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“Ma come lo hanno invecchiato bene!” - “Guarda che non è lo stesso attore!” - “Come no? E’ tale e quale!“.
Il dubbio, io e il mio ragazzo, ce lo togliamo alla fine del film, durante i titoli di coda. Gongolo quando constatiamo che Ramon Sampedro è interpretato unicamente da Javier Bardem, sia nella versione fanciullesca, sia in quella adulta, post incidente.
Il pupillo di Almodovar è sbalorditivo di fronte alla macchina da presa. La sua personalità è immensa e accattivante, pur se confinata in un corpo malato, insensibile dal collo in giù.
Nonostante la storia di Ramon sia drammatica, perché parla di un ragazzo che si è spaccato l’osso del collo per un tuffo mal calcolato ed è diventato tetraplegico, la pellicola non risulta straziante.
Gli occhi si bagnano, la gola a tratti brucia, ma i minuti scorrono alternando attimi di speranza, consapevolezza, lucida ironia, sogno.
Ramon è costretto a letto da 30 anni, e da 28 intraprende una lotta estenuante per vincere le resistenze della legge spagnola e ottenere l’eutanasia. Tanto le sue braccia e gambe sono immobilizzate, quanto il suo cervello è in perenne attività. Accudito amorevolmente dalla famiglia di suo fratello, Ramon riceve frequenti visite, scrive poesie aiutandosi con la bocca, elargisce consigli a suo nipote, conquista il cuore di due donne e, soprattutto, viaggia con la fantasia.
Con la mente esce dalla finestra aperta della sua camera ed esplora campi sterminati, colline vivide, prende il volo e plana sul mare, il suo amato mare, nonostante tutto, nonostante gli abbia tolto la gioia di vivere tanti anni addietro.
Un uomo amante della libertà come lui, attaccato ai profumi e ai colori della natura che lo circonda, non può accettare la condizione di dipendenza totale e impotenza in cui si ritrova. Anche quando si innamora, corrisposto, dell’avvocatessa che sposerà la sua difficile causa giudiziaria, il suo desiderio più stringente rimarrà quello di morire. Morire con dignità, senza nascondersi, a testa alta di fronte al suo Paese.
Il regista spagnolo Alejandro Amenabar affronta ancora una volta il tema della morte in maniera intrigante. In “The Others” le persone dell’Al di là si confondevano con quelle sulla Terra e non accettavano di dire addio alla vita. In “Mare dentro” la morte è invocata come liberazione, come fine del dolore e inizio della pace eterna.
La battaglia di Ramon è una storia vera e non ha un lieto fine. La morte arriva, ma di nascosto, grazie ad alcune mani amiche. Lo Stato rifiuta la sua richiesta sempre.
Novembre 18, 2006

Strampalato in senso positivo e surreale. Un film pieno di scenette memorabili, dialoghi sopra le righe, sprazzi di follia.
Una donna, Peta (alias Carmen Maura), in preda all’ira più selvaggia che si possa immaginare e un nugolo di comprimarie, altrettanto svitate, a farle compagnia.
La crisi di nervi scatta a causa di un uomo che, vilmente, chiude una storia d’amore. Lo fa lasciando un messaggio alla segreteria telefonica e diventando irrintracciabile.
Peta dapprima soffre e si strazia, poi si abbandona a un raptus di rabbia e incendia il letto che aveva condiviso con lui, infine si mette alla ricerca del fuggitivo. Raccoglie tutte le sue forze e setaccia la città, crea scompiglio nell’esistenza dell’ex moglie di lui, affetta da gravi disturbi mentali, conosce il figlio della donna pazza (un Banderas d’altri tempi) e dell’uomo che l’ha devastata.
Nel frattempo dà asilo a un’amica disperata per aver sedotto un terrorista ricercato dalla polizia e versa del sonnifero nel cocktail di una bruttina repressa.
Carmen Maura rappresenta tutta l’esuberanza e la schietta irruenza di una donna trafitta al cuore. Fa ragionamenti sconclusionati perché la fine di un amore l’ha tramortita; spasima nella speranza che il suo uomo cinico si ravveda e torni da lei.
L’ ira feroce che l’assale è pienamente comprensibile solo alla fine del film, quando si scopre che Peta è incinta. E’ stata abbandonata dal padre di suo figlio, ma lui nemmeno lo sa; nessuno lo sa a parte lei.
Accidenti se ha fatto bene a sollevare quel gran casino allora! Il telefono gettato fuori dalla finestra, le menzogne raccontate a poliziotti strambi, l’inseguimento a tutta velocità a bordo di un taxi sgangherato… Sono bazzecole a confronto di quello che le è capitato.
Almodovar ha descritto il lato più “umano” degli esseri umani, il loro essere creature fragili e vulnerabili, al di là dei ruoli, dell’età, del sesso.
Novembre 7, 2006

Un film spensierato che tanto spensierato non è. Questo il succo, a mio avviso, del “Diavolo veste Prada“.
Perché è vero che si sorride e si rimane incantati di fronte allo splendore degli abiti e alla frenesia della vita newyorkese, ma c’è anche spazio per qualche riflessione. Sui compromessi a cui bisogna scendere, sulle umiliazioni che tocca subire, sul bivio in cui si ritrovano molte donne, sull’amore, sugli amici, sulle abitudini che si perdono.
L’interpretazione di Maryl Streep regala alla visione un soffio di eccellenza. La sua Miranda Priestly, direttrice superba e meschina di Runway, celeberrimo magazine di moda, è impeccabile. Vanitosa e cinica, autoritaria e irrispettosa, elegante dalla punta dei capelli fino ai tacchi 100% Prada, si fa odiare da chiunque, tranne che dal pubblico.
La trama ricalca per filo e per segno il romanzo di Lauren Weisberger “Devil wears Prada”. Andrea, interpretata da Anne Hathaway (bella da mozzare il fiato) è una neo-laureata ambiziosa e impegnata, desiderosa di intraprendere la strada del giornalismo.
Senza nemmeno rendersene conto capita in una delle più ambite case editrici di New York, come assistente della potentissima Miranda Priestly.
La sua scarsa propensione al mondo della moda e la totale inesperienza la faranno ben presto entrare in conflitto con i colleghi e soprattuto col capo supremo.
Solo dopo ripetute mortificazioni e colpi bassi Andrea riuscirà ad allinearsi agli standard imposti dall’azienda e dal suo ruolo. A suon di stiletto e capi griffati la recalcitrante assistente si trasformerà in una battagliera e impavida specialista del fashion.
Ma mentre la carriera avanza in modo fulmineo, la vita privata scivola via. Il suo ragazzo dagli occhioni imbronciati è lontanissimo da quel mondo dorato, i suoi amici non condividono le sue mosse. Andrea si ritrova di fronte a un bivio. E la scelta che farà, quando si sentirà messa alle strette, sarà quella più scontata (almeno per quello che ci si aspetta da un film di questo tipo).
Alcuni frame che ricorderò con piacere: lo sguardo stizzito di Miranda e la sua faccia nell’unica inquadratura in cui appare senza trucco, le esilaranti performance del suo fedele collaboratore Nigel, gli accessori di Andrea nella versione stylish, il traffico giallo dei taxi di NY, l’apparizione di Valentino che non si capisce se è l’originale o la versione Ballantini.
Ottobre 24, 2006

Mi succede sempre così. Quando un film di un regista che non conosco mi piace, desidero fortissimamente vedere anche tutti gli altri suoi lavori.
Stasera, non appena sono comparsi i titoli di coda di “Nuovomondo“e il pubblico in sala ha accennato un timido applauso, io ho cominciato a fantasticare sulle prossime visioni: “Respiro“, “Once we were strangers” e non so che altro.
Emanuele Crialese è un emerito sconosciuto per me, e me ne dispiace. Avrei potuto avvicinarmi prima al suo cinema e assaporarlo pian piano, con più gusto. Invece, adesso, mi aspetta una scorpacciata, con il rischio da indigestione che ne potrebbe derivare…
Riguardo “Nuovomondo“, è la carica emotiva dei personaggi l’aspetto che mi ha più incantato. Mi sono affezionata all’istante a papà Salvatore e ai suoi figli. Mi ha intenerito e divertito senza eguali Donna Fortunata, la mamma superstiziosa e invadente.
Il ritratto di una Sicilia di altri tempi, altri linguaggi, altri sapori, è un intenso richiamo al nostro passato. Quando uomini e donne senza scarpe e con due stracci addosso si imbarcavano su una nave sconosciuta e attraversavano speranzosi il “Grande Luciano” (vale a dire il Grande Oceano).
L’America era la nuova Terra, quella con le “scatole che portano in cielo la gente” (gli ascensori), con gli ortaggi dalle dimensioni pantagrueliche e il latte in abbondanza. Quella che offriva una possibilità di salvezza e di una vita meno misera.
La decisione di partire, il viaggio in mare, l’arrivo ad Ellis Island, gli esami clinici e psicologici affrontati, tutto il percorso dei protagonisti è segnato dalla sofferenza. Ma il dolore che attraversa il film si alterna alla tenerezza, alla sorpresa, alla speranza.
La regia di Crialese è allo stesso tempo “leggera” e profonda, suadente e avventurosa. Una scena per tutte: la nave che si allontana dal porto siciliano, con la gente a bordo che si confonde con quella rimasta a terra.
Poi ci sono i sogni di Salvatore che saltano fuori quando meno te l’aspetti. E l’inizio di un amore. C’è anche un muto che riesce a parlare…
C’è la storia e la poesia. La verità. Il passato e il presente.
Ottobre 8, 2006

Era il 17 gennaio quando Myke mi suggeriva, sul mio blog, di guardare questo film. Essendo rimasta folgorata da “Le conseguenze dell’amore”, dovevo necessariamente gettarmi a capofitto su “L’uomo in più“, la pellicola precedente di Paolo Sorrentino.
Così ho fatto ieri. E ringrazio Myke per il consiglio.
Ultimamente ho una predilezione per le trame cupe, quelle che raccontano i fatti con crudezza e te li “spiattellano” in faccia senza mezze misure. I personaggi devastati interiormente mi rapiscono…
Antonio Pisapia 1 è tanto cinico e privo di scrupoli quanto solo e disperato. Fa il cantante, sniffa, è arrogante, tradisce la moglie, ha quattrini da sperperare.
Antonio Pisapia 2 ha una mania incurabile per il pallone, gioca a calcio, è riservato e diffidente, sogna di allenare.
Entrambi sono cocciuti e incapaci di guardare più in là del loro naso.
Antonio 1 è strafottente anche quando finisce in prigione per abuso su minore. Ci è abituato a stare dietro alle sbarre. Il suo ego si sgonfia solo quando si accorge che la sua carriera sta andando in malora.
Antonio 2 è depresso e stordito sempre, sia prima sia dopo l’infortunio che lo costringe ad appendere al chiodo gli scarpini. Solo un evento potrebbe fargli tornare il sorriso e la fiducia: diventare CT. E’ certo di avere la stoffa per sedere su una panchina, perché ha ideato uno schema innovativo e geniale, il cosiddetto Uomo in più.
Per sua sfortuna nessuno crede in lui e nella sua idea rivoluzionaria.
I due avrebbero bisogno di approvazione e consensi per riemergere, ma l’indifferenza e lo scetticismo generale sembrano ostacoli invalicabili.
Antonio 2 perde la testa, si arrende e si conficca un proiettile nel cervello. Era quello più fragile.
Antonio 1 prima si fa giustizia da solo, poi si ritrova a intrattenere e rifocillare i suoi nuovi compagni di galera. Era quello con la scorza più dura.
Nel mezzo della storia, insinuato di tanto in tanto, c’è il legame oscuro che lega i Pisapia. Sono fratelli, parenti, amici? Le loro esistenze si incrociano, accavallano, dissolvono l’una nell’altra. Quando si intuisce la verità si tira un sospiro di sollievo: il rischio di finale col botto, tipo Carrambata, è scongiurato.
Un’ultima considerazione: la regia di Sorrentino è sperimentale, coraggiosa, fuori dall’ordinario. Segue i personaggi da vicino e ne riporta umori e languori. Per alcuni versi risulta poco scorrevole e dinamica, ma ha la forza della suggestione.
Un’ultimissima considerazione: Tony Servillo è superbo. Il suo Antonio è come deve essere: assolutamente laido, indecente, repellente. Recupera un po’ di dignità nei minuti conclusivi e finisce che ci sta pure un po’ simpatico. Da non crederci.
Luglio 24, 2006

Forse dipende dal fatto che nell’agosto del 2001 mi trovavo sul tetto delle Twin Towers, come turista estasiata, oppure dai tre mesi vissuti a New York che mi hanno fatto conoscere Manhattan, e la sua gente, da vicino.
Non lo so quale sia il motivo scatenante, ma il punto è che ogni volta che penso all’11 settembre 2001 mi vengono i brividi. Succede quando rivedo i filmati della tragedia, quando ricordo le immagini degli aerei che trafiggevano le torri, quando ricostruisco nella mente, nitide come non mai, le scene delle persone che si lanciavano nelle fiamme, catapultandosi fuori dai grattacieli verso una morte certa.
Tuttavia raramente mi sono soffermata sul quarto aereo dirottato durante la giornata infernale. Quello che non ha centrato il suo obiettivo, la Casa Bianca, e si è invece andato a schiantare nelle campagne della Pennsylvania.
United 93 racconta di come 40 passeggeri, consapevoli del loro tragico destino, abbiano deciso di mandare a monte i piani dei terroristi. Pur sapendo che il loro intervento non li avrebbe salvati, hanno scelto di non starsene a guardare e di cambiare il corso degli eventi.
Il film, diretto da Paul Greengrass, è diverso da come credevo. Assomiglia a un documentario, al fedele reportage di una mattinata assurda, senza senso.
Il primo tempo è quasi interamente girato nei centri di controllo e di difesa americana, dove donne e uomini dalle spalle larghe e gli occhi puntati sui terminali tengono a bada migliaia di aeroplani in volo.
Ma quel giorno nessuno era preparato a controbattere le mosse nemiche e ad evitare il collasso.
L’impensabile è avvenuto tra lo sbigottimento generale.
Il secondo tempo è la storia dello United 93, delle hostess terrorizzate ma tenaci, dei piloti fatti fuori, dei terroristi votati al suicidio, di tutte le persone che hanno dovuto metabolizzare l’idea di morire schiantati.
Assistendo agli attimi conclusivi, quando risulta chiaro che tutto è irrimediabilmente perduto, viene spontaneo pensare: Che cosa avrei fatto io in quella situazione?- Come avrei reagito a una morte certa? - Avrei telefonato ai miei cari per dire loro addio?
E la tensione drammatica si eleva, la tristezza si fa cupa, la desolazione schiacciante.
Gli ultimi istanti del film sono un vortice che disorienta. Il cuore va giù in picchiata insieme all’aereo.
Sin dall’inizio sapevo come sarebbe andata a finire, ma questo non mi ha risparmiato la sofferenza, anzi.
Di colpo mi sono ricordata i telegiornali che raccontavano di passeggeri coraggiosi, che avevano deviato la rotta dello United 93, e i cronisti che parlavano di telefonate di addio, di messaggi lasciati in segreteria, di dichiarazioni d’amore strozzate.
I ricordi sono stati così vividi che, al momento in cui me la sono trovata davanti, quella gente coraggiosa, ho sentito lacrime calde scorrermi sulle guance.
Luglio 13, 2006

Avvertenza: pericolo spoiler! Non mi farò il problema di svelare o non svelare, di dire o non dire il finale, lo dirò e basta. Liberi di non leggere se desiderate che la sorpresa rimanga intatta.
Scoprire, alla fine del film, che non si trattava di una storia di fantasmi e spiriti con la nostalgia di casa è stata la ciliegia sulla torta. Carmen Maura come mamma riapparsa dall’oltretomba è stata formidabile, ma mi lasciava perplessa l’idea che Volver rientrasse nella categoria del soprannaturale.
Avrebbe stonato.
E invece tutto torna. Lei non è morta, ma più che viva. E’ loquace, caustica, spiritosa. Un periodo di letargo forzato l’ha resa più coriacea e determinata, senza incupirla.
Sua figlia Sole è timida, un po’ goffa, credulona. Ha bisogno della sua compagnia e delle sue attenzioni di mamma. Ecco perché è tornata, dice.
L’altra figlia, Raimunda, è solare, espansiva, esuberante. Apparentemente non ha bisogno di nessuno: né di un uomo accanto (non ci pensa due volte a congelarlo e a sotterrarlo), né di un genitore presente (non parla mai della sua famiglia, preferisce evitare il discorso). Se la cava da sola, pensa a proteggere la figlia e a lavorare, indefessa. Però ha una bestia nel cuore che non vuole andare via. E’ per questo che sua madre è tornata, dice.
Quando le tre si riuniscono è un coro di lacrime e sentimenti che traboccano. Si accorgono di essere unite e non più fragili, insieme. Donne a tutto tondo, irruenti e tenaci, che si tengono per mano.
E gli uomini, in mezzo a tutta questo trionfo femminile? Uno, che non si vede mai, ma è il più presente di tutti, ha messo incinta sua figlia e tradito sua moglie con chiunque, anche con la sorella. Un altro, che ha perso il lavoro e la dignità, ci prova con una ragazzina di 14 anni e finisce morto ammazzato. Tutto il resto è contorno, accessorio, superfluo.
L’unico “maschio” che merita gli onori è un certo Almodovar. Penelope Cruz dovrebbe costruirgli un monumento… Nessun altro riesce a esaltare con tale maestria la sua naturale bellezza.
La macchina da presa ammicca sul suo decolleté, indugia sul suo sguardo malizioso, accompagna i suoi movimenti sapienti.
E poi la osserva mentre cucina, taglia le pietanze, serve cibo e vino a volontà. E le dedica un primo piano commosso quando canta e piange insieme.
Ma Volver non è solo Penelope. E’ un universo di tradizioni popolari, di legami profondi, di colori e sapori lontani, di terre focose e situazioni irresistibilmente surreali.
Giugno 23, 2006

D’accordo, non sarà un’opera da antologia, né un kolossal da annoverare negli almanacchi cinematografici, ma la critica è andata giù pesante con “Il codice Da Vinci“.
Tra i commenti più “umani” che mi è capitato di trovare qua e là per la Rete: “(…) film mediocre” “(…) un thriller come decine d´altri” “(…) una pellicolona complessa e un po’ macchinosa” ecc. E, tra i più sferzanti: “(…) una farsa involontaria, solo l’arrivo della parola fine lo salva dal totale disatro” o ancora “(…) E’ pessimo quasi quanto il libro“.
Mi chiedo se questi giudici intransigenti abbiano letto con attenzione il romanzo di Dan Brown…
In fondo la versione cinematografica mi è parsa piuttosto fedele agli scritti.
Era impensabile che riuscisse a generare lo stesso spaesamento, la stessa tensione emotiva del libro. Innanzitutto perché, due anni fa, come lettori, non ci aspettavamo l’insinuazione di una tesi così provocatoria e un epilogo così sconvolgente. La sorpresa è stata enorme ed enormemente spropositata la reazione del pubblico.
Ricordo che se ne sono “sparate” tante, e grosse, a quel tempo. “Il Codice Da Vinci” veniva descritto come il libro-verità, il racconto più scioccante del secolo, l’opera più coraggiosa e ardita che si fosse mai realizzata.
Io, che ero in preda alla mia fase “English, solo English, English e basta” l’ho letto in lingua originale e l’ho trovato scorrevole, interessante, acuto. Un thriller sapientemente costruito intorno a un tema caldo, scottante. Una caccia al tesoro intrigante e furbescamente orchestrata. Lungi da me l’idea di elevarlo a capolavoro della letteratura o a vade mecum spirituale.
Tutto intorno, invece, fuochi d’artificio, proselitismo, epopee e, sul versante opposto: accuse di blasfemia, polemiche accese, cause giudiziali. Un polverone, insomma.
Dan Brown ha provocato un tumulto universale, riuscendo a realizzare il sogno di qualsiasi scrittore o aspirante tale: fare leva nel cuore di milioni di persone.
Ron Horward ha dovuto riportare su celluloide il testo più controverso degli ultimi decenni e non si trattava di un compito da pivello. Vuoi mettere il carico di responsabilità, l’attesa spasmodica di milioni di donne, uomini, ragazzi, vecchi che da mesi facevano il conto alla rovescia per l’uscita del film? Sfido chiunque a non deludere le aspettative in una circostanza del genere.
Poteva metterci più anima, concordo, poteva rendere i dialoghi più incalzanti, è vero, ma non va demolito. E se alla fine si scopre che la Maddalena ha una discendente esile come un fuscello e con un improbabile accento francese, la colpa non è sua…
Secondo me un 6 e mezzo l’ex roscietto di “Happy Days” se lo merita.
P.S. Se cercavate, tra queste righe, una descrizione della trama o un’analisi dettagliata delle scene, spiacente di avervi deluso. Vedete? Chi si aspetta qualcosa rimane sempre fregato…
Giugno 5, 2006

Dalle 20.00 alle 22.00 nella sala non è volata una mosca. Solo silenzio e, ogni tanto, commenti sussurati nell’orecchio del vicino.
Quando un film ha qualcosa da dire come “Anche libero va bene” il pubblico non può fare a meno di stare zitto e ascoltare.
Abbiamo tutti seguito ammutoliti il filo dei pensieri di un bambino impaurito, fragile, che ci ha commosso e intenerito. Abbiamo letto nei suoi occhi malinconici una richiesta d’aiuto, abbiamo avvertito un senso di colpa pesante come un macigno, abbiamo sperato che la trama del suo destino prendesse un’altra piega, più fortunata.
Tommy (interpretato dall’esordiente Alessandro Morace) ha una sorella dispettosa e irruenta, una mamma svampita e libertina, un papà brusco e umorale. E’ lui l’unico elemento equilibrato all’interno di una famiglia strampalata. E’ un bambino di undici anni, riservato, vergognoso, con il pallino del calcio e una mania: intrufolarsi dentro la vita degli sconosciuti dietro le lenti di un binocolo.
Di Tommy stupisce soprattutto la capacità di trattenere le lacrime, fino alla fine. La sua disperazione è profonda, ma rimane abbarbicata nell’universo nascosto dei suoi sogni, nel suo inconscio, nelle sue riflessioni solitarie.
Solo nell’ultima sequenza si sfoga, abbandonandosi a un pianto liberatorio e sacrosanto.
Amore e odio vanno di pari passo nell’esistenza di Tommy: ama la madre perché è affettuosa e giocosa, ma la odia perché scappa via ogni volta che può; ama Viola, la sorella maggiore, perché è una compagnia allegra e spigliata, ma la odia perché lo mette in imbarazzo con i suoi scherzi maliziosi; ama Renato, suo padre, perché è forte e coraggioso, ma lo odia perché è autoritario, intransigente, cocciuto più di un mulo.
Gran parte della carica emotiva trasmessa da “Anche libero va bene” si deve ad Alessandro Morace. Non si discute.
Ma un’altro bel pezzo di merito spetta a Kim Rossi Stuart, che ha dato forma a un personaggio complesso, sfaccettato, controverso. Il suo Renato sbraita, ulula, inveisce contro il cielo e contemporaneamente trasmette dolcezza, paura, debolezza.
E’ credibilissimo con il suo dialetto romanesco, la sua barba incolta, la sua voglia di farsi rispettare.
Pretende dal mondo intero la considerazione che sua moglie non gli ha mai concesso. Esige dai suoi figli il senso di responsabilità e maturità che a lui manca.
Cerca sostegno e appoggio da un piccolino di 11 anni che chiede solo di poter tirare calci a un pallone, andare alle giostre con sua madre e, di tanto in tanto, a pescare con suo padre.
Maggio 28, 2006

Lo confesso: a un certo punto ho chiuso gli occhi. Ma è stata una frazione di secondo.
Il film di Bellocchio in alcuni frangenti è sonnacchioso, mentre in altri è lirico, ironico, seducente.
La storia è quella di Franco Elica, un malinconico regista che per sfuggire a uno scandalo infamante si rifugia in un paesino della Sicilia.
Tra paesaggi soavi, situazioni strambe e incontri surreali, si ritrova innamorato di una principessa triste. Lei è in procinto di sposare un uomo che non ama per compiacere la sua famiglia, ma il suo animo è arrovellato, inquieto.
L’incaricato a girare il filmino di questo matrimonio forzato è proprio Elica, che, bruciante di passione, cerca di modificare il destino della fanciulla. E forse ci riesce.
Bellocchio lascia a ogni spettatore la libertà di leggere e interpretare il finale a suo modo. Le alternative presentate sono tutte ugualmente plausibili, allettanti, indefinite.
Non è solo la conclusione a essere costituita di materia molle ed effimera, ma anche altre vicende topiche. In numerose circostanze si rimane sospesi, incapaci di cogliere il senso di una scena o l’esito di un’azione. In quei momenti conviene appellarsi alla propria immaginazione, che è chiamata in causa più e più volte.
Detto tra noi - è durante una di queste parentesi fosche che le mie palpebre si sono appesantite.
Altri due sono i registi che intrecciano le loro strade con quelle del protagonista: il cinico-depresso, per il quale l’unico metodo efficace di ottenere il plauso di pubblico e critica è quello di fingersi morto; e il mediocre-speranzoso, che riesce ad elevare la sua arte solo quando si affida all’intuito e all’estrosità di Elica.
Tre registi atipici, una fanciulla maliarda, tante storie aleatorie, molte interpretazioni possibili. Eccola l’essenza de Il regista di matrimoni.
Maggio 15, 2006
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