello che vogliono. Che non si rassegnano al silenzio e alla disperazione. Che si aggrappano ai ricordi e ne fanno il loro tesoro. Che preferiscono sgarrare le regole, di quando in quando. Che non temono di apparire ridicoli. Che rinunciano alla salute o ai soldi, piuttosto che al divertimento e all’ebbrezza della novità.

Aggiungi un commento Febbraio 8, 2009

Il cosmo sul comò

Sketch differenti, che fanno pensare a un cosmo di situazioni, frangenti di vita, epoche. L’intento di Aldo, Giovanni, Giacomo e del regista, Marcello Cesena, è quello di costruire parodie a sé stanti, una simpatica miscellanea di personaggi, circostanze, pensieri nati dalla fantasia oppure dall’osservazione della sbalorditiva razza umana. Solo un episodio de “Il cosmo sul comò” ritorna in più occasioni, quello dell’asceta confinato in un luogo ameno e sperduto (Giovanni), in eterna meditazione solitaria, raggiunto da due improbabili discepoli (Aldo e Giacomo) in cerca di risposte universali. Con questa scena ‘mistica’ il film si apre e si conclude, ma in essa ci si rifugia anche tra uno spezzone e l’altro, quasi a offrire una rassicurazione, un elemento di continuità e quiete riconoscibile per lo spettatore.
Ciascuna gag è introdotta da un titolo e vede la presenza, insieme al trio, di numerosi attori noti: Luciana Turina (l’insopportabile suocera di Aldo nella sequenza dedicata alle vacanze estive di un gruppo di amici con famiglie al seguito), Sergio Bustric (il Napoleone che compare nella pinacoteca dei quadri ‘viventi’), Sara D’Amario (la moglie inquieta di Giacomo nell’episodio “Temperatura basale”, incentrato sul vano e reiterato tentativo di rimanere incinta), Isabella Ragonese (la giovane negoziante amata dall’impacciato Aldo, nella gag che parla di preti, imbrogli, e fughe), Victoria Cabello, Silvana Fallisi, Cinzia Massironi. Seppur per brevi istanti, compaiono anche Raul Cremona (un dentista tramortito) e Angela Finocchiaro (una ginecologa diffidente e sfiduciata). Un cast artistico di spessore che contribuisce a innalzare la quota del lungometraggio, che non diverte sempre o, almeno, non quanto ci si aspetterebbe.
Una comicità che punge in modo altalenante, oscillando tra coinvolgimento vero e proprio (come nel caso dell’avventura parrocchiana o della parodia sulla fecondazione) e tiepide risate, che è difficile negare ad artisti creativi e sperimentali come Aldo, Giovanni e Giacomo, capaci di exploit indimenticabili, fra cui le scanzonate vicende della tv svizzera commentate dalla Gialappa’s.

Aggiungi un commento Gennaio 4, 2009

Come dio comanda

Una colonna sonora assordante, da tapparsi le orecchie, capace di guastare un’atmosfera. Colpa dell’audio eccessivo in sala? O scelta consapevole del regista? Me lo sono domandato già dopo il primo accostamento delle mani ai padiglioni auricolari, a metà del primo tempo. Una musica che diventa asfissiante. Non me la spiego, anche perché il romanzo di Niccolò Ammaniti, a cui il film si rifà, è ovviamente silenzioso, pagine e pagine di scrittura serrata, cadenzate da un ritmo veloce, che fanno immaginare le scene di un film, in cui le parole, pesanti come massi, bastano a frastornare il lettore.
Il lungometraggio di Gabriele Salvatores dà un potere smisurato alle canzoni. Persino la bella “She’s the One” di Robbie Williams, passata ripetutamente nel lettore mp3 della malcapitata Fabiana (Angelica Leo), assurge a ruolo centrale, acquisendo significati spropositati. E perché? Non erano sufficienti le azioni violente, le ambientazioni infernali, le sciagurate decisioni prese dai personaggi, a rendere drammatico il quadro?
Cristiano (Alvaro Caleca) è un adolescente travagliato: suo padre, Rino Zena (l’attore teatrale Filippo Timi) è un neofascista convinto, razzista fino al midollo, manesco, abituato a farsi giustizia da sé. Il ragazzo lo teme da un lato, e lo rispetta dall’altro. Ne riconosce le debolezze, ma ne condivide gli ideali. Insieme vivono in una bettola, tra urla, sbronze, litigi, pianti, sberleffi, risate e sono tallonati da un assistente sociale che punta a separarli. Manca un lavoro stabile, e anche una donna che sistemi il disordine delle loro vite.
In mezzo a loro, solo un povero disgraziato, Quattroformaggi, un disperato col cervello fritto per colpa di un cavo elettrico scoppiatogli addosso in un incidente di lavoro. Sarà questo scemo del villaggio, interpretato con arte da Elio Germano, che passa i giorni a costruire un presepe immaginario e a sognare l’amore di una porno star, a rendere ancor più precarie le condizioni di tutti. Un omicidio ingiusto darà il via a sospetti dolorosi, sotterfugi impensati, gesti atroci.
Ciò che il libro aveva suscitato, il film lo solletica soltanto. Il “tanto” che emerge dal racconto, si riduce a poca cosa dietro la macchina da presa.
Un film da vedere, forse, solo se non si è letto il libro. Lo sconsiglierei, inoltre, come visione cinematografica: meglio affittare il dvd, tra qualche mese, senza abbandonarsi ad attese e speranze particolari.

3 commenti Dicembre 28, 2008

Vicky, Cristina, Barcelona

Ho un dubbio che mi ronza nella testa e che non riesco a scacciar via. Se il regista di ‘Vicky, Cristina, Barcelona’ non fosse Woody Allen, ma uno sconosciuto qualsiasi, il film avrebbe ottenuto lo stesso positivo riscontro da parte di pubblico e critica? Ho delle perplessità in merito. Sembra più una soap opera che una pellicola cinematografica, in cui gli intrighi sentimentali dei protagonisti e gli slanci da copione dominano interamente il campo. C’è Cristina (Scarlett Johansson) che non ama le convenzioni e insegue le passioni, c’è Vicky (Rebecca Hall), che teme le burrasche del cuore e ricerca solo la tranquillità dei rapporti. Poi c’è Barcellona, in cui le due amiche si ritrovano a trascorrere un’estate inaspettata.
La metropoli spagnola, spregiudicata e bohémien come il marchio impressole dalle opere di Gaudit, offre loro tentazioni irresistibili. La prima fra le quali è Juan Antonio (Javier Bardem), pittore focoso e sregolato, che le travolge con il suo furore artistico (e non solo). Inizialmente è Cristina a innamorarsi di lui, ma, per uno scherzo del destino, l’insospettabile Vicky (in procinto di sposarsi con il suo storico fidanzato) ci finisce a letto per prima… L’arte fluttuante del genio di Gaudit sembra influenzare i contorni stessi della storia. I protagonisti da tre diventano quattro, quando subentra Maria Elena (Penelope Cruz), l’ex moglie di Juan Antonio, a tratti venerata, a tratti disprezzata per la sua folle gelosia e irrequietezza. Anche la donna è una pittrice di talento, con un fascino latino conturbante e la sua presenza scompiglia i legami venutisi a creare. Dopo qualche tempo, tra Cristina, Juan e Maria Elena sboccia un prevedibile ménage à trois. L’inebriante novità, però, dura un soffio e in breve tutto si complica, facendo scoppiare il trio.
Woody Allen affronta una storia d’amore corale, interrogandosi sulle reazioni umane e sull’eterno conflitto tra istinto e ragione. Niente di nuovo, quindi. In più lo sviluppo della vicenda sembra un resoconto documentaristico, un susseguirsi monotono di fatti che non smuove alcuna curiosità.
I veri punti di forza del film sono 2: il cast, con un plagio particolare alla prorompente Penelope Cruz, e l’ambientazione. La Barcellona attraversata dalla telecamera di Allen è luminosa, viva, in fermento culturale, accogliente. Una città che ammalia, assai diversa da quella che ho visitato un anno fa, un po’ malconcia, con molte zone oscure, dalla bellezza gualcita.

2 commenti Ottobre 21, 2008

La ragazza sul ponte

E pensare che addirittura un lanciatore di coltelli può risultare affascinante. Uno che lavora nei circhi, va a zonzo per il mondo, si passa la matita nera negli occhi. Uno che non ha una casa, né una direzione. Uno che si diverte a fare trucchetti da mago, e millanta di saper riconoscere la fortuna nelle facce delle persone. Uno che si chiama Gabor, nella vita Daniel Auteuil, ed è diretto da Patrice Leconte, un regista soave, che ama dire il non detto e gingillarsi con le debolezze umane.
Se si leggono le recensioni de “La ragazza sul ponte” si scopre che la maggior parte dei critici, o degli spettatori comuni, ha un debole per Vanessa Paradis, eterea e sfuggente protagonista femminile. La moglie di Johnny Depp riceve elogi a profusione, per il suo irresistibile charme, per il candore e la sensualità, per la raffinata recitazione che ricorda dive d’altri tempi… Poco, troppo poco, viene riservato alla prova impeccabile di Auteuil. E’ lui a far resuscitare la malcapitata, a guidarla con garbo verso la guarigione, a salvarla da un’infelicità cronica.

La storia d’amore di Gabon e Adele prende forme strane, fiabesche e si snoda in un’atmosfera impalpabile, in cui i colori appaiono opachi, gli ambienti dai contorni sfumati, la musica triste, risalente a epoche lontane, a malinconici sipari. Tutto accade con lentezza, in modo significativo, struggente. Dolcezza e dolore, paura e stupore. Si provano sentimenti contrastanti nell’arco dei 90 minuti e ci si aspetta il lieto fine in ogni momento. Solo quando arriva, all’ultima scena, si tira un sospiro di sollievo.

Aggiungi un commento Ottobre 7, 2008

Il principe Caspian

I quattro fratelli Pevensie sono tornati e con loro il leone e la strega (seppure per un brevissimo istante). All’appello manca solo l’armadio, il passaggio segreto verso il mondo della fantasia e dell’ignoto. Stavolta è una metropolitana speciale, che proviene da un altro tempo e spazio, a condurli nel regno dei minotauri, degli animali parlanti e degli gnomi… Un anno dopo le esaltanti avventure vissute a Narnia, Peter, Susan, Edmund e Lucy si riappropriamo dei loro poteri magici per combattere contro i terribili guerrieri Telmarini, insediatisi nel castello e nemici acerrimi della gente di Narnia. Il feroce Re Miraz, interpretato da un insolito ma efficace Sergio Castellitto, appena divenuto padre di un maschio, decide che sarà suo figlio, non il nipote Caspian, ad accaparrarsi l’ambita corona da monarca. Ma uccidere Caspian, il disignato al trono, non è un’impresa da poco… Il ragazzo riesce a scappare dal castello prima che sia troppo tardi e trova rifugio nel bosco segretamente invaso dal popolo di Narnia. Qui non ottiene solo una “casa”, ma anche comprensione, aiuto, spronamento a lottare per riportare quel paese d’incanto all’antico splendore. È il bene contro il male, Caspian e i suoi alleati, i quattro re e regine di Narnia, contro i nemici guidati da Miraz. Chi la spunterà? Tra scontri epici, testa a testa incalzanti, lotte serrate con spade, frecce e cavalli al galoppo, l’esercito della pace riuscirà a compiere il miracolo.
Rispetto al capitolo iniziale delle Cronache di Narnia, “Il Principe Caspian” presenta meno lati misteriosi. Non c’è più nulla da scoprire, buffi personaggi da conoscere, paesaggi stregati da interpretare. Persino rivedere l’imponente leone Aslan fa un effetto differente, meno forte e coinvolgente. La sorpresa è scomparsa e al suo posto sono sopraggiunti l’ardore, le battaglie sul campo, le azioni interminabili con duelli spadaccini. La fantasia, elemento che caratterizzava fortemente la primissima pellicola, si è dissolta a favore di strategie di attacco o di difesa, spettacolarità e scenari incantevoli. Eppure il pubblico mostra di gradire molto il film, che da 2 mesi calca le scene cinematografiche registrando notevoli consensi. I veri appassionati del genere sono i bambini e i teenager, ma anche gli adulti vengono conquistati dalle avventure raccontate nel libro dalla Lews e adattate per il grande schermo da Adamson.

Aggiungi un commento Settembre 25, 2008

Juno

Juno è il film sull’adolescente che avrei voluto essere, e che non sono mai stata. Non perché 15 anni fa sperassi di rimanere incinta del mio migliore amico (nemmeno ce l’avevo un migliore amico maschio), ma perché lei è un tipino niente male: intelligente, lucida, tagliente, anticonvenzionale, originale, carina. E’ una ragazzina dalla lingua lunghissima, piena di interessi, libera, sincera, ingenuamente spregiudicata. Chi non vorrebbe avere questi numeri?

Le capita di fare l’amore, una sola volta, con il compagno di scuola a cui vuole più bene e si ritrova con un figlio in grembo. E nemmeno per una frazione di secondo scarica la colpa su di lui. Lei ha desiderato, cercato e ottenuto quell’incontro intimo, e sarà lei a sbrigare la “faccenda”.

Juno non si sente pronta a crescere il bambino, ma neanche l’alternativa dell’aborto le sembra praticabile. Così decide per l’affidamento. Trova la coppia di genitori giusta, o almeno così crede, chiede (e ottiene) il sostegno della sua famiglia, informa della decisione l’attonito padre del bambino e si butta nei 9 mesi più strani e insensati della sua vita.

Mentre l’addome le si gonfia e comincia ad abbassare l’elastico dei pantaloni, il suo singolare modo di vedere le cose e di esprimerle si fa ancor più acuto e vispo.
Mi piacerebbe leggere con calma la sceneggiatura del film, firmata da Diablo Cody, per soffermarmi meglio sulle battute di Juno, sulle sue pensate scaltre, sulla fantasia che dimostra. E’ uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato della pellicola, insieme alla fotografia colorata e alla freschezza del racconto.

L’unico appunto che muovo al regista Jason Reitman è quello di aver trattato tutta la vicenda con eccessiva leggerezza. Come se l’intero percorso seguito dalla protagonista risultasse semplice, quasi indolore, superficialmente gestibile. La realtà è ben più complicata.

1 commento Luglio 20, 2008

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