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Sogni e delitti


Una persona molto superstiziosa potrebbe pensare che la barca a vela acquistata dai due fratelli protagonisti all’inizio del film, sia la causa di tutte le loro disgrazie. È lei a comparire nella prima inquadratura, c’è sempre lei nell’immagine di chiusura, testimone e complice di una duplice morte. Io che non lo sono, credo che sia una scelta registica indovinata e furba.

Sogni e delitti” è il terzo capitolo della trilogia di lungometraggi diretti da Woody Allen con ambientazione a Londra. I precedenti sono il drammatico “Match Point” (2005) e la commedia “Scoop” (2006). Anche in quest’ultimo lavoro prevale il conflitto fra bene e male, la guerra di sentimenti, le pulsioni istintive che spingono gli uomini a compiere azioni scellerate pur di raggiungere il proprio tornaconto personale. C’è il ricatto, la corruzione, il cinismo, l’intrigo.
Terry (Evan McGregor) e Ian (Colin Farrel)sono due fratelli molto uniti. Tanto il primo è razionale, lucido e ambizioso, quanto il secondo è uterino e irrequieto. Terry lavora nel ristorante del padre solo per senso del dovere, ma anela a un futuro di affari e successi in California, dove suo zio Howard (il fratello della madre) ha trovato fortuna grazie ad un indovinato business nel settore alberghiero. Ian fa il meccanico in un’officina e ha il vizio del gioco: scommesse di cani e tavolo da poker, principalmente. Entrambi hanno pochi soldi in tasca e vanno sempre alla ricerca del modo migliore per aumentare le loro entrate. Provengono da una famiglia modesta, di origini umili, solamente a Howard è toccato un destino differente, ricco e prestigioso, per questo rappresenta un mito per i due ragazzi (e per la madre, che passa il tempo a tesserne le lodi e ad augurarsi che i figli seguano il suo esempio).
Un giorno Terry incontra una donna spregiudicata e bellissima, un’attrice di teatro che lo conquista all’istante. Con lei vorrebbe cambiare vita, partire per la California e buttarsi finalmente negli affari. Ma non può permetterselo. Ian, nello stesso periodo, finisce sul lastrico perdendo 90.000 sterline a poker e cadendo vittima degli strozzini. La situazione dei due fratelli si fa critica, fino a quando giunge a salvarli, come tante altre volte in passato, lo zio “americano”.
Howard fornisce loro i soldi necessari, ma a una condizione: i nipoti devono ricambiare il piacere compiendo per lui un lavoro sporco, uccidere un uomo scomodo, che potrebbe comprometterne carriera e reputazione.

Sebbene la richiesta appaia inizialmente pazzesca, a poco a poco i due giovani si convincono che accettare la proposta dello zio sia l’unica scelta possibileQui inizia la parte più interessante del film: i dialoghi concitati tra i fratelli, i loro differenti modi di affrontare la faccenda, le paure che li attanagliano. Tra un ripensamento e un incubo, tra un bicchiere di whisky e una dose di pillole per scacciare l’ansia, l’omicidio si compie. Pun-pun. Due colpi di pistola e la vita di un innocente vola via.
Dopo il delitto, però, le cose non vanno per il verso sperato. Ian cade in una profonda crisi depressiva, si sente in colpa e la sua coscienza gli impone di andarsi a costituire. Al contrario, Terry vorrebbe dimenticare la vicenda e guardare avanti, godendosi la ricompensa economica dello zio. Il rapporto tra i due comincia così a incrinarsi e a prendere pieghe impensabili, fino al tragico finale…
Woody Allen conferma il suo felice momento artistico. Gli anni avanzano, ma la sua regia appare più fresca e spumeggiante che mai, in grado di coinvolgere gli spettatori. Degna di nota è anche l’interpretazione di Ewan McGregor e Colin Farrell, con un riconoscimento particolare a quest’ultimo, veramente convincente nei panni del fratello tribolato e annientato dai rimorsi.

Aggiungi un commento Febbraio 6, 2008

Lars e una ragazza tutta sua


Lars è un ragazzo malato. È affetto da una forte nevrosi anaffettiva e non riesce a costruire normali relazioni sociali. Una serie di catastrofiche esperienze sentimentali lo hanno segnato nel profondo, lasciandogli un senso di amarezza e solitudine. Ma un giorno nella sua vita entra Bianca e il pesante velo che offusca la sua anima comincia a sollevarsi.
Bianca non è una ragazza come le altre. È speciale. Lars l’ha acquistata su Internet. Non ha pelle, muscoli e cuore, ma un corpo di plastica. È una bambola di silicone. Eppure diventa la sua compagna, la sua amatissima donna degna di premure, continue attenzioni, coccole. Per Lars è un sogno che si avvera, perché Bianca ha tutto ciò che potrebbe desiderare, pur se costretta su una sedia a rotelle: è bella, dolce, affettuosa, gentile. Di colpo, le difficoltà di comunicazione che il ragazzo ha sempre incontrato, sembrano svanire. Con lei è semplice e bello stabilire un contatto.
Un giorno Lars presenta Bianca a suo fratello Gus e alla moglie. I due rimangono sbalorditi, soprattutto quando l’uomo dà da mangiare alla bambola, finge che essa parli, inventa per lei un’esistenza normale. La reazione di tutti quelli che incontrano Bianca la prima volta è di imbarazzo e incredulità. Tuttavia, a poco a poco, i familiari e vicini di Lars, i concittadini, coloro che gli vogliono bene, cominciano a cambiare atteggiamento e a considerare la plastic doll in maniera differente. Iniziano ad interagire con lei, a coinvolgerla, ad accettarla, a renderla partecipe. Incredibilmente, una storia d’amore irreale si fa reale. Un’unione assurda, del tutto strampalata, appare pulita, delicata, tenerissima. Un’intera comunità abbraccia il diverso e lo accoglie senza pregiudizi. Bianca non è più solo un antidoto alle relazioni umane “vere”, si trasforma in una presenza “viva”, dagli effetti solo positivi.
Il regista Craig Gillespie fa un resoconto dolce e amaro dei nostri tempi, ritrae le umane fragilità e le inspiegabili contraddizioni della modernità. Il falso si mescola all’autentico, il triste al divertente, il pianto al riso. Il suo compito è reso più facile dalla bravura dell’attore protagonista: Ryan Gosling. Le sue espressioni bucano sia lo schermo che il cuore del pubblico, esprimono malinconia e speranza.
Sono convinta che un interprete diverso, dallo sguardo meno sincero e trasparente, avrebbe rischiato di rendere la vicenda ridicola, comica. Invece persino la performance della bambola gonfiabile è godibile, se solo la si paragona alle rigidità e alle pose plastiche di certe attrici in carne e ossa…

Aggiungi un commento Gennaio 16, 2008

Seta


Seta è un film noioso, carente di emozioni, pretenzioso. In certe scene è un vero e proprio sbadiglio. Più che seta morbida e avvolgente, la pellicola sembra una tela ruvida e fastidiosa.
Non così è il libro di Alessandro Baricco dal quale è tratto. Il regista Francois Girard fallisce nel tentativo di adattare un’opera letteraria di successo al grande schermo.
Herve Joncour (Micheal Pitt) è un giovane commerciante di stoffe che si mette in viaggio per il Giappone, alla ricerca dei bachi da seta più preziosi del mondo. Il ragazzo parte per mete lontane lasciando a casa la sua sposa Helene (Keira Knightley), che lo aspetta fiduciosa e innamorata. Ma durante i suoi spostamenti in Oriente, Herve s’imbatte in luoghi, paesaggi e culture totalmente sconosciute, che lo attraggono enormemente. L’incontro con una donna affascinante e misteriosa (Sei Ashina), sarà per lui fatale. Il giovane si lascerà travolgere dalla passione per questa creatura dalla bellezza immateriale e sfuggente. Tornato a casa, Herve non riuscirà a dimenticare la sua esperienza in Oriente e continuerà a trafiggersi il cuore per l’ambivalenza del suo amore. Sarà a causa della sua pena interiore che si rimetterà in viaggio ancora e ancora.
Fatta eccezione per una fotografia suggestiva e una serie di paesaggi da sogno, il film non ha nulla di stimolante da offrire. Risultano poco autentici i dialoghi, scarsamente espressivi i personaggi, latenti gli slanci sentimentali. Gli attori appaiono ingessati, troppo asettici per una storia così travagliata.
In generale il lungometraggio abbozza solo in parte una storia complessa come quella raccontata nel romanzo. Girard non aggiunge nulla alla narrazione, e il pubblico se ne accorge subito… Ecco l’ironico commento lasciato da uno spettatore deluso sul sito di Repubblica dedicato al cinema (www.trovacinema.it): “Noioso e privo di poesia, con un Pitt espressivo come una stampella appendiabiti della lavanderia, la storia è raccontata come un elenco della spesa. Nemmeno nel racconto della tragedia si è riusciti a svegliare lo spettatore dal torpore che lo attanaglia in quasi due ore di vuoto. La fotografia si salva dal disastro generale, ma è troppo poco. Consigliato a chi soffre di insonnia”.

Aggiungi un commento Novembre 6, 2007

I Simpson. Il film

Sfrontati come sempre, demenziali più che mai.
I Simpson al cinema si sentono perfettamente a loro agio e offrono agli spettatori il meglio di sé. Satira, riferimenti all’attualità, parodie e situazioni surreali si susseguono a pieno ritmo, come negli episodi che siamo abituati a vedere in tv.
Homer, da “testone” incosciente qual è, sfiora una catastrofe ambientale e mette a repentaglio la sopravvivenza di Springfield. A dargli battaglia è il presidente d’America in persona, con le fattezze (e la voce) di Schwarzenegger, coadiuvato dal tenace capo dell’EPA (agenzia per la promozione ambientale).
Mentre la vicenda principale prende corpo, si sorride per le peripezie vissute dagli altri protagonisti: Bart nudo sullo skateboard, Lisa pazza d’amore per un giovane musicista, il nonno in preda a un attacco isterico… E sullo schermo si assiste anche al concerto dei “Green Day”, all’affondamento del Titanic, al lancio dei missili statunitensi, alle performance irresistibili di un maialino nei panni di Spiderman.
I rimandi ai fatti e alle persone reali sono continui e spassosi, sempre ben calibrati. Matt Groening, regista del film e della serie televisiva nata nel 1988, riesce ad accontentare i fan di tutto il mondo, mantenendo inalterata l’essenza dei Simpson. Il film fa ridere per l’ironia dei personaggi, per la loro “purezza”, per la comicità politicamente scorretta, per l’ingenuità che dimostrano nonostante tutto. Artefici del successo del lungometraggio sono anche i doppiatori storici dei Simpson: Tonino Accolla (Homer), Liù Bosso (Marge), Ilaria Stagni (Bart) e Monica Ward (Lisa). E nel mezzo del marasma di battute e disavventure, sale alla ribalta il tema dell’inquinamento ambientale, affrontato senza ipocrisia. Da segnalare, infine, i titoli di coda: originali e graffianti come ogni minuto del film.

Aggiungi un commento Settembre 27, 2007

Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo

Will Turner, Elizabeth Swann, Jack Sparrow e il capitan Barbarossa issano le vele ancora una volta per solcare i temibili mari oltre i confini della Terra e battersi per un futuro degno della comunità piratesca.
La prima missione è quella di andare a recuperare capitan Jack fin giù nel profondo degli abissi, dove è imprigionato in una sorta di purgatorio.
Avvenuta la liberazione, i due innamorati si trovano invischiati nella fitta rete di cospirazioni della Compagnia delle Indie Orientali e finiscono nel bel mezzo di una lotta aspra e burrascosa. Da una parte l’imbarcazione degli imperialisti inglesi alleatasi col morto vivente dalla faccia da piovra, Davy Jones (Bill Nighy) e le altre creature marine destinate a veleggiare senza sosta per l’eternità, dall’altra la leggendaria ciurma dell’Olandese Volante, i pirati nobili della Terra.

Duelli acrobatici, scontri spettacolari, leggende evocative si snodano per quasi 3 ore filate di film. A dire il vero si fatica un po’ a seguire le fila della storia, talmente ricca di colpi di scena e azzardi da spiazzare gli spettatori. Come nei due episodi precedenti, il protagonista conclamato della scena è Johnny Depp, svampito e dinoccolato nei panni (sarebbe il caso di dire… negli stracci) di capitan Jack.

Spassoso il momento in cui infinite copie di Sparrow calcano la scena, ognuna delle quali considerandosi l’originale. Ancora una volta Walt Disney Pictures conferma la sua eccellenza nella realizzazione di effetti speciali e soluzioni visive sbalorditive: tempeste marine, paesaggi di ghiaccio, tramonti dorati e atmosfere cupe.
Si alternano sequenze surreali come quella della nave trascinata dai granchi o quella in cui l’imbarcazione si capovolge e, sottosopra, continua il suo viaggio nei mari. Anche la magnificenza dei costumi dei pirati e delle navi che cavalcano le onde in mezzo alle intemperie lasciano il segno.

La volontà del regista Gore Verbinski è soprattutto quella di esaltare la bellezza e la suggestione delle immagini e di puntare su scene ad alto impatto spettacolare. Il resto è puro intrattenimento, una vena di ironia nera e un pizzico di smielato romanticismo. Il finale riserva una sorpresa: passati i titoli di coda spunta nello schermo un altro pezzo di film, che fa credere ancora nell’esistenza delle favole. Cpsì anche i più sentimentali sono accontentati.

Aggiungi un commento Maggio 27, 2007

Spider-Man 3

Avete presente la pubblicità televisiva di Windows Vista? Quella in cui alcune persone, di fronte al nuovo sistema operativo firmato Microsoft, esclamano uno sbalordito “Wow”? Be’, l’effetto provocato dalla visione delle scene più spettacolari di Spider-Man 3 è all’incirca lo stesso…
Quando i due Uomini Ragno, quello rassicurante e quello demoniaco, piroettano tra i grattacieli di New York o l’Uomo Sabbia fa le sue eclatanti apparizioni, è difficile contenere lo stupore.

Il terzo capitolo della saga, diretto ancora una volta da Sam Raimi, è la massima espressione degli effetti speciali che siano mai stati realizzati nella storia del cinema. I patiti delle tecnologie visive più avanzate gongoleranno per tali prodigi.
E tutti gli altri? Gli spettatori interessati più ai contenuti che alla forza impattante delle immagini, cosa penseranno del film? È molto probabile che rimpiangeranno i vecchi episodi

Il difetto principale di Spider-Man 3 è quello di raccontare tanto, forse troppo, senza avere il tempo necessario per approfondire le tematiche toccate. Nel calderone vengono buttati molti ingredienti, tutti di incredibile rilevanza: l’amore vacillante per Mary Jane, la crisi profonda di Peter Parker, costretto a vedersela con il lato più oscuro della sua personalità, il conflitto tra Spider-Man e Goblin Junior (vale a dire l’amico Harry), l’arrivo di nuovi e temibili nemici, l’incontro con la fiamma del passato Gwen Stacy.

Lo spessore dell’Uomo Ragno si fa labile, incerto, perché la sua figura eroica, a cui gli appassionati del fumetto della Marvel sono legatissimi, non viene pgestita al meglio. Gli eventi scorrono veloci e non permettono agli spettatori di riflettere abbastanza su quanto accade. Anche la mediocre performance di Tobey Maguire contribuisce a lasciare un senso di insoddisfazione. Le sue reazioni addolorate finiscono per assomigliare a quelle leggere o divertite. Le espressioni di Peter risultano spesso e volentieri piatte, quasi asettiche, se non addirittura ridicole (basti pensare alla sequenza in cui passeggia lungo i marciapiedi di New York ancheggiando e facendo il verso a Tony Manero della Febbre del sabato sera).
Per fortuna ci pensa la splendida Kirsten Dunst a tenere alta la bandiera della buona recitazione.
I momenti da ricordare e raccontare della pellicola sono quelli in cui gli effetti visivi hanno il sopravvento: gli scontri con Sandman e Venom, la battaglia finale, la culla di ragnatela che protegge Peter e Mary Jane. Non aspettatevi niente di più, o di diverso…

Aggiungi un commento Maggio 17, 2007

Mio fratello è figlio unico

Ecco, per una volta, un film in cui Riccardo Scamarcio, seppur bravo nell’interpretare il ruolo del carismatico Manrico, non risplende come unico e adorato protagonista. La stella più brillante, in questo caso, è il giovane Elio Germano, capace di accendere il suo personaggio con lampi di vivacità e carica istintiva.
È lui a farsi ricordare di più. È lui a suscitare maggiore simpatia nel pubblico.

Nel film di Daniele Lucchetti, tratto dal romanzo “Il Fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, si percorrono le fasi concitate del ’68 italiano, attraverso il rapporto di amore-rivalità tra due fratelli.
Manrico (Riccardo Scamarcio), il maggiore, è l’affascinante trascinatore del popolo, il bello e dannato con il pugno alzato che lotta per quello in cui crede. Accio (Elio Germano) è il ribelle dal fuoco interiore, provocatorio e irruente, che passa dal seminario, all’MSI, all’adesione al partito della falce e martello senza battere ciglio.
L’unico modo che conosce per farsi accettare dagli altri è lo scontro, la platealità dei gesti e delle parole.
Nella sua versione infantile, Accio è interpretato dalla promessa cinematografica Vittorio Emanuele Propizio, adorabile con la sua faccia furbetta e il piglio strafottente.
A rendere ancora più tesi i rapporti tra i due fratelli, ci si mette pure una storia d’amore contesa. Francesca è la fidanzata di Manrico, ma fa girare la testa pure ad Accio e scoppiano le scintille…

Le lotte politiche, le rivolte degli operai, le botte in piazza fanno da sfondo alle dinamiche private di questa famiglia di proletari, in cui le passioni si fanno sentire, così come le urla, i ceffoni e gli abbracci commossi. La convincente Angela Finocchiaro nel ruolo della mamma dal polso di ferro e la presenza nel cast di altri nomi importanti come Luca Zingaretti e Ascanio Celestini non fa che aggiungere valore e spessore all’opera.

La felicità è inseguita, sospirata, calpestata, ma rimane la meta più alta da raggiungere, quella per cui vale la pena di prendersi a calci, protestare e darsele di santa ragione.

Il secondo tempo è meno scanzonato e più oscuro. Il finale drammatico lascia un po’ di amaro in bocca, anche perché non viene approfondito nella giusta misura. Ma è una pecca che si può perdonare a Lucchetti, che è riuscito a trasmettere la freschezza della gioventù di quegli anni, la sua rabbia incontrollabile e l’ansia di vivere col cuore in gola.

Aggiungi un commento Maggio 6, 2007

300 - Addominali scolpiti e patriottismo a tutti i costi

Il film diretto da Zack Snyder è vivamente sconsigliato alle persone deboli di stomaco e agli amanti della storia. Gli appassionati di scontri brutali e fisici scolpiti si facciano invece avanti: avranno di che divertirsi!
La selezione del cast maschile, tutto muscoli e addominali di ferro, ha richiesto particolare impegno, come ha riconosciuto lo stesso Snyder: “Quando ho iniziato a cercare gli attori mi sono detto ‘qui sarà dura’! Intanto perché sono nudi quasi tutto il tempo e poi perché li vediamo lottare, quindi devono avere corpi da lottatori piuttosto convincenti. Quando ho incontrato Gerard Butler in un bar di North Hollywood ha cercato di convincermi di essere adatto al ruolo strappandosi la camicia e saltando sul tavolo!”.

Il pubblico che non disdegna un po’ di sangue versato e qualche testa saltata, ma è legato alla ricostruzione veritiera dei fatti, rimarrà soddisfatto al 50 % da 300. Perché è un’opera spettacolare negli effetti speciali e nei corpo a corpo truculenti, ma deludente nella sostanza.

La storia dei trecento uomini guidati dal re Leonida, che nel 480 avanti Cristo si immolarono nella battaglia delle Termopili pur di non cedere il passo alle potentissime armate persiane e combatterono contro i soldati del re Serse, ha poco a che vedere con la realtà. Gli elementi principalmente messi in risalto sono le gesta eroiche dei combattenti, l’ardente legame con la loro terra, la violenza portata agli eccessi, il richiamo al racconto grafico omonimo di Frank Miller, da cui è stato tratto il film, ma trapela una netta sensazione di finzione.

Ci sono molti aspetti fantasy nell’opera di Snyder, tanto uso della computer grafica, una sfilza di costumi sgargianti e animali esotici. L’intento del regista non è quello di riportare gli accadimenti descritti sui libri di scuola ma di analizzare un fatto sociologico rilevante: come pochi uomini valorosi, con la semplice forza di volontà, abbiano potuto mettere in difficoltà il più grande esercito del mondo antico.
Alcune immagini impressionano per la minuziosa ricostruzione fotografica, i colori accesi, vivi, che ingigantiscono l’aura da mito. E anche la colonna sonora è coinvolgente e vigorosa ma il lungometraggio, a mio parere, indugia in malo modo sugli aspetti più umani della vicenda, tentando un difficile equilibrio tra il culto della guerra propugnato dagli spartani e gli elementi di tenerezza, che appaiono inappropriati in questo contesto.

2 commenti Aprile 12, 2007

Rosso come il cielo

La forza principale del film di Cristiano Bortone è l’emozione regalata dal piccolo protagonista, Luca Capriotti il quale, vedente, ha saputo interpretare con convinzione la parte del bambino divenuto cieco in seguito ad uno sfortunato incidente.

La consapevolezza che la sua storia ricalchi quella di Mirco Mencacci, tra i migliori montatori del suono del cinema italiano, rende la vicenda particolarmente toccante.

Aveva appena 10 anni Mirco quando, per gioco, ha afferrato un fucile e ha sparato il colpo fatale che lo ha costretto ad abbandonare il mondo dei colori. Da allora la sua vita ha preso una piega diversa.
Costretto a frequentare un istituto per non vedenti di Genova, in quanto all’inizio degli anni ’70 la legge non consentiva ai bambini ciechi di frequentare le scuole pubbliche normali, Mirco manifesta da subito una speciale sensibilità verso i suoni e i rumori.
Grazie ad un vecchio registratore a bobine, scopre che tagliando e riattaccando il nastro, riesce a costruire delle favole fatte solo di rumori e coinvolgerà tutti gli altri bambini ciechi nella sua scoperta, facendo riscoprire il loro talento e la loro normalità.

Sebbene la scuola e i dogmi religiosi dell’epoca contrastino aspramente ogni forma di creatività, Mirco porta avanti il suo sogno ostinatamente e la sua fantasia travolge gli ostacoli che si pongono di fronte il suo cammino.

Rosso come il cielo è un film di riscatto e determinazione e, come ha dichiarato lo stesso regista durante la conferenza stampa: “(…) quello di Mirco è un messaggio universale, un messaggio valido per tutti. Ho preferito affrontare l’argomento con una trama romanzata; in questo modo, mi son detto, raggiungerò l’obiettivo di far conoscere il mondo dei ragazzi non vedenti, senza tediare il pubblico”.

E non ci si annoia affatto durante la proiezione della pellicola: si coglie la poesia, si prova commozione, ci si intenerisce. Paolo Sassanelli, che interpreta la parte di Don Giulio, il maestro dei ragazzi non vedenti, ha spiegato così il suo stato d’animo durante le riprese: “È stato come andare sull’otto volante: commozione, stress, preoccupazione… non mi sono mai annoiato”.
Una nota di merito particolare va ai giovani attori non vedenti, tutti terribilmente convincenti.
Il regista ha vinto una scommessa difficile: ha messo insieme ragazzi vedenti e non vedenti, e ha chiesto a questi ultimi di insegnare agli altri come ci si muove in un mondo al buio. Ma non solo: ha creato affiatamento nel gruppo, solidarietà, sintonia, al punto di raggiungere un elevato livello di naturalezza e di improvvisazione.
Affrontando una tematica così delicata, c’era il rischio che la regia cadesse nel patetico o nello scontato. Invece la guida intelligente e misurata di Cristiano Bortone ha garantito un’ora e mezza di attenzione, riflessione e condivisione.

Aggiungi un commento Marzo 21, 2007

Ho voglia di te

Assistere all’anteprima romana di Ho voglia di te, tenutasi venerdì scorso al Warner Moderno di Roma, è stato un po’ come guardare una partita di calcio, o un concerto rock. Perché da fuori il cinema le urla dei “tifosi” (o meglio, delle “tifose”) si sprecavano, così come gli scatti fotografici incontrollati e i tentativi di assalto al cast da parte delle fan in delirio.

Il fenomeno Tre metri sopra il cielo, scoppiato quattro anni fa, continua evidentemente a mietere le sue vittime… La formula del successo è semplice, ma infallibile: un pizzico di ribellione, una dose massiccia di amore adolescenziale e una spolverata di emozioni turbolente. Tutti ingredienti sapientemente miscelati nel primo libro di Federico Moccia, divenuto cult generazionale, da cui è stato tratto il film, diretto da Luca Lucini, che nel 2004 ha sbancato i botteghini italiani.

Ho voglia di te, il secondo capitolo della storia, che narra le tormentate vicissitudini di Step (interpretato dall’osannato Riccardo Scamarcio), sembra destinato a medesima fortuna.
Ed eccola, la storia: Step ritorna nella sua città, Roma, dopo due anni passati negli Stati Uniti per cercare di dimenticare sconvolgimenti emotivi e ricordi dolorosi. Ma tutto è profondamente cambiato, soprattutto la “sua” dolce Babi (Katy Louise Saunders), divenuta una provocatrice intrigante e maliziosa. Alle tenere memorie del passato si contrappone un presente segnato dall’inganno. Solo l’incontro con la vivace e spregiudicata Gin (Laura Chiatti) permetterà a Step di volare fin sopra il cielo un’altra volta e di impazzire d’amore nuovamente, come non avrebbe mai immaginato.

Nessuna delle giovani spettatrici che hanno assistito alla prima di venerdì pomeriggio era all’oscuro della trama. Erano mesi che attendevano spasmodicamente l’uscita del film. In fondo, la pellicola girata da Luis Prieto si rivolge direttamente a loro, e usa il loro stesso linguaggio.
Parla delle loro speranze, dei desideri chiusi nel cassetto, delle difficoltà che incontrano giorno per giorno, come ha dichiarato lo stesso regista: “HVDT è un film (…) per i giovani perché i protagonisti sono dei ragazzi, che vivono inquietudini e problemi ai quali a volte non riescono a dare soluzione”.

Anche la scelta della colonna sonora non è stata fatta a caso, con l’hit “Ti scatterò una foto” di Tiziano Ferro ad accompagnare le scene più salienti. Ma l’assoluto protagonista del film è ancora una volta il corteggiatissimo Riccardo Scamarcio.
La sua faccia tappezza ormai da tempo le copertine delle riviste per teenager, le sue interviste occupano le prime pagine dei magazine femminili, la sua vita privata è stata gettata in pasto ai paparazzi. La parte del duro dal cuore di burro gli ha spalancato la porta del successo e gli ha regalato la fama del “bello e dannato” che sembra oramai una sua cifra indelebile.

A onor del vero, per chi ha superato l’età delle tempeste adolescenziali, il film e il cast suscitano ben pochi spasmi. Se deve essere la ragione a parlare, più che il cuore smosso dai batticuori di gioventù, allora l’analisi che ne consegue è tutt’altro che esaltante: la trama non spicca per originalità, gli attori non entusiasmano, la regia non convince. Nonostante (o grazie a) ciò, sarà un successo clamoroso.

1 commento Marzo 11, 2007

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