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Da qualche giorno le principali città italiane sono state invase da affissioni e manifesti pubblicitari che ritraggono una giovane donna malata di anoressia. Lei è nuda, sembra un fuscello, fa impressione perché dal suo corpo smunto spuntano solo spigolature e ossa. Il volto è scarno, la pelle rovinata, il seno rinsecchito.
Una grande scritta “NO ANOREXIA” compare dietro di lei, mentre alla sua destra si vede il marchio di una casa di moda, “Nolita”.
Tutto l’insieme ha creato scandalo, sollevando un polverone di commenti e critiche. È giusto dire NO all’anoressia attraverso l’esibizione di un corpo che è come un ramo morto? È eticamente e moralmente accettabile mettere una ragazza anoressica al centro di una campagna pubblicitaria sponsorizzata da un’azienda fashion? Perché è stato scelto proprio il re della provocazione, Oliviero Toscani, dietro la macchina fotografica? La volontà di trasgredire a tutti i costi ha superato il limite?
Quello che è certo è che la pubblicità ha lasciato il segno. Non si può rimanere indifferenti di fronte a un corpo appassito e senza forme. Alcuni provano ribrezzo, altri tenerezza, altri ancora paura perché il virus dell’anoressia è esteso e potrebbe colpire figlie, amiche, compagne. Tutti si stanno ponendo degli interrogativi. Tra roventi proteste, timidi consensi e polemiche quello che resta è una sensazione di disagio e malessere diffuso. Molto meglio che far finta di niente.
Ottobre 1, 2007
Comprare casa è diventata una chimera. Le coppie giovani e la miriade di lavoratori precari italiani si stanno ormai rassegnando all’idea di rimanere con mamma e papà a tempo indeterminato.
Crescono i tassi dei mutui variabili, svettano i prezzi delle abitazioni, s’impenna il costo della vita… Acquistare casa a Roma è un’impresa avventurosa quasi quanto percorrere le mille miglia.
Le uniche possibilità di abbandonare il tetto genitoriale sono: un aiuto economico sostanzioso (per non dire immenso) da parte della famiglia; una vincita al Lotto o ai “pacchi” di Insinna; un acquisto virtuale, “sulla carta”, in attesa che la casa vera e propria sia costruita e la chiave consegnata.
È la nuova moda capitolina, comprare “case su piantina”, qualche anno prima di poterci mettere piede veramente. Si esamina il progetto, si controllano le misure, la metratura, le piastrelle. Ci si fida dei prospetti, delle rassicurazioni delle agenzie, dell’euforia dei costruttori, e si prega che durante i lavori non si verifichino drammatici imprevisti… come fallimenti, intoppi burocratici, ritardi vari.
Per non parlare dei fortunati che riescono, alla fine, ad ottenere il loro appartamento, ma entrandoci si accorgono, con rammarico, che è molto diverso da quello che si aspettavano…
I quattrini versati con sudore e sacrificio rischiano di andare a farsi benedire e il proprio investimento si rivela disastroso.
Un’altra possibilità, per coloro che preferiscono vedere prima di comprare, è quella di “accontentarsi” di dimore fuori città. Solo se ci si allontana dal raccordo i prezzi si umanizzano e le case ritornano a metrature accettabili (incredibile ma vero: a Roma città un monolocale di 35 metri quadrati viene venduto a 180-200 mila euro!).
In campagna, in località amene scollegate da qualsiasi mezzo di trasporto pubblico, le abitazioni hanno ancora la finestra dentro il bagno, cucine con la porta, soffitti regolari, persino balconi! E per acquistarle non è necessario organizzare una rapina.
L’aut aut per gli under 35 è: bugigattolo nel cuore della capitale o comoda sistemazione nel far west? Forse la vera via d’uscita è la tanto vituperata casa dei “vecchi”. Al diavolo i sogni d’indipendenza e libertà…
Marzo 29, 2007
Nel titolo prendo in prestito una nota espressione di Beppe Grillo per parlare di alcune acerrime e implacabili nemiche della popolazione italiana… le multe. Sarà un caso, ma in questo scorcio finale del 2006 ne sono stati bersagliati amici vicini e lontani, oltre alla sottoscritta.
E ne ho sentite di cotte e di crude. I tre casi che riporto sono tra i più eclatanti:
1) Un multone per eccesso di velocità, rilevato da un autovelox, regolarmente pagato, è ritornato al mittente in misura maggiorata. Perchè? Perchè il multato, insieme al denaro e al bollettino del conto corrente doveva inviare anche i dati del conducente della macchina.
Non li ha forniti perché non sapeva che doveva farlo. E non lo sapeva perché sulla notifica della multa tale obbligo era segnalato in una postilla, in un foglio allegato, in un carattere illegibile e apparentemente trascurabile. La nota a prova di miope invece aveva un’importanza primaria perché i riferimenti del guidatore erano indispensabili per sottrarre i punti dalla patente dello stesso.
La persona multata e beffata, un mio amico di vecchia data, si è rivolto al giudice di pace ed è in attesa del verdetto. Il suo ricorso è sacrosanto: non sarebbe molto più semplice segnalare in maniera inequivoca e chiara la procedura? Sarebbe forse troppo logico, equo, e giusto? Nel frattempo ho scoperto che tantissimi altri autisti ignari hanno ricevuto il medesimo trattamento.
2) Qualche anno fa una ragazza di nome Silvia si trasferiva. Durante il cambio di indirizzo e il putiferio del trasloco, una banale contravvenzione non le fu recapitata correttamente. Finì chissà dove andando perduta. Silvia è rimasta all’oscuro della sua esistenza fino a pochi mesi addietro, quando una notifica di dimensioni apocalittiche è arrivata, questa sì senza problemi, nella sua cassetta postale.
La multa di allora, poiché mai saldata, è cresciuta a dismisura, lievitando fino a raggiungere i 600 euro. La ragazza ha così provato la strada del giudice di pace, ma l’iter burocratico si è rivelato talmente macchinoso e mal congeniato che alla fine, per disperazione, è stata costretta a versare a malincuore tutta la cifra. Morale della favola: ha buttato al secchio metà del suo stipendio senza avere nessuna colpa.
3) Last but not least, la multa che mi riguarda personalmente. Risale al 2002. Nel lontano giugno di quattro anni fa circolavo in una zona a traffico limitato del centro, il sabato pomeriggio. La gitarella in città mi è costata, allora, circa 60 euro. Li ho pagati (cedolino conservato docet!) nel mese di agosto, 4 giorni oltre i fatidici 60 permessi. Forse ero in vacanza, forse ho ricevuto la notifica in ritardo, forse… Non scoprirò mai che cosa provocò il ritardo. Quello che so è che una settimana fa non solo ho dovuto risborsare 60 euro (è noto, allo scadere dei 60 giorni bisogna pagare il doppio della multa), ma altri 40 euro di interessi… Ovvero, i quattro giorni di ritardo nel pagare la multa si sono trasformati in una macchina assetata di soldi. Mi chiedo: perché la notifica mi è arrivata adesso e non nel 2002? Perché nessuno mi ha avvisato in tempo utile per non far aumentare gli interessi?
Che rabbia. La legge, tante volte, è una truffa che non può essere smascherata.
Dicembre 29, 2006

Quello che ricordo di più del mio recente viaggio a Londra per lavoro? Non Regent Street splendidamente illuminata a festa, non i giri nei black cabs, tradizionali e scomodissimi taxi inglesi, non le cene presso i ristoranti thailandesi, avvolti in nuvole di frittura, non la fiera dei magazine, perfettamente congeniata, non le ragazze svestite a dicembre, non Hamleys, il famoso negozio di giocattoli che fa impazzire i bambini, non il dedalo di underground sotterranee… Quello che mi è rimasto più impresso è stato il viaggio di ritorno, dall’aeroporto di Heatrow a Roma.
E’ stato devastante. Una serie di controlli minuziosi, una fila indiana interminabile per passare sotto i metal detector togliendosi le scarpe, le giacche, le cinture. Una rigidità “senza se e senza ma” nell’applicare le regole: sull’aereo si sale con una sola borsa per ciascuno (che sia una ventiquattr’ore, un computer portatile, una borsetta da passeggio non conta. L’ importante è che il bagaglio sia uno e basta).
Ho assistito a scene grottesche: gente che cercava di infilare il computer nella valigetta, donne che si sforzavano di fare entrare bustine stracolme di cianfrusaglie varie dentro zaini o trolley rigonfi. Io sono stata costretta a fare un doppio chek-in: il primo per spedire la vera valigia; il secondo per inviare gli acquisti londinesi che non ho potuto far salire sull’aereo con me.
Due ore e trenta di volo si sono trasformate in più di 4 ore di nervosismo, tra l’attesa, le perquisizioni, le domande inquisitorie.
Ho provato una grande tristezza nel constatare quanto la minaccia terroristica abbia sconvolto la nostra routine. Quanto sia forte e terribile la sua influenza sulle vite di noi occidentali. Spostarsi, viaggiare, da sempre sinonimo di libertà, crescita e divertimento, sono diventate azioni macchinose, dannatamente complicate.
Essere costretti a impacchettare il proprio make-up dentro bustine sigillate per renderlo visibile a chiunque, dover lasciare a terra persino una bottiglietta d’acqua, essere obbligati a sfilarsi le scarpe di fronte alla polizia…
Tutto ciò per difenderci, per evitare di saltare in aria da un momento all’altro…
I tempi della spensieratezza ad alta quota sono lontani. Nemmeno l’azzurro del cielo è più un posto sicuro.
Dicembre 12, 2006

Pensavo allo sciopero dei giornalisti, al loro impeto. Pensavo ai discorsi sulla precarietà, sullo sfruttamento dei tanti stagisti, alla rabbia di chi scrive, scrive, scrive tutti i giorni, senza ottenere riconoscimenti o compensi. Pensavo a tutto questo quando, a lavoro, arriva una ragazza che mi ci ha fatto pensare ancora di più.
E’ una new entry in redazione. Presentandosi ha sfoggiato un sorriso aperto e speranzoso. Finalmente vede una prospettiva, una possibilità di riscossa.
Mi ha raccontato la sua storia di stagista per 1 anno e mezzo in una nota agenzia di stampa… Lavoro forsennato dalle 9.00 alle 22.00, viaggio disumano per raggiungere la sede, commissioni ingiuste, sopraffazioni ripetute, colleghi raccomandati all’inverosimile…
Lei ha stretto i denti fino a quando ha potuto: 1 anno e mezzo senza un euro, poi la proposta di una retribuzione misera: 250 euro lorde, per chissà quanto altro tempo. Nessuna garanzia tangibile, solo la chimera di un contratto da giornalista, prima o poi, alla fine del tunnel.
Come se diventare giornalisti ripagasse di tutti i sacrifici. Come se entrare in un albo elitario e serratissimo aprisse la via alla fama, alla celebrità, al benessere economico. Come se mostrare quel fatidico tesserino significasse essere riconosciuti o apprezzati maggiormente.
Eppure tutti lo vogliono, tutti lo cercano (me compresa). Per soddisfazione personale, per dire: “Anch’io ce l’ho fatta!”.
La mia nuova collega sa che nell’azienda in cui è arrivata non si diventa giornalisti. O meglio, non sulla carta. Si scrive, si idea, si intervista, si progettano riviste. Ma si rimane redattori. Anzi Editor, che fa più fighi.
Al massimo si può aspirare al bistrattato tesserino da pubblicisti…
Eppure l’aria che si respira è lieve. Non ci sono promesse non mantenute, orari di lavoro da caserma, prese per i fondelli… Non esistono esortazioni da parte di superiori odiosi come “Cara, se esci ti dispiace comprarmi un kg di mele al mercato?” o simili.
C’è quello che viene offerto all’inizio, nero su bianco: una busta paga dignitosa, un cartellino da timbrare, 8 ore di impegno costante, una possibilità di ammalarsi o assentarsi senza rischiare il posto.
Non ci sarà la gloria, ma un po’ di civiltà sì.
Novembre 15, 2006

La stretta di mano è cordialità senza partecipazione. Il bacio è intimità senza riserve. L’abbraccio è affetto senza condizione.
Un abbraccio è conforto, calore e condivisione.
L’iniziativa “Free Hugs Campaign” ha un sapore buono. Ricorda il profumo di un dolce preparato in casa o quello dello zucchero filato alle feste di paese. Non ha controindicazioni.
Abbracci in offerta! Accorrete gente! Occasione straordinaria! Chi non cadrebbe in tentazione?
La prima volta che ho visto le immagini dei dispensatori di abbracci mi è venuto da sorridere. Era un servizio alla TV e mostrava solo il momento dell’abbarbicamento. Poi, con calma, sono andata su Internet e ho scoperto che quello dei Free Hugs è un vero e proprio fenomeno mondiale nato in Australia 2 anni fa grazie a tal Juan Mann. (Se non l’avete ancora visto, questo è il suo video, il primo della serie).
Guardare quel filmato nella sua interezza e, successivamente, tutti gli altri video che sono stati realizzati in giro per il globo, è come una carezza. L’abbracciatore non si scaraventa sui passanti infastiditi, anzi. Attende, allarga le braccia col sorriso sul volto, spiega l’importanza di quel gesto come messaggio d’amore universale. Aspetta e rivolge il suo cartello “Abbracci Gratis” a tutti, indistintamente. Fa avanti e indietro per la via con la scritta ben visibile e lo sguardo cortese.
E’ curioso notare come la gente dapprima lo snobbi perplessa, ma poi si avvicini ad ascoltare e alla fine si tuffi tra le sue braccia.
Come sempre, i bambini sono i più entusiasti. Alcuni prendono la rincorsa e si lanciano letteralmente nel caldo abbraccio dello sconosciuto. Ma dopo di loro fanno capolino i genitori... Le mamme procedono caute, vogliono prima guardare in faccia il giovanotto che svende i suoi abbracci. Una volta assicuratesi che è innocuo, si convincono e non si negano la tenera stretta.
Ho letto che gli abbracci gratis ci sono stati anche in varie città italiane: Milano, Taranto, Roma. I promotori non si fermano e stanno facendo proseliti.
Quella di Juan Mann è stata un’idea così semplice e così geniale.
Novembre 8, 2006

So di persone che per vivere, lavorare o studiare a Roma abitano in una stanza. So di altre che pagano l’affitto esclusivamente per un letto all’interno di essa. Le cifre sborsate, e intascate dai proprietari degli “alloggi improvvisati“, sono cospicue: 300, 400, persino 500 euro a testa.
E’ diventata ormai pratica diffusa “frastagliare” gli appartamenti e assegnare i singoli locali a gente diversa. La famiglia che si “parcheggia” nella casa non è più la benvenuta. Molto più lucrosi e meno tormentati sono gli affari che si chiudono coi giovani, deboli economicamente e desiderosi di cominciare la loro vita “da adulti”.
La storia è sempre la stessa: i ragazzi hanno pochi “liquidi” a disposizione, scarsa possibilità di trovare sistemazioni a prezzi più abbordabili e nessuno strumento realmente efficace per contrastare lo “strozzinaggio” vigente.
Facciamo conto che in una casa piuttosto malconcia ci siano tre stanze da letto e ognuna di esse venga affittata a 3 persone. Gli inquilini devono condividere un bagno, una cucina, un disimpegno, un balconcino, oltre che la lavatrice, l’acqua calda, il telefono, Internet ecc. La quota mensile per le camere, cadauno, sfiora i 400 euro, per un totale di 1.200,00 euro che finiscono direttamente nelle casse del proprietario.
L’appartamento in sé, per le condizioni in cui versa e i lavori di ristrutturazione di cui necessita, non potrebbe essere affittato a più di 500-600 euro. Con la suddivisione delle camere, invece, il profitto raddoppia!
Il dato più inquietante è che sul contratto d’affitto fatto firmare a uno solo dei ragazzi non c’è scritto 1.200,00 euro, bensì 300.
I signori in possesso dell’immobile riscuotono somme lievitate e sanno bene di violare la legge… ma chi se ne cura?
E’ un cane che si morde la coda: tutti conoscono il sistema, ma nessuno cerca di ribellarsi veramente. “Se denuncio la signora, poi ci rimetto pure io che ho firmato il contratto!” ecco quello che pensano i giovani “truffati”.
Così il silenzio regna incontrastato e il ricatto dell’affitto in nero continua…
Novembre 4, 2006

I miei sono abbonati a Sky e vanno pazzi per Lost. Da qualche settimana a questa parte il loro lunedì sera è diventato sacro: se ne stanno in religioso silenzio e attonita contemplazione davanti alla TV.
Gli aitanti dispersi in mezzo all’oceano potrebbero dormire sonni tranquilli se tutti i loro fan fossero accaniti e imparziali quanto i miei genitori. Mentre i vertici di Sky farebbero meglio a guardarsi le spalle…
Una TV a pagamento non dovrebbe garantire una visione “pulita” delle trasmissioni? Non dovrebbe offrire un palinsesto libero dai condizionamenti pubblicitari e scevro dalle ripetute interruzioni degli spot?
Stasera ero presente quando mamma e papà hanno pigiato il canale 110, Fox, per sintonizzarsi sull’isola dei sopravvissuti, e sono rimasta sbalordita. Mi aspettavo uno scorrere fluido e continuo del telefilm, una messa in onda lineare, e invece…
Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata è partita, come un fulmine, la prima sequenza pubblicitaria. Esattamente come accade nella tv generalista.
“Ma fanno tutta questa reclame?” ho domandato stupita a mia madre e lei, concisa “Aivoglia! Attacca ogni 15-20 minuti e dura pure parecchio!”.
Calcolando che una puntata, al netto dalle pause, è di 60 minuti circa, con tutti i break arriva sicuramente a sfiorare i 90. Non è incredibile?
Papà dice che i film su Sky, al contrario dei serial, non vengono spezzettati dall’advertising e proseguono integri fino alla fine (al massimo c’è uno stacco tra i due tempi).
Immagino che Lost sia una perla preziosa nella programmazione del satellite, ma infarcirlo di spot non è controproducente? Il pubblico potrebbe iniziare a sbuffare, a cambiare canale, a rimpiangere Mediaset (che almeno non ti fa aprire il portafoglio). E, soprattutto quello più giovane, stizzirsi a tal punto da abbandonarsi alla tentazione di passare alle vie meno ufficiali. Su Internet le puntate vengono diffuse con un giorno di ritardo, ma si possono seguire tutte d’un fiato.
E’ vero, anche l’ADSL si paga, ma almeno le trasmissioni siamo noi a interromperle, se vogliamo, e non siamo costretti a buttare al vento minuti e minuti della nostra vita.
Ottobre 2, 2006

Domenica pomeriggio in via Tiburtina. Tempo di saldi.
Settembre 3, 2006

La prima volta che ho trascorso le vacanze a Ischia, tre anni fa, il mio ragazzo mi ha portato al Parco Termale Negombo. Un’oasi di benessere e relax tra giardini lussureggianti, cascate d’acqua dolce, vasche di mille forme e stile, piscine tiepide, calde, fredde e freddissime. Alla fine della giornata la mia pelle era rifiorita, appariva luminosa e levigata come porcellana.
L’anno scorso, per il mio secondo soggiorno estivo nell’isola campana, il mio fidanzato mi ha condotto alle sorgenti di Nitrodi, più vicine a casa sua, meno appariscenti, ma dalle indiscutibili virtù. Immergermi in quelle acque fresche è stato piacevole e terapeutico, mi ha lasciato addosso una sensazione meravigliosa. La pelle sembrava più liscia e morbida, come seta.
Il terzo agosto a Ischia, un mese fa, è stata la volta delle sorgenti di Olmitello. Raggiungibili a piedi dalla spiaggia dei Maronti, con ingresso gratuito, dovevano rappresentare una doccia rinvigorente contro i bruciori e i pizzicori provocati dal sale marino.
Ma i ricordi gioiosi delle estati precedenti si sono sgretolati in un istante…
Il percorso per arrivare alla fonte è un cumulo di sterpaglie e ferri arrugginiti. I piedi sono costretti a schivare pozze di fango e avvallamenti sconnessi. Eppure le indicazioni, visibili dalla baia e presenti durante il tragitto, sono chiare: bisogna proseguire per quella strada desolata. Più si va avanti e più sono evidenti i segni di abbandono e trascuratezza: alberi abbatutti, rocce spaccate, rami spezzati che ostacolano il cammino, rifiuti qua e là. Un fiotto di acqua torbida e stagnante scorre continuo fin giù, a mare. Sarà l’acqua della sorgente? Si potrà toccare? Nel dubbio noi evitiamo il contatto.
Zigzagando per oltre 5 minuti in questo territorio mortificato scorgiamo, da lontano, un tubicino ricurvo, a mò di rubinetto, dal quale fuoriesce un rivolo d’acqua. Increduli e disorientati - E’ possibile che sia questa la fonte? - ci avviciniamo e sentiamo che il liquido è caldo. Dunque è lei, la salvifica e corroborante acqua termale di Olmitello! Quella che le guide dell’isola e i siti del posto continuano a descrivere come curativa, dagli effetti benefici, buona anche da bere. - Sarà, ma chi si fida? -
Dietro e tutto intorno al tubicino c’è una struttura diroccata, forse i resti della sorgente di cui il mio ragazzo ha nostalgica memoria. Non vedo l’ora di tornare in spiaggia e lasciarmi questo posto inospitale alle spalle.
Facciamo un ultimo sforzo per capire da dove viene quel ruscello d’acqua melmosa che ci ha inquietato lungo il tragitto. Proseguiamo un altro po’, imboccando una curva su per la valle. - Forse c’è qualcos’altro, forse la vera sorgente è più in alto. - Il nostro viaggio di speranza si interrompe non appena notiamo un altro getto d’acqua che discende dalla montagna, disordinato. Non è affatto rassicurante, non viene voglia di farsi la doccia lì sotto.
Spentasi ogni illusione facciamo dietro front e ripercorriamo a ritroso la via, verso la spiaggia. Con il passo svelto e i volti scuri, senza voltarci mai indietro. Arrivati a riva il tuffo in mare è una liberazione. Sentiamo il bisogno di ripulirci, al più presto, la pelle e gli occhi.
Settembre 1, 2006
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