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La Lisbona che ho conosciuto questa estate non mi ha fatto innamorare, come qualcuno aveva predetto, e non mi ha indotto a pensare “è il posto in cui vorrei vivere”, come qualcun altro aveva affermato.
La capitale del Portogallo non è la mia città da innamoramento o da cambio-vita perché presenta ferite che è difficile tenere nascoste. Vicoli disfatti, quartieri sciupati, anche centrali, dove i vagabondi non si contano e il lezzo entra nelle narici per non uscirci più. E dove i venditori di fumo fingono disinvoltura agli angoli delle strade più popolari.
In un sms inviato a una mia amica ho scritto: “non sembra che i lisboneti se la passino bene”. Avevo negli occhi le immagini della gente del posto, prevalentemente arruffata e dinoccolata, con le ciabatte ai piedi e indosso t-shirt di tre misure più grandi. Non che da un abito o da una messa in piega si possa giudicare la qualità di vita di un popolo, ma un colpo d’occhio può suggerire alcune verità.
Nei panni della turista spensierata, invece, ho molto di buono da dire su Lisbona. Innanzitutto il suo sistema di trasporti pubblici è fantastico: autobus, metro, tram, taxi sono numerosi, puntuali, economici ed efficienti. Niente a che vedere con il trambusto caotico e sconclusionato di Roma.
Poi l’aria di Lisbona è diversa: tersa, leggera, pulita. Sembra che non ci sia smog e di sicuro non si sviluppa in abbondanza come da noi.
L’architettura della città è colorata, brillante, creativa. Le famose ceramiche lucide che ricoprono gran parte degli edifici, gli azulejos, la rendono speciale, viva, un po’ folle. Tanti monumenti da cartolina rappresentano la summa di influenze molteplici: forme arabe, decori moreschi e richiami marini, tipici dello s tile manuelino, disegnano un paesaggio articolato, spumeggiante ed estroso. Irrinunciabile è la visita al Pena Palace, a Sintra, a circa 1 ora da Lisbona, fantascientifico edificio dalle sembianze di favola, che trascina nell’atmosfera onirica di un film di Tim Burton. La magia, per la verità, è data più dall’esterno che dai lussuosi, ma più convenzionali, spazi interni.
Camminare per le vie di Lisbona con i tacchi è un rischio che sconsiglio di correre: il manto stradale è irregolare, scivoloso, ricoperto di ciottoli bianchi levigati e spesso disconnessi, che si trovano dappertutto e competono, per scomodità, con i sampietrini nostrani. Inoltre la città è un saliscendi perpetuo: distribuita sulle colline, richiede fiato, muscoli allenati e volontà di macinare scalini su scalini per spostarsi. In alternativa ci sono le vecchie funicolari, da prendere per ricaricare le pile ed evitarsi qualche scalata.
Lisbona è attraversata da rotaie che la tagliano in lungo e largo. Su di esse scivolano tram di ogni età, misura e fattura. Un viaggio sul celebre 28, per un giretto nei siti storici, è un must segnalato in tutte le guide. Si sta stretti stretti e con le mani pressate sul portafogli, per non lasciarlo ai ladruncoli di turno, ma è un’esperienza autentica, che mostra il lato più genuino della città.
La Torre di Belem, considerata (a torto) il simbolo di Lisbona, è stata una delusione. Una fortezza che è sufficiente fotografare da fuori, perché dentro mette in ginocchio il visitatore. Per raggiungere la cima occorre divincolarsi in un passaggio stretto, una scala a chiocciola che è la stessa per chi sale e per chi scende. Superfluo dire che gli scontri, le sgomitate e gli spintoni fanno parte del percorso.
Un ultimo accenno per il cibo, che è vario, appetitoso, generalmente non costoso. I classici del menu sono il baccalà con patate, il pollo arrosto, i formaggi di capra, la carne alla griglia, gli spiedini di pesce serviti in verticale. Anche il pane è fragrante e saporito, il vino e i dolci ghiotti, distribuiti in innumerevoli, profumate pasticcerie che invogliano a provare di tutto un po’.
Il servizio nei ristoranti è modesto e c’è un’abitudine che proprio non mi va giù: i camerieri, di loro iniziativa, portano a tavola assaggi non richiesti: formaggi, olive, fette di prosciutto, crocchette. Poiché si è affamati, la tentazione di mangiarli è forte e poi si crede, ingenuamente, che si tratti di gentili offerte della casa.
Ovviamente non è così e alla fine della cena il conto lievita inesorabilmente…
A questo punto il mio suggerimento è: scegliete voi i vostri antipasti, controllatene il prezzo, e ordinate ciò che amate di più, consapevolmente. Quando il cameriere, col sorriso sulle labbra e i modi un po’ bruschi vi riempirà il tavolo di bocconcini e goloserie a voi ignote, declinate fermamente e fategli sgombrare il tutto. Anche il dopo cena, in questo modo, vi lascerà contenti e soddisfatti.
Agosto 18, 2009

Via da Roma per pochi giorni. Un impegno di lavoro mi ha condotto in Puglia, fuori stagione.
Non la Puglia del ferragosto a Vieste, o quella delle passeggiate lungo il corso vivace di Gallipoli, in vacanza. E nemmeno la regione delle visite ‘impegnate’ a Lecce o Bari. Sono stata in un triangolo di terra alla moda perché se ne infischia della moda, lontano dalla modernità costruita a tavolino, attraversato delle casette a cono (i trulli) e dalle masserie lattiginose.
In valle d’Itria ho perso l’orientamento temporale. Nel 2009 sono abituata alle colate di cemento, non alle alcove di pietra, conosco i soffitti bassi e i soppalchi avidi di spazio, non i tetti a punta e le volte all’interno delle abitazioni. È liberatorio guardare indietro, ogni tanto, invece che sempre e solo avanti. Recuperare il senso di un luogo, assaporare la sua valenza storica, riconoscerne la suggestione data da origini lontane, dimenticate.
Tra Ostuni, Martina Franca, Alberobello e Locorotondo si vive in profonda sintonia con l’ambiente e si lascia posto agli ulivi, all’aria tersa, alle ordinate file di muretti con le pietre a secco.
Sono entrata in una ‘caverna’ bianca dove i tentacoli dell’arredo Ikea non potranno mai arrivare… Pareti tondeggianti, piani irregolari, misure eccentriche annunciavano la vittoria della personalizzazione, il trionfo dell’unicità sull’esportazione di modelli standardizzati. Irripetibili e inimitabili (persino dai cinesi), i casaletti rurali della Puglia stanno lì a ricordarci che la campagna non dovrebbe essere costellata da villette a schiera fatte con lo stampino e case vacanza in disuso, ma da proprietà che ‘parlano’ delle loro ferite e delle esperienze che le hanno modificate. Un po’ come noi esseri umani: siamo più interessanti quando buttiamo via le maschere e lasciamo che la verità venga a galla.
Marzo 19, 2009

La prima volta che ho trascorso le vacanze a Ischia, tre anni fa, il mio ragazzo mi ha portato al Parco Termale Negombo. Un’oasi di benessere e relax tra giardini lussureggianti, cascate d’acqua dolce, vasche di mille forme e stile, piscine tiepide, calde, fredde e freddissime. Alla fine della giornata la mia pelle era rifiorita, appariva luminosa e levigata come porcellana.
L’anno scorso, per il mio secondo soggiorno estivo nell’isola campana, il mio fidanzato mi ha condotto alle sorgenti di Nitrodi, più vicine a casa sua, meno appariscenti, ma dalle indiscutibili virtù. Immergermi in quelle acque fresche è stato piacevole e terapeutico, mi ha lasciato addosso una sensazione meravigliosa. La pelle sembrava più liscia e morbida, come seta.
Il terzo agosto a Ischia, un mese fa, è stata la volta delle sorgenti di Olmitello. Raggiungibili a piedi dalla spiaggia dei Maronti, con ingresso gratuito, dovevano rappresentare una doccia rinvigorente contro i bruciori e i pizzicori provocati dal sale marino.
Ma i ricordi gioiosi delle estati precedenti si sono sgretolati in un istante…
Il percorso per arrivare alla fonte è un cumulo di sterpaglie e ferri arrugginiti. I piedi sono costretti a schivare pozze di fango e avvallamenti sconnessi. Eppure le indicazioni, visibili dalla baia e presenti durante il tragitto, sono chiare: bisogna proseguire per quella strada desolata. Più si va avanti e più sono evidenti i segni di abbandono e trascuratezza: alberi abbatutti, rocce spaccate, rami spezzati che ostacolano il cammino, rifiuti qua e là. Un fiotto di acqua torbida e stagnante scorre continuo fin giù, a mare. Sarà l’acqua della sorgente? Si potrà toccare? Nel dubbio noi evitiamo il contatto.
Zigzagando per oltre 5 minuti in questo territorio mortificato scorgiamo, da lontano, un tubicino ricurvo, a mò di rubinetto, dal quale fuoriesce un rivolo d’acqua. Increduli e disorientati - E’ possibile che sia questa la fonte? - ci avviciniamo e sentiamo che il liquido è caldo. Dunque è lei, la salvifica e corroborante acqua termale di Olmitello! Quella che le guide dell’isola e i siti del posto continuano a descrivere come curativa, dagli effetti benefici, buona anche da bere. - Sarà, ma chi si fida? -
Dietro e tutto intorno al tubicino c’è una struttura diroccata, forse i resti della sorgente di cui il mio ragazzo ha nostalgica memoria. Non vedo l’ora di tornare in spiaggia e lasciarmi questo posto inospitale alle spalle.
Facciamo un ultimo sforzo per capire da dove viene quel ruscello d’acqua melmosa che ci ha inquietato lungo il tragitto. Proseguiamo un altro po’, imboccando una curva su per la valle. - Forse c’è qualcos’altro, forse la vera sorgente è più in alto. - Il nostro viaggio di speranza si interrompe non appena notiamo un altro getto d’acqua che discende dalla montagna, disordinato. Non è affatto rassicurante, non viene voglia di farsi la doccia lì sotto.
Spentasi ogni illusione facciamo dietro front e ripercorriamo a ritroso la via, verso la spiaggia. Con il passo svelto e i volti scuri, senza voltarci mai indietro. Arrivati a riva il tuffo in mare è una liberazione. Sentiamo il bisogno di ripulirci, al più presto, la pelle e gli occhi.
Settembre 1, 2006

Alle ore 4.30 di questa notte mi metterò in viaggio per raggiungere prima Ancona e poi la Croazia, via traghetto.
Considerazioni prima della partenza
Tempo previsto: miserabile
Alloggio: fortunoso, dove capita…
Itinerario: improvvisato, l’unica cosa certa è che visiteremo la Dalmazia
Compagnia: buona, ma mai sperimentata in viaggio
Bagagli: troppi, come sempre
Macchina da imbarcare: la mia…
Speranze: molte, quelle non muoiono mai
Budget: irrisorio (ma dicono che in Croazia si spenda poco, dicono)
Giorni a disposizione: una settimana netta
Propositi: visitare Dubrovnik e almeno un parco nazionale, scattare foto decenti, assaggiare i piatti locali, adattarmi, appuntarmi tutto ciò di cui varrà la pena parlare in seguito, immagazzinare immagini, situazioni, colori e umori.
Vi dirò com’ è andata tra quindici giorni (eh sì, perché dopo la Croazia sarà la volta di Ischia!).
Agosto 13, 2006

Una romana che si stupisce della circolazione stradale di Ischia ha una bella faccia di bronzo, direte voi.
Una che, per andare al centro, con l’automobile, è costretta a scaricarsi da Internet mappe e cartine aggiornate e che regolarmente imbocca sensi unici al contrario.
In nessun altro posto come nella capitale le strade sono grovigli fitti e intricati, labirinti di viuzze e arterie impazzite, è vero.
Ma Roma uno se lo aspetta che è così. Traffico, inquinamento acustico, parcheggi impossibili, multe che piovono, incidenti all’ordine del giorno, vigili urbani rassegnati.
Non potrebbe essere diversamente, in una città con 4 milioni di abitanti e ritrovamenti archelogici che spuntano fuori come funghi.
Ischia invece, uno se la figura diversamente.
E’ la patria del benessere, delle terme che ti rimettono in sesto, delle cure per il corpo e per la mente. C’è il mare, splendido, e c’è la montagna, suggestiva.
C’è il corso coi negozi che espongono solo grandi firme e poi ci sono gli anfratti dal sapore antico, che mantengono vive le tradizioni locali.
C’è il buon cibo, la pizza vera, il caffé dall’aroma intenso, il pesce fresco.
Poi c’è un’altra Ischia, quella del vivere quotidiano, dell’andare a lavoro tutti i giorni, del fare su e giù per l’isola con la macchina, della spesa da comprare.
E qui arriva la nota dolente.
Muoversi per le strade di Ischia è un’avventura da Mille e Una Notte.
Le vie sono spaventosamente strette, ma sempre e comunque a doppio senso. I semafori non ci sono quasi… Le strettoie, i vicoli sconnessi e dissestati incombono in ogni angolo.
In particolare penso a una via dove l’autobus si incastra regolarmente e le automobili rischiano quotidianamente l’impatto frontale. E’ un punto dove è impensabile far passare due veicoli insieme. Eppure c’è addirittura chi ci parcheggia, lasciando l’auto in posizione precaria, facendo infuriare i passanti. Così il flusso aumenta, i pedoni imprecano, il caos imperversa e l’ingorgo assume dimensioni apocalittiche.
Gli automobilisti devono avere una vita veramente dura a Ischia.
Non mi sorprende il fatto che, in tutta l’isola, non abbia mai visto una vettura con la carrozzeria intatta!
Sono tutte mezze ammaccate, con graffi più o meno visibili, specchietti laterali penzolanti, vernici “scorticate”. Di certo non sono un bello spettacolo.
Menomale che se si gira lo sguardo più in là c’è il mare e la montagna e il porto con le barchette…
Marzo 4, 2006