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Juno

Juno è il film sull’adolescente che avrei voluto essere, e che non sono mai stata. Non perché 15 anni fa sperassi di rimanere incinta del mio migliore amico (nemmeno ce l’avevo un migliore amico maschio), ma perché lei è un tipino niente male: intelligente, lucida, tagliente, anticonvenzionale, originale, carina. E’ una ragazzina dalla lingua lunghissima, piena di interessi, libera, sincera, ingenuamente spregiudicata. Chi non vorrebbe avere questi numeri?

Le capita di fare l’amore, una sola volta, con il compagno di scuola a cui vuole più bene e si ritrova con un figlio in grembo. E nemmeno per una frazione di secondo scarica la colpa su di lui. Lei ha desiderato, cercato e ottenuto quell’incontro intimo, e sarà lei a sbrigare la “faccenda”.

Juno non si sente pronta a crescere il bambino, ma neanche l’alternativa dell’aborto le sembra praticabile. Così decide per l’affidamento. Trova la coppia di genitori giusta, o almeno così crede, chiede (e ottiene) il sostegno della sua famiglia, informa della decisione l’attonito padre del bambino e si butta nei 9 mesi più strani e insensati della sua vita.

Mentre l’addome le si gonfia e comincia ad abbassare l’elastico dei pantaloni, il suo singolare modo di vedere le cose e di esprimerle si fa ancor più acuto e vispo.
Mi piacerebbe leggere con calma la sceneggiatura del film, firmata da Diablo Cody, per soffermarmi meglio sulle battute di Juno, sulle sue pensate scaltre, sulla fantasia che dimostra. E’ uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato della pellicola, insieme alla fotografia colorata e alla freschezza del racconto.

L’unico appunto che muovo al regista Jason Reitman è quello di aver trattato tutta la vicenda con eccessiva leggerezza. Come se l’intero percorso seguito dalla protagonista risultasse semplice, quasi indolore, superficialmente gestibile. La realtà è ben più complicata.

Aggiungi un commento Luglio 20, 2008

Tutta la vita davanti

Chissà perché la mia amica, seduta nel posto accanto a me al cinema, si è commossa alla fine di “Tutta la vita davanti”… Eppure la maggior parte del pubblico in sala si è divertito, e ha sorriso nel vedere i salti mortali che la neolaureata Marta ha dovuto compiere per trovare uno straccio di lavoro. Completato il percorso universitario in Filosofia cum laude, la giovane protagonista, interpretata dalla convincente Isabella Ragonese, capisce immediatamente che trovare un’occupazione soddisfacente, in regola e in linea con i suoi studi, è un’impresa titanica. I colloqui nelle case editrici di mezza Roma finiscono con il solito, sconfortante “le faremo sapere” e i tentativi di intraprendere la carriera universitaria (avallati dalla madre insegnante, malata di tumore) svaniscono in poco tempo. Ma un giorno, mentre Marta è sulla metropolitana a meditare sulla sua desolante condizione di disoccupata, incontra una coppia in difficoltà, una mamma e una figlioletta che hanno bisogno di lei. Capisce di non poter più fare a meno di un’entrata economica e decide di cominciare la sua nuova vita: come baby-sitter di una bambina trascurata, coinquilina della sua sconsiderata mamma e lavoratrice precaria presso la Multiple.
Qui si ritrova insieme a tantissime altre ragazze, della più composita estrazione sociale, a dover trascorrere le ore al telefono, per convincere ignare casalinghe a comprare un magico robottino tuttofare o almeno a fissare un appuntamento per una dimostrazione gratuita in casa propria.
Lo scopo malcelato è quello di “accalappiare” più persone possibili, usando ogni mezzo, anche il pietismo “Aiuti una giovane ragazza come me ad arrotondare il suo esiguo stipendio, accettando di incontrare il nostro incaricato Multiple…”.
Ma quello che a prima vista può sembrare un call center moderno, stimolante e all’avanguardia, si rivela presto un bluff. Ogni giorno al suo interno avvengono fenomeni strani: le ragazze sono costrette a cantare una specie di inno aziendale, per innalzare i livelli di motivazione ed entusiasmo. Le telefoniste devono stare alla cornetta con il sorriso stampato sul volto, per trasmettere positività e gioia, hanno scarsissima autostima e vengono pubblicamente umiliate se commettono qualche sbaglio. Al centro di questa schiera di giovani precarie, troneggia la capotelefonista Daniela (una Sabrina Ferilli in forma smagliante, calata alla perfezione nel ruolo della donna arrivista e invidiosa) che ha il compito di tenere alto il morale delle ragazze, premiare le più brave e demolire psicologicamente le meno produttive. Il grande capo della Multiple è un uomo ambizioso, cinico e spregiudicato (Massimo Ghini), che copre di ridicolo i suoi assunti, li sottopone a penitenze da caserma militare e gli urla insistentemente nell’orecchio che solo i vincenti ce la faranno.
I temi “caldi” affrontati dal regista, Paolo Virzì, sono numerosi e rispecchiano la condizione attuale dei giovani italiani, alle prese con sfruttamento, immobilismo professionale, raccomandazioni e continue incertezze. Si ironizza su un mondo dei call center meschino e subdolo, pieno di competizione e insensatezze, che rappresenta l’Italia tutta, la desolante (e imbarazzante) condizione in cui il nostro paese è finito. “Tutta la vita davanti” non può essere considerato solo una commedia, perché esprime ferocia e tristezza, mostra come padroni e subalterni condividano la stessa deprimente vita di stenti, chi in ambito economico, chi nelle relazioni umane. Forse è la consapevolezza di quanto sia diventato brutto e piccolo questo nostro Stivale ad aver fatto piangere la mia amica.

1 commento Aprile 3, 2008

Grande, grosso e Verdone

Tre episodi che raccontano tre Italie, dal punto di vista di Carlo Verdone. Tre personaggi che conosciamo, che hanno segnato gli esordi della carriera cinematografica dell’attore romano, e che ritornano con qualche chilo di troppo, un po’ di capelli in meno e molti anni in più…
L’ingenuo e timidissimo Mimmo affezionato alla nonna, è oggi Leo, sposato con una compagna di scout (Geppi Cucciaro) e con due figli paciocconi che parlano come lui (lo stesso Verdone si è divertito a doppiarli). Nella prima parte del film li vediamo alle prese con una morte inaspettata e con gli imbranati tentativi di offrire una degna sepoltura alla salma. Le situazioni sono spassose: l’arrivo di un becchino coatto che sniffa e che guida il carro funebre come se fosse una macchina da rally, la scelta del cimitero sbagliato, il pastrocchio con la cremazione, i battibecchi con il fratello lontano venuto dall’Australia. Non si ride a crepapelle, ma il buonumore è assicurato.
Il secondo episodio di “Grande, grosso e Verdone” è incentrato sulla figura di Callisto, terribile evoluzione del cacofonico e snervante Furio di “Bianco rosso e Verdone”. Lo ritroviamo con un figlio adolescente, Severiano, disperato, che coltiva il segreto desiderio di scappare e veder morto il padre.
In effetti sopportare un uomo tremendamente antipatico, maschilista, ossessivo, logorroico e vizioso come Callisto è un’impresa ardua per chiunque. Professore di Storia dell’Arte e appassionato di musica classica, vive rinchiuso in una casa che sembra un museo e il suo passatempo preferito è andare a prostitute di nascosto. Quando Severiano conosce Lucilla, studentessa universitaria dolce e intelligente, per lui si apre finalmente uno spiraglio di libertà. I due ragazzi si alleano e mettono in atto un piano perfetto per fuggire insieme. Purtroppo le cose prendono una piega diversa da quella che avevano sperato…
Verdone utilizza la figura di Callisto per rappresentare la piena decadenza della borghesia, una commistione di ipocrisia, corruzione, ristrettezza mentale. Vederlo all’opera è deprimente, per nulla divertente.
Il terzo e ultimo racconto è quello più simpatico e riuscito (non a caso dura di più, un intero tempo). La coppia di romani in crisi, Moreno (Carlo Verdone) ed Ezia (Claudia Gerini), è il ritratto perfetto della cafoneria arricchita. I due appaiono eccessivi, grossolani, fuori posto in qualunque momento e in qualsiasi situazione. Nel film viene descritto un momento difficile nella loro relazione e nel rapporto con il giovane figlio Steven. Per ritrovare la serenità e “ricompattarsi” organizzano una vacanza a Taormina, in un prestigioso albergo dell’isola. Ma quell’ambiente raffinato ed esclusivo non è disposto ad accogliere una famiglia di maleducati rumorosi e invadenti. Cellulari con suonerie assurde, look esagerati, modi rozzi e volgari… Moreno ed Ezia fanno disperare il personale e gli ospiti dell’hotel senza rendersene conto. Per loro è naturale dare la mancia quando non serve, urlare a squarciagola e buttarsi in piscina sollevando un’ondata di schizzi.
Verdone e Claudia Gerini si dimostrano perfetti in questa parte, del tutto “naturali” e convincenti come ai tempi di Ivano e Jessica di “Viaggi di nozze”. C’è poi da aggiungere l’incredibile forma fisica di lei, un valore aggiunto di non poco conto (le reazioni dei “maschi” in sala lo confermano).
Il regista e attore della capitale ha dichiarato che con “Grande, grosso e Verdone” saluta definitivamente i suoi cavalli di battaglia e che non vestirà più i panni dei suoi personaggi storici. Forse fa bene, ma sono certa che un tuffo nel passato sarà sempre gradito ai suoi fan.

Aggiungi un commento Marzo 9, 2008

Lo scafandro e la farfalla

Grazie alla sua palpebra sinistra Jean-Dominique Bauby, intrappolato in un corpo paralizzato, riesce a comunicare con il mondo. Il suo occhio funge un po’ da vocabolario, gli basta chiuderlo tante volte quante sono le lettere che ha intenzione di usare. È un esercizio complicato e faticoso, ma lui si allena con costanza e dedizione, perché il suo alfabeto speciale gli consente di interagire con gli altri.
Il metodo del battito delle ciglia è l’invenzione di una giovane e tenace ortofonista, che ogni giorno lo va a trovare in ospedale e lo aiuta a tradurre i suoi ferventi pensieri in parole.
La pellicola di Julian Schnabel, vincitore del Premio come miglior regia al festival di Cannes del 2007 e dei Golden Globes per il miglior film straniero e per la regia, racconta l’esperienza vera e drammatica di Jean-Dominique Bauby (direttore del magazine femminile Elle in Francia) stroncato da un fulminante ictus nel dicembre ‘95, all’età di 43 anni. Bauby è caduto in uno stato di coma dal quale si è risvegliato, dopo qualche mese, paralizzato dalla testa ai piedi. La locked-in syndrome, questo il nome della rara malattia che lo ha colpito, ha stretto il suo corpo in una trappola, come se fosse chiuso dentro se stesso.
Ma tanto il fisico di Bauby è immobile e pesante come un insopportabile scafandro, quanto la sua immaginazione è libera e leggera come una farfalla. E la farfalla lo fa volare nel suo passato, per rivivere i momenti di felicità ormai perduti, per rivedere i tanti amori della sua vita e i numerosi successi che ha ottenuto. Immobile nel letto dell’Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer, Jean-Do vede scorrere davanti al suo lucidissimo occhio le persone che gli vogliono bene, la sua ex moglie, i figli, il padre. Li osserva e cerca di parlare con loro, ma vorrebbe accarezzarli, stringerli a sé, eliminare dal loro sguardo la sofferenza per la sua condizione e l’imbarazzo per ciò che è diventato. Lui, che un tempo era forte, brillante e spregiudicato, adesso si sente disarmato e del tutto dipendente. Ma nonostante la crudeltà del destino che gli è capitato, Bauby non si arrende e impiega le sue ore per comporre il libro che racconta la sua esperienza. Forma le parole nella sua mente, le memorizza e poi le comunica alla logopedista strizzando l’occhio in corrispondenza delle lettere che lei recita ad alta voce. Il libro, edito dalle Edizioni Robert Laffont nel 1997, è stato pubblicato dieci giorni prima della sua morte ed ha ottenuto un grande successo.
La performance di Mathieu Amalric è autentica e appassionata, piena di vitalità e inespressività insieme. L’attore è riuscito a sintetizzare perfettamente la duplice esistenza di Jean-Dominique. Un applauso va rivolto anche al cast di supporto che vede Max von Sydow nel ruolo del padre, Emmanuelle Seigner come ex e madre dei suoi figli, la dolcissima Marie-José Croze nel ruolo della logopedista e, in un brevissimo ruolo, anche Jean-Pierre Cassel, recentemente scomparso.

Aggiungi un commento Marzo 2, 2008

Into The Wild

La notte dopo aver visto “Into The Wild” di Sean Penn ho sognato Christopher McCandless (l’attore Emile Hirscht), trasformatosi in Alexander Supertramp (il Supervagabondo) sofferente e solo in Alaska. Non è successo solo a me, anche al mio ragazzo e alla mia amica, che erano seduti al mio fianco al cinema.
Credo che sia inevitabile continuare a pensare, anche dopo le 2 ore del film, alla straordinaria esperienza vissuta da questo ragazzo americano, appena 23enne, avventuratosi nelle terre selvagge per cercare il senso più profondo della vita e inseguire la sua felicità. Ho ancora impressi nella mente i suggestivi paesi attraversati da Chris con lo zaino sulle spalle: Nuovo Messico, Arizona, Sud Dakota, su su fino ai paesaggi ghiacciati dell’Alaska. Porta con sé tanti libri, le parole degli autori che più ama e nelle quali si riconosce (London, Thoreau, Kerouac), qualche conserva di cibo, una tenda, pochi stracci e nessun soldo. Crede che il denaro sia uno dei principali responsabili dei mali della società, della corruzione, del pregiudizio e della falsità. I suoi genitori rappresentano il simbolo di questa decadenza: persone ipocrite, infelici, attente solo a difendere le apparenze, tenacemente conservatrici. Sono loro la causa del suo malessere.
È principalmente da loro che Christopher scappa. Dopo aver conseguito la laurea con ottimi voti per compiacere i suoi, dona in beneficenza i suoi averi e si mette in viaggio, senza lasciare nessuna traccia di sé. Chris ama le cose autentiche, desidera “Chiamare le cose con il loro vero nome”, crede nella verità assoluta, nel contatto primordiale e primitivo con la Natura. Per questo è diretto verso mete lontane, inaccessibili, in cui sarà costretto a fare i conti solo con se stesso.
Durante il suo lungo vagabondare, scopre un’America selvaggia e cruda, incontra persone di ogni specie: da una coppia hippy in crisi, a un contadino coinvolto in traffici illegali, da una ragazza con la chitarra che si invaghisce di lui, a un vecchio vedovo che lo vorrebbe adottare. Ovunque vada, porta una ventata di freschezza ed energia e lascia un segno forte della sua presenza. Ma niente e nessuno riesce a fermarlo: il suo obiettivo è continuare il solitario cammino verso l’Alaska.
Ciò che rende il film particolarmente struggente è la consapevolezza che la vicenda raccontata da Sean Penn sia autentica, tratta dalle pagine del libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Proprio come un manoscritto, anche la pellicola è divisa in 4 capitoli: l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e l’età della saggezza. In ognuno di essi vengono scanditi i momenti più salienti della vita di Chris, prima del viaggio e durante, saltando avanti e indietro nel tempo.
L’ultimo passaggio, che descrive il periodo in Alaska, all’interno del “Magic Bus”, è il più drammatico. Si assiste a una lotta di sopravvivenza disperata, al patimento fisico ed emotivo del ragazzo, che comprende quanto la Bellezza che lo circonda sia anche terribile e nemica. Le toccanti canzoni di Eddie Vedder dei Pearl Jam contribuiscono ad aggiungere fascino e “importanza” all’opera, così come le scritte che passano in sovrimpressione sullo schermo, che aiutano lo spettatore a seguire il filo dei brani e dei pensieri di Chris.

1 commento Febbraio 17, 2008

Sogni e delitti


Una persona molto superstiziosa potrebbe pensare che la barca a vela acquistata dai due fratelli protagonisti all’inizio del film, sia la causa di tutte le loro disgrazie. È lei a comparire nella prima inquadratura, c’è sempre lei nell’immagine di chiusura, testimone e complice di una duplice morte. Io che non lo sono, credo che sia una scelta registica indovinata e furba.

Sogni e delitti” è il terzo capitolo della trilogia di lungometraggi diretti da Woody Allen con ambientazione a Londra. I precedenti sono il drammatico “Match Point” (2005) e la commedia “Scoop” (2006). Anche in quest’ultimo lavoro prevale il conflitto fra bene e male, la guerra di sentimenti, le pulsioni istintive che spingono gli uomini a compiere azioni scellerate pur di raggiungere il proprio tornaconto personale. C’è il ricatto, la corruzione, il cinismo, l’intrigo.
Terry (Evan McGregor) e Ian (Colin Farrel)sono due fratelli molto uniti. Tanto il primo è razionale, lucido e ambizioso, quanto il secondo è uterino e irrequieto. Terry lavora nel ristorante del padre solo per senso del dovere, ma anela a un futuro di affari e successi in California, dove suo zio Howard (il fratello della madre) ha trovato fortuna grazie ad un indovinato business nel settore alberghiero. Ian fa il meccanico in un’officina e ha il vizio del gioco: scommesse di cani e tavolo da poker, principalmente. Entrambi hanno pochi soldi in tasca e vanno sempre alla ricerca del modo migliore per aumentare le loro entrate. Provengono da una famiglia modesta, di origini umili, solamente a Howard è toccato un destino differente, ricco e prestigioso, per questo rappresenta un mito per i due ragazzi (e per la madre, che passa il tempo a tesserne le lodi e ad augurarsi che i figli seguano il suo esempio).
Un giorno Terry incontra una donna spregiudicata e bellissima, un’attrice di teatro che lo conquista all’istante. Con lei vorrebbe cambiare vita, partire per la California e buttarsi finalmente negli affari. Ma non può permetterselo. Ian, nello stesso periodo, finisce sul lastrico perdendo 90.000 sterline a poker e cadendo vittima degli strozzini. La situazione dei due fratelli si fa critica, fino a quando giunge a salvarli, come tante altre volte in passato, lo zio “americano”.
Howard fornisce loro i soldi necessari, ma a una condizione: i nipoti devono ricambiare il piacere compiendo per lui un lavoro sporco, uccidere un uomo scomodo, che potrebbe comprometterne carriera e reputazione.

Sebbene la richiesta appaia inizialmente pazzesca, a poco a poco i due giovani si convincono che accettare la proposta dello zio sia l’unica scelta possibileQui inizia la parte più interessante del film: i dialoghi concitati tra i fratelli, i loro differenti modi di affrontare la faccenda, le paure che li attanagliano. Tra un ripensamento e un incubo, tra un bicchiere di whisky e una dose di pillole per scacciare l’ansia, l’omicidio si compie. Pun-pun. Due colpi di pistola e la vita di un innocente vola via.
Dopo il delitto, però, le cose non vanno per il verso sperato. Ian cade in una profonda crisi depressiva, si sente in colpa e la sua coscienza gli impone di andarsi a costituire. Al contrario, Terry vorrebbe dimenticare la vicenda e guardare avanti, godendosi la ricompensa economica dello zio. Il rapporto tra i due comincia così a incrinarsi e a prendere pieghe impensabili, fino al tragico finale…
Woody Allen conferma il suo felice momento artistico. Gli anni avanzano, ma la sua regia appare più fresca e spumeggiante che mai, in grado di coinvolgere gli spettatori. Degna di nota è anche l’interpretazione di Ewan McGregor e Colin Farrell, con un riconoscimento particolare a quest’ultimo, veramente convincente nei panni del fratello tribolato e annientato dai rimorsi.

Aggiungi un commento Febbraio 6, 2008

Lars e una ragazza tutta sua


Lars è un ragazzo malato. È affetto da una forte nevrosi anaffettiva e non riesce a costruire normali relazioni sociali. Una serie di catastrofiche esperienze sentimentali lo hanno segnato nel profondo, lasciandogli un senso di amarezza e solitudine. Ma un giorno nella sua vita entra Bianca e il pesante velo che offusca la sua anima comincia a sollevarsi.
Bianca non è una ragazza come le altre. È speciale. Lars l’ha acquistata su Internet. Non ha pelle, muscoli e cuore, ma un corpo di plastica. È una bambola di silicone. Eppure diventa la sua compagna, la sua amatissima donna degna di premure, continue attenzioni, coccole. Per Lars è un sogno che si avvera, perché Bianca ha tutto ciò che potrebbe desiderare, pur se costretta su una sedia a rotelle: è bella, dolce, affettuosa, gentile. Di colpo, le difficoltà di comunicazione che il ragazzo ha sempre incontrato, sembrano svanire. Con lei è semplice e bello stabilire un contatto.
Un giorno Lars presenta Bianca a suo fratello Gus e alla moglie. I due rimangono sbalorditi, soprattutto quando l’uomo dà da mangiare alla bambola, finge che essa parli, inventa per lei un’esistenza normale. La reazione di tutti quelli che incontrano Bianca la prima volta è di imbarazzo e incredulità. Tuttavia, a poco a poco, i familiari e vicini di Lars, i concittadini, coloro che gli vogliono bene, cominciano a cambiare atteggiamento e a considerare la plastic doll in maniera differente. Iniziano ad interagire con lei, a coinvolgerla, ad accettarla, a renderla partecipe. Incredibilmente, una storia d’amore irreale si fa reale. Un’unione assurda, del tutto strampalata, appare pulita, delicata, tenerissima. Un’intera comunità abbraccia il diverso e lo accoglie senza pregiudizi. Bianca non è più solo un antidoto alle relazioni umane “vere”, si trasforma in una presenza “viva”, dagli effetti solo positivi.
Il regista Craig Gillespie fa un resoconto dolce e amaro dei nostri tempi, ritrae le umane fragilità e le inspiegabili contraddizioni della modernità. Il falso si mescola all’autentico, il triste al divertente, il pianto al riso. Il suo compito è reso più facile dalla bravura dell’attore protagonista: Ryan Gosling. Le sue espressioni bucano sia lo schermo che il cuore del pubblico, esprimono malinconia e speranza.
Sono convinta che un interprete diverso, dallo sguardo meno sincero e trasparente, avrebbe rischiato di rendere la vicenda ridicola, comica. Invece persino la performance della bambola gonfiabile è godibile, se solo la si paragona alle rigidità e alle pose plastiche di certe attrici in carne e ossa…

Aggiungi un commento Gennaio 16, 2008

Seta


Seta è un film noioso, carente di emozioni, pretenzioso. In certe scene è un vero e proprio sbadiglio. Più che seta morbida e avvolgente, la pellicola sembra una tela ruvida e fastidiosa.
Non così è il libro di Alessandro Baricco dal quale è tratto. Il regista Francois Girard fallisce nel tentativo di adattare un’opera letteraria di successo al grande schermo.
Herve Joncour (Micheal Pitt) è un giovane commerciante di stoffe che si mette in viaggio per il Giappone, alla ricerca dei bachi da seta più preziosi del mondo. Il ragazzo parte per mete lontane lasciando a casa la sua sposa Helene (Keira Knightley), che lo aspetta fiduciosa e innamorata. Ma durante i suoi spostamenti in Oriente, Herve s’imbatte in luoghi, paesaggi e culture totalmente sconosciute, che lo attraggono enormemente. L’incontro con una donna affascinante e misteriosa (Sei Ashina), sarà per lui fatale. Il giovane si lascerà travolgere dalla passione per questa creatura dalla bellezza immateriale e sfuggente. Tornato a casa, Herve non riuscirà a dimenticare la sua esperienza in Oriente e continuerà a trafiggersi il cuore per l’ambivalenza del suo amore. Sarà a causa della sua pena interiore che si rimetterà in viaggio ancora e ancora.
Fatta eccezione per una fotografia suggestiva e una serie di paesaggi da sogno, il film non ha nulla di stimolante da offrire. Risultano poco autentici i dialoghi, scarsamente espressivi i personaggi, latenti gli slanci sentimentali. Gli attori appaiono ingessati, troppo asettici per una storia così travagliata.
In generale il lungometraggio abbozza solo in parte una storia complessa come quella raccontata nel romanzo. Girard non aggiunge nulla alla narrazione, e il pubblico se ne accorge subito… Ecco l’ironico commento lasciato da uno spettatore deluso sul sito di Repubblica dedicato al cinema (www.trovacinema.it): “Noioso e privo di poesia, con un Pitt espressivo come una stampella appendiabiti della lavanderia, la storia è raccontata come un elenco della spesa. Nemmeno nel racconto della tragedia si è riusciti a svegliare lo spettatore dal torpore che lo attanaglia in quasi due ore di vuoto. La fotografia si salva dal disastro generale, ma è troppo poco. Consigliato a chi soffre di insonnia”.

Aggiungi un commento Novembre 6, 2007

I Simpson. Il film

Sfrontati come sempre, demenziali più che mai.
I Simpson al cinema si sentono perfettamente a loro agio e offrono agli spettatori il meglio di sé. Satira, riferimenti all’attualità, parodie e situazioni surreali si susseguono a pieno ritmo, come negli episodi che siamo abituati a vedere in tv.
Homer, da “testone” incosciente qual è, sfiora una catastrofe ambientale e mette a repentaglio la sopravvivenza di Springfield. A dargli battaglia è il presidente d’America in persona, con le fattezze (e la voce) di Schwarzenegger, coadiuvato dal tenace capo dell’EPA (agenzia per la promozione ambientale).
Mentre la vicenda principale prende corpo, si sorride per le peripezie vissute dagli altri protagonisti: Bart nudo sullo skateboard, Lisa pazza d’amore per un giovane musicista, il nonno in preda a un attacco isterico… E sullo schermo si assiste anche al concerto dei “Green Day”, all’affondamento del Titanic, al lancio dei missili statunitensi, alle performance irresistibili di un maialino nei panni di Spiderman.
I rimandi ai fatti e alle persone reali sono continui e spassosi, sempre ben calibrati. Matt Groening, regista del film e della serie televisiva nata nel 1988, riesce ad accontentare i fan di tutto il mondo, mantenendo inalterata l’essenza dei Simpson. Il film fa ridere per l’ironia dei personaggi, per la loro “purezza”, per la comicità politicamente scorretta, per l’ingenuità che dimostrano nonostante tutto. Artefici del successo del lungometraggio sono anche i doppiatori storici dei Simpson: Tonino Accolla (Homer), Liù Bosso (Marge), Ilaria Stagni (Bart) e Monica Ward (Lisa). E nel mezzo del marasma di battute e disavventure, sale alla ribalta il tema dell’inquinamento ambientale, affrontato senza ipocrisia. Da segnalare, infine, i titoli di coda: originali e graffianti come ogni minuto del film.

Aggiungi un commento Settembre 27, 2007

Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo

Will Turner, Elizabeth Swann, Jack Sparrow e il capitan Barbarossa issano le vele ancora una volta per solcare i temibili mari oltre i confini della Terra e battersi per un futuro degno della comunità piratesca.
La prima missione è quella di andare a recuperare capitan Jack fin giù nel profondo degli abissi, dove è imprigionato in una sorta di purgatorio.
Avvenuta la liberazione, i due innamorati si trovano invischiati nella fitta rete di cospirazioni della Compagnia delle Indie Orientali e finiscono nel bel mezzo di una lotta aspra e burrascosa. Da una parte l’imbarcazione degli imperialisti inglesi alleatasi col morto vivente dalla faccia da piovra, Davy Jones (Bill Nighy) e le altre creature marine destinate a veleggiare senza sosta per l’eternità, dall’altra la leggendaria ciurma dell’Olandese Volante, i pirati nobili della Terra.

Duelli acrobatici, scontri spettacolari, leggende evocative si snodano per quasi 3 ore filate di film. A dire il vero si fatica un po’ a seguire le fila della storia, talmente ricca di colpi di scena e azzardi da spiazzare gli spettatori. Come nei due episodi precedenti, il protagonista conclamato della scena è Johnny Depp, svampito e dinoccolato nei panni (sarebbe il caso di dire… negli stracci) di capitan Jack.

Spassoso il momento in cui infinite copie di Sparrow calcano la scena, ognuna delle quali considerandosi l’originale. Ancora una volta Walt Disney Pictures conferma la sua eccellenza nella realizzazione di effetti speciali e soluzioni visive sbalorditive: tempeste marine, paesaggi di ghiaccio, tramonti dorati e atmosfere cupe.
Si alternano sequenze surreali come quella della nave trascinata dai granchi o quella in cui l’imbarcazione si capovolge e, sottosopra, continua il suo viaggio nei mari. Anche la magnificenza dei costumi dei pirati e delle navi che cavalcano le onde in mezzo alle intemperie lasciano il segno.

La volontà del regista Gore Verbinski è soprattutto quella di esaltare la bellezza e la suggestione delle immagini e di puntare su scene ad alto impatto spettacolare. Il resto è puro intrattenimento, una vena di ironia nera e un pizzico di smielato romanticismo. Il finale riserva una sorpresa: passati i titoli di coda spunta nello schermo un altro pezzo di film, che fa credere ancora nell’esistenza delle favole. Cpsì anche i più sentimentali sono accontentati.

Aggiungi un commento Maggio 27, 2007

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