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Christian il leone

Di solito snobbo le catene di Sant’Antonio che circolano nella Rete. Non dovrei dirlo così apertamente, ma il fastidio che mi provocano è tale che non le guardo nemmeno. Non apro l’allegato, non leggo il contenuto dell’e-mail e tanto meno la inoltro a duemilamilioni di contatti nella speranza che ciò mi porti fortuna… Eppure il messaggio che ho ricevuto qualche tempo fa da Vale, con oggetto “Christian il leone” mi ha incuriosito, perché ho intuito che si trattava di qualcosa di diverso e commovente.
Il video che accompagnava l’e-mail raccontava l’amore incondizionato e fedele di un leone verso i suoi padroni.

Il filmato risale agli anni ‘70 e mostra il leoncino Christian accudito e cresciuto in casa da due ragazzi australiani, John Rendall e Anthony Bourke. Dopo qualche tempo, i due giovani si rendono conto di non poter più ospitare il loro amico e lo portano in un posto più consono alla sua “stazza” e alla sua indole: una riserva naturale dell’Africa.
Dopo un anno di lontananza però, i ragazzi continuano a pensare a Christian e decidono di andarlo a trovare.
Il video svela il momento del loro incontro ed è incredibile.
Il leone è irriconoscibile: grande, fiero, spaventoso per la sua mole. Ma Jonh e Anthony non si spaventano davanti a lui. E fanno bene, perché Christian li riconosce e li ricopre di feste, abbracci e coccole. Li assale di amore, è il caso di dire.
Ammetto di aver pensato a un fotomontaggio, ma il trucco non c’è. Il re della foresta si trasforma in un micio affettuoso al cospetto dei suoi “genitori”, cerca le loro carezze, i baci e vuole giocarci come faceva da piccolo.

Oggi anche il sito del corriere della sera ne parla e riporta un dato impressionante, ma che non stupisce: da quando il video di Christian è finito su You Tube, ha conquistato circa 6 milioni di utenti.

Grazie Vale.

2 commenti Luglio 29, 2008

Il mostro di Amstetten

Già me lo immagino il film “liberamente ispirato” alla tragica vicenda di Amstetten. La telecamera che indugia sullo sguardo apparentemente mesto dell’anziano pensionato Joseph Fritzl e, una dopo l’altra, le immagini dell’orrore: le ripetute violenze alla figlia Elisabeth, il bunker nel quale la donna è stata rinchiusa per 24 anni, i 7 bambini nati dall’incesto. È una storia talmente spaventosa e impensabile, che ha tutte le prerogative per diventare un thriller di successo: suspense, follia, violenza, imprevedibilità. Con il vantaggio di essere estremamente credibile, perché vera. Niente effetti speciali, nessuna forzatura, solo agghiacciante mostruosità.
Ecco la trama: un piccolo imprenditore esperto di elettronica, con moglie e otto figli decide, a un certo punto della sua vita, che una di loro diventerà la protagonista di un incubo. È Elisabeth, la più vivace e ribelle. Quando compie 19 anni la rapisce e la segrega nella cantina di casa, la violenta ripetutamente, la droga, la ammanetta, la mette incinta svariate volte. Non le fa più vedere la luce, la umilia psicologicamente e fisicamente, l’annienta. La moglie dell’uomo (e madre della ragazza) non si accorge di nulla, dei “vizietti” del marito, delle sue prolungate assenze, delle menzogne, delle brutalità perpetrate. Il film finisce quando Joseph commette un errore fatale, portando all’ospedale una delle sue figlie-nipoti e rendendola visibile al mondo esterno. Il suo castello di menzogne si sgretola, il mostro viene smascherato e i suoi prigionieri liberati.
Ma non si può parlare di happy end, perché Elisabeth e tutti i suoi figli sono macchiati per sempre, hanno lacerazioni impossibili da rimarginare, una bestia nel cuore che non smetterà mai di tormentarli.
Magari si trattasse solo di finzione, dell’opera inventata di una mente contorta…

Aggiungi un commento Maggio 14, 2008

Incubo Tele2

Sono da poco tempo uscita da una vicenda infernale, fatta di bollette, canoni e modem e ho ancora la pelle e i nervi tesi per quanto è accaduto. Sono stata maltrattata da Tele2, un operatore telefonico deludente sotto molti punti di vista, incapace di offrire un servizio adeguato e del tutto “impacciato” a gestire il rapporto con il cliente.
Alla fine di dicembre 2007, pungolata dalle insistenti sollecitazioni del call center ad abbandonare il canone Telecom e ad abbracciare il nuovo e irresistibile servizio Voip Tele2, ho deciso di fare il grande passo e affidarmi completamente alla compagnia a cui ero già legata da qualche anno. Tutto sarebbe stato più semplice e conveniente, a detta loro: niente più doppie bollette, basta con la “tassa” obbligatoria da versare a Telecom. Una rapidissima registrazione telefonica, in cui mi è stato chiesto di aderire all’offerta e… via, libera verso un futuro di pagamenti univoci, agevolati, trasparenti. Dopo una settimana dal “sì vocale” avrei ricevuto il router, l’apparecchio da installare per attivare il Voip, insieme al contratto da firmare e rispedire, e ogni cosa sarebbe filata liscia come l’olio. Purtroppo però, quest’olio ha creato ben presto fastidiosi grumi che, col passare del tempo si sono trasformati in vere e proprie incrostazioni…
Il contratto non è arrivato; il router sì, ma non funzionante; nessun “tecnico” Tele2 è stato in grado di risolvere il problema, né ha cercato di intervenire in maniera diretta, venendo a casa mia e controllando di persona cosa andasse storto; il servizio clienti (a pagamento) è stato inconcludente, scorbutico, lento, impreparato.
Dopo venti giorni di lamentele, chiamate che si protraevano per decine e decine di minuti, spiegazioni che si rimbalzavano da un operatore all’altro, conversazioni interrotte bruscamente, stress crescente, ho deciso di ritornare al vecchio sistema, con le tradizionali doppie bollette, rinunciando al sospirato (e mai provato) Voip. Ma Tele2 mi ha sbarrato la strada: “Non esiste più il profilo tariffario a cui lei aderiva” mi ha detto un tizio del call center, “deve scegliere un nuovo piano telefonico!”. Irritata, spazientita e incredula, ho seguito l’unica via percorribile a quel punto: ho chiuso tutti i rapporti con Tele2.
Ignoravo però che Telecom, che aveva ricevuto formale richiesta da Tele2, mi avrebbe inesorabilmente staccato la linea di lì a 15 giorni lasciandomi senza rete fissa (nonostante abbia sempre pagato il canone), che avrei dovuto pagare 60 € a Tele2 per la cancellazione del nuovo contratto Voip (mai firmato) e che, per riattivare la linea telefonica a casa, sarei stata costretta a versare altre 96 € (correndo persino il rischio di dover cambiare numero).

Aggiungi un commento Aprile 28, 2008

Mosquito, lo scaccia giovani

La prima volta che ho sentito parlare di Mosquito, l’apparecchio antigiovani, ho pensato che si trattasse di uno scherzo. Poi, approfondendo l’argomento su Internet, ho scoperto che questo marchingegno esiste veramente e sta riscuotendo successo in alcuni paesi europei (Belgio, Inghilterra, Svizzera).
È un dispositivo che emette un suono fastidioso modulato a 17khz, udibile solo dagli under 25. Viene installato all’esterno di alcuni luoghi (come hotel, banche o palazzi “importanti”), per evitare che comitive di ragazzi si riuniscano nella zona e arrechino disturbo. L’antipatico sibilo, infatti, spingerebbe gli adolescenti ad allontanarsi in fretta e furia, impedendo loro di fare confusione.
L’uso degli ultrasuoni antibaccano ha sollevato (per fortuna!) una levata di polemiche e critiche negative. Innanzitutto perché potrebbe provocare dei danni seri all’udito dei ragazzi e, in secondo luogo, perché la potenza del sibilo è tale da estendere i suoi effetti negativi anche oltre il posto in cui è installato. Ciò che è ancora più grave, secondo me, è la finalità perseguita da Mosquito: l’idea di considerare e trattare gruppi di giovani alla stregua di stormi di uccelli indesiderati, è deprimente.
Polizia e forze dell’ordine non bastano contro le urla e gli schiamazzi? È necessario ricorrere a un apparecchio subdolo e discriminatorio? E poi, chi l’ha detto che gli over 25 siano più silenziosi e disciplinati dei teenager? Oltretutto, gli adolescenti si sono già presi la loro rivincita: pare che sul mercato siano in circolazione delle suonerie per cellulari, ad ultrasuoni, percepibili solo da loro e che vincono sul controllo degli adulti. Lì dove è proibito tenere acceso un cellulare (come in classe), è possibile non essere scoperti dai propri professori e ricevere anzi, indisturbatamente, messaggini e squilletti. Chi la fa, l’aspetti…

Aggiungi un commento Aprile 6, 2008

Amore o stupro?

La storia della ragazzina di 13 anni coinvolta in una relazione sessuale con un uomo di 34 mi ha lasciato di stucco. Non solo per la giovane età di lei, ma anche e soprattutto per la decisione del Tribunale di Vicenza di non considerare “stupro” l’atto perpetrato da lui. Era “amore”, hanno sentenziato i giudici, non si è trattato di violenza. Quindi la condanna per Antonio Di Pascale, macellaio con la passione per la “carne” giovane, è di appena un anno e 4 mesi, trattandosi di un reato di “minore gravità” (il sesso con una minorenne).
La bambina, a quanto risulta dalle carte, era “consenziente” perché mandava messaggini d’amore all’uomo e accettava di buon grado le sue attenzioni.
Rabbrividisco al pensiero che una ragazzina non ancora adolescente sappia quello che vuole in fatto di amore e che venga considerata matura abbastanza per scegliere di stare con una persona di 20 anni più grande. Trovo scioccante la sentenza anche perché nel raccontare il primo incontro tra i due, si dice: “la loro storia era cominciata nel 2005 quando l’uomo la convinse a salire in auto e la indusse a un rapporto sessuale”. Un comportamento da maniaco, secondo me, altro che amore…
Non vorrei mai essere nei panni dei genitori della ragazza, beffati persino dalla Giustizia. Mi auguro che in Appello si ribalti la sentenza e che venga applicata una punizione esemplare. Come si fa a criticare il film di Moccia “Scusa, ma ti chiamo amore” in cui una diciassettenne si innamora di un trentasettenne e poi rimanere indifferenti di fronte a una relazione di 5 mesi tra una studentessa della scuola media e un macellaio ultratrentenne?

Aggiungi un commento Febbraio 9, 2008

Miracoli

Poco tempo fa ho assistito a un miracolo. Una donna di quasi 50 anni, la madre di una mia collega, non solo è sopravvissuta a un grave incidente stradale, a 51 giorni di rianimazione, a 24 di coma, a una prognosi tenuta riservata per lunghe settimane, ma si è addirittura rimessa in piedi. Ricordo con esattezza il fatidico giorno dello schianto in macchina. Era l’inizio del 2007 e in ufficio arrivò la triste notizia. C’era stato un tremendo impatto, causato dalla guida incerta e scapestrata di un neopatentato, al volante di una fiammante auto sportiva. La donna stava tornando a casa, procedeva a modesta velocità, nella sua corsia, quando all’improvviso il giovane incosciente le si è piantato davanti, contromano e col piede affondato nell’acceleratore. Lo scontro è stato inevitabile. Lei ha perso la conoscenza ed è rimasta intrappolata nella vettura, lui se l’è cavata con poche contusioni.
Per giorni e giorni la madre della mia collega è stata sul punto di morire: immobile nel letto dell’ospedale ha subito numerosi interventi delicati. Scongiurato il pericolo di vita, sembrava a un certo punto che avesse dovuto passare il resto dei suoi giorni paralizzata. Sua figlia, la mia collega, unica “femmina” della famiglia, si è licenziata e ha detto addio alla spensieratezza. Stremata dal dolore, ma sempre fiduciosa, ha seguito la madre passo passo, donandole amore, conforto, sostegno pratico. Ha cambiato il suo destino, costruendone uno che fosse a misura della persona che più amava.
Sono trascorsi 10 mesi e il peggio è passato. Ci sono ancora la riabilitazione e durissime prove da superare, ma non più il baratro e la paura di spegnersi.
Un fatto così per me è un miracolo. Inspiegabile e splendido. Vale la pena di raccontarlo.

3 commenti Gennaio 24, 2008

Lavoro, dunque esisto

Fate questa prova: chiudete gli occhi e pensate alla prima volta che avete conosciuto una persona per voi importante (un collega, un amico, un amore ecc.). Ritornate con la memoria al primissimo incontro con lei (o lui). Di cosa avete parlato? Quali argomenti vi hanno aiutato a rompere il ghiaccio?
Sono certa che, presto o tardi, siete entrati nel discorso “lavoro”. “Che fai di bello nella vita?” “Di che ti occupi?”, “Che lavoro fai?” sono le classiche domande da porre.
Mi rattrista pensare a quanto il lavoro condizioni la nostra vita. Non solo è indispensabile in termini economici, ma anche relazionali. Chi siamo passa in secondo piano rispetto a cosa facciamo e la nostra professione diventa un biglietto da visita fondamentale nei rapporti interpersonali.

Essere dottori, avvocati, operai, giornalisti, muratori ecc. significa comportarsi in un determinato modo, fuori e dentro l’orario di ufficio. Uno psicologo sarà sempre uno psicologo, anche in privato. Incontrerà qualcuno che gli dirà: “Smettila di analizzarmi, non sono un tuo paziente”. Un ingegnere sarà ritenuto cocciuto, metodico, scarsamente creativo. Un calciatore ignorante e poco loquace. Potrei continuare all’infinito con gli stereotipi legati alle professioni. Dire “non lavoro” è un po’ come ammettere la propria inadeguatezza sociale, la mancanza di un’identità. Il lavoro è un marchio che caratterizza e qualifica più di qualsiasi tratto del nostro essere. Non basta parlare dei propri sogni, raccontare passioni e umori, descriversi per quello che si è veramente. Per avere successo nella società serve prima di tutto una professione di prestigio. Laboro ergo sum.

Aggiungi un commento Novembre 6, 2007

No Anorexia


Da qualche giorno le principali città italiane sono state invase da affissioni e manifesti pubblicitari che ritraggono una giovane donna malata di anoressia. Lei è nuda, sembra un fuscello, fa impressione perché dal suo corpo smunto spuntano solo spigolature e ossa. Il volto è scarno, la pelle rovinata, il seno rinsecchito.
Una grande scritta “NO ANOREXIA” compare dietro di lei, mentre alla sua destra si vede il marchio di una casa di moda, “Nolita”.
Tutto l’insieme ha creato scandalo, sollevando un polverone di commenti e critiche. È giusto dire NO all’anoressia attraverso l’esibizione di un corpo che è come un ramo morto? È eticamente e moralmente accettabile mettere una ragazza anoressica al centro di una campagna pubblicitaria sponsorizzata da un’azienda fashion? Perché è stato scelto proprio il re della provocazione, Oliviero Toscani, dietro la macchina fotografica? La volontà di trasgredire a tutti i costi ha superato il limite?
Quello che è certo è che la pubblicità ha lasciato il segno. Non si può rimanere indifferenti di fronte a un corpo appassito e senza forme. Alcuni provano ribrezzo, altri tenerezza, altri ancora paura perché il virus dell’anoressia è esteso e potrebbe colpire figlie, amiche, compagne. Tutti si stanno ponendo degli interrogativi. Tra roventi proteste, timidi consensi e polemiche quello che resta è una sensazione di disagio e malessere diffuso. Molto meglio che far finta di niente.

Aggiungi un commento Ottobre 1, 2007

Case miraggio

Comprare casa è diventata una chimera. Le coppie giovani e la miriade di lavoratori precari italiani si stanno ormai rassegnando all’idea di rimanere con mamma e papà a tempo indeterminato.
Crescono i tassi dei mutui variabili, svettano i prezzi delle abitazioni, s’impenna il costo della vita… Acquistare casa a Roma è un’impresa avventurosa quasi quanto percorrere le mille miglia.
Le uniche possibilità di abbandonare il tetto genitoriale sono: un aiuto economico sostanzioso (per non dire immenso) da parte della famiglia; una vincita al Lotto o ai “pacchi” di Insinna; un acquisto virtuale, “sulla carta”, in attesa che la casa vera e propria sia costruita e la chiave consegnata.
È la nuova moda capitolina, comprare “case su piantina”, qualche anno prima di poterci mettere piede veramente. Si esamina il progetto, si controllano le misure, la metratura, le piastrelle. Ci si fida dei prospetti, delle rassicurazioni delle agenzie, dell’euforia dei costruttori, e si prega che durante i lavori non si verifichino drammatici imprevisti… come fallimenti, intoppi burocratici, ritardi vari.
Per non parlare dei fortunati che riescono, alla fine, ad ottenere il loro appartamento, ma entrandoci si accorgono, con rammarico, che è molto diverso da quello che si aspettavano
I quattrini versati con sudore e sacrificio rischiano di andare a farsi benedire e il proprio investimento si rivela disastroso.

Un’altra possibilità, per coloro che preferiscono vedere prima di comprare, è quella di “accontentarsi” di dimore fuori città. Solo se ci si allontana dal raccordo i prezzi si umanizzano e le case ritornano a metrature accettabili (incredibile ma vero: a Roma città un monolocale di 35 metri quadrati viene venduto a 180-200 mila euro!).
In campagna, in località amene scollegate da qualsiasi mezzo di trasporto pubblico, le abitazioni hanno ancora la finestra dentro il bagno, cucine con la porta, soffitti regolari, persino balconi! E per acquistarle non è necessario organizzare una rapina.

L’aut aut per gli under 35 è: bugigattolo nel cuore della capitale o comoda sistemazione nel far west? Forse la vera via d’uscita è la tanto vituperata casa dei “vecchi”. Al diavolo i sogni d’indipendenza e libertà…

2 commenti Marzo 29, 2007

Truffe legalizzate

Nel titolo prendo in prestito una nota espressione di Beppe Grillo per parlare di alcune acerrime e implacabili nemiche della popolazione italiana… le multe. Sarà un caso, ma in questo scorcio finale del 2006 ne sono stati bersagliati amici vicini e lontani, oltre alla sottoscritta.
E ne ho sentite di cotte e di crude. I tre casi che riporto sono tra i più eclatanti:

1) Un multone per eccesso di velocità, rilevato da un autovelox, regolarmente pagato, è ritornato al mittente in misura maggiorata. Perchè? Perchè il multato, insieme al denaro e al bollettino del conto corrente doveva inviare anche i dati del conducente della macchina.
Non li ha forniti perché non sapeva che doveva farlo. E non lo sapeva perché sulla notifica della multa tale obbligo era segnalato in una postilla, in un foglio allegato, in un carattere illegibile e apparentemente trascurabile. La nota a prova di miope invece aveva un’importanza primaria perché i riferimenti del guidatore erano indispensabili per sottrarre i punti dalla patente dello stesso.
La persona multata e beffata, un mio amico di vecchia data, si è rivolto al giudice di pace ed è in attesa del verdetto. Il suo ricorso è sacrosanto: non sarebbe molto più semplice segnalare in maniera inequivoca e chiara la procedura? Sarebbe forse troppo logico, equo, e giusto? Nel frattempo ho scoperto che tantissimi altri autisti ignari hanno ricevuto il medesimo trattamento.

2) Qualche anno fa una ragazza di nome Silvia si trasferiva. Durante il cambio di indirizzo e il putiferio del trasloco, una banale contravvenzione non le fu recapitata correttamente. Finì chissà dove andando perduta. Silvia è rimasta all’oscuro della sua esistenza fino a pochi mesi addietro, quando una notifica di dimensioni apocalittiche è arrivata, questa sì senza problemi, nella sua cassetta postale.
La multa di allora, poiché mai saldata, è cresciuta a dismisura, lievitando fino a raggiungere i 600 euro. La ragazza ha così provato la strada del giudice di pace, ma l’iter burocratico si è rivelato talmente macchinoso e mal congeniato che alla fine, per disperazione, è stata costretta a versare a malincuore tutta la cifra. Morale della favola: ha buttato al secchio metà del suo stipendio senza avere nessuna colpa.

3) Last but not least, la multa che mi riguarda personalmente. Risale al 2002. Nel lontano giugno di quattro anni fa circolavo in una zona a traffico limitato del centro, il sabato pomeriggio. La gitarella in città mi è costata, allora, circa 60 euro. Li ho pagati (cedolino conservato docet!) nel mese di agosto, 4 giorni oltre i fatidici 60 permessi. Forse ero in vacanza, forse ho ricevuto la notifica in ritardo, forse… Non scoprirò mai che cosa provocò il ritardo. Quello che so è che una settimana fa non solo ho dovuto risborsare 60 euro (è noto, allo scadere dei 60 giorni bisogna pagare il doppio della multa), ma altri 40 euro di interessi… Ovvero, i quattro giorni di ritardo nel pagare la multa si sono trasformati in una macchina assetata di soldi. Mi chiedo: perché la notifica mi è arrivata adesso e non nel 2002? Perché nessuno mi ha avvisato in tempo utile per non far aumentare gli interessi?
Che rabbia. La legge, tante volte, è una truffa che non può essere smascherata.

Aggiungi un commento Dicembre 29, 2006

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