C’è o ci fa?

Lo hanno pensato tutti, vedendola goffa e impacciata dietro a un paio di occhiali troppo grandi. Arisa ha davvero l’andatura traballante ed è costantemente imbarazzata, o l’hanno ‘disegnata’ così? Si tratta di una cantante di talento ma sprovvista di savoir-faire o di un’abile interprete di un ruolo preconfezionato, costruito per destare curiosità e simpatia? Di certo l’aspetto, da Pierrot triste, con lo sguardo incerto e le movenze buffe fa pensare a uno studio a tavolino del personaggio.
Una giovane poco attraente e per nulla appariscente, con una voce che merita di essere ascoltata, subisce un restyling inusuale che l’aiuta a scrollarsi di dosso l’anonimato. Lenti esagerate, frangetta demodé, labbra rosse lucide, naso lungo in primo piano, abiti di un’epoca perduta. Troppo caratterizzanti per chi è abituata a crogiolarsi nell’ombra e mal tollera le attenzioni altrui.
Quando canta, Arisa (ho scoperto che il vero nome è Rosalba Pippa… povera) rimane ferma al suo posto, al massimo dondola la testa e accenna brevi sorrisi. Le mani, le gambe, le braccia sono immobili. Non proprio una presenza scenica degna di nota. Ma la voce è cristallina, pulita e controllata. L’effetto sul pubblico è simile a quello provocato dal maestro Laurenti: tanto imbranato nelle movenze e nel ‘tu per tu’, quanto impeccabile e deciso nella musica. Su di lui le perplessità sono svanite. Dopo tanti anni di duetti con Bonolis, abbiamo abbandonato l’idea della finzione e accettato il suo essere metà paperino e metà Frank Sinatra. Ma si può dire lo stesso della vincitrice di Sanremo giovani? Si tratta di una vera sbirulina del pop? Io credo che un po’ di sincero smarrimento e dolcezza non guasterebbe. Eppur lo scetticismo fa capolino.

Aggiungi un commento 13 Marzo, 2009

Donne e lavoro

Come donna, mi chiedo, se potessi non lavorare, lavorerei lo stesso?
La domanda nasce dopo che un sondaggio del mensile Psycologies, sui cambiamenti intercorsi nel rapporto tra donne italiane e lavoro, ha decretato che “Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), e non per necessità“. Davvero? Il dato un po’ mi sorprende, soprattutto perché scopro che la maggior parte dell’universo femminile, in realtà, non avrebbe l’urgenza economica di un’occupazione. I mariti, a quanto emerge dalla ricerca (eseguita su un campione di 1908 donne), riuscirebbero a sostenere, da soli, i costi di una gestione famigliare. Ma come, e che fine ha fatto la crisi? E la ben nota fatica ad arrivare alla terza settimana del mese?
Nessuna persona di sesso femminile che io conosca, mia coetanea (siamo nella fascia anagrafica degli enta), può permettersi di non lavorare. Compagni, fidanzati, mariti, genitori ecc. accettano di buon grado il nostro “contributo“.
Stupore a parte, comunque, e ritornando al dilemma iniziale, la mia risposta decisa sarebbe “NO“. Non smetterei di lavorare, se potessi permettermelo. Le mie motivazioni, però, vanno oltre a quelle emerse nel sondaggio (soddisfazione personale, gratificazione professionale, raggiungimento di un’indipendenza), dipendono piuttosto dalla trappola che ci ha teso il sistema sociale e culturale che abbiamo costruito.
Non rinuncio al lavoro perché la vita stessa di noi occidentali ruota intorno al lavoro. Solo se si lavora si producono soldi e si riesce a far parte del meccanismo. Se non si produce, si è tagliato fuori, si finisce ai margini.
A queste condizioni, io non lo mollerei mai il mio lavoro. Vorrebbe dire accettare l’esclusione, rassegnarsi a uno stato di malessere cronico, convivere con i complessi e i pregiudizi, deprimersi.
Ma se lavorare non significasse sopravvivere dignitosamente in questo mondo, allora la scelta non sarebbe più scontata. Il benessere deriverebbe da attività diverse, non competitive, non frenetiche, non soldo-dipendenti. Si potrebbe investire il proprio tempo in occupazioni significative, varie e in grado di rasserenare il corpo e l’anima. Non lavorare avrebbe un senso, una valenza bella. Non solo per le donne.

1 commento 4 Marzo, 2009

The reader – A voce alta

Il volto stanco, estenuato dalle preoccupazioni, dalla povertà e dalla solitudine. Hanna Schmitz (Kate Winslet), controllore di tram, a stento resta a galla nella Berlino degli anni quaranta. Sul lavoro è puntuale, seria, responsabile e la sua ottima condotta le fa guadagnare una promozione. L’attende una collocazione più comoda, in ufficio, pratiche da sbrigare sotto un tetto, finalmente lontana dalle asperità della strada. Ma l’avanzamento di carriera in realtà la spaventa, equivale a un fosco presagio. E la spinge a cambiare piani, a ricominciare da capo, a scegliere di intraprendere una strada differente. Un’occupazione fisica è ciò che fa per lei, dura, più nelle sue corde, anche se ‘sporca’.

Michael Berg (David Kross) è un sedicenne che si imbatte per caso nel destino di Hanna, durante l’estate che precede il suo ‘cambio vita’, e che se ne innamora con il trasporto e la passione dell’adolescenza. In un rapporto furtivo di sesso e letture, in cui il giovane conosce i piaceri della carne e la donna l’estasi della letteratura, pendendo dalle labbra del suo “ragazzo”, costretto a leggere incessantemente per lei, la loro strana unione prende corpo.
Sbilanciata, insensata, senza futuro, priva di una vera comprensione reciproca. E si interrompe bruscamente quando Hanna, segretamente, sparisce senza lasciar tracce.

A distanza di 10 anni i due si rincontrano in un’aula di tribunale: lui, studente di legge, è lo spettatore del processo contro di lei e le altre sorveglianti di un campo di concentramento, colpevoli di aver fatto parte, senza ribellarsi, della strategia omicida nazista. Hanna viene condannata al carcere a vita, a scontare una pena maggiore delle sue “colleghe”, che l’accusano di aver redatto di sua pugno un atto terribile, che testimonia la decisione di lasciar morire centinaia di donne innocenti.
In realtà il documento non poteva essere stato scritto da Hanna, perché analfabeta, ma la vergogna a rivelare la sua ignoranza le impedisce di controbattere e di difendersi.

Da questo punto in avanti, anche l’esistenza di Michael (che da adulto è interpretato da Ralph Fiennes) è irrimediabilmente compromessa. L’uomo è sconvolto per quello che ha scoperto: la sua amante di gioventù ha preso parte alle barbarie dello shoah, è analfabeta (lo capisce durante il processo, quando gli riaffiorano alla mente alcuni ricordi significativi) e adesso è anche una detenuta.
Nonostante tutto, Michael non riesce a dimenticare quell’amore appassionato e il senso di colpa lo trafigge, perché avrebbe potuto modificare l’esito della sentenza, se solo avesse comunicato ai giudici l’analfabetismo della donna.
Qualche anno più tardi, ancora profondamente turbato, decide di fare qualcosa di concreto e di aiutare Hanna, ‘insegnandole’ a leggere. Effettua così una serie di registrazioni mentre legge ad alta voce i libri che più avevano colpito la donna durante la loro avventura, e glieli spedisce in prigione, per farglieli ascoltare. Hanna ha la possibilità di immergersi in racconti, romanzi, grandi capolavori e fa un passo più coraggioso: con i testi davanti agli occhi e la voce di Michael nelle orecchie, inizia a studiare le parole, ad associare i suoni ai testi, a discernere gli articoli dalle preposizioni e così via. Libro dopo libro, ascolto dopo ascolto, anno dopo anno, Hanna si alfabetizza.
Toccante e romantico, storico e drammatico, il film di Stephen Daldry affronta i temi dell’analfabetismo e dell’olocausto da un punto di vista diverso e si sofferma sulle pesanti conseguenze che entrambi producono nelle vite dei protagonisti.

2 commenti 28 Febbraio, 2009

Il triste caso di Jade Goody

È da qualche giorno che rifletto sulla vicenda dell’ex concorrente del Grande Fratello inglese, Jade Goody, malata terminale di cancro e sulla sua decisione di morire davanti alle telecamere. “Per soldi”, ha spiegato candidamente, “perché non voglio che i miei figli crescano nella povertà e nella miseria come me”.
Gli stadi finali della vita di una donna passano attraverso la famosa emittente Living Tv ed entrano in diretta, senza filtri, nelle case dei telespettatori. Un dramma personale diventa un affare pubblico, un reality dal titolo JADE. Partendo dal presupposto che io, al suo posto, avrei scelto il silenzio e il raccoglimento privato, il conforto dei miei cari, il rispetto profondo e il calore offerto solo da famigliari e amici, non è questo il punto. Non è lei, che mi sento di giudicare. Le mie ‘accuse’ sono rivolte al sistema mediatico, che si dimostra sempre più intrusivo, cinico, maledettamente amorale. Ancora una volta serpeggia nelle piaghe dell’animo umano e si insinua nella sofferenza, lucra sul dolore, spettacolarizza la disgrazia. Si comporta, in maniera amplificata, come nei casi di cronaca nera, quando il cronista di turno ‘tormenta’ la famiglia della vittima, tenta di estorcere risposte inutili ponendo macabre domande, si adopera per strappare un commento disperato.
Un meccanismo meschino e cieco, un circo dell’horror che non si ferma nemmeno di fronte alla morte.

1 commento 25 Febbraio, 2009

Montedidio

Chi ama scrivere rincorre il mito della metafora. Che deve essere utilizzata con misura e naturalezza. Una metafora banale, superflua o stridente è peggio di una non metafora. La metafora indovinata, viceversa, è quella che aggiunge un’immagine giusta, una sintesi esplicativa, forte, immediata.

Provate a leggere un racconto, un articolo o un romanzo qualsiasi di Erri De Luca e scoprirete la sua eccellenza nel trovare metafore stringenti, appropriate, sublimi, asciutte, ancorate alla terra e allo stesso tempo leggere, prosa che diventa poesia. Parole dense, fisiche, aggrappate alla verità della gente comune.
Come accade in “Montedidio”, dove l’italiano è vinto dal napoletano, lingua cruda, chiassosa, necessaria a farsi rispettare in una città brulicante di azioni, rumori, sapori.
A iurnata è ‘nu muorzo”: è l’incisiva espressione utilizzata dal falegname Mast’Errico per intendere che il tempo sfugge e non bisogna farselo scivolare via, ma sfruttarlo per lavorare.

L’essenza di questo libricino, suddiviso in capitoli brevi, è tutta nella sua forma semplice, scorrevole e nella fibrillazione di emozioni che investono il giovane protagonista. La sua prima esperienza in bottega, la malattia mortale della madre, l’amore per la vicina di casa Maria, una ragazzina divenuta donna in fretta, suo malgrado, l’amicizia senza filtri con don Rafaniello, lo ‘scarparo’ ebreo con le ali incastrate nella gobba, l’attaccamento per il boomerang con il quale si allena tutti i giorni a diventare uomo.
In un rotolo di carta il protagonista scrive, utilizzando l’italiano, l’idioma che sta zitto, gli accadimenti che lo portano a crescere, a farsi la voce da adulto, ad acquisire consapevolezza e un posto definito nel mondo.

In “Montedidio” Napoli strabocca da ogni pagina e si fa immagine chiara, nitida, sempre attuale. La sua essenza entra nel dialetto del popolo, nei vicoli affollati e perennemente in disordine, nell’esultanza delle persone che a Capodanno rovesciano la città, nel mare che si sente anche da lontano e nel cielo a cui si guarda fiduciosi e a cui si affidano speranze grandi.

Aggiungi un commento 23 Febbraio, 2009

Sanremo, secondo me

A volte ci vuole una pausa. Dagli assilli quotidiani, dalla fretta di fare e disfare. Dal senso di colpa che ti obbliga a non fermarti, per non deludere nessuno, prima di tutti te stessa.
La mia pausa salutare è stata ieri sera. Dopo cena ho accantonato le solite faccende da sbrigare, ho preso una rivista e mi sono piazzata sul divano, con la TV accesa. Su Raiuno. Prima puntata della 59esima edizione del Festival di Sanremo. Il piacere di vedere, soprattutto di ascoltare, Mina. Poi la curiosità di captare la sostanza della trasmissione (la solita solfa o spiragli di novità?).
Con un occhio rivolto alla tele e uno al femminile aperto sulle mie ginocchia, ho avuto modo di farmi qualche idea:

1) Bonolis è “sciolto” come al solito, ma il suo inglese è terribile e la sua “esigenza” di leggere sullo schermo i discorsi, per paura di dimenticarli, è antipatica. Con lo sguardo bloccato in su, seguiva lo scorrere delle parole che, invece, avrebbero dovuto venir fuori dalla memoria e dalla preparazione a cui si è sottoposto. Uno spettacolo deludente.
2) Laurenti è simpatico.
3) La valletta (e attrice?) Alessia Piovan è impacciata, sintonizzata forse su altre galassie…
4) Il modello Paul Sculfor è spigliato e disinvolto, un bello della porta accanto. Niente male.
5) Le canzoni mi sono parse generalmente mediocri. Persino i cantanti leggevano i brani sullo schermo. Desolante. Mi è piaciuta la Nikkolai, ho trovato orecchiabile il pezzo di Dolcenera, ho seguito il testo di Povia, ho cambiato canale durante le interpretazioni di Albano, Pupo, Zanicchi, Patty Pravo e parecchi altri.
6) Ho apprezzato la performance di Benigni, lo scherzare e il farsi serio, soprattutto ho ammirato il suo procedere a braccio, senza bisogno di alcun aiutino, recitando a memoria i versi di Oscar Wilde. Altro che gobbo a indicare la via…

Infine una considerazione a latere. Gli spot pubblicitari sono stati monopolizzati dal marchio Lidl, emblema del consumo a basso costo. Il messaggio che rimbombava, a ogni interruzione, era “da noi la spesa può essere tutto, tranne che cara”. Una palese dimostrazione della tesi avanzata da Benigni sul palco dell’Ariston: gli italiani, di questi tempi, sono più che mai interessati alla “certezza della cena”.

Aggiungi un commento 18 Febbraio, 2009

Strapagati e scontenti

Un milione di euro al presentatore e direttore artistico del Festival di Sanremo, Paolo Bonolis. Non capisco il chiasso che questa notizia ha provocato. Non comprendo lo sconcerto di chi si dice allibito per l’esborso di una cifra del genere. Mi sembra la sorpresa di chi finge di non conoscere la realtà e cade dal pero. Ma perché, Baudo, Bongiorno, la Ventura ecc. avrebbero guadagnato di meno al suo posto? O sono forse sottopagati per le trasmissioni che conducono?
Lo scandalo non nasce con Sanremo, ha origini primitive. Si dice che oggi c’è la crisi ed è immorale, ingiusto, scorretto che il denaro dell’azienda pubblica Rai venga dissipato in questo modo.
Condivido l’osservazione, ma non mi scompongo per certe, consuete, disuguaglianze. I mattatori del mondo dello spettacolo hanno sempre goduto di privilegi e stipendi smisurati. Ecco perché il sogno di molte è diventare veline, letterine, soubrettine varie… si spera di entrare nella scatola televisiva e di rimanerci aggrappate il più a lungo possibile. Non è etico, ma è proficuo. Chi conduce l’Isola dei Famosi o Il Grande Fratello ha le tasche che scoppiano, mentre un fisico, un ricercatore, un assistente sociale, un avvocato stenta a sopravvivere… È un meccanismo avvilente, ma ci siamo dentro da quando siamo nati.
Va bene protestare ed esprimere il proprio dissenso, ma lasciamo stare i sensazionalismi e i (finti) clamori.

Aggiungi un commento 12 Febbraio, 2009

Frost/Nixon-Il duello

Uscire dal cinema e, senza indugi, essere certi di aver visto un bel film. Non un prodotto buono, mezzo e mezzo, passabile, carino ma niente di più. Non un capolavoro mancato, una delusione cocente, una cantonata. “Frost/ Nixon-Il duello” è un racconto incalzante, diretto con intelligenza da Ron Howard, interpretato con bravura dai protagonisti Frank Langella (nel laborioso ruolo di Nixon) e Michael Sheen (negli abiti tirati a lucido del giornalista David Frost).
Due ore filate per rappresentare la costruzione-preparazione-realizzazione di un evento storico, che ha segnato un punto di svolta nel giornalismo televisivo: l’intervista verità del 1977 al presidente Richard Nixon, dimessosi dalla carica dopo lo scandalo Watergate, condotta dall’anchorman David Frost.
La nascita casuale di un’idea azzardata, le innumerevoli avversità per trasformare quella pensata originale in realtà, la confezione di una strategia efficace per portare a casa un risultato vincente: l’ammissione pubblica della colpa.
Ogni minuto della pellicola è teso, ogni manovra, guizzo e decisione che precede il big match produce suspence nello spettatore. L’espediente registico di includere nella narrazione delle finte interviste ai protagonisti, fatte a posteriori, aumenta il coinvolgimento e il senso di partecipazione.
Il clou della vicenda, naturalmente, è l’incontro-scontro Frost-Nixon, articolato in varie registrazioni che, per struttura, linguaggio, condizionamento esterno e contesto, assomigliano alle convulse riprese di una sfida di pugilato. Come in un ring, i due avversari (e il loro entourage, tra cui Kevin Bacon supporter fedele del presidente) si provocano, si fronteggiano con arguzia e combattività, architettano tranelli.
Per tre quarti del tempo è Nixon a padroneggiare, con la sua eloquenza pungente e ostinata, la sua determinazione incrollabile, la sua tenacia. Ma poi, nello scontro finale incentrato sulla vicenda Watergate, Frost recupera terreno e imprime il colpo del KO al ‘rivale’. Per la prima volta, emerge il lato debole dell’ex presidente, l’altra faccia, stanca, patita, la dimensione privata, incrinata dal peso degli errori commessi e dall’esito ferale della sua politica.

Aggiungi un commento 10 Febbraio, 2009

Pranzo di ferragosto

Capelli permanentati, affezionati ai bigodini, sguardo acuto e capriccioso, eloquio morbido e cadenzato. Eccola la diva del film di Gianni Di Gregorio, la non attrice professionista Valeria De Franciscis. Una donna raffinata al di là delle macchie sul volto, delle ferite fuori e dentro il corpo, della senilità. E’ la mamma ultra novantenne di Gianni, vedova, che vive col suo premuroso (e alcolizzato) figlio in un appartamento al centro di Roma. Insieme si confortano dalla solitudine reciproca e si barcamenano tra conti in rosso e mancanza di prospettive.
Un giorno di agosto ricevono una richiesta insolita: accogliere in casa, per una notte, l’anziana madre dell’amministratore del palazzo, Alfonso, in cambio della cancellazione dei cospicui debiti accumulati. Il di Gianni è tirato, sofferto e l’uomo si anestetizza trangugiando calici e calici di vino. La sua frustrazione è forte, ma non si scompone, mantiene la sua cordialità, è servizievole, prepara il letto per la nuova arrivata e con fare rassegnato attende il peggio. A distanza di poco tempo scopre che, oltre alla mamma, dovrà offrire vitto e alloggio anche alla vecchia zia di Alfonso, la signora Maria, mollata dai familiari nel periodo delle ferie. Infine, last but not the least, un’altra donzelletta di ottanta anni finisce a passare la notte da lui… la madre del suo amico medico che, impegnato in un turno all’ospedale, lo supplica di tenerla con sé.

Così Gianni si prepara a trascorrere il ferragosto in compagnia di quattro anziane signore di indole e temperamento assai vario. Tanto una è discreta e riservata, quanto un’altra è socievole e burlona, tanto la terza è dolce e accomodante, quanto l’ultima fa i dispetti. Quattro persone con la voglia di giocare, conoscersi, rilassarsi al di fuori dei ruoli a loro assegnati. Quattro donne dall’istinto forte, la vivacità trascinante, la dolcezza negli occhi. E in mezzo a loro un cinquantenne solerte che a fatica riesce a ‘gestirle’.

Il film girato da Gianni De Gregorio è il sereno affresco di una generazione difficile da raccontare. Quella dei vecchi. Che l’estate diventano quasi un peso. Che si incaponiscono per quello che vogliono. Che non si rassegnano al silenzio e alla disperazione. Che si aggrappano ai ricordi e ne fanno il loro tesoro. Che preferiscono sgarrare le regole, di quando in quando. Che non temono di apparire ridicoli. Che rinunciano alla salute o ai soldi, piuttosto che al divertimento e all’ebbrezza della novità.

Aggiungi un commento 8 Febbraio, 2009

Aspettando Steve Jobs

Sono dispiaciuta per il distacco di Steve Jobs dalla Apple dovuto a problemi di salute. Anche se auspico che si tratti veramente di una pausa momentanea, fino a giugno. Oltre alla preoccupazione per la malattia che lo ha colpito, c’è il cruccio di dover rinunciare a un personaggio carismatico, emblema di una generazione. Il culto della mela morsicata è in gran parte dovuto al co-fondatore e amministratore delegato dell’azienda di Cupertino, figura scaltra, seducente, coraggiosa, innovativa. Un idolo per milioni di Mac-dipendenti, un leader appassionato e moderno che per molti, se non per tutti, incarna il successo del marchio.
Manager in jeans e scarpe da ginnastica che, nel 1976, ha stabilito la prima sede della società Apple Computer nel garage dei genitori e che, per finanziarsi, ha venduto il suo pulmino Volkswagen, Jobs esprime il sogno dell’America meritocratica.
Io ho sperimentato il suo magnetismo tardi, circa un anno e mezzo fa, quando ho assistito alla presentazione dell’IPhone di fronte a un pubblico che pendeva dalle sue labbra. Ho subito il suo fascino e compreso il mood dei suoi fan semplicemente ascoltandolo e osservando il suo contagioso entusiasmo. Ho creduto che fosse cool, come il computer che ha creato e, nel mio piccolo, mi sono sentita parte del mito Apple, grazie al MiniMac che, ogni giorno, è di fianco a me sulla scrivania dell’ufficio.
Se penso ai capi che hanno fatto parte della mia vita e li paragono a lui, sento di essere stata sfortunata. Ma poi ci ripenso e mi dico che un personaggio di tale levatura è unico e che è già un privilegio aver avuto a che fare con il frutto del suo ingegno.

2 commenti 5 Febbraio, 2009

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