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Il momento del Mercante in fiera, a Natale, è sempre stato il mio preferito.
Da piccola rimanevo ipnotizzata a guardare quelle figure per lo più sconosciute (la pagoda era la mia prediletta, un’entità avvolta da un’aurea di mistero), quei concitati passaggi di carte, quelle attese cariche di tensione che si scioglievano nella rivelazione dei “pezzi” vincenti.
Era un esercizio di maestria, condotto abilmente da mio padre e la sua cricca di amici. Tutti esperti dissimulatori, amanti del gioco e delle puntate cospicue. Ammirare le astuzie e i trucchetti messi in campo da quell’allegra combriccola era un vero spasso.
La trasmissione che va in onda tutti i giorni su Italia 1 alle 20.00 non ha niente di quello spirito ludico e festoso a cui sono tanto affezionata.
Pino Insegno nel ruolo di mercante è poco credibile, e in alcuni frangenti decisamente irritante. Quando modula la voce, rivolge alla telecamera il suo sguardo ammaliante e sfodera un sorriso compiaciuto, più che un giocatore sembra un seduttore da romanzo rosa. La sua aria da “uomo che non deve chiedere mai” lo rende una caricatura di se stesso, un’immagine posticcia, quasi surreale.
E non comprendo le ragioni per cui debba atteggiarsi a grand’uomo.
Forse che il mercante è solito essere un personaggio alla James Bond? Forse che la sua aria da sbruffone è un tratto tipico di colui che gestisce e porta avanti gli affari?
La parte che recita così smaccatamente mi innervosisce e annienta in un secondo il dolce ricordo che ho del gioco.
Come doppiatore tanto di cappello, ma come conduttore Pino Insegno ha veramente tanta strada da fare. Mi chiedo se sia necessario intraprenderla…
Marzo 7, 2006
All’ora di cena la televisione di casa mia è quasi sempre sintonizzata su Affari Tuoi. Era così quando c’era Paolo Bonolis e continua a essere così con Pupo.
Sarà perché è subito dopo il telegiornale, o subito prima del prime time di Rai1, o più probabilmente perché è un intrattenimento a cui i miei genitori sono affezionati (anche se non lo ammetterebbero mai!).
Finora non ho battuto ciglio e ho subito la tiritera dei vari pacchi e pacchetti, ma ho la netta sensazione che la mia pazienza stia per vacillare. Non per colpa del gioco in sé, ma di colui che lo conduce.
La mia non è una presa di posizione contro il Pupo presentatore, contro la sua inadeguatezza artistica e professionale, ma un vero e proprio attacco personale.
Lo trovo terribilmente patetico quando si ostina a parlare del suo passato da frequentatore di casinò, a fare la cassandra sulla pericolosità del gioco d’azzardo, a lanciarsi in mea culpa lacrimevoli e melliflui.
Ancora di più non sopporto la banalità assoluta dei suoi discorsi. Ogni suo commento trabocca di ovvietà e scontatezza. Dalla sua bocca escono solo frasi prevedibili e prive di qualsivoglia arguzia o spessore.
Ma più di tutto odio il suo provarci in maniera sfacciata con le concorrenti più avvenenti.
Le scruta, le adula, le accarezza, le abbraccia. Si diverte da matti a riempirle di complimenti, a guardarle dritte negli occhi, a sfoderare sorrisi da “piacione”. I suoi approcci risultano raccapriccianti, uno spettacolo stucchevole, che non credo di poter digerire oltre.
Anche a rischio di dover cenare da sola.
Gennaio 6, 2006
Ormai è diventato un appuntamento fisso. Non per me (sono fuori target!) ma per la mia adorata mamma.
Ore 19.50, dal lunedì al venerdì, Rai 1. Amadeus annuncia il gioco finale del suo quiz “L’eredità“, e lei comincia a trepidare, in fervida attesa. La sua sfida personale sta per avere inizio, e guai a chi osi distrarla o disturbarla durante quei 10 minuti di “passione”.
Mi capita di osservarla di sottecchi mentre si arrovella alla ricerca della parola magica, dell’associazione esatta che conduce alla vittoria.
Per chi non avesse idea di cosa stia parlando, “la ghigliottina“, la prova conclusiva del programma, consiste nel cercare di indovinare il termine che mette in relazione una serie di parole apparentemente prive di legame tra loro. Per esempio, se dico: caldo, cucina, elemento, rosso e inferno, la parola che le accomuna è fuoco (perché è caldo, rosso, serve a cucinare, è uno dei quattro elementi della natura ed è presente negli inferi).
Mia madre, dopo aver prontamente azzeccato la risposta in più di una puntata, si reputa una campionessa. La sua sete di vittoria è incontenibile e la sua soddisfazione è tanto maggiore quanto più il finalista da Amadeus arranca e fallisce miseramente. Lei dovrebbe gareggiare per il montepremi, lei si meriterebbe la gloria. Perché ormai non sbaglia un colpo e quelle rare volte che fa un passo falso è solo perché la parola da individuare era veramente “troppo difficile!”.
E’ uno spasso sbirciare l’espressione concentrata del suo viso mentre elabora mentalmente le varie alternative possibili. E ancor più quando le si accende la lampadina, il volto le si illumina e si lascia scappare un concitato “lo so, lo so!”.
Quando rientro a casa da lavoro e mi saluta frettolosamente, capisco che deve dirmi qualcosa. E’ impaziente di aggiornarmi sul suo risultato: “Oggi ho indovinato dopo solo 2 indizi, e lui ha sbagliato!”. Quanta soddisfazione trapela dal suo sorriso aperto, quanto palese compiacimento!
Devo ammettere che il suo entusiasmo mi ha incuriosito e più di una volta l’ho raggiunta davanti al televisore per mettermi alla prova. Ma non posso negare che mi ha battuta su tutta la linea! Mentre io osservo dubbiosa lo schermo, con l’aria spaesata e lo sguardo nel vuoto, lei è reattiva, scaltra, veloce. Io timidamente suggerisco una parola, lei ribatte con vivacità e ne propone 2,3,4, fino a che il verdetto viene emesso.
Anche se questo sua insolita mania mi fa sorridere e talvolta mi induce a prenderla bonariamente in giro, è un piacere immenso vederla così coinvolta, combattiva e tenace.
Se è questo l’effetto che fa, allora posso sbilanciarmi e intonare un canto che suona più o meno così: Grazie Amadeus, che ci fai vivere e sognare ancora… grazie Amadeus…
Dicembre 31, 2005
Si è parlato tanto delle casalinghe disperate in onda su RaiDue che farlo adesso sembra superfluo o tardivo. Ma la mia intendo dirla comunque. Ho aspettato a pronunciarmi perché volevo guardare più puntate possibile, in modo da farmi un’idea più precisa. Ora, alla fine della prima stagione, quell’idea ce l’ho: Desperate Housewives mi piace, eccome se mi piace. Lo trovo irreale, a tratti surreale, divertente, assurdo, brillante.
Le belle protagoniste della serie sono splendide fuori ma “ammaccate” dentro. Hanno una personalità complessa, ambivalente e complicata. Sanno quello che è giusto in teoria, ma agiscono sempre nel modo sbagliato. Hanno tanti scheletri nell’armadio, ma vanno avanti indifferenti, spavalde.
La mia preferita? Senz’altro Bree la rossa più “sballata” sulla faccia della terra. O meglio, di Wisteria Lane.
Dicembre 12, 2005
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