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Che coincidenza. Ieri ho fatto il pubblico in tv e oggi, sul Corriere della Sera, Renato Franco apre la pagina degli spettacoli con un articolo sul pubblico in tv: Nella fabbrica del pubblico tv comparse scelte (a pagamento) .
Franco analizza il pubblico delle trasmissioni televisive distinguendo tre categorie: le persone vere, che partecipano perché ne fanno richiesta o rispondono a un invito, i figuranti, personaggi scelti ad hoc per fare numero o colore e figuranti speciali, selezionati appositamente per prendere parola e intervenire. Gli unici che tornano a casa con le tasche vuote sono i primi (fortunata eh?). Agli altri spettano 30 euro e 50 euro circa.
A quanto scrive il giornalista del Corriere, ogni programma ha un “suo” pubblico: a Quelli che il calcio sono tutti veri a Pomeriggio sul due sono tutti speciali, alle Iene sono veri ma obbligatoriamente giovani, ad Annozero li preferiscono colti e contemporanei… E ci sono uffici dedicati esclusivamente alla selezione e gestione del pubblico durante le trasmissioni.
Ieri a Exit siamo stati un pubblico muto, quindi vero. Molti erano gli habitué (sia del talk show condotto da Ilaria D’Amico sia di altri programmi). Fra di noi c’erano i soliti ‘raccomandati’, amici di o parenti di che hanno casualmente occupato i posti centrali. E c’erano i bellocci da prima fila, sorridenti, ben vestiti, pronti a rubare qualsiasi inquadratura.
Due ragazze dell’organizzazione si sono occupate di gestire noialtri, assegnandoci i posti e accompagnandoci in bagno all’occorrenza… Sembravano molto prese dal compito. Prima di comporre il puzzle finale ci hanno un po’ strapazzato: “tu vai su, no tu vai giù, voi in ultima fila e voi, ci dispiace, vi dovete spostare, in tv vogliono i giovani…”. C’è voluta un’ora per far accomodare tutti come si deve, per spiegare che bisognava spegnere i cellulari e nascondere le bottigliette d’acqua.
Inizia la puntata e mi rendo conto che il teatrino dei posti è stato inutile. L’inquadratura sul pubblico è praticamente sempre la stessa: alle spalle di Ilaria D’Amico sbuca un gruppetto di facce raggrinzite e chiome bianche. Abbiamo giocato a tetris e fatto saliscendi per nulla. La bella riccia in prima fila sarà finita in video sì e no due volte. Il ragazzotto ingelatinato, chi l’ha visto? E io? Messa in prima linea, sull’estrema destra, ho avuto pochi istanti di gloria (appena qualche sbirciatina della telecamera sulla mia testa rossa).
Oltre ad essere un pubblico vero, siamo stati anche un pubblico pigro, che si è guadagnato alcuni rimproveri: “negli applausi mettete più partecipazione!”. Ma non era facile mantenere la concentrazione. Puntata soporifera, interventi poco incisivi, dibattito stanco.
In fondo, l’unico momento divertente è stato il balletto del pubblico, prima della trasmissione. La prossima volta mi farò pagare.
Marzo 31, 2011

Fra tutti gli spassosissimi ruoli interpretati da Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio nella sketch-comedy “I soliti idioti“, dal 2009 in onda su MTV (e passata infinite volte su You Tube), quelli che hanno vinto l’oscar della popolarità sono Ruggero e Gianluca.
Un anziano papà invadente, volgare, autoritario che sbeffeggia e insulta dalla mattina alla sera il figlio, animato al contrario da animo gentile e sensibile. Ruggero è un sostenitore di vizi e nefandezze, è scorretto, furbo, bugiardo, donnaiolo, sboccato… il suo bersaglio preferito è il figlio, un sognatore trentenne che vive ancora con lui e al quale non smette mai di ripetere che è un fallito, ritardato e incapace di raggiungere qualsiasi obiettivo nella vita.
“Dàie cazzo, Gianluca!” è il suo incitamento perenne, a cui fa seguito un fiume in piena di parolacce, rimproveri, suggerimenti strampalati e immorali (come andare a prostitute, a rubare al supermercato, a rapinare una banca… perché così fanno gli uomini veri).
Le esortazioni che il vecchio padre romano fa al figlio sono sguaiate, triviali, pacchiane, oscene… ma irresistibili. Fanno ridere eccome. E non perché richiamino una comicità greve, ma perché raccontano un rapporto che non ti aspetti. Una relazione sbilanciata, illogica, che stravolge gli schemi convenzionali tra padre e figlio ma che non è finzione. E’ una realtà esagerata, parodiata, enfatizzata, ma non inventata. Ogni episodio mostra una sfaccettatura dell’essere umano e della società contemporanea in cui lo spettatore riconosce se stesso o qualcuno di sua conoscenza o, più in generale, la degenerazione della sua epoca.
Su Corriere.it di oggi un divertente dietro le quinte di papà Ruggero e Gianluca.
Marzo 10, 2011

Sono io uno dei pochi, pochissimi spettatori del nuovo programma di La7 Il contratto. Gente di talento. Sarà perché in questo momento la parola “lavoro” mi ronza in testa parecchio, ma ho seguito la prima puntata fino alla fine.
Mentre ascoltavo le spiegazioni della conduttrice, nei primi minuti della trasmissione, ho cominciato a chiedermi chi fosse. Aveva un volto familiare, l’avevo vista prima da qualche parte, ero sicura, ma non sapevo dove o quando. Il dubbio mi è rimasto fino a che non ho consultato Google e ho scoperto che si trattava di un’ex iena. E’ vero! Ma che le è successo? Tanto nella trasmissione di Italia1 sembrava insolente, spiritosa e spregiudicata, quanto ora remissiva, pacata e morigerata…
Che dire del programma? Ora come ora sono influenzata dall’opinione espressa da Aldo Grasso su Corriere TV, in cui critica su tutta la linea contenitore, conduttori, ospiti (salva solo l’intento…). E in larga parte concordo: il programma è interminabile e noiosetto, gli “esperti” in studio si riempiono la bocca di frasi retoriche e messaggi motivazionali, all’azienda che mette in palio l’assunzione viene fatta una pubblicità esagerata (Grasso parla di uno spottone che la trasmissione fa alla ditta), il posto di lavoro tanto ambito in realtà è poca cosa… un ruolo da commerciale che deve attirare clienti al telefono!
Ma un aspetto il critico televisivo ha sorvolato, quello per me più significativo: i concorrenti scelti, vale a dire i candidati in cerca di un contratto a tempo indeterminato, che mi sono sembrate figure traballanti, altro che brillanti. Tre ultratrentenni timorosi, impacciati, riverenti… E’ possibile che siano loro i 3 candidati migliori, quelli che hanno superato una lunga e attenta selezione? Se è davvero così che vengono assegnati i posti di lavoro, allora capisco perché i veri talenti fuggono dall’Italia… Comunque, alla fine ha ‘vinto’ la meno peggio, la ragazza dalla personalità più matura e un po’ di esperienza lavorativa alle spalle.
In generale, mette molta tristezza pensare che il premio di un programma tv sia un lavoro, quando di solito si cerca di vincere una palata di soldi per non essere più costretti a lavorare… E’ un altro segnale allarmante dei brutti tempi che corrono. Una società che non offre lavoro ai giovani - giovani (e adulti) che pur di lavorare si fanno giudicare non solo da un potenziale datore, ma dal pubblico televisivo - posti di lavoro mediocri fatti passare per traguardi da sogno… E un contratto che diventa la svolta di una vita, a prescindere dal tipo di occupazione da svolgere.
Febbraio 27, 2011

Ho finalmente assistito all’intervista al veleno di Daria Bignardi al ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, durante la registrazione di una puntata dell’Era Glaciale.
Di fronte al filmato, ero sinceramente intenzionata a capire chi (e se) avesse sbagliato. Per questo ho seguito lo ‘scontro’ con viva attenzione, cercando di non schierarmi (la mia indole propendeva naturalmente per Daria, ma non le ho dato ascolto).
Partiamo dai fatti: lei ha commesso un errore. Giacomo Brodolini, ex ministro del Lavoro ai tempi del governo Rumor, che Brunetta ha più volte citato nel suo libro ‘Rivoluzione in corso’, diventa nella sua bocca (e nella penna di chi lo ha erroneamente scritto consegnandole gli appunti) Brandolini. Daria non si accorge dello sbaglio perché, ammette, non conosce il personaggio.
A questo punto Brunetta scatta, si copre il volto con le mani mostrando imbarazzo, “Mi meraviglio di lei”, inveisce. La giornalista cerca, un po’ goffamente, di sminuire l’accaduto: “Brandolini, Brodolini, non sono queste le cose che contano” e ciò non fa che peggiorare il malcontento dell’ospite, che incalza: “lei non ha letto il libro”. Daria ribatte: “lei è antipatico”, e lui, piccato: “anche lei”. Piovono accuse reciproche. Daria è in difficoltà, il suo disagio le fa perdere l’aria rilassata che in genere la contraddistingue. Si fa permalosa. Il ministro è rigido, puntiglioso, pungente. Spara a raffica. Poi, a poco a poco, la rabbia scema e l’intervista prosegue su toni meno aspri (ma la diffidenza è un velo che li avvolge stretti).
Che idea mi sono fatta?
Nei panni di Daria, mi sarei ’sotterrata’. Sbagliare capita a tutti, ma un errore disturba molto profondamente, soprattutto se mette in dubbio la nostra professionalità. Come lei, mi sarei scusata per l’accaduto, ma senza tentare di buttarla sul ridere o di minimizzare. Avrei ‘subito’ la critica e tentato di andare avanti (con la gaffe nel cuore).
Che poi Brunetta abbia insistito sull’errore, mostrandosi scandalizzato, questa è un’altra storia. Chiaramente non era mosso da ‘simpatia’ verso la conduttrice e stava sul chi va là dall’inizio del confronto, pronto a ‘difendersi’ da qualsiasi punzecchiatura.
Le interviste della Bignardi sono abitualmente ‘scomode’. Brunetta era preparato al peggio. Ecco perché non gli è parso vero che la giornalista sia incappata nell’errore, permettendogli di ribaltare le dinamiche consuete, di spostare i pesi e i ruoli. Lui ad attaccare e lei a difendersi. Come lasciarsi sfuggire l’occasione di mostrare al pubblico quanto informato, preciso, preparato sia il ministro e, viceversa, quanto ‘ignorante’ la giornalista?
Ho esaminato la lettura che Gad Lerner ha dato dell’accaduto sulle pagine di Vanity Fair. A suo avviso, Daria è stata ingiustamente colpevolizzata dal ministro, sprezzante senza motivi nei suoi confronti. L’ho trovato però imparziale, mosso più dal suo affetto per la collega che da vero senso critico. Forse la vicenda andava considerata da una prospettiva più ampia. In fondo Daria non esita mai a far camminare i suoi ospiti sul filo spinato e, per una volta, è toccata a lei la ‘ramanzina’.
Infine una considerazione sul devastante potere dei refusi. Immagino quello che avrà passato il ‘poveretto’ che ha scritto Brandolini al posto di Brodolini, consegnando a Daria il foglio con il nome sbagliato… Per colpa del suo errore, la giornalista ci ha rimesso la faccia. Roba da non dormirci la notte. Mi auguro che, chiunque sia, esca incolume dalla vicenda.
Maggio 19, 2009
Uno dei passatempi preferiti dalle donne di tutte le età è quello di commentare-criticare-giudicare le fattezze delle altre. Così come siamo intransigenti con il nostro aspetto, allo stesso modo passiamo sotto la lente d’ingrandimento i difetti di quelle che ci gravitano intorno. Siamo fatte così… spietate con noi stesse e implacabili soprattutto con quelle che si mettono in mostra. La trasmissione “Italian Next Top Model”, in onda su Sky Vivo il martedì sera, offre un terreno fertile per chiacchiere da civette. Una schiera di belle e sconosciute ragazze, che aspirano a diventare modelle, si sottopone a svariate prove (di portamento, stile, eleganza, verve, recitazione e così via), sotto l’impietoso sguardo di esperti del ramo. Solo una, alla fine, guadagnerà l’ambito titolo ed entrerà nel circuito professionale della moda dalla porta principale, le altre, saranno via via eliminate. In ciascuna puntata si assiste al siluramento della sconfitta e all’analisi brutale degli sbagli e delle inadeguatezze delle “sopravvissute”. “Sembri un carciofo”, “Sei assolutamente volgare”, “Non hai il fisico giusto”, “Non comunichi nulla”, “La tua espressione è vuota”, “Non sai camminare sui tacchi”, “Sei andata completamente nel pallone” sono alcuni dei pareri espressi durante la trasmissione e alle quali scampano solo pochissime fortunate. Il giudice più ‘cattivo’ è Nadege, raffinata top parigina secondo cui nessuna sarà mai alla sua altezza…
Mentre sullo schermo le giovani bersagliate faticano a trattenere le lacrime, da casa, comodamente seduta sul divano, provo un certo gusto nell’affondare il colpo. Anch’io finisco per “accanirmi” contro le malcapitate in costume da bagno o abito da sera. E non sapete che soddisfazione ho avvertito quella volta che la sfida consisteva nell’apparire senza trucco, con “le occhiaie al vento”. È stato gratificante vedere le imperfezioni altrui e pensare che persino le modelle ce l’hanno con madre natura, ogni tanto.
Novembre 4, 2008
In onda su Discovery Real Time, non ho ben capito quando e con che frequenza, Cortesie per gli ospiti è un programma di intrattenimento amabile, che parla di stile, cucina e arredo in modo garbato. Tre ‘presunti’ esperti (l’interior designer, lo chef e il maestro di buone maniere) giudicano le case, la cena e il gusto estetico di due coppie di sconosciuti, che aprono le porte della loro abitazione e mettono alla prova le loro abilità culinarie. I tre buongustai girano per l’Italia e si fanno invitare dalle più svariate categorie di persone: professionisti affermati, giovani, adulti, eterosessuali o gay e, solo dopo aver digerito le pietanze, esprimono il loro voto, decretando il vincitore.
I toni sono affabili, le maniere accomodanti, ma il giudizio è severo e lucido: non conta solo saper cucinare bene, ma anche intrattenere gli ospiti adeguatamente, servire le porzioni con spiccato savoir-faire, apparecchiare la tavola con accuratezza, vivere in un posto all’altezza della situazione.
C’è da dire che l’atmosfera generale è un pizzico snob e che il livello sociale e professionale di coloro che partecipano alla sfida è alto, espressione di una borghesia benestante e desiderosa di mostrare al resto del mondo le sue ricchezze. Ma il bon-ton generale non risulta irritante. Noi ‘poveri milleuristi’, nei nostri umili bilocali arredati Ikea, sorridiamo nel vedere lo sfoggio indiscriminato di pezzi d’arte, mobili d’ispirazione contemporanea, piatti raffinati, servizi di posate pregiati. Sorridiamo soprattutto quando i 3 ‘critici’ storcono il naso e disdegnano bonariamente il tutto.
Ottobre 13, 2008

Aiuto! Ci sono caduta anch’io… Ho resistito fino ad oggi a non parlarne, ma alla fine sono crollata.
La pupa e il secchione è un reality terrificante che, a mio parere, merita di essere bandito dalla TV.
So che dovrei ignorarlo per questo, non generare altro rumore, evitare di contaminare il mio blog anche solo alludendo ad esso, ma non riesco a trattenermi. Si merita di essere affossato, da chiunque.
Premetto che non l’ho mai visto in prima serata. In realtà non ho nemmeno mai seguito la striscia pomeridiana (tranne una volta, per 10 minuti), ma ne ho sentito parlare parecchio e mercoledì scorso è stata la volta, appunto, dei 10 minuti.
Ecco cosa è accaduto:
- una romana di borgata con accento esasperato e movenze da diva vorrei-ma-non-posso insultava senza sosta un tipo serio e accigliato;
- una bionda ossigenata con il “muso” sporgente e l’aria di chi non capisce un tubo, si lagnava piagnucolando sulla spalla di un occhialuto tutto forza d’animo e comprensione;
- un gruppo di ragazze semi-spogliate si esibiva in una performance di “alto livello artistico”, con tanto di ancheggiamento e maglietta zuppa incollata sui seni liberi, che non lasciava niente all’immaginazione;
- una schiera di uomini tutt’altro che fascinosi si buttava in pasto alle telecamere ballando senza vergogna, praticamente in mutande;
- tipe in slip e maschi con l’aria da prof giocavano al maestro e l’alunna scema.
Riporto qualche esempio di dialogo avvenuto nei 10 minuti fatidici:
- “Mi fa male la testa co’ tutta sta geografia. A tutta sta cultura non ci so abituata!”
- “Allora hai imparato la differenza tra tanga e perizoma?”
- “Nguè Nguè non ce la faccio, non mi ricordo niente. Dove sta la Toscana?”
- “Nun me rivorge più la parola, nun te permette mai più…”.
Se per caso avete presente i protagonisti di queste conversazioni o il loro tono di voce allora avete già capito tutto, senza bisogno dei miei avvertimenti. Si tratta di oche giulive e uomini complessati, di donne come non credevo che esistessero veramente e ragazzi senza un minimo di dignità…
Ho paura che quelle ragazze siano proprio così, che parlino veramente in quel modo e che non conoscano il significato di alcune parole presenti nel vocabolario italiano, come studio, libri, cultura personale, curiosità, apertura mentale.
Che umiliazione sapere che queste belle, solo belle, belle e basta probabilmente raggiungeranno fama e notorietà… Alcune finiranno a Buona Domenica, altre da Maria De Filippi, altre ancora passeranno direttamente al grande schermo o al teatro.
Si ride di loro, si sbeffeggia la loro scarsa capacità intellettiva, ma poi si offrono montepremi sostanziosi e contratti da capogiro proprio a figure del genere.
Non c’è niente di nuovo, lo so, ma tale sistema continua a indignarmi.
E non pensate che sia un’esagerata-moralista-femminista.
Al massimo mi ritengo un’osservatrice scrupolosa, consapevole e intristita.
Settembre 15, 2006

Un ronzio fastidioso, come quello di una mosca importuna che ti gira intorno alle orecchie e non ti molla più.
Così è il canto abbozzato da Simona Ventura in Music Farm. Stonato, seccante, fuori luogo.
E la sua mimica facciale, mentre stringe il microfono sfidando lo sguardo della telecamera, è ancora più imbarazzante.
Stasera, alle 9 passate, ero a tavola con gli ultimi bocconi della cena da addentare e la tv sintonizzata su Raidue. Sapevo che da lì a pochi istanti sarebbe partita la sigla più ridicola della stagione. Simona Ventura in versione Madonna, con tanto di body e calzamaglia, che agita il sedere, sbatte la chioma a destra e sinistra, sfoggia un seno nuovo di zecca e… crede di cantare.
La mia testa ha cominciato a fare segno di no, sconsolata e incontrollabile. Come biasimarla?
Non è che la presentatrice di una sfida musicale sia costretta a cantare pure lei. Non è che una donna, per dimostrare di essere in gamba, debba cimentarsi in qualsiasi prova che esuli le sue competenze.
La smania della Ventura di rendersi protagonista assoluta, comunque e dovunque, è irritante. Non sa dove sia di casa l’umiltà.
Perché una conduttrice abile, spigliata e divertente come lei non si accontenta di fare la conduttrice, appunto?
Perché una primadonna dello spettacolo, a suo agio tra calciatori, artisti e isolani più o meno famosi ha la necessità di occupare il video continuamente?
Per provocare? Per autoironia? Per una smisurata voglia di giocare e stupire? A questo bastano le sue battute argute, la sua fisicità esplosiva, la sua sicumera.
Scherzare col pubblico non vuol dire spazientirlo o stordirlo.
Maggio 9, 2006

…il risultato è vergognoso. Fossi nei panni di uno degli “onorevoli” intervistati da Sabrina Nobile mi sotterrerei.
E’ da un po’ che mi capita di riflettere sugli enormi buchi neri della mia conoscenza. Recrimino la leggerezza degli anni del Liceo, quando studiavo forsennatamente per un’interrogazione, ma appena lo spauracchio del voto passava, abbandonavo completamente la materia.
Colpevolizzo alcuni miei professori per la scarsa propensione all’insegnamento, per la superficialità con cui ci trasmettevano le nozioni e l’assenza di viva e accesa passione in quello che facevano.
La Storia e la Filosofia rappresentano un tesoro per la crescita di ognuno, e io ne custodisco solo le briciole.
L’Arte e la Geografia sono pilastri del bagaglio culturale di una persona, ma io faccio fatica a mettere insieme pezzi di nozioni che vagano a intermittenza nel mio cervello.
E’ vero che c’è sempre tempo per rimettersi a pari, ma riuscire a conciliare questa esigenza di ripasso generale con gli impegni quotidiani è un’impresa ciclopica.
Se solo avessi compreso 10 anni fa la vera importanza dello studio, la sua funzione nobilitante per lo spirito, la sua capacità di migliorarci e renderci più consapevoli della realtà…
Eppure, nonostante le tante falle del mio bagaglio culturale, ci sono fatti e accadimenti che rimangono punti fermi nella memoria. Sono degli eventi di grandissimo valore sociale, che hanno cambiato il corso della storia e che non dimenticherò mai.
Quando ho visto e sentito i rappresentanti del Parlamento Italiano annaspare di fronte alla domanda: “Quando è avvenuta la rivoluzione francese?” o “Qual è la data della scoperta dell’America?” un moto di orrore mi ha pervaso.
Da destra a sinistra, passando per il centro, i nostri deputati hanno sparato risposte a casaccio, chiesto aiutini, tirato a indovinare. I più bravi hanno azzeccato il secolo, quelli più furbi hanno ripiegato sulle battute, quelli con un barlume di dignità personale hanno declinato le domande.
Il culmine è stato raggiunto da una parlamentare che, interrogata sul nome da papa di Ratzinger, ha abbozzato un convinto Bonifacio.
Il dubbio che il servizio delle Iene fosse “truccato” mi è venuto, ma è svanito in un attimo. Quale deputato accetterebbe di apparire come un somaro di fronte a milioni di telespettatori?
La verità è che asini lo sono sul serio, asini con il portafogli pieno zeppo e la zucca vuota.
Maggio 1, 2006

E’ un programma radiofonico, ma parla solo e sempre di televisione, quindi ha tutto il diritto di “alloggiare” nella categoria TV.
Va in onda dal lunedì al venerdì alle 8.30 su Radio24. Dura una mezz’oretta. Proprio quella che impiego a raggiungere l’ufficio in macchina.
Lo conduce, mirabilmente, un giornalista e autore radiotelevisivo dalla lingua lunga e sapiente: Gianluca Nicoletti.
Scandaglia senza pietà il grande marasma televisivo offrendo spiegazioni sociologiche e originali spunti di riflessione.
Si nutre delle impressioni degli ascoltatori, costruisce la sua impalcatura partendo dai contributi spontanei della gente.
Offre un’ analisi della realtà mediatica lucida, arguta e mai banale.
L’eloquio di Nicoletti, pur con la erre moscia e un po’ gracchiante, come ammette lui stesso, è ipnotizzante. La sua presenza nel panorama dell’etere è necessaria, irresistibilmente vispa, graffiante e ironica.
Ascoltare Melog la mattina basta a farsi un’idea di tutto quello che passa dal tubo catodico. Niente chiacchiere da parrucchiera o gossip spicciolo, quei 30 minuti di radio regalano prospettive inedite, punti di vista inaspettati e sfoghi condivisibili.
I bersagli preferiti di Nicoletti sono la banalità, la mancanza di valori, la bassezza dei fini che caratterizza la maggior parte degli show televisivi. Ma non c’è spazio solo per accuse e ramanzine da prof arrogante, c’è pure il tentativo di comprendere e spiegare.
Ogni tanto ci scappa anche qualche recensione positiva. Basta saperla riconoscere.
PS. La sigla del programma è stratosferica e azzeccatissima. Descrive certe little boxes tutte uguali, che calamitizzano e appiattiscono la diversità:
Little boxes on the hillside,
Little boxes made of ticky tacky
Little boxes on the hillside,
Little boxes all the same,
There’s a green one and a pink one
And a blue one and a yellow one
And they’re all made out of ticky tacky
And they all look just the same.
- Malvina Reynolds -
Marzo 12, 2006
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