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Spider-Man 3

Avete presente la pubblicità televisiva di Windows Vista? Quella in cui alcune persone, di fronte al nuovo sistema operativo firmato Microsoft, esclamano uno sbalordito “Wow”? Be’, l’effetto provocato dalla visione delle scene più spettacolari di Spider-Man 3 è all’incirca lo stesso…
Quando i due Uomini Ragno, quello rassicurante e quello demoniaco, piroettano tra i grattacieli di New York o l’Uomo Sabbia fa le sue eclatanti apparizioni, è difficile contenere lo stupore.

Il terzo capitolo della saga, diretto ancora una volta da Sam Raimi, è la massima espressione degli effetti speciali che siano mai stati realizzati nella storia del cinema. I patiti delle tecnologie visive più avanzate gongoleranno per tali prodigi.
E tutti gli altri? Gli spettatori interessati più ai contenuti che alla forza impattante delle immagini, cosa penseranno del film? È molto probabile che rimpiangeranno i vecchi episodi

Il difetto principale di Spider-Man 3 è quello di raccontare tanto, forse troppo, senza avere il tempo necessario per approfondire le tematiche toccate. Nel calderone vengono buttati molti ingredienti, tutti di incredibile rilevanza: l’amore vacillante per Mary Jane, la crisi profonda di Peter Parker, costretto a vedersela con il lato più oscuro della sua personalità, il conflitto tra Spider-Man e Goblin Junior (vale a dire l’amico Harry), l’arrivo di nuovi e temibili nemici, l’incontro con la fiamma del passato Gwen Stacy.

Lo spessore dell’Uomo Ragno si fa labile, incerto, perché la sua figura eroica, a cui gli appassionati del fumetto della Marvel sono legatissimi, non viene pgestita al meglio. Gli eventi scorrono veloci e non permettono agli spettatori di riflettere abbastanza su quanto accade. Anche la mediocre performance di Tobey Maguire contribuisce a lasciare un senso di insoddisfazione. Le sue reazioni addolorate finiscono per assomigliare a quelle leggere o divertite. Le espressioni di Peter risultano spesso e volentieri piatte, quasi asettiche, se non addirittura ridicole (basti pensare alla sequenza in cui passeggia lungo i marciapiedi di New York ancheggiando e facendo il verso a Tony Manero della Febbre del sabato sera).
Per fortuna ci pensa la splendida Kirsten Dunst a tenere alta la bandiera della buona recitazione.
I momenti da ricordare e raccontare della pellicola sono quelli in cui gli effetti visivi hanno il sopravvento: gli scontri con Sandman e Venom, la battaglia finale, la culla di ragnatela che protegge Peter e Mary Jane. Non aspettatevi niente di più, o di diverso…

Aggiungi un commento Maggio 17, 2007

Mio fratello è figlio unico

Ecco, per una volta, un film in cui Riccardo Scamarcio, seppur bravo nell’interpretare il ruolo del carismatico Manrico, non risplende come unico e adorato protagonista. La stella più brillante, in questo caso, è il giovane Elio Germano, capace di accendere il suo personaggio con lampi di vivacità e carica istintiva.
È lui a farsi ricordare di più. È lui a suscitare maggiore simpatia nel pubblico.

Nel film di Daniele Lucchetti, tratto dal romanzo “Il Fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, si percorrono le fasi concitate del ’68 italiano, attraverso il rapporto di amore-rivalità tra due fratelli.
Manrico (Riccardo Scamarcio), il maggiore, è l’affascinante trascinatore del popolo, il bello e dannato con il pugno alzato che lotta per quello in cui crede. Accio (Elio Germano) è il ribelle dal fuoco interiore, provocatorio e irruente, che passa dal seminario, all’MSI, all’adesione al partito della falce e martello senza battere ciglio.
L’unico modo che conosce per farsi accettare dagli altri è lo scontro, la platealità dei gesti e delle parole.
Nella sua versione infantile, Accio è interpretato dalla promessa cinematografica Vittorio Emanuele Propizio, adorabile con la sua faccia furbetta e il piglio strafottente.
A rendere ancora più tesi i rapporti tra i due fratelli, ci si mette pure una storia d’amore contesa. Francesca è la fidanzata di Manrico, ma fa girare la testa pure ad Accio e scoppiano le scintille…

Le lotte politiche, le rivolte degli operai, le botte in piazza fanno da sfondo alle dinamiche private di questa famiglia di proletari, in cui le passioni si fanno sentire, così come le urla, i ceffoni e gli abbracci commossi. La convincente Angela Finocchiaro nel ruolo della mamma dal polso di ferro e la presenza nel cast di altri nomi importanti come Luca Zingaretti e Ascanio Celestini non fa che aggiungere valore e spessore all’opera.

La felicità è inseguita, sospirata, calpestata, ma rimane la meta più alta da raggiungere, quella per cui vale la pena di prendersi a calci, protestare e darsele di santa ragione.

Il secondo tempo è meno scanzonato e più oscuro. Il finale drammatico lascia un po’ di amaro in bocca, anche perché non viene approfondito nella giusta misura. Ma è una pecca che si può perdonare a Lucchetti, che è riuscito a trasmettere la freschezza della gioventù di quegli anni, la sua rabbia incontrollabile e l’ansia di vivere col cuore in gola.

Aggiungi un commento Maggio 6, 2007

300 - Addominali scolpiti e patriottismo a tutti i costi

Il film diretto da Zack Snyder è vivamente sconsigliato alle persone deboli di stomaco e agli amanti della storia. Gli appassionati di scontri brutali e fisici scolpiti si facciano invece avanti: avranno di che divertirsi!
La selezione del cast maschile, tutto muscoli e addominali di ferro, ha richiesto particolare impegno, come ha riconosciuto lo stesso Snyder: “Quando ho iniziato a cercare gli attori mi sono detto ‘qui sarà dura’! Intanto perché sono nudi quasi tutto il tempo e poi perché li vediamo lottare, quindi devono avere corpi da lottatori piuttosto convincenti. Quando ho incontrato Gerard Butler in un bar di North Hollywood ha cercato di convincermi di essere adatto al ruolo strappandosi la camicia e saltando sul tavolo!”.

Il pubblico che non disdegna un po’ di sangue versato e qualche testa saltata, ma è legato alla ricostruzione veritiera dei fatti, rimarrà soddisfatto al 50 % da 300. Perché è un’opera spettacolare negli effetti speciali e nei corpo a corpo truculenti, ma deludente nella sostanza.

La storia dei trecento uomini guidati dal re Leonida, che nel 480 avanti Cristo si immolarono nella battaglia delle Termopili pur di non cedere il passo alle potentissime armate persiane e combatterono contro i soldati del re Serse, ha poco a che vedere con la realtà. Gli elementi principalmente messi in risalto sono le gesta eroiche dei combattenti, l’ardente legame con la loro terra, la violenza portata agli eccessi, il richiamo al racconto grafico omonimo di Frank Miller, da cui è stato tratto il film, ma trapela una netta sensazione di finzione.

Ci sono molti aspetti fantasy nell’opera di Snyder, tanto uso della computer grafica, una sfilza di costumi sgargianti e animali esotici. L’intento del regista non è quello di riportare gli accadimenti descritti sui libri di scuola ma di analizzare un fatto sociologico rilevante: come pochi uomini valorosi, con la semplice forza di volontà, abbiano potuto mettere in difficoltà il più grande esercito del mondo antico.
Alcune immagini impressionano per la minuziosa ricostruzione fotografica, i colori accesi, vivi, che ingigantiscono l’aura da mito. E anche la colonna sonora è coinvolgente e vigorosa ma il lungometraggio, a mio parere, indugia in malo modo sugli aspetti più umani della vicenda, tentando un difficile equilibrio tra il culto della guerra propugnato dagli spartani e gli elementi di tenerezza, che appaiono inappropriati in questo contesto.

2 commenti Aprile 12, 2007

Rosso come il cielo

La forza principale del film di Cristiano Bortone è l’emozione regalata dal piccolo protagonista, Luca Capriotti il quale, vedente, ha saputo interpretare con convinzione la parte del bambino divenuto cieco in seguito ad uno sfortunato incidente.

La consapevolezza che la sua storia ricalchi quella di Mirco Mencacci, tra i migliori montatori del suono del cinema italiano, rende la vicenda particolarmente toccante.

Aveva appena 10 anni Mirco quando, per gioco, ha afferrato un fucile e ha sparato il colpo fatale che lo ha costretto ad abbandonare il mondo dei colori. Da allora la sua vita ha preso una piega diversa.
Costretto a frequentare un istituto per non vedenti di Genova, in quanto all’inizio degli anni ’70 la legge non consentiva ai bambini ciechi di frequentare le scuole pubbliche normali, Mirco manifesta da subito una speciale sensibilità verso i suoni e i rumori.
Grazie ad un vecchio registratore a bobine, scopre che tagliando e riattaccando il nastro, riesce a costruire delle favole fatte solo di rumori e coinvolgerà tutti gli altri bambini ciechi nella sua scoperta, facendo riscoprire il loro talento e la loro normalità.

Sebbene la scuola e i dogmi religiosi dell’epoca contrastino aspramente ogni forma di creatività, Mirco porta avanti il suo sogno ostinatamente e la sua fantasia travolge gli ostacoli che si pongono di fronte il suo cammino.

Rosso come il cielo è un film di riscatto e determinazione e, come ha dichiarato lo stesso regista durante la conferenza stampa: “(…) quello di Mirco è un messaggio universale, un messaggio valido per tutti. Ho preferito affrontare l’argomento con una trama romanzata; in questo modo, mi son detto, raggiungerò l’obiettivo di far conoscere il mondo dei ragazzi non vedenti, senza tediare il pubblico”.

E non ci si annoia affatto durante la proiezione della pellicola: si coglie la poesia, si prova commozione, ci si intenerisce. Paolo Sassanelli, che interpreta la parte di Don Giulio, il maestro dei ragazzi non vedenti, ha spiegato così il suo stato d’animo durante le riprese: “È stato come andare sull’otto volante: commozione, stress, preoccupazione… non mi sono mai annoiato”.
Una nota di merito particolare va ai giovani attori non vedenti, tutti terribilmente convincenti.
Il regista ha vinto una scommessa difficile: ha messo insieme ragazzi vedenti e non vedenti, e ha chiesto a questi ultimi di insegnare agli altri come ci si muove in un mondo al buio. Ma non solo: ha creato affiatamento nel gruppo, solidarietà, sintonia, al punto di raggiungere un elevato livello di naturalezza e di improvvisazione.
Affrontando una tematica così delicata, c’era il rischio che la regia cadesse nel patetico o nello scontato. Invece la guida intelligente e misurata di Cristiano Bortone ha garantito un’ora e mezza di attenzione, riflessione e condivisione.

Aggiungi un commento Marzo 21, 2007

Ho voglia di te

Assistere all’anteprima romana di Ho voglia di te, tenutasi venerdì scorso al Warner Moderno di Roma, è stato un po’ come guardare una partita di calcio, o un concerto rock. Perché da fuori il cinema le urla dei “tifosi” (o meglio, delle “tifose”) si sprecavano, così come gli scatti fotografici incontrollati e i tentativi di assalto al cast da parte delle fan in delirio.

Il fenomeno Tre metri sopra il cielo, scoppiato quattro anni fa, continua evidentemente a mietere le sue vittime… La formula del successo è semplice, ma infallibile: un pizzico di ribellione, una dose massiccia di amore adolescenziale e una spolverata di emozioni turbolente. Tutti ingredienti sapientemente miscelati nel primo libro di Federico Moccia, divenuto cult generazionale, da cui è stato tratto il film, diretto da Luca Lucini, che nel 2004 ha sbancato i botteghini italiani.

Ho voglia di te, il secondo capitolo della storia, che narra le tormentate vicissitudini di Step (interpretato dall’osannato Riccardo Scamarcio), sembra destinato a medesima fortuna.
Ed eccola, la storia: Step ritorna nella sua città, Roma, dopo due anni passati negli Stati Uniti per cercare di dimenticare sconvolgimenti emotivi e ricordi dolorosi. Ma tutto è profondamente cambiato, soprattutto la “sua” dolce Babi (Katy Louise Saunders), divenuta una provocatrice intrigante e maliziosa. Alle tenere memorie del passato si contrappone un presente segnato dall’inganno. Solo l’incontro con la vivace e spregiudicata Gin (Laura Chiatti) permetterà a Step di volare fin sopra il cielo un’altra volta e di impazzire d’amore nuovamente, come non avrebbe mai immaginato.

Nessuna delle giovani spettatrici che hanno assistito alla prima di venerdì pomeriggio era all’oscuro della trama. Erano mesi che attendevano spasmodicamente l’uscita del film. In fondo, la pellicola girata da Luis Prieto si rivolge direttamente a loro, e usa il loro stesso linguaggio.
Parla delle loro speranze, dei desideri chiusi nel cassetto, delle difficoltà che incontrano giorno per giorno, come ha dichiarato lo stesso regista: “HVDT è un film (…) per i giovani perché i protagonisti sono dei ragazzi, che vivono inquietudini e problemi ai quali a volte non riescono a dare soluzione”.

Anche la scelta della colonna sonora non è stata fatta a caso, con l’hit “Ti scatterò una foto” di Tiziano Ferro ad accompagnare le scene più salienti. Ma l’assoluto protagonista del film è ancora una volta il corteggiatissimo Riccardo Scamarcio.
La sua faccia tappezza ormai da tempo le copertine delle riviste per teenager, le sue interviste occupano le prime pagine dei magazine femminili, la sua vita privata è stata gettata in pasto ai paparazzi. La parte del duro dal cuore di burro gli ha spalancato la porta del successo e gli ha regalato la fama del “bello e dannato” che sembra oramai una sua cifra indelebile.

A onor del vero, per chi ha superato l’età delle tempeste adolescenziali, il film e il cast suscitano ben pochi spasmi. Se deve essere la ragione a parlare, più che il cuore smosso dai batticuori di gioventù, allora l’analisi che ne consegue è tutt’altro che esaltante: la trama non spicca per originalità, gli attori non entusiasmano, la regia non convince. Nonostante (o grazie a) ciò, sarà un successo clamoroso.

1 commento Marzo 11, 2007

La ricerca della felicità

Il titolo è ambizioso. C’è dentro un proposito che accomuna tutti i popoli e tutte le generazioni, da sempre. Il desiderio di vivere a pieno, di raggiungere quello stato di adrenalina e di euforia che solo la felicità può regalare.

Chris Gardner, interpretato da un emozionante Will Smith, prima di centrare il suo obiettivo, fa i salti mortali.

E’ un venditore che non riesce più a vendere, con una moglie delusa e un figlioletto a carico. Quando le bollette, le multe e l’affitto diventano troppi, e troppo alti, Chris si ritrova in mezzo a una strada, col dovere di proteggere suo figlio, nonostante le immani difficoltà.

Chris è un uomo brillante e capace, con una determinazione incrollabile. La sua motivazione è più forte delle avversità. Così riuscirà ad essere ammesso ad uno stage presso un’importante società di consulenza finanziaria e a sopravvivere dignitosamente pur senza avere un tetto sotto cui dormire.

L’elemento che caratterizza maggiormente Chris, a parte la forza di volontà, è l’urgenza di correre. Corre per andare a lavoro, per tuffarsi sull’autobus in corsa, per accompagnare il figlio all’asilo, per prenotare un posto letto nel ricovero pubblico, per recuperare ciò che gli è stato rubato, per accaparrarsi un cibo caldo, per un appuntamento d’affari. Corre con la valigia, con l’abito e la stampella in spalla, con il figlio che lo segue, con il libro in mano.

Non si ferma mai. E proprio il suo muoversi di continuo, senza arretrare o prendere fiato, rappresenta la sua vittoria più grande. E’ la metafora del non arrendersi, del provarci fino in fondo, del non tirarsi indietro. Perché con il sacrificio, la convinzione e lo spirito d’iniziativa è possibile realizzare qualsiasi obiettivo.
E’ la favola del sogno americano, di una società che premia la meritocrazia, che offre una seconda chance, che apre le porte ai tenaci.

Anche se alcune circostanze ricordano Le mille e una notte, diversi momenti risultano mielosi e il lieto fine appare scontato, la tensione emotiva provocata dal film è vera, e si sente. Will Smith è molto convincente ed espressivo. La sua recitazione ha spessore, lucidità, grinta. Le sfortune e le disgrazie del suo Chris restano sullo stomaco e si dissolvono soltanto alla fine, quando il bene trionfa sul male.

Muccino probabilmente è solo una pedina del Deus ex machina Hollywoodiano, come sostengono in molti, ma il suo compito l’ha svolto bene, con diligenza e misura.

1 commento Gennaio 21, 2007

Il grande capo

E’ vero, qualcuno si è alzato e ha lasciato il cinema a metà film. E qualcun altro ha bofonchiato ininterrottamente, lamentandosi e ridacchiando per la maggior parte del tempo. Ma qualcun altro ancora, me compresa, ha apprezzato l’originalità della storia, la scelta di concentrarsi esclusivamente sulla forza del messaggio, trascurando tutto il resto (ambientazione, effetti speciali, musiche).

Ho amato le gag ricorrenti, le provocazioni del regista, la figura di un Grande Capo fantoccio, pagato per interpretare un ruolo che non conosce ma in cui si immedesima totalmente. E ho riso per i ripetuti fraintendimenti, per le follie di ciascuna persona coinvolta nel meccanismo, per le sfaccettature sorprendenti della vicenda.

Lars Von Trier non lo conoscevo nella veste di commediografo. “Le Onde del destino” era tutt’altro che comico, così come “Dogville” o “Menderlay“. Ma tutte le opere dirette dal regista danese hanno un filo comune che le lega: la volontà di rompere gli schemi, di comunicare col pubblico in modo differente, lontano dai canoni a cui è abituato.

La scelta, nel Grande Capo, di un metodo di ripresa innovativo, l’Automavision, che utilizza una camera fissa senza nessun operatore dietro, comandata da un computer che decide a caso cosa riprendere, è un’altra prova della volontà di sperimentare e distinguersi. E allora non importa che in alcune inquadrature i visi degli attori siano mezzi tagliati, conta il fatto che Von Trier riesca a mantenere alto il ritmo della storia e riempia i buchi di stile con i pieni della sua arte dissacratoria e sferzante.

Il canovaccio dell’opera è tanto semplice quanto geniale: il presidente di un’azienda informatica, che si è sempre finto un semplice dipendente, paga un attore disoccupato per interpretare il ruolo del Grande Capo, colui al quale il vero proprietario ha sempre dato la colpa di tutto, delle ingiustizie perpetrate nei confronti dei lavoratori, delle gite negate, dei reclami mai presi sul serio. L’attore scelto per la parte, entra talmente tanto nel ruolo da dimenticare il suo vero io e finire col modificare pesantemente il corso degli eventi.

L’ambiente lavorativo descritto nel film è spaventosamente veritiero. Al suo interno vige l’ipocrisia, la paura, l’invidia, la necessità di sentirsi considerati, l’insicurezza lacerante. Ma la tristezza di questo ritratto è mascherata dall’allegra rappresentazione portata sullo schermo. Il marcio, alla fine, è filtrato, sdrammatizzato con leggerezza e si riduce a uno spettacolo teatrale vero e proprio, con tanto di finale a effetto.

Aggiungi un commento Gennaio 16, 2007

La guerra dei fiori rossi

Il programma era quello di andare a vedere “La Ricerca della Felicità“, ma la calca formatasi alla biglietteria e i motorini parcheggiati in quarta fila ci hanno fatto desistere. Così abbiamo inforcato lo scooter lasciandoci alle spalle il Warner Village di Piazza Repubblica e ci siamo diretti verso il mitico Mignon a piazza Fiume.
Come già è avvenuto molte volte in passato, questo cinema “alternativo” ci ha salvato da una serata grigia trascorsa a sorseggiare birra (lui) e Bacardi Breezer (io) abbatuffolati in un divanetto di un locale superaffollato del centro.

Il film in programmazione, La Guerra dei fiori rossi, ci aveva incuriosito per il titolo evocativo e per l’espressione del bambino nella locandina. Il trailer ci aveva intenerito perché mostrava le difficoltà di inserimento di un bimbo cinese di 2 anni in un rigoroso asilo statale.

Nonostante le premesse fossero esaltanti, dopo i 92 minuti del film, ho provato rammarico. Ho avvertito, nettissima, la sensazione che la pellicola avrebbe potuto coinvolgere e appassionare molto di più. Avrebbe potuto sorprendere, elevarsi, raggiungere picchi di grande intensità. E invece ha mantenuto una rotta lineare, percorrendo strade consuete e vie già battute.

Quiang è un bambino che ha tanto da ridire e tanto da disfare. Magari ha voglia di stravolgere il sistema, di aizzare i suoi compagni di asilo contro le maestre accentratrici, di scappare, urlare, scalpitare. Ma alla fine la sua ribellione è contenuta, racchiusa a livello intimo, un bisbiglio appena percepito dagli altri.
Il suo disagio è evidente solo quando non riesce a trattenere la pipì, quando fa dispetti agli altri e mette il broncio, ma tutto quello che gli ruota intorno appare impassibile, immutabile.

I fiorellini rossi che le maestre regalano ai bambini più meritevoli rimangono sulla lavagna (dov’è la guerra annunciata nel titolo?), i piccoli alunni continuano a compiere gli stessi, automatici gesti di sempre e le insegnanti a scoraggiare ogni loro impulso creativo.

La vita all’interno dell’asilo, che con l’ingresso di Quiang sembra dover ricevere un brusco scossone, non viene intaccata. Le maestre, in fondo, non sono tremende come all’inizio potrebbero apparire e l’urgenza di trasgredire da parte dei piccoli allievi non si manifesta nella realtà (fatta eccezione per l’unica notte in cui si alleano per sconfiggere quella che credono rappresenti un mostro divoratore di bambini!).

In alcune scene del film l’azione stenta a decollare. Un po’ di noia subentra qua e là, alternandosi ai momenti di tenerezza e complicità suscitati dal piccolo protagonista della storia.

Non dev’essere stata un’impresa semplice, per il regista Yuan Zhang, gestire un cast formato da così tanti bambini. E gli è riuscito piuttosto bene, considerando il sentimento di simpatia e dolcezza che ha generato nel pubblico.
Ma “La guerra dei fiori rossi”, pur se poetico e delicato, non è il capolavoro che avrebbe potuto essere.

Aggiungi un commento Gennaio 15, 2007

Little Miss Sunshine

Tirando le somme, la più “normale” della famiglia Hoover è Olive, la bambina di 7 anni il cui più grande sogno nella vita è vincere il concorso di Piccola Miss California. Tutti gli altri hanno, chi più e chi meno, qualche rotella fuori posto.
Cominciamo dai genitori di Olive: papà Richard e mamma Sheryl; lui è un motivatore da strapazzi, cerca di diffondere il messaggio del sentirsi vincenti attraverso uno strampalato programma in 9 passi, ma lui stesso è un perdente per eccellenza; lei è una donna coi nervi tesi, in balia di una situazione familiare critica e una condizione economica tragica. Poi c’è il nonno di Olive, un arzillo vecchietto dalla voglia matta di trasgredire e con la fissa per sesso e droghe; lo zio della piccola Miss California è un professore di Proust depresso, gay, che non è riuscito nemmeno a suicidarsi ed è tenuto sotto sorveglianza da suo nipote Dwayne, il fratello di Olive, un adolescente a dir poco problematico. Fan di Nietzsche e suo discepolo, ha fatto voto di silenzio e comunica con schizzi feroci e pensieri nichilistici sul suo block notes.

Gli Hoover al completo, con tutte le loro follie a carico, montano su un camioncino sgangherato e si mettono in viaggio per la California, diretti a un concorso di bellezza che si dimostrerà di vitale importanza non solo per Olive. Durante il percorso, costellato di situazioni grottesche e inverosimili, succederanno eventi imprevisti: il nonno non si risveglierà più; il clacson del furgone si incastrerà senza rimedio e la frizione perderà la sua ragion d’essere; Dwayne recupererà la voce ma scoprirà di essere daltonico; Richard si farà promotore di un furto rocambolesco all’ospedale; un poliziotto non si accorgerà di un cadavere ma gongolerà di fronte ad abbondante materiale pornografico, Olive sarà la protagonista di uno streap tease mirabolante.

La parte finale del film, con le riprese del concorso di bellezza per bambine, mette in luce un mondo di piccole donne cotonate e ammiccanti che è sconvolgente. Le mosse suadenti, le labbra dipinte, gli ancheggiamenti da veline in miniatura scandalizzano più di tutte le scelleraggini compiute da questa atipica e simpaticissima famiglia americana.

Aggiungi un commento Gennaio 7, 2007

L’uomo spezzato

Era da tanto che non vedevo un film del genere. Così mediocre, disarticolato, sgangherato nei dialoghi e nei personaggi. Di fronte alla faccia e alle battute di Stefano Calvagna, che è anche regista e sceneggiatore della pellicola, le reazioni possibili sono due: smascellarsi dalle risate o spegnere di botto il televisore.

L’uomo spezzato prende spunto da un fatto di cronaca, un’accusa di pedofilia nei confronti di un professore innocente, ma è trattato in maniera talmente approssimativa da risultare finto, dall’inizio alla fine (la scena conclusiva rasenta il ridicolo).

Questa la trama: Laura (Federica Sbrenna), una ragazzina di 14 anni spavalda e con gravi problemi familiari cerca di sedurre il suo professore di arte, Stefano Malavasi (Stefano Calvagna). Le sue avances, però, non hanno l’effetto sperato e per vendicarsi la ragazza accusa l’uomo di molestie. Il professore subisce, da quel momento in avanti, ogni sorta di discriminazione, viene lasciato dalla moglie, infamato dalla stampa e cacciato via dalla scuola. Nessuno sembra credergli, fatta eccezione per una sua collega, Anna (Valentina Pace), insegnante di ginnastica dell’istituto. Dopo tante tribolazioni sarà scagionato grazie alla confessione di un’alunna, amica di Laura, che smetterà di tenerle il gioco. Stefano scoprirà però che nella mente della gente comune il suo vergognoso “marchio” non è stato affatto cancellato e che lo sdegno sociale lo accompagnerà sempre.

Calvagna ha voluto affrontare numerose tematiche importanti, senza la preparazione adeguata. Ha esagerato in tutto: troppo drammatiche le sue espressioni, troppo teatrali le battute, troppo macchiettistiche le situazioni. Come quella in cui ricorda il suo passato da manganellatore di poliziotti, o quella in cui la sua sola presenza determina la fuga coatta di ogni persona (e animale!) da un parco giochi. Parodistico risulta poi, nell’ultima scena, l’accostamento del suo grido di dolore al celebre “Urlo” di Munch.

E ancora, l’attrice Federica Sbrenna non risulta mai credibile; la sua interpretazione è alle volte imbarazzante (soprattutto quando si mette le mani tra i capelli e lancia grida disperate). Valentina Pace non convince nemmeno un po’ quando, battagliera, cerca di difendere la verità.

Infine uno scivolone da record: la foto del professore sbattuta su tutte le pagine dei giornali. Lui che è semplicemente accusato ma non ancora considerato colpevole. Calvagna se ne infischia della deontologia professionale, della privacy, delle più basilari norme giornalistiche. O forse non le conosce.

Prima di chiudere, una nota a parte: la colonna sonora. Negli intenti vorrebbe essere struggente e malinconica, nella realtà appare amatoriale e grossolana come il resto del film.

Aggiungi un commento Gennaio 1, 2007

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