La prima volta che ho sentito parlare di Mosquito, l’apparecchio antigiovani, ho pensato che si trattasse di uno scherzo. Poi, approfondendo l’argomento su Internet, ho scoperto che questo marchingegno esiste veramente e sta riscuotendo successo in alcuni paesi europei (Belgio, Inghilterra, Svizzera).
È un dispositivo che emette un suono fastidioso modulato a 17khz, udibile solo dagli under 25. Viene installato all’esterno di alcuni luoghi (come hotel, banche o palazzi “importanti”), per evitare che comitive di ragazzi si riuniscano nella zona e arrechino disturbo. L’antipatico sibilo, infatti, spingerebbe gli adolescenti ad allontanarsi in fretta e furia, impedendo loro di fare confusione.
L’uso degli ultrasuoni antibaccano ha sollevato (per fortuna!) una levata di polemiche e critiche negative. Innanzitutto perché potrebbe provocare dei danni seri all’udito dei ragazzi e, in secondo luogo, perché la potenza del sibilo è tale da estendere i suoi effetti negativi anche oltre il posto in cui è installato. Ciò che è ancora più grave, secondo me, è la finalità perseguita da Mosquito: l’idea di considerare e trattare gruppi di giovani alla stregua di stormi di uccelli indesiderati, è deprimente.
Polizia e forze dell’ordine non bastano contro le urla e gli schiamazzi? È necessario ricorrere a un apparecchio subdolo e discriminatorio? E poi, chi l’ha detto che gli over 25 siano più silenziosi e disciplinati dei teenager? Oltretutto, gli adolescenti si sono già presi la loro rivincita: pare che sul mercato siano in circolazione delle suonerie per cellulari, ad ultrasuoni, percepibili solo da loro e che vincono sul controllo degli adulti. Lì dove è proibito tenere acceso un cellulare (come in classe), è possibile non essere scoperti dai propri professori e ricevere anzi, indisturbatamente, messaggini e squilletti. Chi la fa, l’aspetti…
6 Aprile, 2008
Chissà perché la mia amica, seduta nel posto accanto a me al cinema, si è commossa alla fine di “Tutta la vita davanti”… Eppure la maggior parte del pubblico in sala si è divertito, e ha sorriso nel vedere i salti mortali che la neolaureata Marta ha dovuto compiere per trovare uno straccio di lavoro. Completato il percorso universitario in Filosofia cum laude, la giovane protagonista, interpretata dalla convincente Isabella Ragonese, capisce immediatamente che trovare un’occupazione soddisfacente, in regola e in linea con i suoi studi, è un’impresa titanica. I colloqui nelle case editrici di mezza Roma finiscono con il solito, sconfortante “le faremo sapere” e i tentativi di intraprendere la carriera universitaria (avallati dalla madre insegnante, malata di tumore) svaniscono in poco tempo. Ma un giorno, mentre Marta è sulla metropolitana a meditare sulla sua desolante condizione di disoccupata, incontra una coppia in difficoltà, una mamma e una figlioletta che hanno bisogno di lei. Capisce di non poter più fare a meno di un’entrata economica e decide di cominciare la sua nuova vita: come baby-sitter di una bambina trascurata, coinquilina della sua sconsiderata mamma e lavoratrice precaria presso la Multiple.
Qui si ritrova insieme a tantissime altre ragazze, della più composita estrazione sociale, a dover trascorrere le ore al telefono, per convincere ignare casalinghe a comprare un magico robottino tuttofare o almeno a fissare un appuntamento per una dimostrazione gratuita in casa propria.
Lo scopo malcelato è quello di “accalappiare” più persone possibili, usando ogni mezzo, anche il pietismo “Aiuti una giovane ragazza come me ad arrotondare il suo esiguo stipendio, accettando di incontrare il nostro incaricato Multiple…”.
Ma quello che a prima vista può sembrare un call center moderno, stimolante e all’avanguardia, si rivela presto un bluff. Ogni giorno al suo interno avvengono fenomeni strani: le ragazze sono costrette a cantare una specie di inno aziendale, per innalzare i livelli di motivazione ed entusiasmo. Le telefoniste devono stare alla cornetta con il sorriso stampato sul volto, per trasmettere positività e gioia, hanno scarsissima autostima e vengono pubblicamente umiliate se commettono qualche sbaglio. Al centro di questa schiera di giovani precarie, troneggia la capotelefonista Daniela (una Sabrina Ferilli in forma smagliante, calata alla perfezione nel ruolo della donna arrivista e invidiosa) che ha il compito di tenere alto il morale delle ragazze, premiare le più brave e demolire psicologicamente le meno produttive. Il grande capo della Multiple è un uomo ambizioso, cinico e spregiudicato (Massimo Ghini), che copre di ridicolo i suoi assunti, li sottopone a penitenze da caserma militare e gli urla insistentemente nell’orecchio che solo i vincenti ce la faranno.
I temi “caldi” affrontati dal regista, Paolo Virzì, sono numerosi e rispecchiano la condizione attuale dei giovani italiani, alle prese con sfruttamento, immobilismo professionale, raccomandazioni e continue incertezze. Si ironizza su un mondo dei call center meschino e subdolo, pieno di competizione e insensatezze, che rappresenta l’Italia tutta, la desolante (e imbarazzante) condizione in cui il nostro paese è finito. “Tutta la vita davanti” non può essere considerato solo una commedia, perché esprime ferocia e tristezza, mostra come padroni e subalterni condividano la stessa deprimente vita di stenti, chi in ambito economico, chi nelle relazioni umane. Forse è la consapevolezza di quanto sia diventato brutto e piccolo questo nostro Stivale ad aver fatto piangere la mia amica.
3 Aprile, 2008
Il lavoro è precario, i salari sono i più bassi di tutto l’Occidente, la tassazione sui redditi dipendenti è pari al 46%, le pensioni che percepiranno i 30enni e 40enni di oggi sarà irrisoria… L’economia italiana è sprofondata in una crisi nera e in TV, sui giornali, alla radio, non si parla d’altro. Le famiglie non riescono ad arrivare a fine mese, il costo della vita è aumentato a dismisura, il prezzo di benzina e gasolio cresce senza soluzione di continuità, la classe media rischia di soccombere, schiacciata dai debiti, dalle rate del mutuo e dalle bollette che salgono alle stelle. Non ci sono i presupposti per una ripresa nel breve-medio periodo e l’angoscia, mista a rabbia, sale. Dappertutto c’è malcontento e disagio, ovunque ci si affligge e si cercano capri espiatori.
Per me e per quelli della mia generazione (classe ’78) non solo il futuro, ma anche il presente è un grosso punto interrogativo. Un moto di ansia ci pervade, un’angoscia dovuta a un senso di impotenza e frustrazione. Non se ne può più dei dibattiti sterili e dello scambio di accuse, delle proposte vane e delle analisi catastrofiche degli economisti. Ogni volta che si discute di “crisi italiana” cambio canale, o volto pagina. Non mi va di deprimermi, né di pensare a tutte le nostre sfortune ed entrare nel tunnel del pessimismo cosmico. Cerco un comico che mi faccia ridere, una lettura “leggera” che mi distragga, una compagnia spensierata. Non essendo una rivoluzionaria scelgo di rivoluzionare solo il mio stato d’animo. E per me è già una grande conquista.
20 Marzo, 2008
Una settimana fa è stata la mia festa e quella di milioni di altre donne. L’8 marzo ha fatto capolino in questo 2008 malinconico e nervoso, per ricordarci che signore tenaci e coraggiose, tanti anni fa, hanno lottato per un’ideale, per ottenere rispetto e uguaglianza sociale. E le lotte continuano ancora oggi, tutti i giorni, in famiglia, in ufficio, in casa e fuori, sempre. A volte vinciamo, a volte (troppe) perdiamo, ma il punto è non arrendersi e affrontare il resto del mondo a testa alta.
Queste e altre considerazioni dovrebbero indurre le donne a festeggiare come si deve la ricorrenza dell’8 marzo. Basterebbe dedicare del tempo a se stesse, magari per riflettere, ricordare, discutere con le amiche, cercare di sciogliere i grovigli della propria esistenza. Oppure trascorrere la serata in allegria, ridere, fare o dire scemate, rivelarsi segreti come si faceva da bambine con le amichette del cuore. L’8 marzo è una scusa per far rilassare le donne almeno un giorno all’anno… Eppure, la maggior parte di loro sembra snobbare questa data. Alla domanda “Che fai l’8 marzo?” le risposte più ricorrenti sono: “Niente di che”, “Nulla di speciale” o “Che c’è da festeggiare?”… Domina un misto di scetticismo e sospetto, perché il pensiero va alle serate pruriginose organizzate in numerosi locali: spogliarelli, spettacoli in cui gli uomini fanno a gara per sedersi sulle ginocchia delle clienti, riunioni di donne “assatanate” che sembrano vere e proprie oche giulive. Ma io credo che sia un peccato rinunciare a un’occasione di confronto e complicità femminile a causa di qualche repressa. Non c’è niente di meglio che condividere una manciata di emozioni con qualcuno che può comprenderti fino in fondo e parla la tua stessa lingua.
15 Marzo, 2008

Tre episodi che raccontano tre Italie, dal punto di vista di Carlo Verdone. Tre personaggi che conosciamo, che hanno segnato gli esordi della carriera cinematografica dell’attore romano, e che ritornano con qualche chilo di troppo, un po’ di capelli in meno e molti anni in più…
L’ingenuo e timidissimo Mimmo affezionato alla nonna, è oggi Leo, sposato con una compagna di scout (Geppi Cucciaro) e con due figli paciocconi che parlano come lui (lo stesso Verdone si è divertito a doppiarli). Nella prima parte del film li vediamo alle prese con una morte inaspettata e con gli imbranati tentativi di offrire una degna sepoltura alla salma. Le situazioni sono spassose: l’arrivo di un becchino coatto che sniffa e che guida il carro funebre come se fosse una macchina da rally, la scelta del cimitero sbagliato, il pastrocchio con la cremazione, i battibecchi con il fratello lontano venuto dall’Australia. Non si ride a crepapelle, ma il buonumore è assicurato.
Il secondo episodio di “Grande, grosso e Verdone” è incentrato sulla figura di Callisto, terribile evoluzione del cacofonico e snervante Furio di “Bianco rosso e Verdone”. Lo ritroviamo con un figlio adolescente, Severiano, disperato, che coltiva il segreto desiderio di scappare e veder morto il padre.
In effetti sopportare un uomo tremendamente antipatico, maschilista, ossessivo, logorroico e vizioso come Callisto è un’impresa ardua per chiunque. Professore di Storia dell’Arte e appassionato di musica classica, vive rinchiuso in una casa che sembra un museo e il suo passatempo preferito è andare a prostitute di nascosto. Quando Severiano conosce Lucilla, studentessa universitaria dolce e intelligente, per lui si apre finalmente uno spiraglio di libertà. I due ragazzi si alleano e mettono in atto un piano perfetto per fuggire insieme. Purtroppo le cose prendono una piega diversa da quella che avevano sperato…
Verdone utilizza la figura di Callisto per rappresentare la piena decadenza della borghesia, una commistione di ipocrisia, corruzione, ristrettezza mentale. Vederlo all’opera è deprimente, per nulla divertente.
Il terzo e ultimo racconto è quello più simpatico e riuscito (non a caso dura di più, un intero tempo). La coppia di romani in crisi, Moreno (Carlo Verdone) ed Ezia (Claudia Gerini), è il ritratto perfetto della cafoneria arricchita. I due appaiono eccessivi, grossolani, fuori posto in qualunque momento e in qualsiasi situazione. Nel film viene descritto un momento difficile nella loro relazione e nel rapporto con il giovane figlio Steven. Per ritrovare la serenità e “ricompattarsi” organizzano una vacanza a Taormina, in un prestigioso albergo dell’isola. Ma quell’ambiente raffinato ed esclusivo non è disposto ad accogliere una famiglia di maleducati rumorosi e invadenti. Cellulari con suonerie assurde, look esagerati, modi rozzi e volgari… Moreno ed Ezia fanno disperare il personale e gli ospiti dell’hotel senza rendersene conto. Per loro è naturale dare la mancia quando non serve, urlare a squarciagola e buttarsi in piscina sollevando un’ondata di schizzi.
Verdone e Claudia Gerini si dimostrano perfetti in questa parte, del tutto “naturali” e convincenti come ai tempi di Ivano e Jessica di “Viaggi di nozze”. C’è poi da aggiungere l’incredibile forma fisica di lei, un valore aggiunto di non poco conto (le reazioni dei “maschi” in sala lo confermano).
Il regista e attore della capitale ha dichiarato che con “Grande, grosso e Verdone” saluta definitivamente i suoi cavalli di battaglia e che non vestirà più i panni dei suoi personaggi storici. Forse fa bene, ma sono certa che un tuffo nel passato sarà sempre gradito ai suoi fan.
9 Marzo, 2008
Provate a immaginare di vivere un giorno da uomo (se siete donne) o da donna (se siete uomini). Vi svegliate domani mattina e non siete più voi, perché avete cambiato sesso. Come vi sentite? Quali sensazioni provate?
E’ il tema lanciato qualche giorno fa da una nota emittente radiofonica che ha scelto di “stuzzicare” il suo pubblico così. Le reazioni degli ascoltatori non si sono fatte attendere. Ve ne riporto alcune, cominciando da quelle delle donne: “Se fossi un uomo, mi darebbe fastidio avere quell’attributo lì, sarebbe scomodo” o “Che scocciatura farmi la barba!”. Meno concentrati sull’aspetto fisico, e più “impegnati” gli interventi del tipo: “Se fossi un uomo mi sentirei sicuro di me, forte e tutelato” e “Avrei meno paura”.
D’altro canto, gli uomini hanno puntato molto su un punto di forza indiscutibile delle donne…“Se fossi una donna mi prostituirei tutto il giorno e cercherei di sfilare soldi a palate agli uomini…” o “Starei tutto il giorno a toccarmi il seno”. Oltre al genere “donna = strumento di sesso”, molto in voga anche l’equazione “donna = mamma”: “Vorrei vivere l’esperienza della gravidanza e capire cosa si prova”.
Un’altra categoria di risposta che è andata per la maggiore è quella delle “donne = sanguisughe”: “Se fossi una donna vivrei alle spalle del mio uomo tutta la vita”.
Nello stesso periodo in cui la trasmissione radiofonica mandava in onda questi commenti, alcuni studenti italiani delle medie superiori svolgevano un tema sullo stesso argomento. Ma a differenza degli adulti, la maggior parte dei ragazzini ha scritto: “Le donne hanno una forza incredibile e sanno ottenere ciò che vogliono!” e “Essere donna è meglio, molto meglio!” e infine “C’è poco da fare, hanno una marcia in più!”.
Bisogna ammettere che gli adolescenti, quando vogliono, sanno trovare le parole giuste…
2 Marzo, 2008

Grazie alla sua palpebra sinistra Jean-Dominique Bauby, intrappolato in un corpo paralizzato, riesce a comunicare con il mondo. Il suo occhio funge un po’ da vocabolario, gli basta chiuderlo tante volte quante sono le lettere che ha intenzione di usare. È un esercizio complicato e faticoso, ma lui si allena con costanza e dedizione, perché il suo alfabeto speciale gli consente di interagire con gli altri.
Il metodo del battito delle ciglia è l’invenzione di una giovane e tenace ortofonista, che ogni giorno lo va a trovare in ospedale e lo aiuta a tradurre i suoi ferventi pensieri in parole.
La pellicola di Julian Schnabel, vincitore del Premio come miglior regia al festival di Cannes del 2007 e dei Golden Globes per il miglior film straniero e per la regia, racconta l’esperienza vera e drammatica di Jean-Dominique Bauby (direttore del magazine femminile Elle in Francia) stroncato da un fulminante ictus nel dicembre ‘95, all’età di 43 anni. Bauby è caduto in uno stato di coma dal quale si è risvegliato, dopo qualche mese, paralizzato dalla testa ai piedi. La locked-in syndrome, questo il nome della rara malattia che lo ha colpito, ha stretto il suo corpo in una trappola, come se fosse chiuso dentro se stesso.
Ma tanto il fisico di Bauby è immobile e pesante come un insopportabile scafandro, quanto la sua immaginazione è libera e leggera come una farfalla. E la farfalla lo fa volare nel suo passato, per rivivere i momenti di felicità ormai perduti, per rivedere i tanti amori della sua vita e i numerosi successi che ha ottenuto. Immobile nel letto dell’Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer, Jean-Do vede scorrere davanti al suo lucidissimo occhio le persone che gli vogliono bene, la sua ex moglie, i figli, il padre. Li osserva e cerca di parlare con loro, ma vorrebbe accarezzarli, stringerli a sé, eliminare dal loro sguardo la sofferenza per la sua condizione e l’imbarazzo per ciò che è diventato. Lui, che un tempo era forte, brillante e spregiudicato, adesso si sente disarmato e del tutto dipendente. Ma nonostante la crudeltà del destino che gli è capitato, Bauby non si arrende e impiega le sue ore per comporre il libro che racconta la sua esperienza. Forma le parole nella sua mente, le memorizza e poi le comunica alla logopedista strizzando l’occhio in corrispondenza delle lettere che lei recita ad alta voce. Il libro, edito dalle Edizioni Robert Laffont nel 1997, è stato pubblicato dieci giorni prima della sua morte ed ha ottenuto un grande successo.
La performance di Mathieu Amalric è autentica e appassionata, piena di vitalità e inespressività insieme. L’attore è riuscito a sintetizzare perfettamente la duplice esistenza di Jean-Dominique. Un applauso va rivolto anche al cast di supporto che vede Max von Sydow nel ruolo del padre, Emmanuelle Seigner come ex e madre dei suoi figli, la dolcissima Marie-José Croze nel ruolo della logopedista e, in un brevissimo ruolo, anche Jean-Pierre Cassel, recentemente scomparso.
2 Marzo, 2008
Se vi dico “Dead Poets Society” cosa vi viene in mente? E il titolo “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” vi ricorda qualcosa? Scommetto che state brancolando nel buio… Si tratta di film famosi, nella loro titolazione originale: il primo è “L’attimo fuggente”, il capolavoro di Peter Weir del 1989 con Robin Williams, il secondo è “Se mi lasci ti cancello” del 2004 diretto da Michel Gondry, con Jim Carrey e Kate Winslet.
Come potete constatare da soli se masticate un po’ d’inglese, le traduzioni italiane sono del tutto lontane dal significato auentico. E se “L’attimo fuggente” mantiene quantomeno un alone di mistero e pregnanza, “Se mi lasci ti cancello” è del tutto fuorviante… fa pensare a una commedia dozzinale e priva di spessore, mentre in realtà la pellicola di Gondry è così poetica e sofisticata da meritarsi un posto d’onore nella classifica dei migliori film degli ultimi 10 anni.
Mi sono sempre chiesta chi fossero gli autori di certe scellerate traduzioni e perché si volesse a tutti i costi trasformare i film più ricercati in prodotti commerciali, adatti solo al pubblico di massa. Ecco qualche altro esempio di invenzione cinematografica nostrana : “Ti odio, ti lascio, ti…” (titolo originale: “The Break Up”, ovvero “La fine di una relazione”), “Che pasticcio, Bridget Jones!” (titolo originale: “Bridget Jones: the Edge of Reason”, vale a dire “Bridget Jones: l’età della ragione”), “Mamma ho perso l’aereo” (titolo originale: “Home Alone”, cioè “A casa da solo”), “Il tempo delle mele” (titolo originale: “La Boum”, ovvero “La festa da ballo”).
La lista è lunghissima e annovera sia film datati, come “Gioventù Bruciata” (titolo originale: “Rebel Without a Cause”) sia lungometraggi più recenti, come “Il profumo del mosto selvatico”, (titolo originale: “Walking Through the Clouds”, cioè “Camminando sulle nuvole”).
Fortunatamente la pratica di stravolgere il significato dei titoli originali non è in uso solo da noi italiani. Pensate che “La ciociara” di Vittorio De Sica è diventato, per il mercato estero, “Two Women”, “Due donne”. Stavolta è proprio il caso di dire che “tutto il mondo è paese”.
20 Febbraio, 2008

La notte dopo aver visto “Into The Wild” di Sean Penn ho sognato Christopher McCandless (l’attore Emile Hirscht), trasformatosi in Alexander Supertramp (il Supervagabondo) sofferente e solo in Alaska. Non è successo solo a me, anche al mio ragazzo e alla mia amica, che erano seduti al mio fianco al cinema.
Credo che sia inevitabile continuare a pensare, anche dopo le 2 ore del film, alla straordinaria esperienza vissuta da questo ragazzo americano, appena 23enne, avventuratosi nelle terre selvagge per cercare il senso più profondo della vita e inseguire la sua felicità. Ho ancora impressi nella mente i suggestivi paesi attraversati da Chris con lo zaino sulle spalle: Nuovo Messico, Arizona, Sud Dakota, su su fino ai paesaggi ghiacciati dell’Alaska. Porta con sé tanti libri, le parole degli autori che più ama e nelle quali si riconosce (London, Thoreau, Kerouac), qualche conserva di cibo, una tenda, pochi stracci e nessun soldo. Crede che il denaro sia uno dei principali responsabili dei mali della società, della corruzione, del pregiudizio e della falsità. I suoi genitori rappresentano il simbolo di questa decadenza: persone ipocrite, infelici, attente solo a difendere le apparenze, tenacemente conservatrici. Sono loro la causa del suo malessere.
È principalmente da loro che Christopher scappa. Dopo aver conseguito la laurea con ottimi voti per compiacere i suoi, dona in beneficenza i suoi averi e si mette in viaggio, senza lasciare nessuna traccia di sé. Chris ama le cose autentiche, desidera “Chiamare le cose con il loro vero nome”, crede nella verità assoluta, nel contatto primordiale e primitivo con la Natura. Per questo è diretto verso mete lontane, inaccessibili, in cui sarà costretto a fare i conti solo con se stesso.
Durante il suo lungo vagabondare, scopre un’America selvaggia e cruda, incontra persone di ogni specie: da una coppia hippy in crisi, a un contadino coinvolto in traffici illegali, da una ragazza con la chitarra che si invaghisce di lui, a un vecchio vedovo che lo vorrebbe adottare. Ovunque vada, porta una ventata di freschezza ed energia e lascia un segno forte della sua presenza. Ma niente e nessuno riesce a fermarlo: il suo obiettivo è continuare il solitario cammino verso l’Alaska.
Ciò che rende il film particolarmente struggente è la consapevolezza che la vicenda raccontata da Sean Penn sia autentica, tratta dalle pagine del libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Proprio come un manoscritto, anche la pellicola è divisa in 4 capitoli: l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e l’età della saggezza. In ognuno di essi vengono scanditi i momenti più salienti della vita di Chris, prima del viaggio e durante, saltando avanti e indietro nel tempo.
L’ultimo passaggio, che descrive il periodo in Alaska, all’interno del “Magic Bus”, è il più drammatico. Si assiste a una lotta di sopravvivenza disperata, al patimento fisico ed emotivo del ragazzo, che comprende quanto la Bellezza che lo circonda sia anche terribile e nemica. Le toccanti canzoni di Eddie Vedder dei Pearl Jam contribuiscono ad aggiungere fascino e “importanza” all’opera, così come le scritte che passano in sovrimpressione sullo schermo, che aiutano lo spettatore a seguire il filo dei brani e dei pensieri di Chris.
17 Febbraio, 2008
La storia della ragazzina di 13 anni coinvolta in una relazione sessuale con un uomo di 34 mi ha lasciato di stucco. Non solo per la giovane età di lei, ma anche e soprattutto per la decisione del Tribunale di Vicenza di non considerare “stupro” l’atto perpetrato da lui. Era “amore”, hanno sentenziato i giudici, non si è trattato di violenza. Quindi la condanna per Antonio Di Pascale, macellaio con la passione per la “carne” giovane, è di appena un anno e 4 mesi, trattandosi di un reato di “minore gravità” (il sesso con una minorenne).
La bambina, a quanto risulta dalle carte, era “consenziente” perché mandava messaggini d’amore all’uomo e accettava di buon grado le sue attenzioni.
Rabbrividisco al pensiero che una ragazzina non ancora adolescente sappia quello che vuole in fatto di amore e che venga considerata matura abbastanza per scegliere di stare con una persona di 20 anni più grande. Trovo scioccante la sentenza anche perché nel raccontare il primo incontro tra i due, si dice: “la loro storia era cominciata nel 2005 quando l’uomo la convinse a salire in auto e la indusse a un rapporto sessuale”. Un comportamento da maniaco, secondo me, altro che amore…
Non vorrei mai essere nei panni dei genitori della ragazza, beffati persino dalla Giustizia. Mi auguro che in Appello si ribalti la sentenza e che venga applicata una punizione esemplare. Come si fa a criticare il film di Moccia “Scusa, ma ti chiamo amore” in cui una diciassettenne si innamora di un trentasettenne e poi rimanere indifferenti di fronte a una relazione di 5 mesi tra una studentessa della scuola media e un macellaio ultratrentenne?
9 Febbraio, 2008
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