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Tiziano Ferro

Un mese fa me lo sono trovato davanti, Tiziano Ferro. Nulla di casuale, per carità, il biglietto per assistere al suo concerto allo stadio Olimpico lo avevo acquistato per tempo.
Parterre non numerato, nel mezzo di una galassia di adolescenti urlanti e urtanti . Il luogo della scomodità, del caldo, dei piedi pestati, degli strilli e degli striscioni sotto il naso, proprio per impedirti di vedere il palco (che per di più se sei piccola di statura è già una fantasticheria).

Insomma, ho scelto di vivere il concerto ‘nudo e crudo‘, nella sua valenza più primitiva e spontanea, come non facevo dai tempi dei Take That. Perchè? Perché credevo che Tiziano Ferro non fosse un mito da idolatrare da lontano, da ammirare tenendolo a riguardosa distanza, ma un coetaneo decisamente in gamba, da applaudire e sostenere da vicino, facendogli ’sentire’ la tua approvazione. Cercando l’incontro dei suoi occhi, o mostrandogli il tuo assenso con un sorriso.

All’inizio mi è sembrato impacciato. Non nella voce, quella sempre impeccabile, ma nelle espressioni. Il volto contratto, i gesti recitati. Pose da star, secondo me inappropriate e che ho attribuito alla sua emozione. La paura di sbagliare pareva renderlo rigido, poco naturale, concentrato tanto da non preoccuparsi del contatto con la gente. In pratica sembrava che stesse svolgendo un compito e che mentre tutti si divertivano, lui ripeteva a memoria la lezione.

Poi, a spettacolo inoltrato, il ghiaccio si è rotto. In modo confidenziale, spontaneo, canzone dopo canzone, coro dopo coro, con le luci dei telefonini accese e i salti del pubblico a spronarlo. Ha cominciato a parlare veramente con noi, in tono diretto, generoso, unendo timidezza, dolcezza e ironia. Intanto dietro, accanto e intorno a lui ballerini collaudati si sfidavano a passi di break dance e lo schermo proiettava immagini e grafiche in sintonia con la musica.

Da quel punto in poi è stata festa vera, piena, coinvolgente. Parole e melodie che tutti conoscevano hanno riempito l’aria. Canzoni in realtà giovani, che però sono diventati tasselli di musica nostrana, pezzi rassicuranti, storie che ci assomigliano e che viene facile ricordare.

2 commenti Luglio 25, 2009

Chiara Civello

All’apparenza timida, si è dimostrata presto di una sfrontatezza accattivante. Chiara Civello ha ‘riempito’ il palco della Sala Petrassi all’Auditorium di Roma, venerdì 15 maggio, non solo con la sua voce piena e calda, ma anche con la sua presenza suadente.
Avvolta in un tubino rosso audace, che ha fatto riaffiorare alla mente un’altra bellezza canterina, ma di celluloide (Jessica Rabbit), la jazzista italiana trapiantata a New York ha esordito con aplomb e misura, imbracciando la chitarra e soffiando quasi sul microfono, ma dopo poche canzoni si è ritrovata a saltare sul palco (con tanto di tacchi a spillo) e a volteggiare a ritmo delle percussioni.
Un’artista poliedrica e intensa, che delizia per quello che canta e soprattutto per come lo canta. Dolce e raffinata, ma anche forte e rabbiosa, sempre assorta e generosa nella performance.
Al pianoforte suona con un atteggiamento raccolto e rilassato, sciogliendosi in una melodia lirica. In piedi, pizzica le corde della chitarra con delicatezza, ma aggiunge espressioni e movimenti istintivi.
Tecnica e doti naturali si fondono, dando vita a un concerto piacevole dal principio alla fine.
Un vero peccato che, davanti a me, alcuni spettatori, non giovanissimi, sembrassero statue di sale. Dalle gallerie applausi e complimenti continui, nelle prime file, invece, sorrisi abbozzati e tiepidi applausi.
L’esito è stato comunque molto positivo, con la sala gremita e tanti bis richiesti. L’ultima esibizione, con Chiara scalza a dare il suo poetico commiato, mi ha trasmesso l’idea di una donna pronta al successo, consapevole dei suoi mezzi e matura abbastanza da rimanere, di fatto, coi piedi per terra.

1 commento Maggio 18, 2009

C’è o ci fa?

Lo hanno pensato tutti, vedendola goffa e impacciata dietro a un paio di occhiali troppo grandi. Arisa ha davvero l’andatura traballante ed è costantemente imbarazzata, o l’hanno ‘disegnata’ così? Si tratta di una cantante di talento ma sprovvista di savoir-faire o di un’abile interprete di un ruolo preconfezionato, costruito per destare curiosità e simpatia? Di certo l’aspetto, da Pierrot triste, con lo sguardo incerto e le movenze buffe fa pensare a uno studio a tavolino del personaggio.
Una giovane poco attraente e per nulla appariscente, con una voce che merita di essere ascoltata, subisce un restyling inusuale che l’aiuta a scrollarsi di dosso l’anonimato. Lenti esagerate, frangetta demodé, labbra rosse lucide, naso lungo in primo piano, abiti di un’epoca perduta. Troppo caratterizzanti per chi è abituata a crogiolarsi nell’ombra e mal tollera le attenzioni altrui.
Quando canta, Arisa (ho scoperto che il vero nome è Rosalba Pippa… povera) rimane ferma al suo posto, al massimo dondola la testa e accenna brevi sorrisi. Le mani, le gambe, le braccia sono immobili. Non proprio una presenza scenica degna di nota. Ma la voce è cristallina, pulita e controllata. L’effetto sul pubblico è simile a quello provocato dal maestro Laurenti: tanto imbranato nelle movenze e nel ‘tu per tu’, quanto impeccabile e deciso nella musica. Su di lui le perplessità sono svanite. Dopo tanti anni di duetti con Bonolis, abbiamo abbandonato l’idea della finzione e accettato il suo essere metà paperino e metà Frank Sinatra. Ma si può dire lo stesso della vincitrice di Sanremo giovani? Si tratta di una vera sbirulina del pop? Io credo che un po’ di sincero smarrimento e dolcezza non guasterebbe. Eppur lo scetticismo fa capolino.

Aggiungi un commento Marzo 13, 2009

Aspettando Steve Jobs

Sono dispiaciuta per il distacco di Steve Jobs dalla Apple dovuto a problemi di salute. Anche se auspico che si tratti veramente di una pausa momentanea, fino a giugno. Oltre alla preoccupazione per la malattia che lo ha colpito, c’è il cruccio di dover rinunciare a un personaggio carismatico, emblema di una generazione. Il culto della mela morsicata è in gran parte dovuto al co-fondatore e amministratore delegato dell’azienda di Cupertino, figura scaltra, seducente, coraggiosa, innovativa. Un idolo per milioni di Mac-dipendenti, un leader appassionato e moderno che per molti, se non per tutti, incarna il successo del marchio.
Manager in jeans e scarpe da ginnastica che, nel 1976, ha stabilito la prima sede della società Apple Computer nel garage dei genitori e che, per finanziarsi, ha venduto il suo pulmino Volkswagen, Jobs esprime il sogno dell’America meritocratica.
Io ho sperimentato il suo magnetismo tardi, circa un anno e mezzo fa, quando ho assistito alla presentazione dell’IPhone di fronte a un pubblico che pendeva dalle sue labbra. Ho subito il suo fascino e compreso il mood dei suoi fan semplicemente ascoltandolo e osservando il suo contagioso entusiasmo. Ho creduto che fosse cool, come il computer che ha creato e, nel mio piccolo, mi sono sentita parte del mito Apple, grazie al MiniMac che, ogni giorno, è di fianco a me sulla scrivania dell’ufficio.
Se penso ai capi che hanno fatto parte della mia vita e li paragono a lui, sento di essere stata sfortunata. Ma poi ci ripenso e mi dico che un personaggio di tale levatura è unico e che è già un privilegio aver avuto a che fare con il frutto del suo ingegno.

2 commenti Febbraio 5, 2009

Gregory House

Perché lo chiamano House? Lo conoscono da una vita, collaborano fianco a fianco, sono colleghi (Cameron, Chaise, Foreman), superiori (Cuddy), amici (Wilson)… eppure il nome Greg non riescono a pronunciarlo. Troppo intimo? Come se le persone care mi chiamassero per cognome, anziché Francesca. Oltre che surreale, sarebbe fastidiosissimo - come detestavo i compagni di classe che, ai tempi delle medie, imitavano i professori, rivolgendosi a me in modo impersonale e distaccato. Non so perché, ma si usava prendere le distanze, almeno a parole e soprattutto tra maschi e femmine. Credo che i ragazzi amassero atteggiarsi e vestire i panni dei machi, o forse era semplicemente la timidezza a creare questa lontananza nella comunicazione -.

Comunque, quello del ti-chiamo-solo-per-cognome non è il solo aspetto di “Dr House” a stridere. Il personaggio stesso è fuori dalla norma: un medico-orso, irascibile, scorbutico, cocciuto, misantropo, drogato, che rifiuta il contatto con il paziente ed è insofferente a qualsiasi disciplina. Insomma, l’anti-dottore, l’uomo che nessuno si augurerebbe di incontrare sulla propria strada di povero malato.

E invece, come Jessica Rabbit, House è stato disegnato così… creato apposta per farsi amare al di là di ogni ragionevole dubbio. Quello che piace di lui, è ciò che si dovrebbe odiare. Il suo cinismo cieco, la sicurezza sfrontata e istintiva nel formulare ingarbugliate diagnosi, l’umorismo nero, la sofferenza fisica e psichica che lo schiacciano, lo rendono INTRIGANTE.
E ora milioni di spettatori pendono dalle sue labbra, me compresa.

Sì, i suoi metodi sono irrealistici, più da detective alla ricerca di indizi che da medico alle prese con un male. I casi che gli capitano a tiro rappresentano un condensato di tragedia e rarità allo stato puro. Il suo comportamento non sfiora l’assurdo, supera abbondantemente il ridicolo. Ma chi lo segue apprezza ogni pazzia, insensatezza e incoerenza.
Non è che i suoi ammiratori siano finti tonti o creduloni. Al contrario. Sono consapevoli della non veridicità della narrazione e se ne compiacciono, si divertono, sghignazzano di fronte alla follia di un uomo e di tutto il suo entourage. Anche se si parla di ospedali e malattie, non è obbligatorio fare i seri.

La puntata trasmessa domenica 11 gennaio merita un inchino. Vorrei conoscere gli autori per abbracciarli forte e ringraziarli. Un regalo indescrivibile per il pubblico in delirio. Fremo dalla voglia di scoprire cosa succederà ora… quell’incidente shock, quella morte maledetta, quella ‘resurrezione’ foriera di cambiamenti…

Aggiungi un commento Gennaio 14, 2009

Katia e Valeria

Succede spesso così: prima osservo, poi scruto, dopo analizzo, mi incuriosisco un po’ di più, infine sprofondo nel magma del sapere TUTTO e a ogni costo. Capita con l’autore di un libro che ho apprezzato, con il cantante che ha composto una melodia giusta, con il regista di un film avvincente, con l’attore indimenticabile, con il bellone che non deve chiedere mai. Devo scoprire chi è veramente il personaggio che mi ha conquistato, sapere per filo e per segno come funzionava la sua vita prima del successo, conoscere le sue produzioni precedenti e successive, individuare il momento in cui è avvenuto il botto creativo.

Stavolta è accaduto con due comiche di Zelig: le corteggiatrici Katiana e Valeriana, pronte a qualsiasi scorrettezza e assurdità pur di accalappiarsi i favori del tronista Claudiano (interpretato da un Bisio tamarro, che più tamarro non si può).
Fino a un mese fa ignoravo l’esistenza di questa affiatata coppia di attrici, oggi sguazzo nella loro intimità (so persino che vengono scambiate per lesbiche e che a Cagliari, ospiti di Amici, avevano la tremarella per l’emozione).
Katia (la bionda) e Valeria (la mora) si sono immedesimate nella parte delle ragazzotte spregiudicate alla corte della De Filippi con scioltezza e simpatia, ottenendo l’immediato placet del pubblico.
Per forza, sono tali e quali alle concorrenti di Uomini e Donne. Sguaiate, cafone, esuberanti, egocentriche.

L’indovinata gag delle corteggiatrici mi ha spronato a ficcare il naso nel passato comico di Katia e Valeria e, grazie a You Tube, giù con le risate. Lo sketch di Miss Italia è un altro spaccato di verità, di grottesca contemporaneità, quello delle collegiali, il ricordo di un tempo spensierato, trascorso sui banchi di scuola a sfidare l’amica del cuore a “nomi, città, animali”.

Da qualche minuto Google mi tenta: tra i risultati della ricerca “Katia e Valeria Zelig”, è uscita fuori anche un’ospitata dalla mitica Daria Bignardi, per un’intervista barbarica che già mi sto pregustando. Chissà quali retroscena sono stati svelati… E quali tranelli avrà tramato l’astuta conduttrice per farle sbottonare. Non resisto. Mi immergo nella visione.

1 commento Gennaio 5, 2009

Francesco Alò

Mi sono “invaghita” di lui la prima volta che ho sentito la sua voce. Era un venerdì di qualche mese fa e stavo alla guida della mia auto, diretta chissà dove. Ascoltavo La Rosa Purpurea su Radio24, un programma provvidenziale il fine settimana, inzeppato com’è di recensioni cinematografiche. Lo conduce in studio Marta Cagnola, padrona di casa premusora che si diverte a lanciare provocazioni e a intervistare pubblico ed esperti della proiezione. I film presentati e lasciati in pasto ai radioascoltatori sono numerosi, abbracciano generi e culture diverse, ma hanno un denominatore comune: Francesco Alò.
E’ lui il trait d’union della trasmissione, perché viene chiamato in causa per commentare e dire la sua su ogni pellicola.
E’ un giornalista follemente innamorato di cinema che descrive il lavoro di registi, sceneggiatori e attori come se fosse una questione di vita o di morte. Le sue analisi non sono per niente oggettive, ma del tutto arbitrarie: quello che pensa gli esce fuori dalla bocca senza controllo.

Le sue spiegazioni accurate hanno sempre una svolta viscerale, emotiva. Quando un film lo entusiasma, le sue parole hanno una forza atomica, esaltata come quelle di un bambino in festa. Anche se il mezzo radiofonico rende impossibile vedere la sua faccia, non è difficile immaginare la sua espressione vispa e incendiata. Quando invece una pellicola lo delude, la sua amarezza è talmente grande da contagiare chiunque lo ascolti.

Francesco Alò sa tanto di cinema e si sente. Ma non solo: assapora, respira, tocca, vive il cinema.
Mi fido ciecamente delle sue recensioni. Ogni volta che spiega i pro e i contro di un film riesce a convincermi come nessun altro.

Non si trincera dietro tecnicismi vuoti di significato, ma riempe la sua critica di sentimento, esperienze trascorse, brividi sulla pelle. Racconta le trame aiutandosi col profumo dei popcorn e i ricordi dell’infanzia.

Quanto cinema è necessario “odorare” per diventare come lui? Quanto bisogna osservare, comparare, sperimentare per arrivare al suo grado di coinvolgimento? Perché gli altri critici riportano solo freddi resoconti e lui diffonde guizzi di vera umanità?

Ecco un esempio della sua esuberanza stilistica.

2 commenti Febbraio 12, 2007

Bravo Lippi!

«Sono costretto con sofferenza a lasciare la trasmissione in quanto non sono disposto ad apporre la mia firma e prestare la mia faccia a disvalori che non condivido e che tradirebbero la fiducia del mio pubblico».

Era ora! Ci voleva tutto questo tempo a Claudi Lippi per mollare il contenitore domenicale più trash della televisione italiana? Ci volevano tutte le pagliacciate, le prese per i fondelli, le risse costruite a tavolino, le gag ridicole, le scenette grossolane messe in piedi una puntata dopo l’altra?

Per me è sempre valsa l’associazione Lippi = Buona Domenica ergo Lippi = personaggio risibile. Non ho mai sopportato le sue performance da pagliaccio, le sue lacrimevoli interpretazioni parodistiche. Lippi non è un comico, non fa ridere, nemmeno col naso da clown o la parrucca in testa.

Mi auguro che si sia reso conto sul serio di quanto fosse caduto in basso… Anni e anni a Buona Domenica sono duri da cancellare. Il marchio di “scarsa qualità” gli starà appiccicato addosso a lungo. Ma almeno, adesso, potrà iniziare la strada delle disintossicazione e recuperare un po’ di decoro. Che si dia a un quiz, a Paperissima, alle televendite. Tutto è meglio della banda di Perego & Co.

Lo squallore di quell’ambiente risuona, amplificato, nella reazione di Cesare Lanza, capo progetto di Buona Domenica, alle dimissioni di Lippi: «Non vorrei che l’insofferenza di Claudio fosse dovuta ad altri motivi, cioè al fatto che svolge un ruolo inferiore a quello che vorrebbe, come accadde già a Domenica In. Ma quando ha accettato di lavorare con noi sapeva bene quali sarebbero stati i suoi spazi. Nessuno lo costringe a intervenire nel ring». Il clima di stima e rispetto reciproco trabocca…

Ora mi chiedo chi prenderà il posto di Lippi. Pupo? La Arcuri? Costantino? Mi sembrano tutti candidati di prim’ordine…

Aggiungi un commento Ottobre 29, 2006

Beyoncé e la sua ultima performance

Sensuale e ammiccante come poche. Bellezza indiscutibile, conturbante venere dalla pelle color ebano. Tonica e marmorea dall’alluce fino alla punta dei capelli.
Beyoncé dal fisico prorompente, i muscoli tesi, la chioma vaporosa e fluttuante. Non perde mai occasione per esibire le sue virtù marziane agli abitanti del pianeta Terra.
Ma stavolta ha un tantino esagerato…
Avete presente il suo ultimo video, “Deja Vu”? Quello in cui duetta con il boyfriend Jay-Z?
La ex Destiny’s Child appare più che disinvolta… E va bene che la confidenza col ragazzo le concede qualche libertà in più, ma caspita quanti “strusciamenti”! Pose spinte e mosse audaci la fanno da padrona, altro che musica e testo della canzone…

Passi il capello indomabile e selvaggio, lo “sculettamento” vertiginoso, lo sguardo lascivo e impertinente, ma il ponte all’indietro, con la schiena tutta ricurva a mo’ di arco romano mi sembra un po’ pretenzioso…

Immancabili poi il sudore che imperla la schiena flessuosa, il cambio d’abito a ogni sequenza, la raffica di vento posticcia che solleva vesti e capigliatura, la camminata da Betty Boop.

Le pose preferite dalla popstar? Gambe divaricate, ginocchia flesse, fianchi che ondulano all’impazzata. Oppure: schiena sudata che scivola lungo la parete, mani leste che stuzzicano la cintola del ragazzo, aggrovigliamento da contorsionista intorno al corpo immobile e seduto di lui.
A tratti risulta comica Beyoncé… Mentre lei si agita come un’ossessa, ammicca senza tregua, sfiora e accarezza Jay-Z, lui non si scompone. Il suo unico gesto di partecipazione è quando, perplesso, si passa una mano sulla fronte…

Mentre il maschio sornione se ne sta stravaccato sulla poltrona, la femmina vorace solleva le cosce, alza una spalla sì e una no, si piega di fronte a lui.
Poi fugge al prato, corre libera e felice, volteggia leggera. Fa un salto al lago, con indosso un microabito rubino molto adatto all’occasione e, puntuale, si accascia indietro con la schiena. Dopodiché si infila una gonnellina verde svolazzante e dà il via alla scena più improbabile… La diva comincia a saltellare all’impazzata, zompetta come presa da raptus incontrollabile, sembra pervasa da scosse elettriche.
Mah… che Beyoncé abbia un debole per la Pizzica salentina?

Aggiungi un commento Settembre 11, 2006

Shiloh Nouvel

Rimango imbambolata di fronte alla copertina di Vanity Fair n.23. A tutta pagina, spicca la boccona di Angelina insieme con la boccuccia socchiusa della figlioletta appena nata.

Mi piace l’immagine di questa donna stratosferica, bella da mozzare il fiato, che si intenerisce per gli ultimi del mondo. E fa viaggi umanitari, adotta piccini africani, si “sbatte” per promuovere i diritti dell’infanzia.
Mi incuriosisce la sua storia personale, segnata dalla rottura col padre, l’attore Jon Voight e da un’adolescenza ribelle e travagliata.
Mi fa paura la sua passata mania di tagliarsi il corpo per procurarsi ferite, provare dolore e sensazioni forti.
Mi fanno rabbia le sue labbra gonfie. Sono sempre stata convinta che fossero rifatte, ma ultimamente mi sto ricredendo… Le foto che la ritraggono adolescente parlano chiaro: la bocca turgida già c’era, tonda e morbida come adesso.

Mi affascina la determinazione e la forza di Angelina, una donnona che ha fatto successo pur rifiutando il cognome importante del papà e che si è tatuata il corpo con draghi, messaggi in codice, dichiarazioni d’amore agli uomini che hanno contato nella sua vita.

Ma il vero motivo che mi fa allargare il cuore, di fronte alla visione di mamma e figlia attorcigliate, è un altro…
Ha un nome di 4 lettere e un divorzio convulso alle spalle. Ha occhi celesti e piccole rughe tutte intorno.
È Brad Pitt la ragione della mia viva partecipazione all’evento.
È la sua apparizione, 16 anni fa, in “Thelma & Louise”, con il cappello da cowboy e lo sguardo insolente.
È il suo essere la mia prima e unica cotta immaginaria, consapevolmente irrealizzabile, testardamente resistita allo scorrere del tempo.

Saperlo papà mi rallegra. La sua esistenza, di qui in avanti, sarà ancora più piena, densa di significati, punteggiata da momenti unici.

Nel servizio di Vanity Fair, in copertina, ci sono madre e figlia, incantevoli. Ma a pagina 40 c’è un papà emozionato che tiene la sua piccolina stretta sul palmo della mano, con delicatezza, e la osserva con lo sguardo innamorato.

Auguri al mio idolo di bambina, alla sua famiglia allargata, alla sua compagna spaziale. Auguri perché quello che sembra, sia quello che è, veramente.

4 commenti Giugno 15, 2006

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