
Fra tutti gli spassosissimi ruoli interpretati da Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio nella sketch-comedy “I soliti idioti“, dal 2009 in onda su MTV (e passata infinite volte su You Tube), quelli che hanno vinto l’oscar della popolarità sono Ruggero e Gianluca.
Un anziano papà invadente, volgare, autoritario che sbeffeggia e insulta dalla mattina alla sera il figlio, animato al contrario da animo gentile e sensibile. Ruggero è un sostenitore di vizi e nefandezze, è scorretto, furbo, bugiardo, donnaiolo, sboccato… il suo bersaglio preferito è il figlio, un sognatore trentenne che vive ancora con lui e al quale non smette mai di ripetere che è un fallito, ritardato e incapace di raggiungere qualsiasi obiettivo nella vita.
“Dàie cazzo, Gianluca!” è il suo incitamento perenne, a cui fa seguito un fiume in piena di parolacce, rimproveri, suggerimenti strampalati e immorali (come andare a prostitute, a rubare al supermercato, a rapinare una banca… perché così fanno gli uomini veri).
Le esortazioni che il vecchio padre romano fa al figlio sono sguaiate, triviali, pacchiane, oscene… ma irresistibili. Fanno ridere eccome. E non perché richiamino una comicità greve, ma perché raccontano un rapporto che non ti aspetti. Una relazione sbilanciata, illogica, che stravolge gli schemi convenzionali tra padre e figlio ma che non è finzione. E’ una realtà esagerata, parodiata, enfatizzata, ma non inventata. Ogni episodio mostra una sfaccettatura dell’essere umano e della società contemporanea in cui lo spettatore riconosce se stesso o qualcuno di sua conoscenza o, più in generale, la degenerazione della sua epoca.
Su Corriere.it di oggi un divertente dietro le quinte di papà Ruggero e Gianluca.
10 Marzo, 2011
“E’ meglio una delusione vera che una gioia finta”
- Neffa, Il mondo nuovo -
8 Marzo, 2011

Sono io uno dei pochi, pochissimi spettatori del nuovo programma di La7 Il contratto. Gente di talento. Sarà perché in questo momento la parola “lavoro” mi ronza in testa parecchio, ma ho seguito la prima puntata fino alla fine.
Mentre ascoltavo le spiegazioni della conduttrice, nei primi minuti della trasmissione, ho cominciato a chiedermi chi fosse. Aveva un volto familiare, l’avevo vista prima da qualche parte, ero sicura, ma non sapevo dove o quando. Il dubbio mi è rimasto fino a che non ho consultato Google e ho scoperto che si trattava di un’ex iena. E’ vero! Ma che le è successo? Tanto nella trasmissione di Italia1 sembrava insolente, spiritosa e spregiudicata, quanto ora remissiva, pacata e morigerata…
Che dire del programma? Ora come ora sono influenzata dall’opinione espressa da Aldo Grasso su Corriere TV, in cui critica su tutta la linea contenitore, conduttori, ospiti (salva solo l’intento…). E in larga parte concordo: il programma è interminabile e noiosetto, gli “esperti” in studio si riempiono la bocca di frasi retoriche e messaggi motivazionali, all’azienda che mette in palio l’assunzione viene fatta una pubblicità esagerata (Grasso parla di uno spottone che la trasmissione fa alla ditta), il posto di lavoro tanto ambito in realtà è poca cosa… un ruolo da commerciale che deve attirare clienti al telefono!
Ma un aspetto il critico televisivo ha sorvolato, quello per me più significativo: i concorrenti scelti, vale a dire i candidati in cerca di un contratto a tempo indeterminato, che mi sono sembrate figure traballanti, altro che brillanti. Tre ultratrentenni timorosi, impacciati, riverenti… E’ possibile che siano loro i 3 candidati migliori, quelli che hanno superato una lunga e attenta selezione? Se è davvero così che vengono assegnati i posti di lavoro, allora capisco perché i veri talenti fuggono dall’Italia… Comunque, alla fine ha ‘vinto’ la meno peggio, la ragazza dalla personalità più matura e un po’ di esperienza lavorativa alle spalle.
In generale, mette molta tristezza pensare che il premio di un programma tv sia un lavoro, quando di solito si cerca di vincere una palata di soldi per non essere più costretti a lavorare… E’ un altro segnale allarmante dei brutti tempi che corrono. Una società che non offre lavoro ai giovani - giovani (e adulti) che pur di lavorare si fanno giudicare non solo da un potenziale datore, ma dal pubblico televisivo - posti di lavoro mediocri fatti passare per traguardi da sogno… E un contratto che diventa la svolta di una vita, a prescindere dal tipo di occupazione da svolgere.
27 Febbraio, 2011

Due motivi mi hanno spinto ad andare al cinema a vedere Immaturi:
1) certe notti, ancora oggi, mi vengono in mente i giorni della maturità. E non sono mai pensieri o sogni sereni.
Il terrore è puro quando affiora il ricordo del compito di matematica, con la super-mega-galattica funzione da svolgere e la consapevolezza di non essere in grado.
2) persone a me care, carissime, hanno descritto questo film come: divertente, sincero, pulito, commovente.
Dopo la visione, tanti motivi mi hanno spinto a pensare che avrei fatto meglio a starmene a casa:
1) la tipa seduta alla mia destra, che pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo, sfogliando una locandina con la presentazione dei vari film in programmazione, ha esclamato al ragazzo: “Deve esse bello pure questo! Vallanzasca! Parla de certi criminali, mo’ nun me ricordo chi so, però robba de mafia…”
2) la prima scena del film: un gruppo di improbabili quarantenni che organizzano un furto di cornetti a una pasticceria
3) personaggi superficiali e del tutto scollegati dalla realtà
4) una storia inverosimile
5) dialoghi scontati
6) la bimba emancipata che parla di sesso con la madre
7) lo speaker radiofonico che fa credere all’amante di avere moglie e prole (e lei ci casca)
8) la chef che soffre di sesso-dipendenza
9) lo stereotipo dell’adolescente che chatta flirtando-va in discoteca-si droga-finisce in ospedale
10) la villa sulla spiaggia di Sabaudia
11) la frase “ora ho capito perché mi hai lasciata, non mi amavi!”
12) la cornice con le foto delle vie più significative (ma quando mai un adolescente farebbe una raccolta del genere???)
13) la bottiglia di latte lanciata a colazione
14) la nonchalance e la leggerezza con cui i protagonisti RIaffrontano l’esame di maturità… risate, battute, grande allegria (nemmeno un po’ di rabbia, nervosismo, stress, paura?)
15) la pubblicità esplicita, ripetuta e fastidiosa a Che Banca!
Da questa valle di lacrime sono da salvare solo Richy Memphis e Maurizio Mattioli.
8 Febbraio, 2011
“Un romanzo è l’esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. E’ così che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare”.
- Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi -
7 Aprile, 2010
Mantieni coloro che ami vicini a te,
dì loro all’orecchio quanto ne hai bisogno,
amali e trattali bene,
prenditi tempo per dirgli “mi dispiace”, “grazie”
e tutte le parole d’amore che conosci.
Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti.
Chiedi al Signore la forza e la saggezza
per saperli esprimere;
e dimostra ai tuoi amici quanto t’importano.
- Gabriel Garcia Marquez -
7 Gennaio, 2010
È veramente un cortocircuito quello in cui siamo finite, noi donne. Prima delle lotte femministe e dell’emancipazione dal padre-marito-maschio padrone eravamo infelici e succubi. Oggi, dopo le sudate battaglie sociali, private e nell’ambito lavorativo, non siamo più uomo-dipendenti, ma a quanto pare ancora più infelici di prima, stressate e perennemente insoddisfatte. Che beffa…
Ora sono loro, i maschi, a dipendere da noi, mogli, madri e lavoratrici guerriere. Non si oppongono più alla nostra esigenza di fare carriera, figli e servizi casalinghi, anzi. Ci appoggiano e si sentono sollevati, perché un fifty-fifty di responsabilità è un impegno meno gravoso per loro. Portare i pantaloni in due, insomma.
La situazione è senza rimedio: nessuna donna vorrebbe mai tornare indietro e ricominciare a sentirsi una marionetta nelle mani del maschio… quindi si va avanti a testa bassa, con mille doveri e attività da sobbarcarsi, senza riuscire nemmeno a immaginare una realtà diversa da questa.
Per non cadere nello sconforto cosmico, una via di scampo c’è, a mio avviso. Occorre pretendere il vero fifty-fifty dal proprio compagno: fuori e dentro le pareti domestiche. Equa divisione delle fatiche domestiche, equa partecipazione nella gestione dei figli, equo sforzo per mantenere alta la scintilla dell’amore, equo contributo economico alle spese quotidiane, equi spazi di libertà e svago. Equa voglia di aiutarsi e collaborare.
Meditate ragazze, meditiamo. Prima di sbottonarci con il fatidico sì.
23 Settembre, 2009
Ho un dilemma. Non so dire se il film La Pianista, diretto da Michael Haneke, vincitore del premio della giuria al Festival di Cannes del 2001 e che è valso ai due protagonisti, Isabelle Huppert e Benoit Magimel il riconoscimento come migliori attori, mi sia piaciuto.
Non riesco a sbilanciarmi perché si tratta di una storia forte e insana, che sbalordisce dal principio alla fine. Ma il fatto che alcune scene pietrifichino e spiazzino il pubblico, che impressionino e talvolta provochino disgusto, significa che il regista ha colto nel segno? Vuol dire che è riuscito a trasmettere il disagio psicologico e fisico vissuto dalla protagonista? O è vero tutto il contrario, che si è voluto forzare un ritratto umano, estremizzarlo, renderlo grottesco, solo per il gusto di scioccare?
La devianza, il voyerismo, la perversione inquietano sempre, ma diventano insopportabili se attribuiti alla figura di una donna all’apparenza integerrima, un’insegnante di pianoforte al Conservatorio di Vienna dall’indole fredda, severa e altera.
Interpretata da un’attrice che ha una predilezione per i ruoli complicati, Isabelle Huppert, Erika è il ritratto dell’infelicità e della solitudine. Lo si capisce subito, sin dai primi minuti della pellicola, quando si ‘scontra’ con colei che probabilmente è la causa di tutti i suoi problemi, l’anziana madre (Annie Girardot). Oppressiva e petulante, la donna ne limita la libertà, umiliandone la personalità e, condividendo il tetto (e il letto) con lei, ne controlla ogni movimento. Una convivenza malata e sofferta, che da un lato induce gli spettatori a schierarsi dalla parte di Erika, vittima della situazione, ma dall’altro li costringe a una debita distanza di sicurezza, quando scoprono la doppia vita della pianista. Mentre di giorno impartisce lezioni in un contesto borghesissimo e ingessato, di sera frequenta cinema porno e peep show e si abbandona a pratiche sadomasochiste chiusa nel bagno di casa.
Assistere ai momenti in cui Erika ricerca un piacere torbido, doloroso, immorale è la parte più sconvolgente della pellicola. Quella che fa gridare all’indecenza.
Le abitudini scandalose di Erika potrebbero ridimensionarsi quando la pianista incontra Walter, un universitario brillante e intraprendente che si invaghisce di lei, ignorandone la segreta perversione. L’amore vero è in grado di guarire una mente turbata e terribilmente corrotta? Lo spettatore lo spera. Ma i fatti lo contraddicono impietosamente: il sentimento sincero del giovane finisce addirittura per accrescere la follia della donna, che pretende di venire mortificata da lui, picchiata, legata, insultata. Amare, per lei, significa punizione e tortura.
Quando la realtà di Erika emerge prepotentemente, la prima reazione è quella del rifiuto e del disgusto. Ma non è quella definitiva. Walter comincia a nutrire un’attrazione perversa per la donna e decide di assecondare i suoi istinti e di rispondere per rima alle sue sfide. Il loro rapporto si consuma così tra violenza, disumanità e rabbia.
La macchina da presa di Haneke rimane per lo più statica, cinica, con inquadrature lunghe e ferme, a catturare il nudo realismo della vicenda. Nessuno sconto o forma di edulcorazione è concesso.
Il finale è ambiguo e angosciante, come gran parte della storia.
A distanza di settimane, frammenti di Erika, del suo disturbo, affiorano nella mia mente, come un sogno molesto. Non lo so se il film mi sia piaciuto… Sono sicura che mi ha turbato molto, come pochi altri prima d’ora.
22 Settembre, 2009

Che razza di bambini sono i protagonisti del libro di William Golding, “Lord of the Flies“, che scampati ad un incidente aereo e rovesciati su un’esotica isola abbandonata, finiscono per trasformarsi in belve selvagge e a uccidersi tra di loro?
Sarebbe consolatorio pensare che si tratti di mostri inventati, di abiezioni partorite dalla mente di uno scrittore visionario e apocalittico. Ma l’angosciosa morsa che ci stringe durante la lettura è provocata dalla consapevolezza che il crudo racconto di Golding racchiude indicibili verità. Anche dei ragazzi di 12 anni, in preda al terrore, alla fatica fisica e psicologica, all’incertezza di un futuro, possono tramutarsi in esseri feroci e abbandonarsi agli istinti più distruttivi.
Homo homini lupus , in fondo, e lo stesso vale per coloro che uomini lo diventeranno presto.
La trama del libro, scritto nel 1952, racchiude ingredienti d’avventura e di mistero: un aereo precipita e i superstiti, bambini inglesi che non si conoscono tra loro, dapprima collaborano e si organizzano in una convivenza basata sul buonsenso e regole comuni, ma con il trascorrere del tempo finiscono per mal tollerarsi a vicenda ed entrano in guerra. Guerra che, si intuisce, sconvolge in contemporanea il mondo degli adulti, impegnati in un conflitto interplanetario. Gli errori dei padri, quindi, si ripercuotono sui figli, in un destino di violenza inarrestabile.
Fra i giovani superstiti, spicca Ralph, il capo giusto e coraggioso, eletto democraticamente per tenere in mano le redini della comunità. Il suo cruccio più grande è quello di mantenere vivo un fuoco, un segnale di fumo che consenta ai ragazzi di essere avvistati, prima o poi, e salvati.
Suo fedele consigliere, Piggy, un grassoccio con gli occhiali pauroso ma saggio, costantemente sbeffeggiato dal resto della ‘truppa’. Antagonista di Ralph, è Jack, un tipo sprezzante e aggressivo, patito di caccia e con l’insano desiderio di vestire i panni del leader. Intorno a loro e con loro, tanti altri bambini, più o meno problematici, come Simone, malato di epilessia, i rappresentati del coro, i gemelli Sam ed Eric, i piccolini spaventati ma al contempo stupiti per quell’esperienza fuori dal normale che stanno vivendo.
Insieme costruiscono rifugi, si procacciano il cibo, imparano a riscaldarsi e a esplorare in lungo e largo l’isola che li ha accolti. Ma la società democratica così costituita a poco a poco si sgretola e lascia il passo alla legge della natura, del più forte, della forza fisica. Jack insorge, regredisce allo stato primitivo, si dà alla forsennata caccia di maiali, entra in un delirio di sangue e brutalità. Molti altri divengono succubi della sua figura maledetta e consentono la scissione del gruppo, la formazione di due schieramenti in aperta lotta.
Il male, ci dice Golding, è dentro gli esseri umani da sempre, è un focolare che può rimanere sopito, spegnersi del tutto, oppure esplodere e divampare. Dipende dalle circostanze, da fatti imprevedibili, dai casi e dalle prove che ci riserva la vita.
Non c’è un’epoca storica immune dal male, né un popolo, una generazione o una razza. La democrazia, in ogni sua forma, cammina su un terreno incerto, scivoloso, di assoluta e spaventosa precarietà.
29 Agosto, 2009

Le strade di Amsterdam sono ampie e docili come valli, per accompagnare la corsa delle bici. L’arte riempie l’aria, come il culto dei diamanti e dei fiori. L’acqua si fa osservare, attraversare, vivere
Capire Amsterdam in tre giorni, assaporare il ‘succo’ della città che dondola sul fiume Amstel nell’arco di un weekend. Si può,
ma occorre prepararsi bene in anticipo, perché necessariamente si dovranno compiere delle rinunce. Il primo consiglio è quello di
‘divorare’ il sito ufficiale dell’Ente nazionale Olandese per il Turismo, autentica miniera di notizie e aggiornamenti dell’ultima ora. Il secondo, è quello di acquistare una I Amsterdam Card, guida conveniente con entrate omaggio e riduzioni per i luoghi di interesse turistico e per i mezzi pubblici.
Finita la fase organizzativa, viene il bello e dalla scoperta virtuale si passa a quella reale. Tutto è talmente evidente nella capitale olandese che salta addosso al primo arrivo, esplicito e privo di filtri: le case alte, strette e a volte storte, dalle facciate inaspettate e le vetrate che non amano protezioni, tende, privacy (non per esibizionismo, ma per necessità: la luce del sole, rara, va catturata come fosse oro); i fitti corsi d’acqua che si intersecano; l’orgoglio nazionale per l’Heineken (al numero 78 della Stadhouderskade la ex fabbrica della birra è stata trasformata addirittura in una sorta di museo), i diamanti e i bruin cafès, i tradizionali bar dalla ‘faccia’ scura, gli arredi legnosi e le pareti annerite dal fumo.
La città costruita sulle palafitte è anche il tempio dei fiori (il mercato galleggiante lungo il ‘vecchio’ Siegel ha i colori pastosi e soavi di un dipinto di Monet), e delle house boat. Ho scoperto che queste variopinte casette cullate dall’acqua (ce ne sono a centinaia), apparentemente disagevoli e anguste, in realtà esercitano un forte richiamo sulla popolazione e che alcune di esse, meticolosamente arredate con soluzioni di design e oggetti d’autore, finiscono per trasformarsi in location d’avanguardia.
L’acqua è un elemento imprescindibile del tessuto urbano, così come le piste ciclabili, con le biciclette che come sciami silenziosi e autoritari percorrono le vie ininterrottamente, seminando i passanti e costringendoli a tenere gli occhi aperti. Dominano non solo la strada, ma anche i suoi confini, finendo parcheggiate a fianco degli alberi, legate ai lampioni o sistemate ai lati dei canali. Ruote e telai colorati si mescolano così all’architettura di questo antico borgo di pescatori sorto nel XIII secolo, apportando elementi creativi: cassettoni di legno di ogni dimensione diventano mezzi aggiuntivi per trasportare borse, pacchi, figli! Unica è la disinvoltura degli habitué alla guida, talvolta spericolata, quasi circense quando si pedala e nel frattempo si parla al cellulare, si hanno passeggeri a bordo o magari si indossano gonne o abiti stretti. La corsa in bici, amata democraticamente da tutti, giovani, vecchi, ricchi, poveri, olandesi e non, rivela molto del carattere aperto e spigliato di Amsterdam, una città dal profondo senso civico, che applica regole di convivenza cercando di dare un ordine e una collocazione razionale persino ai ‘vizi’ (lo dimostrano i famosi coffee shops o il red light district).
Da un po’ di tempo, inoltre, la Venezia del Nord esplode non solo d’acqua, ma anche di cultura. L’Olanda è il paese con il maggior numero di musei per km² al mondo e alla sua capitale si deve gran parte del primato. Si va dai
musei insoliti, come quello delle Borse (Tassenmuseum Hendrikje, Herengracht 573), il museo della pipa (Pijpenkabinet & Smokiana, Prinsengracht, 488) o l’Houseboat Museum (Prinsengracht, 296), a quelli di culto: il Rijksmuseum (il più grande per arte e storia nei Paesi Bassi), il Van Gogh Museum (con un’ampia collezione di dipinti del maestro espressionista), la Casa di Anne Frank (nel cuore di Amsterdam, al Prinsengracht 267), lo Stedelijk Museum (il museo d’arte moderna). Ma il 2009 è soprattutto l’anno dell’Hermitage di Amsterdam, riaperto il 20 giugno scorso nella nuova e multifunzionale sede del complesso monumentale dell’Amstelhof. Un’inaugurazione avvenuta in concomitanza con la Notte Bianca, che ha tenuto aperto l’edificio per 31 ore consecutive esponendo la sfarzosa rassegna ‘Alla Corte di Russia’, proveniente dall’omonimo edificio di San Pietroburgo. La buona nuova per i cultori di mostre ed appassionanti esibizioni è che c’è l’imbarazzo della scelta fino a tutto il 2010, grazie al megaevento ‘Holland Art Cities’, che coinvolge altri 3 importanti siti (L’Aja, Utrecht e Rotterdam) con un programma culturale senza precedenti.
- Articolo pubblicato su Ville&Casali, Settembre 2009 -
28 Agosto, 2009
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