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Essere alta 1.60 m ha condizionato la mia vita.
Sin dall’età di 14 anni ho avuto ben chiaro in mente che non sarei mai diventata una modella, una hostess, una donna soldato o una carabiniera. L’accesso ai concorsi pubblici per il gentil sesso è consentito solo dal 1.61 m di altezza in su. Per un soffio…
Poco male comunque, dato che non sono mai stata interessata alla carriera militare.
L’idea dell’assistente di volo o della top model invece era più suggestiva e qualche lamentela e accesa protesta, rivolta a madre, c’è stata. “Uffa, perché mi hai fatta così bassa?”
Socialmente, essere piccola di statura, non mi ha causato disagi o problemi di sorta. I diminutivi come Franceschina, piccolina, biondina ecc… mi sono sempre risultati simpatici. Gli altri mi consideravano delicata, tenera, graziosa e questo mi lusingava.
Mi ripetevo (e continuo a farlo) che l’importante è essere ben proporzionata, o che nella botte piccola c’è il vino buono (mamma docet).
Ovvio, qualche cm in più sarebbe stato gradito, giusto per apparire più slanciata e per non dover accorciare sistematicamente l’orlo dei pantaloni appena comprati. C’est la vie.
Anche nelle giornate più cupe, di completo rigetto di me stessa e del mio aspetto, non mi è però mai balenata l’idea di farmi operare per diventare più alta. Facendomi allungare le gambe, per esempio. Trovo l’idea aberrante.
Altre ipotesi di “aiutini” si sono affacciate debolmente nell’anticamera del cervello, leggi aumento del seno e liposuzione, ma farmi “stirare” per guadagnare pochi cm no… Non credevo nemmeno fosse possibile.
Invece lo è. Janina Martig, 24enne svizzera, aspirante modella, si è sottoposta a un intervento di “allungamento gambe”. Da 172 cm è passata a 175 cm. Ha sofferto come una belva per 3 miseri cm.
Dice che camminare coi tacchi la sfiancava e che la sua schiena era sempre dolorante. Una motivazione, secondo lei, più che plausibile.
Roba dell’altro mondo…
Aprile 8, 2006

Sono tanti, tantissimi i fatti che non mi spiego. Innumerevoli gli accadimenti che mi fanno arrabbiare e rabbrividire. La triste storia di Tommaso è una di queste.
Quella foto di lui ricciolino e tenero, rimbalzata di telegiornale in telegiornale e riportata per giorni su tutti i quotidiani italiani, rimane vivissima nella mia mente. Un volto innocente e disarmante, come quello di tutti i bambini del mondo.
Ma non voglio soffermarmi su di lui, sulla brutalità del suo assassinio. Ne hanno parlato in molti, ne continueranno a scrivere e discutere in troppi.
In certi casi le parole non aiutano, anzi sono superflue, inutili, dannose. Come quelle uscite di bocca ieri sera a un giornalista del TG5 .
Non avevano senso, o motivazione plausibile di esistere, eppure sono piovute a raffica, facendomi inorridire.
Era l’ultimo servizio del telegiornale di mezzanotte dedicato alla morte di Tommaso. L’inviato (di cui ignoro l’identità) girava per le strade di Parma, microfono alla mano, bloccando gente ignara e anticipando l’amaro epilogo della vicenda.
“Sapete, hanno trovato il corpo di Tommaso, l’hanno ucciso poco dopo il rapimento,” e ancora “sono stati i muratori, hanno confessato!“.
Mentre gli sconosciuti rimanevano di sasso, biascicando qualche parola contrita, la telecamera indugiava sui loro volti tesi, smarriti, sconvolti. Il cronista, con un sadismo agghiacciante, stava lì a pungolarli, “Che ne pensate?“, oppure “Cosa volete dire ai genitori?“.
Nella disperata ricerca di cogliere una reazione incontrollata, una manifestazione plateale di orrore e sbiggotimento, il signore del TG5 rimaneva lì, impalato, ad aspettare risposte e commenti.
Senza alcun rispetto per quelle persone, per il loro diritto a metabolizzare una notizia di tale portata, a vivere in privato il loro dolore. Perché dovevano venirlo a sapere così? Perché lo dovevano spiegare a una telecamera quello che provavano?
E’ questo il diritto-dovere dell’informazione? E’ questo il giornalismo che aiuta a capire, a conoscere la realtà, a riflettere e a farci nascere una coscienza critica?
A me sembra solo patetico sensazionalismo, volontà di esasperare le emozioni e desiderio di gettare benzina sul fuoco.
Non basta la morte inspiegabile di un piccolino per creare un caso e far impennare gli ascolti?
Che serataccia ieri. Pessima.
Aprile 2, 2006

Ci sono giorni che ho un solo desiderio, pressante: rintanarmi nella mia stanza.
Chiudere a chiave la porta, accendere la radio, aprire un libro, o un giornale, scrivere qualche riga e basta.
Nella mia camera, da sola con me stessa. Per rigenerarmi, riposare la mente, dar sollievo al corpo.
Il tempo vola, quando non mi muovo dalla mia stanza. Là fuori caos, dentro pace. Passano le ore, ma non me ne accorgo.
Ma ad un certo punto squilla sempre il telefono - è per me. Oppure bussano alla porta - è pronto da mangiare. La tentazione di non rispondere è forte. Quella di imprecare e rifiutarmi di uscire ancora di più. Ma è un impulso sfuggente, che mi abbandona in un attimo.
Così giro la chiave, apro la porta, esco dalla mia camera ed entro nel mondo. In fondo si sta bene anche lì: le chiacchiere gioviali, le passeggiate al centro, il cinema, il ristorante, l’amore.
Il bello è sapersi regolare, trovare il tempo per sé, per ricaricarsi, e il tempo per tutto il resto, per vivere.
Gli hikikomori questo equilibrio non l’hanno trovato, o cercato. Sono malati. Il loro mondo è la loro stanza. Non ci trascorrono solo ore, ma mesi, anni.
L’hikikomori (appartarsi, rannicchiarsi in se stessi, isolarsi) è una patologia, un ritiro sociale. Ne soffrono giovani ed adolescenti giapponesi, prevalentemente maschi, che si rinchiudono nella loro stanza per periodi lunghissimi, in un isolamento che esprime un disagio profondo, una crisi acuta.
Rifiutano la scuola, il lavoro, la società. Mangiano ciò che i genitori lasciano loro sull’uscio, non hanno alcun rapporto con altre persone, hanno seri problemi di adattamento.
Si dice che siano mezzo milione i ragazzi affetti da questo disturbo psicologico. Soggetti particolarmente sensibili, che non si sentono all’altezza delle aspettative esterne, non accettano le regole, non sono capaci di reagire e che finiscono col gettare la spugna.
La vita fuori è dura, crudele, amara e loro la eliminano, soppiantandola con quella virtuale: il computer, le chat, il cellulare.
La mia camera, oggi, è invasa dalla luce. E’ una splendida giornata di primavera. Apro la finestra, il sole scalda. L’aria è limpida e fresca. Non vedo l’ora di respirarla a pieni polmoni.
Sono quasi le 15.00 di domenica, è tempo di uscire. Che bello.
Marzo 26, 2006

C’è un tipo, tale Francesco Consiglio che, aguzzando l’ingegno e spremendosi ben bene le meningi, ha ideato un sistema di autopromozione del tutto innovativo.
Avendo annusato il fiorente business della vendita on-line ha deciso di entrare a far parte dell’universo ebay con una proposta sui generis. Il bene che generosamente ha offerto al popolo della Rete non è un accessorio firmato o un pezzo d’antiquariato, ma se stesso. La sua arte al servizio dei bisognosi.
Questo il suo appello: “Adottate uno scrittore squattrinato“. Spiega: “Con soli 5 euro mi permetterete di stare per un’ora davanti al computer a scrivere romanzi, poesie, canzoni… “.
Basta inviargli pochi danari, qualche pagina che racconta la nostre vicende personali e lui, zac, ci restituisce la memoria particolareggiata della nostra vita, una biografia ufficiale d’alto valore (almeno per noi). Sarà carica di pathos e fascinazione, stilisticamente adeguata, narrativamente accattivante. Un’opera di forte impatto, che ci permetterà di essere ricordati, riconosciuti e considerati.
Una pensata originale, la sua. Una manovra di marketing astuta.
Scorrendo le pagine del suo sito però, salta subito all’occhio qualche nota stonata.
Innanzitutto la sua foto… Facendo opera di self-promotion, avrebbe dovuto curare anche la parte relativa all’immagine (L’elefante docet!). Possibile che non abbia trovato una fotografia migliore di quella spiattellata nella homepage? Almeno la moglie avrebbe potuto elargire qualche consiglio …
Poi, dalle sue parole emerge una fastidiosa boria. “Adottando un artista gli permetterete di scrivere senza doversi occupare di piccole invadenze quotidiane. La letteratura ne trarrà giovamento…“. Che spocchia!
E ancora: “Cosa ci guadagnate? Nell’immediato nulla, ma quando sarò ricco e famoso mi ricorderò di voi. Il mondo ha bisogno di artisti, che ne dite?”
Che i grandi scrittori sono quelli che non si autoincensano, che si mettono in dubbio anche quando hanno venduto libri a palate, che aprono bene gli occhi e le orecchie per ascoltare, e imparare.
Marzo 23, 2006

Di violenza carnale. Di botte da orbi. Di ferite sanguinarie. Di morte.
Sono quelle a cui ricorre un ex marito imbufalito per terrorizzare la donna con cui ha condiviso 13 anni di matrimonio. Da quando lei ha deciso di uscire da un inferno di gelosia e violenza, lui ha scelto di usare le minacce, per riconquistarla.
In breve tempo le imprecazioni telefoniche sono diventate agguati rabbiosi, gli assalti verbali si sono trasformati in aggressioni fisiche.
Calci, pugni, schiaffi, tutto per rivendicare il diritto a un amore finito, che non c’è più, che si è esaurito proprio a causa di una follia sbocciata pian piano e poi esplosa con indicibile irruenza.
L’ultimo attacco risale a pochi giorni fa. Lui, come tante altre volte in passato, le telefona ricoprendola di insulti e intimidazioni, lei, spaventata, non si fida a tornare a casa e chiede aiuto ai carabinieri.
L’appuntato di turno non si persuade e si appella alla legge: “Rischi una denuncia per procurato allarme se ti accompagniamo a casa e non troviamo nessun molestatore ad aspettarti” (sic!)
Lei esterefatta si dirige verso la sua abitazione, ma prima chiede a un’amica di fermarsi a dormire da lei, perché non si sa mai.
La voce profetica che dall’interno la allerta e le suggerisce di mantenere alta la guardia, non l’abbandona nemmeno per un minuto.
Appena varcato l’uscio del suo appartamento ecco che spunta fuori l’ex dal dente avvelenato. Strattona l’amica con forza, tira fuori un coltello e glielo pianta alla gola, per farla stare zitta. Intanto sferra una quantità abbondante di calci, testate e malrovesci alla sua ex, la minaccia di morte, con la bava alla bocca le ripete che la sua vita non ha più senso da quando si sono separati.
Poi l’altra ragazza, sfruttando un attimo di distrazione, riesce a raggiungere il cellulare che ha in tasca e a fare una telefonata salvifica, costringendo l’uomo alla fuga.
Al pronto soccorso la prognosi è cinque giorni di osservazione, troppo pochi per sporgere una denuncia penale, ce ne vogliono almeno venti.
Anche il tentativo di telefonare il giorno dopo al telefono rosa si mostra vano. Sempre occupato, tutto il pomeriggio.
Ma come? “L’operatrice che risponde alle Vostre chiamate telefoniche, Vi ascolterà e Vi indirizzerà alla Consulenza più idonea a risolvere i Vostri problemi.” dov’è finita? E il “Siamo qui per ascoltarti” che campeggia sul sito ufficiale?
Sarà stata una sfortunata eccezione…
Marzo 14, 2006

L’avete vista? Quella fatta con gli esseri umani?
Ecco il link:
http://multimedia.repubblica.it/home/152176
Godetevela e poi ditemi che ne pensate. Io la trovo fantastica. Riproduce fedelmente quella del cartoon!
Quei furbetti dei creatori hanno avuto proprio una bella pensata.
Marzo 12, 2006
Guardare il telegiornale è diventato da tempo un esercizio per stomaci forti e fisici corazzati. Riuscire a digerire la valanga di violenza-tragicità-disperazione-ingiustizia che ci circonda è un’impresa ardua.
Potrei soffermarmi su decine di notizie che raccontano la follia umana e il degrado dei nostri giorni. Ma oggi, a stupirmi, è stata una storia talmente inverosimile da sembrare figlia di un libro di fantascienza o di favole.
La fiaba dei 5 fratelli a quattro zampe

Vivono in un piccolo villaggio, lontani da tutto e tutti, e conducono la loro esistenza a testa in giù. Proprio come le scimmie, ma poggiando le palme delle mani anziché le nocche. Tutto il peso del loro corpo va a finire sui polsi e le gambe danno un aiutino.
Cinque persone-animali che parlano a stento, si capiscono solo tra loro e se ne infischiano dell’evoluzione della specie. Al diavolo Darwin e le sue teorie, loro sono l’eccezione, la prova evidente che qualcosa è andato in modo diverso da come teorizzava lo scienziato inglese.
I cinque hanno anche altri fratelli e sorelle, bipedi, con la schiena dritta. Persino i loro anziani genitori camminano con le gambe! Ma questa folta famiglia di 14 elementi è sui generis anche per altri aspetti. Non si rende ben conto di dove sia, di chi sia o di quello che accade intorno a lei.
La normalità dei cinque esseri straordinari è fatta di pensieri oscuri, di segreti chiusi col lucchetto nell’anima, di linguaggi in codice che non possono essere svelati. Hanno menti che viaggiano a ritmi lenti, parole che si ripetono costantemente, espressioni vaghe. Accettano il loro destino senza obiezioni, vanno avanti piano, prima una mano poi una gamba, dopo l’altra mano, infine l’altra gamba. Non arriveranno mai primi, ma essere gli ultimi non sembra farli stare male.
E noi a guardarli con gli occhi fuori dalle orbite. Con il nostro cannocchiale ultratecnologico ci insidiamo nella loro realtà e abbiamo la pretesa di spiegarla, di scandagliarla, di analizzarla a fondo. E’ partita la supermacchina della ricerca; tra poco sarà il tempo della spiegazione scientifica e delle teorie chiarificatrici.
Ma quanto ci piacerebbe sapere quello che passa per le loro teste…
Marzo 9, 2006

Domenica scorsa ho guardato in DVD lo spettacolo di Beppe Grillo registrato a Roma il 28 aprile 2005.
Superfluo dire che, tra il serio e il faceto, Beppe ha tracciato un quadro della situazione socio-economico-politica italiana del tutto angosciante.
La sua invettiva non ha risparmiato niente e nessuno (classe al governo, sistema dell’informazione, economia, sanità, finanza, ecc…) e, dati alla mano, ha avvalorato l’idea che la maggior parte degli italiani avevano già maturato da soli: il nostro paese sta inesorabilmente cadendo giù, in picchiata, e lo schianto sembra imminente.
Ma fra tutte le nefandezze elencate dal comico genovese ce n’è una che mi ha particolarmente impressionato. La sua paternità è americana, ma i segnali d’interesse da parte del nostro paese non si sono fatti attendere. (sigh!)
Si tratta del Ritalin, la pillola contro la cosiddetta sindrome dell’iperattività (Adhd = Attention Deficit Hyperactivity Disorder), un calmante “per l’infanzia” che viene prescritto a più del 15 per cento dei bambini statunitensi.
Se i pupi sono irrequieti, eccessivamente vivaci e con l’argento vivo addosso, allora bisogna sedarli. Basta somministrare loro una pillolina miracolosa e la loro inesauribile energia si spegne in men che non si dica.
Niente sgridate da manuale o punizioni rigide, la pasticca dell’obbedienza prodotta da Novartis risolve tutti i problemi e mette a tacere l’infante.
L’iperattività dei bambini viene considerata una patologia che deve essere debellata grazie all’uso di una vera e propria anfetamina!
Nulla di grave se poi i piccoli, crescendo, saranno maggiormente propensi all’uso di droghe e finiranno col diventare tossicomani.
L’importante è che rimangano seduti composti, che non facciano troppe domande e che non si muovano più del dovuto.
Nel 2000 la pillola è sbarcata anche in Italia con la benedizione della Commissione unica del farmaco (Cuf), «visto il ruolo del metilfenidato
nel trattamento dell’Adhd e vista l’elevata incidenza di questa manifestazione in età pre-adolescenziale e l’assenza di farmaci alternativi».
Spaventoso, agghiacciante, mostruoso.
Marzo 1, 2006
Con grande piacere ho scoperto che il mio post “Non spedire mai una lettera da Ischia” è stato pubblicato sul quotidiano “Il Golfo” venerdì 24 febbraio.
Sembra che da tempo quelli de “Il Golfo” stessero denunciando l’allarmante situazione delle poste ischitane e il mio articolo non ha fatto altro che aggiungere pepe alle loro proteste.
Seppur inconsapevole, sono felice di aver dato voce a uno stato di malumore e disagio diffuso nell’isola.
Il mio è stato uno sfogo improvviso e sincero.
A volte, sono proprio i messaggi spontanei a sortire gli effetti più insperati.
Febbraio 27, 2006

… (e aggiungo) con destinazione Ischia.
Non si sa mai, potrebbe capitare, una volta nella vita, di trovarsi a Ischia e di dover inviare una lettera (una cartolina, un messaggio d’amore, una raccomandata ecc…) a qualcuno residente nell’isola. Magari abitate sul bucolico “scoglio” campano e dovete semplicemente mandare un messaggio d’auguri a un vostro collega di lavoro.
In questo caso vi suggerisco tre possibilità:
- muovervi con largo anticipo, almeno una settimana prima del fatidico giorno
- prendere il traghetto (impresa ardua di questi tempi dati i continui scioperi delle compagnie marittime) e andare a Napoli, cercare una buca della posta e lasciare lì la vostra missiva
- rinunciare e consegnargliela a mano.
Il sistema di smistamento e recapito della posta vigente a Ischia è sorprendente…
Le veline che partono da Ischia con destinazione Ischia vengono imbarcate, trasportate fino a Napoli, mandate al centro postale del capoluogo partenopeo, imbarcate nuovamente, e infine, ritornate nell’isola, recapitate ai legittimi destinatari.
In pratica da Ischia arrivano prima a Napoli e poi ritornano a Ischia! Tutto il processo dura una settimana.
Una lettera indirizzata a Londra arriverebbe prima e farebbe un percorso meno arzigogolato.
Qual è la logica di un meccanismo del genere? La posta per Ischia non dovrebbe essere smistata direttamente a Ischia?
All’Elba, Stromboli e Pantelleria funziona allo stesso modo?
E’ vero che non bisogna stupirsi più di niente in Italia, ma io sono ancora sensibile a certi controsensi.
(scritto di corsa durante la pausa pranzo in ufficio)
Febbraio 17, 2006
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