E’ sempre l’ora dell’occupazione

Ogni volta è protesta. A ogni cambio di governo, a ogni iniziativa del nuovo ministro dell’istruzione, a ogni manovra finanziaria, scatta il putiferio. E, sempre, la sommossa sembra doverosa, lecita, sacrosanta. Oggi la Gelmini è messa al patibolo per il decreto 133 che ‘intima’ di tagliare i fondi per scuole e università pubbliche, chiede ai privati di entrare maggiormente nelle istituzioni scolastiche, spinge a favore del maestro unico alle elementari, riporta in auge il grembiule e (apriti cielo) suggerisce la creazione di una classe dedicata ai bambini stranieri che non padroneggiano la lingua italiana.
Sindacati, studenti, professori, l’opinione pubblica in generale, di sinistra ma anche di destra, si è indignata. Eppure, ho l’amara convinzione che non servirà a nulla… Quante occupazioni si sono succedute nel corso degli anni? Ho ancora il ricordo delle lezioni interrotte, dei professori che discutono con i manifestanti, della palestra trasformata in un corteo. Le aule semivuote, gli striscioni avvelenati fuori ai cancelli, le visite della polizia a controllare che non avvenissero atti di vandalismo, la rassegnazione dei guardiani.
Avevo 15 anni la prima volta che la mia scuola è stata occupata e da allora, compreso il periodo universitario, le agitazioni, gli scioperi, le marce si sono avvicendati con una cadenza periodica. La rabbia dei giovani, il rammarico per un sistema che non funziona, la paura di vedersi privati del diritto fondamentale allo studio, hanno segnato il percorso di tutti noi. Ma il diritto di quelli che non vogliono perdere lezioni? E quello dei pendolari, che per trovare un posto decente nelle aule escono da casa all’alba? E ancora, quello di chi deve sostenere un esame, e se lo vede saltare davanti agli occhi? Non credo che occupare e rivoltare le università sia il modo giusto per far sentire la propria voce. Perché non presentare una proposta alternativa, un fascicolo con idee concrete e soluzioni fattibili? Perché non chiedere di essere ricevuti dal ministro in persona, o da un suo delegato, per discutere civilmente? Perché non incontrarsi in un luogo neutro e decidere una strategia di intervento sensata? Tanto per cambiare le università rimarrebbero in pace…

Aggiungi un commento 23 Ottobre, 2008

Cuore e ragione

“Il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce”.
- Blaise Pascal -

Aggiungi un commento 21 Ottobre, 2008

Vicky, Cristina, Barcelona

Ho un dubbio che mi ronza nella testa e che non riesco a scacciar via. Se il regista di ‘Vicky, Cristina, Barcelona’ non fosse Woody Allen, ma uno sconosciuto qualsiasi, il film avrebbe ottenuto lo stesso positivo riscontro da parte di pubblico e critica? Ho delle perplessità in merito. Sembra più una soap opera che una pellicola cinematografica, in cui gli intrighi sentimentali dei protagonisti e gli slanci da copione dominano interamente il campo. C’è Cristina (Scarlett Johansson) che non ama le convenzioni e insegue le passioni, c’è Vicky (Rebecca Hall), che teme le burrasche del cuore e ricerca solo la tranquillità dei rapporti. Poi c’è Barcellona, in cui le due amiche si ritrovano a trascorrere un’estate inaspettata.
La metropoli spagnola, spregiudicata e bohémien come il marchio impressole dalle opere di Gaudit, offre loro tentazioni irresistibili. La prima fra le quali è Juan Antonio (Javier Bardem), pittore focoso e sregolato, che le travolge con il suo furore artistico (e non solo). Inizialmente è Cristina a innamorarsi di lui, ma, per uno scherzo del destino, l’insospettabile Vicky (in procinto di sposarsi con il suo storico fidanzato) ci finisce a letto per prima… L’arte fluttuante del genio di Gaudit sembra influenzare i contorni stessi della storia. I protagonisti da tre diventano quattro, quando subentra Maria Elena (Penelope Cruz), l’ex moglie di Juan Antonio, a tratti venerata, a tratti disprezzata per la sua folle gelosia e irrequietezza. Anche la donna è una pittrice di talento, con un fascino latino conturbante e la sua presenza scompiglia i legami venutisi a creare. Dopo qualche tempo, tra Cristina, Juan e Maria Elena sboccia un prevedibile ménage à trois. L’inebriante novità, però, dura un soffio e in breve tutto si complica, facendo scoppiare il trio.
Woody Allen affronta una storia d’amore corale, interrogandosi sulle reazioni umane e sull’eterno conflitto tra istinto e ragione. Niente di nuovo, quindi. In più lo sviluppo della vicenda sembra un resoconto documentaristico, un susseguirsi monotono di fatti che non smuove alcuna curiosità.
I veri punti di forza del film sono 2: il cast, con un plagio particolare alla prorompente Penelope Cruz, e l’ambientazione. La Barcellona attraversata dalla telecamera di Allen è luminosa, viva, in fermento culturale, accogliente. Una città che ammalia, assai diversa da quella che ho visitato un anno fa, un po’ malconcia, con molte zone oscure, dalla bellezza gualcita.

2 commenti 21 Ottobre, 2008

Ci vediamo su Facebook

Per le generazioni nate negli anni ’70,’80 e ’90, Facebook non ha misteri. È il social network più famoso del mondo, quello con più visite e apprezzamenti, quello che continua a registrare milioni di consensi ogni giorno, quello inventato da Mark Zuckerberg, un giovanotto di 24 anni divenuto miliardario in tempi brevissimi.
Il suo meccanismo è efficace, perché mette in contatto le persone che si conoscono, crea legami e comunicazioni capillari, favorisce le relazioni. Si basa sulla teoria dei 6 gradi di separazione, secondo cui qualsiasi individuo può essere collegato a chiunque altro attraverso una catena di conoscenze che non supera i 5 intermediari.
L’aspetto irresistibile di Facebook è che capisce, prima di te, chi potrebbe far parte della tua schiera di amici e te lo suggerisce. Così d’improvviso ti ritrovi a parlare con un vecchio compagno di scuola, che non frequentavi più da secoli o scopri che un’amica d’infanzia, trasferitasi in un’altra città, si è sposata e ha 3 figli. Tuttavia Facebook, se usato con distrazione, può trasformarsi in un’arma pericolosa. Se si include nel gruppo degli “amici” anche chi amico non è fino in fondo, se si lanciano messaggi provocatori, visibili a tutti, dimenticandosi che potrebbero essere letti anche da chi non dovrebbe farlo, allora la bomba scoppia. Ho saputo di coppie entrate in crisi perché hanno scoperto che le loro dolci metà avevano contatti ‘facebookiani’ troppo affettuosi, ho saputo di amicizie rotte, perché alcune pubbliche considerazioni offendevano qualche iscritto. Ho saputo di liti tra colleghi, tra datori di lavoro e dipendenti… Il mio suggerimento è di usare Facebook con cautela, di rileggere i messaggi che si compongono prima di postarli, di ragionare con calma sui contatti della propria lista, di non rivelare mai segreti o informazioni riservate sulla pagina virtuale. Condividere sì, ma fino a un certo punto.

3 commenti 13 Ottobre, 2008

Cortesie per gli ospiti

In onda su Discovery Real Time, non ho ben capito quando e con che frequenza, Cortesie per gli ospiti è un programma di intrattenimento amabile, che parla di stile, cucina e arredo in modo garbato. Tre ‘presunti’ esperti (l’interior designer, lo chef e il maestro di buone maniere) giudicano le case, la cena e il gusto estetico di due coppie di sconosciuti, che aprono le porte della loro abitazione e mettono alla prova le loro abilità culinarie. I tre buongustai girano per l’Italia e si fanno invitare dalle più svariate categorie di persone: professionisti affermati, giovani, adulti, eterosessuali o gay e, solo dopo aver digerito le pietanze, esprimono il loro voto, decretando il vincitore.
I toni sono affabili, le maniere accomodanti, ma il giudizio è severo e lucido: non conta solo saper cucinare bene, ma anche intrattenere gli ospiti adeguatamente, servire le porzioni con spiccato savoir-faire, apparecchiare la tavola con accuratezza, vivere in un posto all’altezza della situazione.
C’è da dire che l’atmosfera generale è un pizzico snob e che il livello sociale e professionale di coloro che partecipano alla sfida è alto, espressione di una borghesia benestante e desiderosa di mostrare al resto del mondo le sue ricchezze. Ma il bon-ton generale non risulta irritante. Noi ‘poveri milleuristi’, nei nostri umili bilocali arredati Ikea, sorridiamo nel vedere lo sfoggio indiscriminato di pezzi d’arte, mobili d’ispirazione contemporanea, piatti raffinati, servizi di posate pregiati. Sorridiamo soprattutto quando i 3 ‘critici’ storcono il naso e disdegnano bonariamente il tutto.

Aggiungi un commento 13 Ottobre, 2008

La ragazza sul ponte

E pensare che addirittura un lanciatore di coltelli può risultare affascinante. Uno che lavora nei circhi, va a zonzo per il mondo, si passa la matita nera negli occhi. Uno che non ha una casa, né una direzione. Uno che si diverte a fare trucchetti da mago, e millanta di saper riconoscere la fortuna nelle facce delle persone. Uno che si chiama Gabor, nella vita Daniel Auteuil, ed è diretto da Patrice Leconte, un regista soave, che ama dire il non detto e gingillarsi con le debolezze umane.
Se si leggono le recensioni de “La ragazza sul ponte” si scopre che la maggior parte dei critici, o degli spettatori comuni, ha un debole per Vanessa Paradis, eterea e sfuggente protagonista femminile. La moglie di Johnny Depp riceve elogi a profusione, per il suo irresistibile charme, per il candore e la sensualità, per la raffinata recitazione che ricorda dive d’altri tempi… Poco, troppo poco, viene riservato alla prova impeccabile di Auteuil. E’ lui a far resuscitare la malcapitata, a guidarla con garbo verso la guarigione, a salvarla da un’infelicità cronica.

La storia d’amore di Gabon e Adele prende forme strane, fiabesche e si snoda in un’atmosfera impalpabile, in cui i colori appaiono opachi, gli ambienti dai contorni sfumati, la musica triste, risalente a epoche lontane, a malinconici sipari. Tutto accade con lentezza, in modo significativo, struggente. Dolcezza e dolore, paura e stupore. Si provano sentimenti contrastanti nell’arco dei 90 minuti e ci si aspetta il lieto fine in ogni momento. Solo quando arriva, all’ultima scena, si tira un sospiro di sollievo.

Aggiungi un commento 7 Ottobre, 2008

Auguri Google

Il 7 settembre scorso, il motore di ricerca che ha rivoluzionato la vita di milioni di persone in tutto il mondo, ha compiuto dieci anni, ma in realtà ne dimostra cento. Sembra un nonnetto, Google, sempre a disposizione, pronto a prenderci per mano, a sbrogliarci dai guai, a risolvere i problemi, a dare consigli. La sua memoria è gigantesca, così come la sua saggezza. È il nostro genio preferito, il cervellone che in un battibaleno ci tira fuori dagli intoppi e ci chiarisce le idee. È un tuttologo simpatico, che cambia look quando un evento importante sta per capitare, assumendo forme e colori differenti. Google è molto intelligente, perché se sbagliamo a digitare l’oggetto della ricerca, lui ci dà una seconda chance, capisce l’errore e suggerisce la correzione. Inoltre è un lavoratore instancabile, pieno di suggerimenti e percorsi alternativi. Noi gli chiediamo “A”? Lui non si limita a dire “B”, illustra anche C, D, E, F e via dicendo all’infinito. In questo modo possiamo calibrare le proposte, fare confronti, valutare e solo alla fine fare la scelta giusta. Google ama viaggiare, conosce tutti i luoghi della Terra e scatta fotografie dappertutto. Sa le lingue e le utilizza con scioltezza, dimostrando una gran padronanza. È uno statistico nato, perennemente impegnato coi numeri, le percentuali, le tabelle, i dati. È aggiornatissimo, sempre a caccia di news e notizie da diffondere.
C’è chi rimpiange il tempo (sembra un secolo) in cui Google non esisteva. Il tempo in cui si andava in biblioteca a compilare una tesi di laurea o si prendeva un vocabolario per cercare un sinonimo. Il tempo in cui si sfogliavano libri di geografia, di fisica, di storia, di filosofia. Il tempo in cui le risposte non arrivavano da sole, ma bisognava sudarsele… Io non faccio parte dei nostalgici, perché Google è soprattutto un prezioso strumento di conoscenza, accessibile a tutti: giovani, vecchi, sani, malati, grassi, magri, maschi, femmine, cristiani, musulmani, atei, ricchi, poveri e così via. L’elenco non si esaurisce.

Aggiungi un commento 25 Settembre, 2008

Il principe Caspian

I quattro fratelli Pevensie sono tornati e con loro il leone e la strega (seppure per un brevissimo istante). All’appello manca solo l’armadio, il passaggio segreto verso il mondo della fantasia e dell’ignoto. Stavolta è una metropolitana speciale, che proviene da un altro tempo e spazio, a condurli nel regno dei minotauri, degli animali parlanti e degli gnomi… Un anno dopo le esaltanti avventure vissute a Narnia, Peter, Susan, Edmund e Lucy si riappropriamo dei loro poteri magici per combattere contro i terribili guerrieri Telmarini, insediatisi nel castello e nemici acerrimi della gente di Narnia. Il feroce Re Miraz, interpretato da un insolito ma efficace Sergio Castellitto, appena divenuto padre di un maschio, decide che sarà suo figlio, non il nipote Caspian, ad accaparrarsi l’ambita corona da monarca. Ma uccidere Caspian, il disignato al trono, non è un’impresa da poco… Il ragazzo riesce a scappare dal castello prima che sia troppo tardi e trova rifugio nel bosco segretamente invaso dal popolo di Narnia. Qui non ottiene solo una “casa”, ma anche comprensione, aiuto, spronamento a lottare per riportare quel paese d’incanto all’antico splendore. È il bene contro il male, Caspian e i suoi alleati, i quattro re e regine di Narnia, contro i nemici guidati da Miraz. Chi la spunterà? Tra scontri epici, testa a testa incalzanti, lotte serrate con spade, frecce e cavalli al galoppo, l’esercito della pace riuscirà a compiere il miracolo.
Rispetto al capitolo iniziale delle Cronache di Narnia, “Il Principe Caspian” presenta meno lati misteriosi. Non c’è più nulla da scoprire, buffi personaggi da conoscere, paesaggi stregati da interpretare. Persino rivedere l’imponente leone Aslan fa un effetto differente, meno forte e coinvolgente. La sorpresa è scomparsa e al suo posto sono sopraggiunti l’ardore, le battaglie sul campo, le azioni interminabili con duelli spadaccini. La fantasia, elemento che caratterizzava fortemente la primissima pellicola, si è dissolta a favore di strategie di attacco o di difesa, spettacolarità e scenari incantevoli. Eppure il pubblico mostra di gradire molto il film, che da 2 mesi calca le scene cinematografiche registrando notevoli consensi. I veri appassionati del genere sono i bambini e i teenager, ma anche gli adulti vengono conquistati dalle avventure raccontate nel libro dalla Lews e adattate per il grande schermo da Adamson.

Aggiungi un commento 25 Settembre, 2008

Mani in alto

Ha undici anni, la coda di cavallo e un vizietto, “giocare” con le armi da fuoco. Le sue imprese con fucile e pistola hanno agitato l’opinione pubblica americana, divisa da questa “piccola McKenzie” che traffica con pericolosi strumenti bellici come se nulla fosse. Si diverte, la bambina, quando riesce a scaricare e ricaricare in 53 secondi il suo fucile, stabilendo un record personale di tutto rispetto. E sembra soddisfatta quando con berretto e occhialoni da sole prende bene la mira e spara sul fantoccio a distanza. I filmati della McKenzie, visibili su YouTube, hanno scatenato commenti e critiche di ogni tipo, alzando un polverone di polemiche anche in Europa. È ammissibile che una undicenne dal volto angelico abbia in realtà velleità guerriere? E soprattutto: perché è così brava a maneggiare le armi? Colpa dei genitori? Colpa della società statunitense che permette di venirne in possesso con facilità? Colpa degli amici? O forse le cause di un passatempo così insolito non sono attribuibili a niente e nessuno in particolare, ma semplicemente impresse nel suo dna? Qualunque sia il motivo, il fatto che la giovane McKenzie trascorra la maggior parte del suo free time con armi vere, è inquietante. E lo è ancora di più ascoltare la voce fuori campo del padre che esorta la bambina a essere rapida, a svuotare e riempire di proiettili il fucile, ad acquisire una padronanza assoluta dello strumento di guerra. Forse l’America è talmente in crisi che ha bisogno di essere “sorvegliata” e protetta persino da un’undicenne…

Aggiungi un commento 25 Settembre, 2008

I corridori di Roma

Sbucano da dietro l’angolo quando non te l’aspetti. Silenziosi, concentrati, con lo sguardo verso un punto lontano, che non esiste, ma che loro vedono nitido. Tesi, affaticati, determinati, inseguono un obiettivo personalissimo e sempre più ambizioso. Sono i mille e più corridori che attraversano la città di mattina presto, o di sera, quando il sole sta per addormentarsi. Hanno forza di volontà e spirito di sacrificio, scarpe da ginnastica affidabili e (spesso) auricolari piazzati nelle orecchie. Si spostano caparbi da un punto all’altro di Roma, in pieno centro facendo zig zag tra le auto parcheggiate sui marciapiedi, o in campagna battendo strade sgombre, incorniciate dagli alberi.
I corridori della capitale non hanno età. Se ne incontrano di giovanissimi o vecchi, tutti con la stessa motivazione, le guance rosse, il fiato corto. Infagottati in inverno e scosciati d’estate, non si lasciano intimorire dalle condizioni climatiche avverse. Hanno un percorso tracciato nella mente, un tempo da rispettare, un impegno importantissimo con il proprio ‘io’. Impossibile comprendere il perché del loro sforzo se non ci si è mai cimentati, seriamente, nella corsa. Chi corre lo fa per tanti motivi: dimagrire, tonificare il fisico, scacciare via i malanni, ma non solo. C’è il fascino della sfida, il desiderio di spingersi sempre un po’ più in là per dimostrare che non ci sono limiti invalicabili, la necessità di purificare lo spirito, liberare la testa dai pensieri, temprarsi. L’aria che entra nei polmoni ed esce a ritmo regolare purifica il corpo, lo rende più leggero e sollevato. È una sensazione di benessere che dura più del tempo impiegato durante il tragitto, rimane addosso anche dopo l’esercizio.
La corsa è lo sport più democratico che esista: non richiede costosi investimenti, abbonamenti in palestra, maestri, lezioni. È di tutti e per tutti: maschi, femmine, poveri, ricchi, belli, brutti, grassi, magri. È per le persone sole e per quelle che cercano compagnia. È un grande atto d’amore per se stessi.

1 commento 25 Settembre, 2008

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