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Quando ho letto la notizia che l’azienda Abercrombie & Fitch ha messo in vendita una serie di costumini push up per bambine ho pensato: “roba da pazzi”. Poi, il secondo pensiero è stato: “andranno a ruba“.
Per quanto sia assurdo, diseducativo, immorale, sono certa che questi triangolini riempiranno le esili rotondità di molte ragazzine la prossima estate. E che tante mamme, pur di accontentare le figlie piagnucolone con il complesso da “tavolette da surf”, finiranno con l’acquistarli. Per autoconvincersi che non c’è nulla di male, tenteranno di sdrammatizzare: “almeno così non si sentiranno più a disagio in spiaggia” o “non faranno più paragoni con le altre” oppure “smetteranno di pensare che sono piatte e brutte”. Non sono una mamma, ma ho occhi per guardare e orecchie per ascoltare. Alcune (troppe) ragionano così.
So che l’azienda di abbigliamento Abercrombie & Fitch è una recidiva… Qualche tempo fa è stata duramente attaccata e criticata (tra l’altro senza scomporsi né tantomeno fare marcia indietro) per aver proposto una linea di intimo per bambine che presentava frasi ammiccanti e linee audaci per il target di riferimento.
Ecco, credo che sia proprio l’età l’aspetto cruciale della vicenda. Bisognerebbe fare una distinzione. Non mi scandalizza che una quattordicenne, al giorno d’oggi, indossi un bikini “taroccato”, dato che quasi sempre già si trucca, fuma, esce di sera fino a tardi, si veste e atteggia come una ventenne (non che mi faccia piacere questo andazzo, la mia è una semplice constatazione). Mentre mi sembra inconcepibile, e scioccante, che ad aumentare il volume delle puppe sia una bambina di 8 anni. 8 ANNI! Rendiamoci conto che significa: 8 ANNI. E lo stesso disappunto vale per quelle di 9 - 10 - 11…. Sempre bimbette sono, anche se hanno già avuto le prime mestruazioni.
Insomma, se quelli di Abercrombie & Fitch hanno proprio l’urgenza di trasformare le giovani consumatrici in donnine sexy, non potrebbero aspettare almeno fino alle medie? Non potrebbero lasciarle tranquille almeno fino all’esame di quinta elementare? Basterebbe lasciarle ancora un po’ di spensieratezza e ingenuità. Basterebbe un po’ meno di avidità commerciale e un po’ più di decenza.
Marzo 27, 2011
Ecco quello che può definirsi un esempio di buon vicinato. O meglio, 2 esempi.
Due fantastici bidet lasciati generosamente sul marciapiede, vicino ai cassonetti della raccolta differenziata, in Via Cassia a Roma (siamo a pochi metri dalla prestigiosa zona Olgiata).




A guardare questi pezzi d’arte urbana mi vengono in mente parole come “educazione”, “senso civico”, “rispetto per il prossimo”, “amore per l’ambiente”, “pulizia”, “ordine”, “civiltà”…
Gli scatti sono stati fatti oggi, 10 marzo, alle 15.30. Ma sicuramente i graditi doni sono stati portati qui nel bel mezzo della notte. Che poesia.
Marzo 10, 2011
Nella disperazione delle macerie abruzzesi e nella gravità della tragedia umana di questi giorni, c’è una scena che, più di ogni altra, mi ha fatto infuriare. Un filmato televisivo di Matrix, ripreso da Striscia la Notizia, che racconta l’assenza di rispetto, la mancanza di sensibilità e la miopia inaudita di una giornalista nei luoghi del dolore.
Con microfono alla mano disturbava alcuni sfollati raccolti nelle automobili, sparandogli in faccia la luce della telecamera al seguito, svegliandoli nel pieno della notte, esigendo che aprissero la portiera e le spiegassero i motivi di quella sistemazione… “Perché state qui?” o ancora “Perché non avete mangiato? Non avevate fame?”.
Insolenza e ottusità, invadenza e crudeltà. Un servizio del genere non ha nulla a che vedere con l’informazione, chiunque abbia un minimo di senno lo giudicherebbe del tutto inopportuno. Quei poveri intervistati, scioccati e stravolti dal patimento, in automobile perché la loro abitazione è crollata, o è sul punto di farlo, o è comunque troppo pericolosa per ospitarli, hanno dovuto sorbirsi anche la seccatura di una sconosciuta faccia tosta.
Ringrazio il programma di Antonio Ricci per aver messo in evidenza la dappocaggine di alcuni personaggi che si aggirano negli schermi televisivi, combinando sfaceli e provocando solo la nausea del pubblico (oltre che l’irritazione delle innocenti ‘vittime’).
Aprile 9, 2009

È da qualche giorno che rifletto sulla vicenda dell’ex concorrente del Grande Fratello inglese, Jade Goody, malata terminale di cancro e sulla sua decisione di morire davanti alle telecamere. “Per soldi”, ha spiegato candidamente, “perché non voglio che i miei figli crescano nella povertà e nella miseria come me”.
Gli stadi finali della vita di una donna passano attraverso la famosa emittente Living Tv ed entrano in diretta, senza filtri, nelle case dei telespettatori. Un dramma personale diventa un affare pubblico, un reality dal titolo JADE. Partendo dal presupposto che io, al suo posto, avrei scelto il silenzio e il raccoglimento privato, il conforto dei miei cari, il rispetto profondo e il calore offerto solo da famigliari e amici, non è questo il punto. Non è lei, che mi sento di giudicare. Le mie ‘accuse’ sono rivolte al sistema mediatico, che si dimostra sempre più intrusivo, cinico, maledettamente amorale. Ancora una volta serpeggia nelle piaghe dell’animo umano e si insinua nella sofferenza, lucra sul dolore, spettacolarizza la disgrazia. Si comporta, in maniera amplificata, come nei casi di cronaca nera, quando il cronista di turno ‘tormenta’ la famiglia della vittima, tenta di estorcere risposte inutili ponendo macabre domande, si adopera per strappare un commento disperato.
Un meccanismo meschino e cieco, un circo dell’horror che non si ferma nemmeno di fronte alla morte.
Febbraio 25, 2009
Sfogliavo le pagine di una rivista faro per l’interior design, AD, e l’occhio mi è caduto sulla didascalia di una foto. Protagonista dell’immagine era una credenza di gusto dubbio, con esposte delle statuine rosse a forma di dinosauro, raccapriccianti. Ma non è questo il punto. Il testo riportava la ’spiegazione’ dell’oggetto, attraverso le parole dell’ideatrice, che riporto per intero: “Esacerbando attraverso l’illuminazione il suo decoro artigianale, ne evidenzia l’impossibilità di produzione odierna, facendolo assurgere a scultura totemica e valorizzando invece il suo pensiero retroattivo“. Dopo aver letto questa ‘chiarissima’ descrizione, sono sbottata a ridere. Ho pensato che tale commento, di certo non estemporaneo ma lungamente studiato a tavolino, frutto di un’ingegnosa riflessione, è privo di senso, faticoso, artificioso, complicato, fastidioso, sgradevole all’occhio. Come la credenza a cui si riferisce, in effetti. E questo tipo di linguaggio, forzato e astruso, volutamente incomprensibile ai più, è quello che più detesto.
Dicembre 15, 2008

Avere 17 figli e continuare a desiderarne altri. Essere incinta del diciottesimo pargolo e sorridere della propria “fortuna”. La signora Michelle Duggar è ormai un caso mondiale, insieme a suo marito Jim Bob e alla loro famiglia extra large. Da circa 20 anni non la smettono di far nascere bambini e conducono un’esistenza a dir poco fuori dall’ordinario, per riuscire a conciliare le attività dell’allegra brigata e far sì che vengano soddisfatti i bisogni di tutti. Originari dell’Arkansas, hanno scelto di accettare figli “finché Dio vorrà”, come ci tengono a ribadire sul sito www.duggarfamily.com, in cui si descrivono come persone normali, che si limitano a servire uno straordinario Signore che dimostra continuamente il suo grande potere.
I Duggar sono entrati nel Guinnes dei Primati e, da qualche tempo, il loro atipico menage viene ripreso dalle telecamere di uno show televisivo, Discovery Health. L’America è curiosa di sapere come si faccia a educare un esercito di ragazzini senza finire in manicomio. Pare che questa coppia prodigio si sia organizzata in maniera impeccabile: ogni bambino ha una tabella di marcia da rispettare, precisi doveri (stirare, cucinare, lavare panni, fare le pulizie ecc.) e il compito di badare ai fratellini più piccoli, che rimangono sotto la custodia materna solo per pochi mesi. È un sistema piuttosto rigido, in cui si prega tutti insieme, si studia a casa, si suonano strumenti musicali e si aiuta il più possibile mamma e papà.
L’abitazione dei Duggar è immensa, così come la loro dispensa, che raccoglie quantità abnormi di provviste di cibo; così come i loro armadi, che scoppiano di indumenti… Ciò che fa più specie, in questa famiglia di supereroi, è l’apparente serenità che traspare nei volti di ognuno. Michelle e Jim Bob hanno espressioni allegre e soddisfatte, sempre. Lei assomiglia a Heidi, con due cerchi rossi impressi sulle guance e il fare gentile. Sforna figli senza soluzione di continuità ma non presenta segni di stanchezza sul viso… È forse un’aliena? Lui, ricorda il Ken innamorato della Barbie, con la pettinatura plastica e il bianco smagliante dei denti in bella vista. I piccoli di casa appaiono estroversi, giocosi, collaborativi. Persino a 3-4 anni danno il loro contributo all’economia domestica. E sono tutti belli, biondi con i lineamenti delicati, snelli, col sorriso dolce. E pensare che la maggior parte delle persone, al loro posto, si sentirebbe oppressa, ingiustamente costretta a una vita da caserma, tramortita dagli obblighi e dalle responsabilità. A me fanno tenerezza, perché per colpa dei genitori non hanno mai provato cosa significhi sentirsi liberi, leggeri, spensierati.
Novembre 21, 2008
Per le generazioni nate negli anni ’70,’80 e ’90, Facebook non ha misteri. È il social network più famoso del mondo, quello con più visite e apprezzamenti, quello che continua a registrare milioni di consensi ogni giorno, quello inventato da Mark Zuckerberg, un giovanotto di 24 anni divenuto miliardario in tempi brevissimi.
Il suo meccanismo è efficace, perché mette in contatto le persone che si conoscono, crea legami e comunicazioni capillari, favorisce le relazioni. Si basa sulla teoria dei 6 gradi di separazione, secondo cui qualsiasi individuo può essere collegato a chiunque altro attraverso una catena di conoscenze che non supera i 5 intermediari.
L’aspetto irresistibile di Facebook è che capisce, prima di te, chi potrebbe far parte della tua schiera di amici e te lo suggerisce. Così d’improvviso ti ritrovi a parlare con un vecchio compagno di scuola, che non frequentavi più da secoli o scopri che un’amica d’infanzia, trasferitasi in un’altra città, si è sposata e ha 3 figli. Tuttavia Facebook, se usato con distrazione, può trasformarsi in un’arma pericolosa. Se si include nel gruppo degli “amici” anche chi amico non è fino in fondo, se si lanciano messaggi provocatori, visibili a tutti, dimenticandosi che potrebbero essere letti anche da chi non dovrebbe farlo, allora la bomba scoppia. Ho saputo di coppie entrate in crisi perché hanno scoperto che le loro dolci metà avevano contatti ‘facebookiani’ troppo affettuosi, ho saputo di amicizie rotte, perché alcune pubbliche considerazioni offendevano qualche iscritto. Ho saputo di liti tra colleghi, tra datori di lavoro e dipendenti… Il mio suggerimento è di usare Facebook con cautela, di rileggere i messaggi che si compongono prima di postarli, di ragionare con calma sui contatti della propria lista, di non rivelare mai segreti o informazioni riservate sulla pagina virtuale. Condividere sì, ma fino a un certo punto.
Ottobre 13, 2008
Di solito snobbo le catene di Sant’Antonio che circolano nella Rete. Non dovrei dirlo così apertamente, ma il fastidio che mi provocano è tale che non le guardo nemmeno. Non apro l’allegato, non leggo il contenuto dell’e-mail e tanto meno la inoltro a duemilamilioni di contatti nella speranza che ciò mi porti fortuna… Eppure il messaggio che ho ricevuto qualche tempo fa da Vale, con oggetto “Christian il leone” mi ha incuriosito, perché ho intuito che si trattava di qualcosa di diverso e commovente.
Il video che accompagnava l’e-mail raccontava l’amore incondizionato e fedele di un leone verso i suoi padroni.
Il filmato risale agli anni ‘70 e mostra il leoncino Christian accudito e cresciuto in casa da due ragazzi australiani, John Rendall e Anthony Bourke. Dopo qualche tempo, i due giovani si rendono conto di non poter più ospitare il loro amico e lo portano in un posto più consono alla sua “stazza” e alla sua indole: una riserva naturale dell’Africa.
Dopo un anno di lontananza però, i ragazzi continuano a pensare a Christian e decidono di andarlo a trovare.
Il video svela il momento del loro incontro ed è incredibile.
Il leone è irriconoscibile: grande, fiero, spaventoso per la sua mole. Ma Jonh e Anthony non si ritraggono di fronte a lui. E fanno bene, perché Christian li riconosce e li ricopre di feste, abbracci e coccole. Li assale di amore, è il caso di dire.
Ammetto di aver pensato a un fotomontaggio, ma il trucco non c’è. Il re della foresta si trasforma in un micio affettuoso al cospetto dei suoi “genitori”, cerca le loro carezze, i baci e vuole giocarci come faceva da piccolo.
Oggi anche il sito del corriere della sera ne parla e riporta un dato impressionante, ma che non stupisce: da quando il video di Christian è finito su You Tube, ha conquistato circa 6 milioni di utenti.
Grazie Vale.
Luglio 29, 2008
Già me lo immagino il film “liberamente ispirato” alla tragica vicenda di Amstetten. La telecamera che indugia sullo sguardo apparentemente mesto dell’anziano pensionato Joseph Fritzl e, una dopo l’altra, le immagini dell’orrore: le ripetute violenze alla figlia Elisabeth, il bunker nel quale la donna è stata rinchiusa per 24 anni, i 7 bambini nati dall’incesto. È una storia talmente spaventosa e impensabile, che ha tutte le prerogative per diventare un thriller di successo: suspense, follia, violenza, imprevedibilità. Con il vantaggio di essere estremamente credibile, perché vera. Niente effetti speciali, nessuna forzatura, solo agghiacciante mostruosità.
Ecco la trama: un piccolo imprenditore esperto di elettronica, con moglie e otto figli decide, a un certo punto della sua vita, che una di loro diventerà la protagonista di un incubo. È Elisabeth, la più vivace e ribelle. Quando compie 19 anni la rapisce e la segrega nella cantina di casa, la violenta ripetutamente, la droga, la ammanetta, la mette incinta svariate volte. Non le fa più vedere la luce, la umilia psicologicamente e fisicamente, l’annienta. La moglie dell’uomo (e madre della ragazza) non si accorge di nulla, dei “vizietti” del marito, delle sue prolungate assenze, delle menzogne, delle brutalità perpetrate. Il film finisce quando Joseph commette un errore fatale, portando all’ospedale una delle sue figlie-nipoti e rendendola visibile al mondo esterno. Il suo castello di menzogne si sgretola, il mostro viene smascherato e i suoi prigionieri liberati.
Ma non si può parlare di happy end, perché Elisabeth e tutti i suoi figli sono macchiati per sempre, hanno lacerazioni impossibili da rimarginare, una bestia nel cuore che non smetterà mai di tormentarli.
Magari si trattasse solo di finzione, dell’opera inventata di una mente contorta…
Maggio 14, 2008
Sono da poco tempo uscita da una vicenda infernale, fatta di bollette, canoni e modem e ho ancora la pelle e i nervi tesi per quanto è accaduto. Sono stata maltrattata da Tele2, un operatore telefonico deludente sotto molti punti di vista, incapace di offrire un servizio adeguato e del tutto “impacciato” a gestire il rapporto con il cliente.
Alla fine di dicembre 2007, pungolata dalle insistenti sollecitazioni del call center ad abbandonare il canone Telecom e ad abbracciare il nuovo e irresistibile servizio Voip Tele2, ho deciso di fare il grande passo e affidarmi completamente alla compagnia a cui ero già legata da qualche anno. Tutto sarebbe stato più semplice e conveniente, a detta loro: niente più doppie bollette, basta con la “tassa” obbligatoria da versare a Telecom. Una rapidissima registrazione telefonica, in cui mi è stato chiesto di aderire all’offerta e… via, libera verso un futuro di pagamenti univoci, agevolati, trasparenti. Dopo una settimana dal “sì vocale” avrei ricevuto il router, l’apparecchio da installare per attivare il Voip, insieme al contratto da firmare e rispedire, e ogni cosa sarebbe filata liscia come l’olio. Purtroppo però, quest’olio ha creato ben presto fastidiosi grumi che, col passare del tempo si sono trasformati in vere e proprie incrostazioni…
Il contratto non è arrivato; il router sì, ma non funzionante; nessun “tecnico” Tele2 è stato in grado di risolvere il problema, né ha cercato di intervenire in maniera diretta, venendo a casa mia e controllando di persona cosa andasse storto; il servizio clienti (a pagamento) è stato inconcludente, scorbutico, lento, impreparato.
Dopo venti giorni di lamentele, chiamate che si protraevano per decine e decine di minuti, spiegazioni che si rimbalzavano da un operatore all’altro, conversazioni interrotte bruscamente, stress crescente, ho deciso di ritornare al vecchio sistema, con le tradizionali doppie bollette, rinunciando al sospirato (e mai provato) Voip. Ma Tele2 mi ha sbarrato la strada: “Non esiste più il profilo tariffario a cui lei aderiva” mi ha detto un tizio del call center, “deve scegliere un nuovo piano telefonico!”. Irritata, spazientita e incredula, ho seguito l’unica via percorribile a quel punto: ho chiuso tutti i rapporti con Tele2.
Ignoravo però che Telecom, che aveva ricevuto formale richiesta da Tele2, mi avrebbe inesorabilmente staccato la linea di lì a 15 giorni lasciandomi senza rete fissa (nonostante abbia sempre pagato il canone), che avrei dovuto pagare 60 € a Tele2 per la cancellazione del nuovo contratto Voip (mai firmato) e che, per riattivare la linea telefonica a casa, sarei stata costretta a versare altre 96 € (correndo persino il rischio di dover cambiare numero).
Aprile 28, 2008
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