Katia e Valeria

Succede spesso così: prima osservo, poi scruto, dopo analizzo, mi incuriosisco un po’ di più, infine sprofondo nel magma del sapere TUTTO e a ogni costo. Capita con l’autore di un libro che ho apprezzato, con il cantante che ha composto una melodia giusta, con il regista di un film avvincente, con l’attore indimenticabile, con il bellone che non deve chiedere mai. Devo scoprire chi è veramente il personaggio che mi ha conquistato, sapere per filo e per segno come funzionava la sua vita prima del successo, conoscere le sue produzioni precedenti e successive, individuare il momento in cui è avvenuto il botto creativo.

Stavolta è accaduto con due comiche di Zelig: le corteggiatrici Katiana e Valeriana, pronte a qualsiasi scorrettezza e assurdità pur di accalappiarsi i favori del tronista Claudiano (interpretato da un Bisio tamarro, che più tamarro non si può).
Fino a un mese fa ignoravo l’esistenza di questa affiatata coppia di attrici, oggi sguazzo nella loro intimità (so persino che vengono scambiate per lesbiche e che a Cagliari, ospiti di Amici, avevano la tremarella per l’emozione).
Katia (la bionda) e Valeria (la mora) si sono immedesimate nella parte delle ragazzotte spregiudicate alla corte della De Filippi con scioltezza e simpatia, ottenendo l’immediato placet del pubblico.
Per forza, sono tali e quali alle concorrenti di Uomini e Donne. Sguaiate, cafone, esuberanti, egocentriche.

L’indovinata gag delle corteggiatrici mi ha spronato a ficcare il naso nel passato comico di Katia e Valeria e, grazie a You Tube, giù con le risate. Lo sketch di Miss Italia è un altro spaccato di verità, di grottesca contemporaneità, quello delle collegiali, il ricordo di un tempo spensierato, trascorso sui banchi di scuola a sfidare l’amica del cuore a “nomi, città, animali”.

Da qualche minuto Google mi tenta: tra i risultati della ricerca “Katia e Valeria Zelig”, è uscita fuori anche un’ospitata dalla mitica Daria Bignardi, per un’intervista barbarica che già mi sto pregustando. Chissà quali retroscena sono stati svelati… E quali tranelli avrà tramato l’astuta conduttrice per farle sbottonare. Non resisto. Mi immergo nella visione.

Aggiungi un commento 5 Gennaio, 2009

Il cosmo sul comò

Sketch differenti, che fanno pensare a un cosmo di situazioni, frangenti di vita, epoche. L’intento di Aldo, Giovanni, Giacomo e del regista, Marcello Cesena, è quello di costruire parodie a sé stanti, una simpatica miscellanea di personaggi, circostanze, pensieri nati dalla fantasia oppure dall’osservazione della sbalorditiva razza umana. Solo un episodio de “Il cosmo sul comò” ritorna in più occasioni, quello dell’asceta confinato in un luogo ameno e sperduto (Giovanni), in eterna meditazione solitaria, raggiunto da due improbabili discepoli (Aldo e Giacomo) in cerca di risposte universali. Con questa scena ‘mistica’ il film si apre e si conclude, ma in essa ci si rifugia anche tra uno spezzone e l’altro, quasi a offrire una rassicurazione, un elemento di continuità e quiete riconoscibile per lo spettatore.
Ciascuna gag è introdotta da un titolo e vede la presenza, insieme al trio, di numerosi attori noti: Luciana Turina (l’insopportabile suocera di Aldo nella sequenza dedicata alle vacanze estive di un gruppo di amici con famiglie al seguito), Sergio Bustric (il Napoleone che compare nella pinacoteca dei quadri ‘viventi’), Sara D’Amario (la moglie inquieta di Giacomo nell’episodio “Temperatura basale”, incentrato sul vano e reiterato tentativo di rimanere incinta), Isabella Ragonese (la giovane negoziante amata dall’impacciato Aldo, nella gag che parla di preti, imbrogli, e fughe), Victoria Cabello, Silvana Fallisi, Cinzia Massironi. Seppur per brevi istanti, compaiono anche Raul Cremona (un dentista tramortito) e Angela Finocchiaro (una ginecologa diffidente e sfiduciata). Un cast artistico di spessore che contribuisce a innalzare la quota del lungometraggio, che non diverte sempre o, almeno, non quanto ci si aspetterebbe.
Una comicità che punge in modo altalenante, oscillando tra coinvolgimento vero e proprio (come nel caso dell’avventura parrocchiana o della parodia sulla fecondazione) e tiepide risate, che è difficile negare ad artisti creativi e sperimentali come Aldo, Giovanni e Giacomo, capaci di exploit indimenticabili, fra cui le scanzonate vicende della tv svizzera commentate dalla Gialappa’s.

Aggiungi un commento 4 Gennaio, 2009

Mal di pietre

Scarno. Un romanzo di un centinaio di pagine che non per questo risulta povero. La colpa è dello stile, della scrittura talmente elementare da avvicinarsi a quella parlata, dove ogni ripetizione, inflessione, stento linguistico è perdonato. L’ancoraggio al dialetto sardo, in cui l’autrice si rifugia di tanto in tanto, non lo reputo tra l’altro un artificio degno di nota. Il dover affidarsi alle spiegazioni a fondo pagina per comprendere i dialoghi, è persino seccante.
Veniamo al nocciolo del libro, la storia. Una nipote, sconosciuta al lettore, che descrive le tappe di vita della sua amata nonna, una donna strampalata, fantasiosa, passionale, costretta dai tempi, dalla famiglia, dal destino, a rinunciare per sempre all’amore. E che alla fine se lo inventa. Una signora con i reni ‘guasti’, che le provocano il terribile ‘mal di pietre’ enunciato nel titolo, che sopporta il dolore come una punizione irreversibile. Sullo sfondo, la fine di una guerra e l’inizio di un’altra, una Sardegna dignitosa e incerta, un sottobosco di convenzioni, piccole ipocrisie, privazioni, volgarità e prestazioni umilianti (ma come fa la nipote a conoscere certi particolari a luci rosse? Mah…).
L’originalità del racconto è nella conclusione, semplice, ma non ovvia. Per il resto calma piatta, noia, un’andatura regolare e scialba, un rapporto proibito, quello tra la nonna e il Reduce, che nell’intenzione della Agus dovrebbe coinvolgere ed entusiasmare il pubblico, ma che invece lascia distaccati e freddi.

Aggiungi un commento 31 Dicembre, 2008

Come dio comanda

Una colonna sonora assordante, da tapparsi le orecchie, capace di guastare un’atmosfera. Colpa dell’audio eccessivo in sala? O scelta consapevole del regista? Me lo sono domandato già dopo il primo accostamento delle mani ai padiglioni auricolari, a metà del primo tempo. Una musica che diventa asfissiante. Non me la spiego, anche perché il romanzo di Niccolò Ammaniti, a cui il film si rifà, è ovviamente silenzioso, pagine e pagine di scrittura serrata, cadenzate da un ritmo veloce, che fanno immaginare le scene di un film, in cui le parole, pesanti come massi, bastano a frastornare il lettore.
Il lungometraggio di Gabriele Salvatores dà un potere smisurato alle canzoni. Persino la bella “She’s the One” di Robbie Williams, passata ripetutamente nel lettore mp3 della malcapitata Fabiana (Angelica Leo), assurge a ruolo centrale, acquisendo significati spropositati. E perché? Non erano sufficienti le azioni violente, le ambientazioni infernali, le sciagurate decisioni prese dai personaggi, a rendere drammatico il quadro?
Cristiano (Alvaro Caleca) è un adolescente travagliato: suo padre, Rino Zena (l’attore teatrale Filippo Timi) è un neofascista convinto, razzista fino al midollo, manesco, abituato a farsi giustizia da sé. Il ragazzo lo teme da un lato, e lo rispetta dall’altro. Ne riconosce le debolezze, ma ne condivide gli ideali. Insieme vivono in una bettola, tra urla, sbronze, litigi, pianti, sberleffi, risate e sono tallonati da un assistente sociale che punta a separarli. Manca un lavoro stabile, e anche una donna che sistemi il disordine delle loro vite.
In mezzo a loro, solo un povero disgraziato, Quattroformaggi, un disperato col cervello fritto per colpa di un cavo elettrico scoppiatogli addosso in un incidente di lavoro. Sarà questo scemo del villaggio, interpretato con arte da Elio Germano, che passa i giorni a costruire un presepe immaginario e a sognare l’amore di una porno star, a rendere ancor più precarie le condizioni di tutti. Un omicidio ingiusto darà il via a sospetti dolorosi, sotterfugi impensati, gesti atroci.
Ciò che il libro aveva suscitato, il film lo solletica soltanto. Il “tanto” che emerge dal racconto, si riduce a poca cosa dietro la macchina da presa.
Un film da vedere, forse, solo se non si è letto il libro. Lo sconsiglierei, inoltre, come visione cinematografica: meglio affittare il dvd, tra qualche mese, senza abbandonarsi ad attese e speranze particolari.

3 commenti 28 Dicembre, 2008

Un assaggio di Giappone

Niente tombola questo Natale. Nemmeno un sette e mezzo o una bestia stiracchiata. Nessun gioco in scatola o in consolle, niente di niente. In compenso siamo stati intorno a una tavola a ridere e masticare, ridere e sorseggiare, ridere e sgranocchiare. Fino alle 19. Poi una scappata in automobile per un assaggio di Giappone. Ho conosciuto una ragazza di Kyoto, in Italia ormai da 10 anni, che mi ha offerto un antipasto irresistibile, a base di cultura nipponica. Avevo la pancia pienissima, ma non potevo dire di no…
Ho scoperto che una sposa, nella terra del Sol Levante, trascorre ore e ore a truccarsi e acconciarsi. E che il più delle volte è una parrucca quella che le adorna la testa, una inconsueta e spregiudicata parrucca. E che ha bisogno di un valido aiuto per indossare il kimono adatto alla cerimonia. Anche il marito veste l’abito della tradizione e sembra un samurai.
Ho capito che la madre della sposa è l’organizzatrice tuttofare della sala, dei tavoli, del ricevimento intero. Guai a sgarrare, ne va della reputazione dell’intera famiglia.
Un fatto in particolare mi ha stupito: nella disposizione dei tavoli e nella scelta dei posti da assegnare, non vige la regola, come qui da noi, “prima i genitori, poi i parenti, a seguire via via gli amici e i conoscenti”, ma l’esatto contrario. Il tavolo vicino agli sposi spetta alle persone più ‘distanti’, a quelle che non conoscono gli altri invitati, a coloro che non sono in intima confidenza con la coppia e con i suoi familiari. Strano, vero? Ma nobile. Il pensiero è gentile, perché è rivolto a non mettere in disparte nessuno, a cancellare gli imbarazzi, a far sentire tutti coinvolti nella festa, a non creare emarginati o divisioni di sorta. Un gesto di altruismo nel giorno in cui si celebra l’amore di due soli individui.
Sono poi venuta a conoscenza di un’usanza insolita e, a mio parere, stressante. Gli sposi, dopo il matrimonio, hanno l’obbligo (morale) di ‘ricambiare’, acquistando dei regali per gli invitati, il cui valore equivalga almeno alla metà di quelli ricevuti. Ma non è finita: gli sposi devono consegnare i doni direttamente a casa dei familiari o amici e questi ultimi saranno lieti di ringraziare porgendo tè e dolcetti (da non consumare all’istante, ma da impacchettare e portare via).
Ho imparato che le cassiere, al bar o al supermercato, porgono il resto stringendo il denaro tra due mani, con cura e delicatezza, facendo attenzione a non gualcirlo…
Ho concluso che il Giappone non è la patria della spontaneità o degli abbracci, che non ama i gesti plateali e le manifestazioni d’affetto. Ma sa cos’è il rispetto, degli altri, del bene comune e delle regole; detesta i furbetti e i corrotti; insegna a dare valore a ciò che lo merita.
Un’ora trascorsa in compagnia di una ragazza giapponese mi ha ricordato i tempi di educazione civica, con la differenza che allora si trattava solo di fumose parole.

2 commenti 26 Dicembre, 2008

La solitudine dei numeri primi


Una trovata vincente (il riferimento ai numeri primi), un attacco efficace, una scrittura onesta, un’idea di narrazione discontinua (con sbalzi temporali a delineare le vite dei protagonisti). Poco, a mio parere, per giustificare un boom di vendite e consensi. Il libro d’esordio di Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega 2008, alterna rari sprazzi creativi a lunghi frangenti immobili, in cui nulla di significativo succede e il racconto si incaglia.
Alice e Mattia, che nell’incipit calamitavano l’attenzione del lettore, dopo aver subito uno scacco fatale, rimangono paralizzati, ingarbugliati su se stessi, avviluppati nella sofferenza che si sono provocati.
Il gancio narrativo tiene vivo l’interesse fino agli anni dell’adolescenza, quando i due ragazzi si incontrano e si scoprono simili, perduti e soli. Schivi, paurosi, vittime di un dolore troppo forte per dargli tregua. Poi, con il passaggio all’età adulta, le emozioni si sgonfiano, si disperdono nel vuoto e subentra la monotonia. Una calma piatta che annoia, perché non appare funzionale alla storia. Mattia trova riparo nei numeri, nella certezza offerta dalla matematica, Alice si rifugia nell’anoressia: scacciando il cibo, tiene lontani i fantasmi che si annidano sul suo corpo deturpato.
Così è, da metà libro fino alla fine.
Senza un sussulto, uno scossone, un seppur lieve segno di sviluppo. E’ chiaro che il punto è proprio questo: l’ineluttabilità di certe azioni, l’assenza di rimedio ai gravissimi errori compiuti. Eppure un romanzo ha bisogno di eventi, di fatti che imprimano un cambiamento, per quanto minimi o apparentemente irrilevanti. Altrimenti rischia di trasformarsi in puro esercizio di stile, in mezzo espressivo a uso esclusivo dell’autore, che si autocompiace, dimenticandosi il dialogo con il pubblico.
Alice e Mattia non evolvono, non si riscattano, né si distruggono. Rimangono appesi a un limbo. Ma un senso al loro distacco, francamente, non si trova. Sembra una forzatura il dover a tutti costi rimanere lontani. Scegliere l’infelicità per punirsi? Cercare nell’isolamento la tremenda conseguenza dei propri sbagli? Se fosse così, allora perché concedersi baci e confidenze segrete? Perché sperare, illudersi di abbandonarsi all’amore?
Non mi aspettavo un happy end, quello avrebbe stonato. Ma nemmeno un vorrei ma non posso, una placida e immotivata rassegnazione.

Aggiungi un commento 22 Dicembre, 2008

Picasso, l’arlecchino dell’arte

Il tubo, cadeau gentilmente offerto dall’ufficio stampa, altro non era che un poster arrotolato che riproduceva un’opera di Picasso. Il punto era: quale? L’interessante visita nelle sale del Complesso del Vittoriano, per la mostra “Picasso, l’arlecchino dell’arte“, si era appena conclusa e la speranza era di ricevere in dono l’immagine di un arlecchino cubista, oppure il ritratto smosso di qualche bella amata dall’artista, o la trasposizione su carta di un acquerello surrealista… Ma io e le mie colleghe non osavamo srotolare il tubo, così, in quattro e quattr’otto, con i piedi infreddoliti puntati sui gradini della scalinata. Preferivamo attendere il rientro a casa e svelare il mistero lentamente, gustandoci la sorpresa.
L’esposizione, con guida dedicata e scia di giornalisti curiosi ammassati intorno alle opere, ha mostrato la multiforme arte di Picasso in un periodo circoscritto, dal 1917 al 1937, quando il genio di Malaga si è crogiolato nelle rassicurazioni del classicismo e si è lasciato tentare dalle seduzioni del surrealismo. Figure spigolose e cangianti, molteplici livelli di interpretazione, colori vivaci o, d’altra parte, grigi tenui e monocordi. La produzione di Picasso è tra le più prolifiche di tutti i tempi, sempre aperta al nuovo, al diverso, alle correnti d’avanguardia, ma anche alle sponde offerte dalla pittura più tradizionale. Ricettiva e mai selettiva, strabordante di messaggi e contenuti. Eppure, sono gli accostamenti azzardati, i cubi sovrapposti, i profili cangianti, le trame ingarbugliate, quelle che avvincono di più. Il Picasso che non si dimentica è quello graffiante e incongruo, che beffardo gioca con le proporzioni e trasforma 3 puntini in un volto significativo.
Distesa sopra il letto, finalmente manifesta, la stampa ricevuta in regalo mi ha deluso. Su di essa un arlecchino anonimo, sbiadito, un po’ depresso. Era il primo presentato in mostra, quello che lascia poco spazio all’immaginazione e che a fatica riesco ad associare alla cifra dell’artista spagnolo. E’ quello che vedete qui sotto.

Aggiungi un commento 19 Dicembre, 2008

Attese feconde

Le attese offrono spunti di riflessione. In fila alla cassa del bar o allo sportello del bancomat, con il numeretto stropicciato in mano, aspettando la chiamata del medico o quella del fornaio, impalati in un parcheggio, a cronometrare il ritardo di un amico svagato. I frangenti di vita immobile, in cui impazienti lasciamo trascorrere il tempo, possono trasformarsi in mostre d’arte ‘umana’. Sono occasioni per scrutare gli sconosciuti che ci passano a tiro e fantasticarci su.
Ecco il frutto dei miei incontri casuali più recenti. Una ragazza bruna che parla tenendo il mento appiccicato al collo, schiacciandolo verso il basso, in maniera goffa. E con due occhi spalancati, che sembrano mangiarti quando si rivolge a te. Che buffa. Un adolescente dal look stracciato, dalla punta dei capelli a quella delle scarpe. Ma con le mani e le unghie perfette, lisce ed allungate, elegantissime. Una signora su di peso in bilico sui trampoli, tacchi con zeppe da circo, ma a suo agio come una modella. E un’altra con l’ombrello aperto sotto il sole. Una tizia con un look disperato, che indossa come se nulla fosse il famoso maglione con l’alce alla Bridget Jones. Le persone sono, siamo, così: comunicano sempre, volenti o nolenti, lanciano segnali e spunti che dall’esterno è bello cogliere, per ricamarci sopra una storia, un’idea, un articolo.

Aggiungi un commento 18 Dicembre, 2008

Sulla scrittura

La civiltà è nata dalla scrittura: peccato che oggi non si scriva più
- Alberto Bolaffi -

Aggiungi un commento 15 Dicembre, 2008

Senza senso

Sfogliavo le pagine di una rivista faro per l’interior design, AD, e l’occhio mi è caduto sulla didascalia di una foto. Protagonista dell’immagine era una credenza di gusto dubbio, con esposte delle statuine rosse a forma di dinosauro, raccapriccianti. Ma non è questo il punto. Il testo riportava la ’spiegazione’ dell’oggetto, attraverso le parole dell’ideatrice, che riporto per intero: “Esacerbando attraverso l’illuminazione il suo decoro artigianale, ne evidenzia l’impossibilità di produzione odierna, facendolo assurgere a scultura totemica e valorizzando invece il suo pensiero retroattivo“. Dopo aver letto questa ‘chiarissima’ descrizione, sono sbottata a ridere. Ho pensato che tale commento, di certo non estemporaneo ma lungamente studiato a tavolino, frutto di un’ingegnosa riflessione, è privo di senso, faticoso, artificioso, complicato, fastidioso, sgradevole all’occhio. Come la credenza a cui si riferisce, in effetti. E questo tipo di linguaggio, forzato e astruso, volutamente incomprensibile ai più, è quello che più detesto.

Aggiungi un commento 15 Dicembre, 2008

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