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So di persone che per vivere, lavorare o studiare a Roma abitano in una stanza. So di altre che pagano l’affitto esclusivamente per un letto all’interno di essa. Le cifre sborsate, e intascate dai proprietari degli “alloggi improvvisati“, sono cospicue: 300, 400, persino 500 euro a testa.
E’ diventata ormai pratica diffusa “frastagliare” gli appartamenti e assegnare i singoli locali a gente diversa. La famiglia che si “parcheggia” nella casa non è più la benvenuta. Molto più lucrosi e meno tormentati sono gli affari che si chiudono coi giovani, deboli economicamente e desiderosi di cominciare la loro vita “da adulti”.
La storia è sempre la stessa: i ragazzi hanno pochi “liquidi” a disposizione, scarsa possibilità di trovare sistemazioni a prezzi più abbordabili e nessuno strumento realmente efficace per contrastare lo “strozzinaggio” vigente.
Facciamo conto che in una casa piuttosto malconcia ci siano tre stanze da letto e ognuna di esse venga affittata a 3 persone. Gli inquilini devono condividere un bagno, una cucina, un disimpegno, un balconcino, oltre che la lavatrice, l’acqua calda, il telefono, Internet ecc. La quota mensile per le camere, cadauno, sfiora i 400 euro, per un totale di 1.200,00 euro che finiscono direttamente nelle casse del proprietario.
L’appartamento in sé, per le condizioni in cui versa e i lavori di ristrutturazione di cui necessita, non potrebbe essere affittato a più di 500-600 euro. Con la suddivisione delle camere, invece, il profitto raddoppia!
Il dato più inquietante è che sul contratto d’affitto fatto firmare a uno solo dei ragazzi non c’è scritto 1.200,00 euro, bensì 300.
I signori in possesso dell’immobile riscuotono somme lievitate e sanno bene di violare la legge… ma chi se ne cura?
E’ un cane che si morde la coda: tutti conoscono il sistema, ma nessuno cerca di ribellarsi veramente. “Se denuncio la signora, poi ci rimetto pure io che ho firmato il contratto!” ecco quello che pensano i giovani “truffati”.
Così il silenzio regna incontrastato e il ricatto dell’affitto in nero continua…
Novembre 4, 2006

I miei sono abbonati a Sky e vanno pazzi per Lost. Da qualche settimana a questa parte il loro lunedì sera è diventato sacro: se ne stanno in religioso silenzio e attonita contemplazione davanti alla TV.
Gli aitanti dispersi in mezzo all’oceano potrebbero dormire sonni tranquilli se tutti i loro fan fossero accaniti e imparziali quanto i miei genitori. Mentre i vertici di Sky farebbero meglio a guardarsi le spalle…
Una TV a pagamento non dovrebbe garantire una visione “pulita” delle trasmissioni? Non dovrebbe offrire un palinsesto libero dai condizionamenti pubblicitari e scevro dalle ripetute interruzioni degli spot?
Stasera ero presente quando mamma e papà hanno pigiato il canale 110, Fox, per sintonizzarsi sull’isola dei sopravvissuti, e sono rimasta sbalordita. Mi aspettavo uno scorrere fluido e continuo del telefilm, una messa in onda lineare, e invece…
Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata è partita, come un fulmine, la prima sequenza pubblicitaria. Esattamente come accade nella tv generalista.
“Ma fanno tutta questa reclame?” ho domandato stupita a mia madre e lei, concisa “Aivoglia! Attacca ogni 15-20 minuti e dura pure parecchio!”.
Calcolando che una puntata, al netto dalle pause, è di 60 minuti circa, con tutti i break arriva sicuramente a sfiorare i 90. Non è incredibile?
Papà dice che i film su Sky, al contrario dei serial, non vengono spezzettati dall’advertising e proseguono integri fino alla fine (al massimo c’è uno stacco tra i due tempi).
Immagino che Lost sia una perla preziosa nella programmazione del satellite, ma infarcirlo di spot non è controproducente? Il pubblico potrebbe iniziare a sbuffare, a cambiare canale, a rimpiangere Mediaset (che almeno non ti fa aprire il portafoglio). E, soprattutto quello più giovane, stizzirsi a tal punto da abbandonarsi alla tentazione di passare alle vie meno ufficiali. Su Internet le puntate vengono diffuse con un giorno di ritardo, ma si possono seguire tutte d’un fiato.
E’ vero, anche l’ADSL si paga, ma almeno le trasmissioni siamo noi a interromperle, se vogliamo, e non siamo costretti a buttare al vento minuti e minuti della nostra vita.
Ottobre 2, 2006

Domenica pomeriggio in via Tiburtina. Tempo di saldi.
Settembre 3, 2006

Gestire uno spazio online personale, che giorno dopo giorno rappresenti lo specchio fedele di te stesso, non è facile.
Ogni post è un pezzetto della tua vita, che deve incastrarsi con tutti gli altri e formare il mosaico della tua essenza. Ogni categoria inserita è il tornasole dei tuoi interessi, e l’ordine in cui appaiono indica la scaletta delle tue priorità.
Le parole che sgorgano fluide dalle tue viscere e si riversano libere sulla Rete, esprimono il tuo modo di vedere la realtà. Ma a volte possono trasformarsi in boomerang taglienti, se non si sta attenti.
E già, perchè è vero che in un blog uno può scrivere quello che gli pare, ma fino a un certo punto. Non è come tenere un diario segreto sotto il cuscino…
Quanti sono gli argomenti che si arrestano proprio lì, sulla punta della lingua? E quanti i pensieri che rimangono inespressi, chiusi ermeticamente nella mia testa?
Se voglio che gli altri mi leggano senza conseguenze deleterie, devo bloccare le dita, non posso farle scivolare sulla tastiera troppo istintivamente. Comporrebbero frasi audaci, si lancerebbero in discorsi sconvenienti.
Aivoglia agli sfoghi che leggereste da queste parti se smettessi di tenerli sottochiave. Riguarderebbero temi scottanti e trasversali, dagli affetti, al lavoro, ai rapporti con le persone, ai posti frequentati… Ce ne sarebbero di cosa da dire, di cotte e di crude. E, sono certa, si aprirebbero dibattiti fiume, infuocati, botta e risposta al vetriolo. Altro che 1 o 2 commenti striminziti come ora…
Ma quando mi ritrovo seduta di fronte al monitor, con la tastiera che, avida, aspetta le mie mosse, il buonsenso si mette in mezzo e frena ogni impulso chiacchierino. Come potrei raccontare veramente quello che mi è successo a lavoro? O spiegare per filo e per segno ciò che, tra colleghi, ci bisbigliamo davanti al distributore automatico durante la pausa caffè?
Mi piacerebbe descrivere gli accadimenti nel dettaglio e rivelare fatti e misfatti quotidiani, ma sarebbe un suicidio…
I primi giorni di nascita del mio blog, un po’ di mesi fa, fremevo all’idea di farlo conoscere a tutti. Ho inviato e-mail ai miei amici affinché andassero a vederlo, ho esortato i conoscenti a cercarlo su Internet, ho sparso la voce persino tra gli sconosciuti. Così adesso, ogni volta che scrivo, una schiera di giudici intransigenti esamina e soppesa i miei interventi.
Se mi lamento di mamma o papà, un folto gruppetto di parenti e amici può fare la spia. Se me la prendo con un collega o il capo, il mobbing è in agguato, se borbotto per una giornata storta col mio ragazzo, una furiosa lite è scontata.
Quando ho sentito la notizia della ragazza francese licenziata perchè il suo blog non era piaciuto all’azienda, ho capito che le mie preoccupazioni sono fondate.
E’ un peccato doversi trattenere, ma è meglio che finire senza lavoro, amiche o fidanzato.
Luglio 30, 2006
Chissà a cosa pensi quando mi guardi così, stralunato. E chissà se mi vedi veramente. Si dice che gli occhi dei neonati riescano a percepire solo le ombre, i contorni sfumati delle persone e delle cose.
Quando sei nato, 7 giorni fa, io non c’ero. Hai scelto di venire alla luce proprio mentre mi trovavo a 200 km di distanza e non potevo raggiungerti. Hai fatto in fretta a uscire dalla pancia, appena 5 ore di travaglio e poi il tuo grido di stanchezza e liberazione ha spezzato la tranquillità della notte.
Non credo a mio fratello quando afferma di averti scambiato per un alieno l’attimo in cui hai fatto capolino e varcato la fatidica soglia dell’al di qua. Eri solo affaticato e spaventato per il trambusto.
Da quando hai abbandonato la culla tiepida e confortevole del ventre materno hai un gran sonno e una fame da leone. Loredana è paziente e ti accontenta sempre, giorno, sera, notte, alba e tramonto. Tu chiedi e lei ti dà. Sei tu il “capo” adesso, approfittane. Hai ancora qualche mese di leadership garantita.
Se la poppata non ti soddisfa fai una smorfietta stizzita, poi cacci l’urlo più convincente della storia e zac, la “tettarella” è di nuovo tua.
Tenerti in braccio è stato strano. Tu scriccioletto impaurito, io goffa e tremolante. Ma quanto è dolce il tuo sguardo da vicino… e la boccuccia disegnata con la matita, la manina che appoggi sotto il mento per stare più comodo. Ogni porzione di te, a distanza ravvicinata, mi fa perdere il senno.
Quando cadi nel sonno profondo dei bambini la tua mente si trastulla. Me ne accorgo perché sorridi, distendi il volto, lasci le gambe a penzoloni. Chissa se sogni ancora il guscio caldo e avvolgente che ti ha protetto per 9 mesi o se invece immagini il futuro, in questo posto spaventoso e meraviglioso chiamato Terra.
Che mistero che sono quelle risate private che ti lasci sfuggire…
Non faccio che accarezzare la tua pelle di velluto e stupirmi per quanto è delicata, sottile, perfettamente levigata. Non smetto di baciarti la nuca, di parlare con te e osservarti con incredulità.
Che zia rammollita ti è capitata, ha persino timore di sollevarti dalla culla e svegliarti. Ma devi capirla, sei il suo primo nipotino e lei non vedeva l’ora di incontrarti.
Adesso falla sfogare e scattare le sue innumerevoli foto con il telefonino. Se ogni tanto ti scappa la linguaccia fuori che vuoi che sia…
D’ora in avanti, con lei, l’avrai vinta sempre tu (o quasi).
Luglio 20, 2006

Alle mie spalle la TV è accesa. Su Rai 1 naturalmente. E’ lo scadere del primo tempo supplementare. Ancora 0 a 0. La tensione cresce, la disperazione di mio padre, ammutolito sul divano del salone, anche.
Ma non voglio parlare di questo. A dire il vero sono qui proprio per NON pensare alla semifinale dei mondiali che si sta giocando.
E’ una sconosciuta la protagonista del mio post e delle mie riflessioni a lume di abajou. Mi è rimasta impressa perché così da vicino non ne avevo mai vista una come lei…
[Concedetemi una digressione Goal! Goal! Non riesco a fare finta di niente… Doppietta ai tedeschi. Che finale! Forza Azzurri! Evvai! Fuori la finestra è un putiferio: strombazzate, urla festose, clacson che suonano all’impazzata. Sarà una lunga notte di caos…]
La sconosciuta stava dentro un negozio modaiolo, Zara, come me. E faceva la fila alle casse, impaziente di indossare la magliettina coi fronzoli che teneva in mano. Io le stavo dietro, altrettanto desiderosa di sfoggiare la mia camicetta di tendenza.
Poi però mi sono accorta che le sue braccia assomigliavano a rami secchi. Il mio sguardo si è fatto più attento e si è spaventato.
Magra, magrissima ai limiti della sopravvivenza. Niente carne intorno alle ossa. Muscoli tesi, tirati, talmente eterei da dare l’impressione di potersi spezzare da un minuto all’altro.
Lei aveva capelli scuri, ondulati e la schiena bozzuta.
Il suo corpo malconcio è diventato di colpo una calamita per i miei occhi increduli, che hanno cominciato a percorrerlo con insolenza. Hanno sfiorato la sua vita esile, le sue gambe invisibili dentro i jeans spiegazzati. Poi sono scesi fin giù, ai piedi storti, attraversati da vene attorcigliate.
Era una ragazza anoressica, sul ciglio del baratro. E se ne stava da Zara ad acquistare capi vezzosi che su di lei sarebbero sembrati cenci buffi.
Giovanissima, e alta più di me. Malata di un male che non conosco direttamente, ma che è entrato nella mia vita 10 anni fa, quando si è avventato con ferocia su una mia amica.
L’ha perseguitata per tanto tempo, le ha sottratto i kg e offuscato lo spirito. Ricordo alcuni momenti cruciali della sua anoressia, la fase perfida dell’adescamento, della negazione, del rifiuto di parlarne con qualcuno.
Battaglia dopo battaglia la mia amica ha vinto la guerra, ma sul campo ha perso molto, compreso il rapporto esclusivo che aveva con me.
Tutto era cambiato all’improvviso. Io non ho saputo aiutarla come avrei voluto. Lei non ha saputo (o potuto) capire la mia sofferenza, la delusione, la rabbia.
Ora so che sta bene, è questo l’importante. Ma se ripenso alla sconosciuta di sabato mi si stringe il cuore.
Luglio 4, 2006

In macchina se ne vedono di tutti i colori. Soprattutto di notte quando, liberi dagli intoppi diurni alias ingorghi sovrumani e code da guiness - gli autisti si scatenano e si prendono licenze al di fuori di ogni limite.
Così se ne va a quel paese il rispetto per le più basilari norme civiche e stradali e l’acceleratore affonda, le traiettorie diventano ellittiche, i sorpassi tremebondi. Sembra che tutta l’insofferenza degli automobilisti, maturata di giorno per colpa del traffico, esploda violentemente dopo le dieci di sera e le vetture impazzite si prendano la loro rivincita.
Al diavolo semafori rossi e divieti di transito, chissenefrega degli autovelox e dei centri abitati, tutto è lecito quando l’asfalto assomiglia a una lunga corsia sgombra.
Ci sono abituata alle quattroruote anarchiche al chiaro di luna e le combatto come posso: occhi aperti e piede pronto alla brusca frenata.
Ma oggi la bizzarria al volante è accaduta in pieno giorno, sotto il solleone. Di fronte a me una vettura risalente ad epoca incerta (30-40 anni fa?) procedeva all’intollerabile velocità di 50 km/h e trasportava, sopra il tettino, un materasso a due piazze.
Il fatto più strampalato non era tanto il cosa veniva scarrozzato (Napoli docet), ma il come.
Dal finestrino del guidatore sbucava un braccio nerboruto che sosteneva un lembo del materasso. L’uomo era obbligato a tenere una mano a mo’ di gancio sul trapunto, per non farlo scivolare via, e l’altra sul volante. Non chiedetemi come facesse a cambiare marcia perché non ne ho idea…
Con le quattro freccie lampeggianti e un’andatura da lombrico intralciava la carreggiata con nonchalance.
Possibile che non si sia sentito ingombrante, pericoloso e comico, così combinato in mezzo alla strada?
Al momento, scontato, del sorpasso ho lanciato un’occhiata interdetta nell’abitacolo. Mi aspettavo di visualizzare un omaccione corpulento, dai modi spicci, anche un po’ peloso, invece mi è apparso davanti un signore alquanto anonimo, in là con gli anni, in visibile difficoltà.
“Poveraccio” - ho pensato - “forse è stato appena cacciato fuori di casa dalla moglie che, implacabile, gli ha tirato addosso pure il talamo coniugale…
Giugno 10, 2006

La mia poltrona è sistemata proprio al centro della mia camera. E’ ampia, confortevole, avvolgente. A seconda dei bisogni e delle eventualità può diventare un letto a una piazza e mezzo, basta aprirla e togliere i cuscini laterali. Ma questo è un uso sporadico che ne faccio.
La mia poltrona è la mia amaca domestica, la mia oasi di riposo, il mio quarto d’ora di sonno assicurato. Mi basta abbozzolarmi lì sopra, inclinare la testa a sinistra, piegare le ginocchia a mò di guscio e voilà, le palpebre si chiudono beate (e la bocca, qualche volta, si spalanca).
Non cambia il fatto che sia mattina o sera, che abbia mangiato da poco o sia a digiuno, che sia domenica o lunedì. Starmene arrotolata sulla poltrona mi toglie le forze e la voglia di rimanere sveglia.
Ai tempi dell’università, quando studiavo per un’esame importante, rimanevo seduta sulla poltrona per ore. A gambe incrociate, con il libro sulle ginocchia, ripetevo, scrivevo, sottolineavo e di tanto in tanto mi prendevo le mie pause, i miei micropisolini di un quarto d’ora. Erano talmente rigeneranti da darmi la sensazione di aver dormito a lungo. Quindici minuti così intensi e profondi da regalarmi nuove, rinnovate energie.
Mai e poi mai potrei preferire alla mia poltrona una pasticca annienta-sonno come il Modafinil: il farmaco che riduce il bisogno di dormire, regola il ritmo della veglia, sconvolge il nostro orologio biologico. Grazie a questa pillola è possibile rimanere in piedi per quarant’otto ore filate, dormire per 4-5 ore al dì e sentirsi freschi come una rosa, stare svegli due giorni interi senza avvertire la necessità di recuperare.
La Cephalon, casa produttrice del Modafinil, con sede in Pennsylvania, sostiene che il medicinale è destinato al trattamento dei disturbi del sonno, ma la verità è che molte persone “normali” ne fanno uso per rimanere svegli quando e come vogliono loro.
Sembra infatti che le vendite siano passate dai 25 milioni di dollari del 1999, anno in cui il farmaco è stato immesso sul mercato, ai 575 del 2005.
E gli effetti collaterali? A tutt’oggi non vengono paventati. Niente dipendenza, niente problemi per la salute, niente pericolosi sbalzi d’umore. Al massimo un lieve, sopportabilissimo, mal di testa.
Come se non si stesse parlando di una droga, di uno stimolante potentissimo, di una minaccia per il nostro sistema cerebrale.
E, ammesso anche che non corressimo alcun pericolo serio, l’essere attivi e reperibili 24 ore su 24, aperti no stop come un drugstore, pronti a lavorare, studiare, viaggiare senza sosta, non rappresenterebbe una prospettiva ancor più minacciosa? Di certo faremmo la fortuna di psicologi e psicanalisti vari.
Maggio 2, 2006

La tragica storia della frana di Ischia mi richiama alla memoria la scena finale del film “Le conseguenze dell’amore“, quando l’inerme protagonista se ne sta a penzoloni in aria, sospeso, ad aspettare che la ruspa che lo sorregge lo conduca inesorabilmente verso la sua morte, dentro una colata di fango. La sua vita finisce così, affogata in una pozza melmosa.
Ricordo di aver pensato, allora, che “andarsene” in quel modo deve essere agghiacciante.
Chissà se il papà e le tre figlie travolti dalla montagna mentre erano nella loro casa, hanno vissuto il loro ultimi attimi nella stessa lucida consapevolezza di Titta Di Gerolamo, il protagonista del film. Chissà se hanno avuto il tempo di capire quello che stava accadendo.
Mi ricordo, l’anno scorso, quando il mio ragazzo si lamentava dei continui smottamenti e delle frane che si abbattevano sull’isola durante i periodi particolarmente piovosi. Tornare a casa dopo il lavoro era diventata un’impresa ostica per lui, costretto a schivare i massi finiti per la strada e a farsi largo, con l’auto, tra buche e agglomerati rocciosi vari.
L’estate passata ho visto coi miei occhi le reti protettive ai lati delle scogliere.
«Paghiamo inerzie di decenni, anni in cui abbiamo abusato del territorio». Così il capo del Dipartimento della protezione civile Guido Bertolaso parla della frana ad Ischia su Il Corriere.
La zona colpita era a rischio di dissesto idrogeologico, ma nonostante ciò, sono almeno un paio di centinaia le case costruite lì. Per il momento i 500 abitanti dell’area sono stati evacuati. I più sono stati ospitati da amici e parenti.
E’ inutile dire che superata la fase di clamore post-disastro, tutti ritorneranno nei loro “accoglienti nidi”. Quale realistica alternativa avrebbe questa gente?
Ce l’ho davanti agli occhi il paesaggio schiacciato dal costone della montagna. I pilastri che svettano in quella zona mi hanno incuriosito sin dalla prima volta che ho messo piede a Ischia. “Cosa sono questi archi?” - avevo chiesto mentre passavamo con la macchina sotto l’imponente struttura.
Pensavo che si adattassero bene al luogo, che fossero una cornice affascinante tra il mare smisurato e la vegetazione rigogliosa circostante. Pensavo che tutto avesse un senso, e che il contesto urbano convivesse in armonia con la natura.
Ma i turisti, si sa, hanno quasi sempre gli occhi foderati di prosciutto.
Maggio 1, 2006

Correre è un toccasana per il corpo e per la mente. All’aria aperta poi è incommensurabile. Walkman (oops… i-pod) alle orecchie, sneakers ai piedi, caramelline zuccherose a portata di mano, la “falcata” verso il benessere è assicurata.
Io che non sono circondata da spazi verdi non ho la possibilità di dedicarmi assiduamente al jogging per antonomasia, outdoor. Però mi arrangio con dei surrogati (leggi attività aerobiche in palestra o passeggiate chilometriche per le vie del centro nei weekend).
Vivere in città ha i suoi svantaggi, è risaputo.
Qualche mio concittadino particolarmente ostinato non getta la spugna o cerca soluzioni alternative come me. Si incaponisce, s’infila la tuta e scende in strada per il suo footing quotidiano.
La mattina presto o il tardo pomeriggio se ne vedono parecchi di tipi atletici che sgambettano sui marciapiedi, sfidando lo smog, il traffico, le vecchine con il carrello della spesa.
Schivano eroicamente pali della luce, “cacchine” di animali, tombini che sembrano gole profonde nel terreno. Sudano in abbondanza, ma non si fermano, vanno avanti a testa bassa, macinando metri su metri.
Da un lato mi fanno tenerezza, dall’altro li ammiro per la loro totale dedizione.
Pochi giorni fa, però, la fanatica della corsa che ho incontrato durante il mio percorso, mi ha ha fatto rabbia, tanta, e pena.
L’ho scorta, d’improvviso, sul ciglio della strada statale che percorro sempre a velocità sostenuta. Lì non esistono marciapiedi o aree pedonali. E’ impensabile persino camminare su quella carreggiata, figuriamoci fare jogging.
Spavalda e incosciente dava le spalle alle macchine che sfrecciavano nella sua direzione. Era impegnata nella sua maratona solitaria e ignorava le reazione sconcertata della gente al volante.
In un attimo scenari catastrofici si sono materializzati nella mia mente: lei che prende una storta e perde l’equilibrio, un’automobile che si allarga a destra un po’ più del dovuto, lei che distende un braccio colpendo accidentalmente una vettura lanciata a forte velocità.
Ma dico io, non è meglio un tapis roulant in certi casi?
Aprile 13, 2006
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