L’ottusità di una giornalista

Nella disperazione delle macerie abruzzesi e nella gravità della tragedia umana di questi giorni, c’è una scena che, più di ogni altra, mi ha fatto infuriare. Un filmato televisivo di Matrix, ripreso da Striscia la Notizia, che racconta l’assenza di rispetto, la mancanza di sensibilità e la miopia inaudita di una giornalista nei luoghi del dolore.
Con microfono alla mano disturbava alcuni sfollati raccolti nelle automobili, sparandogli in faccia la luce della telecamera al seguito, svegliandoli nel pieno della notte, esigendo che aprissero la portiera e le spiegassero i motivi di quella sistemazione… “Perché state qui?” o ancora “Perché non avete mangiato? Non avevate fame?”.
Insolenza e ottusità, invadenza e crudeltà. Un servizio del genere non ha nulla a che vedere con l’informazione, chiunque abbia un minimo di senno lo giudicherebbe del tutto inopportuno. Quei poveri intervistati, scioccati e stravolti dal patimento, in automobile perché la loro abitazione è crollata, o è sul punto di farlo, o è comunque troppo pericolosa per ospitarli, hanno dovuto sorbirsi anche la seccatura di una sconosciuta faccia tosta.
Ringrazio il programma di Antonio Ricci per aver messo in evidenza la dappocaggine di alcuni personaggi che si aggirano negli schermi televisivi, combinando sfaceli e provocando solo la nausea del pubblico (oltre che l’irritazione delle innocenti ‘vittime’).

2 commenti 9 Aprile, 2009

Stelle Nere

Stavolta, per cambiare, parlerò di un libro di un autore che “conosco”. Si chiama Rinaldo Boggiani e qualche mese fa mi ha pescato nella Rete, lanciandomi una proposta. Con un’email semplice e gentile ha suggerito uno scambio: “Se io le invio i miei scritti, lei mi racconta la sua opinione?“. Avevo tutto da guadagnare e ovviamente ho accettato.

Trascorsi pochi giorni, puntuale, il pacco è arrivato, con tre libricini nuovi di zecca e dediche personalizzate: “Stelle nere”, “2012 Lo Shoah nel pianto di un bambino”, “Domani ero”.
Sono entrata nel mondo di Boggiani, per cominciare, con “Stelle nere“.

Dopo poche righe, mi sono sentita avviluppata da un linguaggio veloce, incontrollato, una baraonda di pensieri che non bada a punteggiatura, ripetizioni, coerenza. La forma è quella del flusso libero, che dalla mente arriva diretto nella pagina, senza filtri.
I protagonisti del romanzo sono per lo più bambini, intrappolati in alcune ossessioni che generano in loro stati d’angoscia, insicurezza, smarrimento. Il tema affrontato è dunque forte, pauroso, perché la colpa di tante debolezze è da imputare principalmente a genitori ansiosi, insensibili, anaffettivi.

Subito ci si rende conto che le trappole psicologiche in cui incappano i bambini descritti non sono invenzioni narrative. Ma stati mentali reali, circuiti terribili che condizionano esistenze intere. E da adulti, quei ‘mostri’ generati dalla mente non svaniscono, lasciano tracce, si insinuano nei rapporti e li scalfiscono.

Stelle nere” è un distillato di fobie che investono i piccoli, rendendoli vittime inconsapevoli e che fanno apparire noi grandi inadeguati.
Le parole-pensiero dell’autore fanno sentire gli adulti colpevoli, gli unici veri ‘piccoli’ della faccenda.

Il terrore dei bambini fa scattare nel lettore il desiderio di proteggerli, di impedire quella sofferenza, di agire responsabilmente, per evitare di causare malessere e distruggere quelle creature molli, plasmabili e pure.

Caro Rinaldo, la mia opinione sul suo libro è senz’altro positiva, perché si schiera in modo netto, prende posizione, sceglie una via coraggiosa e la batte con convinzione. Ho provato disagio in alcuni momenti, perché la verità affrontata da certi bambini, che lei definisce ’stelle nere’, è spietata, preoccupante e, per me, fino ad ora sconosciuta.

Il suo stile di scrittura mi ha spiazzato. L’assenza di accenti, apostrofi, virgole, va contro la mia inclinazione. Adoro i testi curati, magari asciutti e semplici, ma dalla forma oggettivamente corretta. Tuttavia riconosco il significato della sua scelta e, da un certo punto in poi, l’occhio si è abituato a quei discorsi interiori riversati su carta, stabilendo un contatto immediato e sincero con essi.

1 commento 31 Marzo, 2009

Sui libri

Ci sono milioni di libri scritti da milioni di scrittori, e in così tanti paesi, in così tante lingue e in così tante epoche, che non mi riuscirà mai di salire nemmeno un centimetro dell’Everest che ho di fronte“.

Lascio un libro a metà perché una frase, un passaggio di questo mi ha fatto venir voglia di ricercare qualcosa che potrò trovare in un altro testo, e quello mi porta inevitabilmente altrove. Poi ritorno al primo, e finisco il secondo, e così via. Ho trovato una soddisfazione diversa e particolare, ho messo in relazione opere e autori vissuti in secoli e continenti diversi, ho creato un ponte fra un saggio sulla regia cinematografica e un romanzo in versi, fra l’autobiografia di un premio Nobel e i racconti di un amico che mi ha dato da leggere il suo manoscritto“.

E poi c’è la certezza che un giorno, chissà quando, andrò finalmente in pensione, e passerò gli anni migliori della mia vita a riacciuffare tutti i bandoli, a leggere tutti i libri non ancora finiti, insieme a tutti quelli non ancora iniziati, non ancora comprati, non ancora pubblicati, non ancora scritti. E allora, quando avrò saziato la sete che ora mi affligge – quest’ansia di non aver letto abbastanza, di non poter leggere mai a sufficienza, il timore che la parte migliore del libro sia al capitolo successivo (o la paura che il capitolo migliore sia quello appena finito), che l’opera più riuscita di quell’autore sia un suo altro libro, e che in ogni caso ce ne sia da qualche parte un altro che mi darà ancora più soddisfazione, e l’idea che dei libri più belli di tutti vorrei essere non solo il lettore appagato ma anche, soprattutto, l’editore orgoglioso, perché il ruolo dell’editore è di trovare i bei libri e di offrirli, come un iniziatore di catena di sant’antonio, a decine di altri lettori da far innamorare di quell’amore che ha catturato anche me – allora, solo allora sarò rigoroso, e andrò dritto e spedito dalla prima all’ultima pagina, come un tram sulle sue rotaie“.

- Marco Cassini - editore della casa editrice Minimum Fax

4 commenti 25 Marzo, 2009

Bambini nel tempo

Non posso dire che “Bambini nel tempo” di Ian McEwan sia un romanzo appassionante dal principio alla fine. Le parti ostiche si fanno sentire, gravano sulla lettura, la rallentano in più tratti. Ma non offuscano mai il sapore amaro della tragedia descritta nelle prime righe. Succede infatti che le pagine iniziali tramortiscano e riempiano di significato anche il resto del racconto. Perché ciò che accade è così forte, vivido e destabilizzante, che quello che viene in seguito (o che non viene) appare di poco conto in confronto.
In una scrittura tesa e analitica, che scava profonda nella memoria del protagonista come il bisturi di un chirurgo, si rammenta l’incubo vissuto da Stephen Lewis che, durante un banale giorno di spesa al supermercato, perde per sempre la sua figlioletta Kate. In fila alla cassa, mentre si accinge a svuotare il carrello, si rende conto che la sua piccola è scomparsa, inspiegabilmente sparita. RapitaDa chi? Perché? Quando?
L’angoscia è tangibile, una tempesta di freddo investe il personaggio e i lettori. La paura è condivisa e fa scricchiolare le coscienze.
Ritengo la descrizione di quella sciagurata mattina al supermercato, con la ricostruzione lucida e puntuale di tutti i momenti trascorsi fino alla drammatica conclusione (dall’uscita incerta da casa, al tragitto a piedi, dalla lista di prodotti da comprare, agli scaffali pieni di vettovaglie), uno dei pezzi di narrativa moderna di maggior presa sul pubblico ed efficacia. Un resoconto incalzante e realistico, una capacità di soffermarsi su aspetti apparentemente secondari ma che si rivelano via via decisivi. Una penna illuminata, maestra nell’innescare una serie di immagini, pensieri e reazioni universali.
Il capolavoro di McEwan si concentra nel capitolo primo.
Il post-tragedia è un riflettere accanito sulla criticità dei rapporti umani, sul tempo immobile dell’infanzia, sulla crisi e la corruzione del governo inglese dell’epoca, sul crollo e la rinascita di un progetto di vita familiare. Tutti discorsi meritevoli di interesse, che però si dissolvono in fretta. Il vuoto lasciato da Kate, invece, si sedimenta nelle viscere.

Aggiungi un commento 23 Marzo, 2009

Imparare dai trulli

Via da Roma per pochi giorni. Un impegno di lavoro mi ha condotto in Puglia, fuori stagione.
Non la Puglia del ferragosto a Vieste, o quella delle passeggiate lungo il corso vivace di Gallipoli, in vacanza. E nemmeno la regione delle visite ‘impegnate’ a Lecce o Bari. Sono stata in un triangolo di terra alla moda perché se ne infischia della moda, lontano dalla modernità costruita a tavolino, attraversato delle casette a cono (i trulli) e dalle masserie lattiginose.
In valle d’Itria ho perso l’orientamento temporale. Nel 2009 sono abituata alle colate di cemento, non alle alcove di pietra, conosco i soffitti bassi e i soppalchi avidi di spazio, non i tetti a punta e le volte all’interno delle abitazioni. È liberatorio guardare indietro, ogni tanto, invece che sempre e solo avanti. Recuperare il senso di un luogo, assaporare la sua valenza storica, riconoscerne la suggestione data da origini lontane, dimenticate.
Tra Ostuni, Martina Franca, Alberobello e Locorotondo si vive in profonda sintonia con l’ambiente e si lascia posto agli ulivi, all’aria tersa, alle ordinate file di muretti con le pietre a secco.
Sono entrata in una ‘caverna’ bianca dove i tentacoli dell’arredo Ikea non potranno mai arrivare… Pareti tondeggianti, piani irregolari, misure eccentriche annunciavano la vittoria della personalizzazione, il trionfo dell’unicità sull’esportazione di modelli standardizzati. Irripetibili e inimitabili (persino dai cinesi), i casaletti rurali della Puglia stanno lì a ricordarci che la campagna non dovrebbe essere costellata da villette a schiera fatte con lo stampino e case vacanza in disuso, ma da proprietà che ‘parlano’ delle loro ferite e delle esperienze che le hanno modificate. Un po’ come noi esseri umani: siamo più interessanti quando buttiamo via le maschere e lasciamo che la verità venga a galla.

Aggiungi un commento 19 Marzo, 2009

C’è o ci fa?

Lo hanno pensato tutti, vedendola goffa e impacciata dietro a un paio di occhiali troppo grandi. Arisa ha davvero l’andatura traballante ed è costantemente imbarazzata, o l’hanno ‘disegnata’ così? Si tratta di una cantante di talento ma sprovvista di savoir-faire o di un’abile interprete di un ruolo preconfezionato, costruito per destare curiosità e simpatia? Di certo l’aspetto, da Pierrot triste, con lo sguardo incerto e le movenze buffe fa pensare a uno studio a tavolino del personaggio.
Una giovane poco attraente e per nulla appariscente, con una voce che merita di essere ascoltata, subisce un restyling inusuale che l’aiuta a scrollarsi di dosso l’anonimato. Lenti esagerate, frangetta demodé, labbra rosse lucide, naso lungo in primo piano, abiti di un’epoca perduta. Troppo caratterizzanti per chi è abituata a crogiolarsi nell’ombra e mal tollera le attenzioni altrui.
Quando canta, Arisa (ho scoperto che il vero nome è Rosalba Pippa… povera) rimane ferma al suo posto, al massimo dondola la testa e accenna brevi sorrisi. Le mani, le gambe, le braccia sono immobili. Non proprio una presenza scenica degna di nota. Ma la voce è cristallina, pulita e controllata. L’effetto sul pubblico è simile a quello provocato dal maestro Laurenti: tanto imbranato nelle movenze e nel ‘tu per tu’, quanto impeccabile e deciso nella musica. Su di lui le perplessità sono svanite. Dopo tanti anni di duetti con Bonolis, abbiamo abbandonato l’idea della finzione e accettato il suo essere metà paperino e metà Frank Sinatra. Ma si può dire lo stesso della vincitrice di Sanremo giovani? Si tratta di una vera sbirulina del pop? Io credo che un po’ di sincero smarrimento e dolcezza non guasterebbe. Eppur lo scetticismo fa capolino.

Aggiungi un commento 13 Marzo, 2009

Donne e lavoro

Come donna, mi chiedo, se potessi non lavorare, lavorerei lo stesso?
La domanda nasce dopo che un sondaggio del mensile Psycologies, sui cambiamenti intercorsi nel rapporto tra donne italiane e lavoro, ha decretato che “Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), e non per necessità“. Davvero? Il dato un po’ mi sorprende, soprattutto perché scopro che la maggior parte dell’universo femminile, in realtà, non avrebbe l’urgenza economica di un’occupazione. I mariti, a quanto emerge dalla ricerca (eseguita su un campione di 1908 donne), riuscirebbero a sostenere, da soli, i costi di una gestione famigliare. Ma come, e che fine ha fatto la crisi? E la ben nota fatica ad arrivare alla terza settimana del mese?
Nessuna persona di sesso femminile che io conosca, mia coetanea (siamo nella fascia anagrafica degli enta), può permettersi di non lavorare. Compagni, fidanzati, mariti, genitori ecc. accettano di buon grado il nostro “contributo“.
Stupore a parte, comunque, e ritornando al dilemma iniziale, la mia risposta decisa sarebbe “NO“. Non smetterei di lavorare, se potessi permettermelo. Le mie motivazioni, però, vanno oltre a quelle emerse nel sondaggio (soddisfazione personale, gratificazione professionale, raggiungimento di un’indipendenza), dipendono piuttosto dalla trappola che ci ha teso il sistema sociale e culturale che abbiamo costruito.
Non rinuncio al lavoro perché la vita stessa di noi occidentali ruota intorno al lavoro. Solo se si lavora si producono soldi e si riesce a far parte del meccanismo. Se non si produce, si è tagliato fuori, si finisce ai margini.
A queste condizioni, io non lo mollerei mai il mio lavoro. Vorrebbe dire accettare l’esclusione, rassegnarsi a uno stato di malessere cronico, convivere con i complessi e i pregiudizi, deprimersi.
Ma se lavorare non significasse sopravvivere dignitosamente in questo mondo, allora la scelta non sarebbe più scontata. Il benessere deriverebbe da attività diverse, non competitive, non frenetiche, non soldo-dipendenti. Si potrebbe investire il proprio tempo in occupazioni significative, varie e in grado di rasserenare il corpo e l’anima. Non lavorare avrebbe un senso, una valenza bella. Non solo per le donne.

1 commento 4 Marzo, 2009

The reader – A voce alta

Il volto stanco, estenuato dalle preoccupazioni, dalla povertà e dalla solitudine. Hanna Schmitz (Kate Winslet), controllore di tram, a stento resta a galla nella Berlino degli anni quaranta. Sul lavoro è puntuale, seria, responsabile e la sua ottima condotta le fa guadagnare una promozione. L’attende una collocazione più comoda, in ufficio, pratiche da sbrigare sotto un tetto, finalmente lontana dalle asperità della strada. Ma l’avanzamento di carriera in realtà la spaventa, equivale a un fosco presagio. E la spinge a cambiare piani, a ricominciare da capo, a scegliere di intraprendere una strada differente. Un’occupazione fisica è ciò che fa per lei, dura, più nelle sue corde, anche se ‘sporca’.

Michael Berg (David Kross) è un sedicenne che si imbatte per caso nel destino di Hanna, durante l’estate che precede il suo ‘cambio vita’, e che se ne innamora con il trasporto e la passione dell’adolescenza. In un rapporto furtivo di sesso e letture, in cui il giovane conosce i piaceri della carne e la donna l’estasi della letteratura, pendendo dalle labbra del suo “ragazzo”, costretto a leggere incessantemente per lei, la loro strana unione prende corpo.
Sbilanciata, insensata, senza futuro, priva di una vera comprensione reciproca. E si interrompe bruscamente quando Hanna, segretamente, sparisce senza lasciar tracce.

A distanza di 10 anni i due si rincontrano in un’aula di tribunale: lui, studente di legge, è lo spettatore del processo contro di lei e le altre sorveglianti di un campo di concentramento, colpevoli di aver fatto parte, senza ribellarsi, della strategia omicida nazista. Hanna viene condannata al carcere a vita, a scontare una pena maggiore delle sue “colleghe”, che l’accusano di aver redatto di sua pugno un atto terribile, che testimonia la decisione di lasciar morire centinaia di donne innocenti.
In realtà il documento non poteva essere stato scritto da Hanna, perché analfabeta, ma la vergogna a rivelare la sua ignoranza le impedisce di controbattere e di difendersi.

Da questo punto in avanti, anche l’esistenza di Michael (che da adulto è interpretato da Ralph Fiennes) è irrimediabilmente compromessa. L’uomo è sconvolto per quello che ha scoperto: la sua amante di gioventù ha preso parte alle barbarie dello shoah, è analfabeta (lo capisce durante il processo, quando gli riaffiorano alla mente alcuni ricordi significativi) e adesso è anche una detenuta.
Nonostante tutto, Michael non riesce a dimenticare quell’amore appassionato e il senso di colpa lo trafigge, perché avrebbe potuto modificare l’esito della sentenza, se solo avesse comunicato ai giudici l’analfabetismo della donna.
Qualche anno più tardi, ancora profondamente turbato, decide di fare qualcosa di concreto e di aiutare Hanna, ‘insegnandole’ a leggere. Effettua così una serie di registrazioni mentre legge ad alta voce i libri che più avevano colpito la donna durante la loro avventura, e glieli spedisce in prigione, per farglieli ascoltare. Hanna ha la possibilità di immergersi in racconti, romanzi, grandi capolavori e fa un passo più coraggioso: con i testi davanti agli occhi e la voce di Michael nelle orecchie, inizia a studiare le parole, ad associare i suoni ai testi, a discernere gli articoli dalle preposizioni e così via. Libro dopo libro, ascolto dopo ascolto, anno dopo anno, Hanna si alfabetizza.
Toccante e romantico, storico e drammatico, il film di Stephen Daldry affronta i temi dell’analfabetismo e dell’olocausto da un punto di vista diverso e si sofferma sulle pesanti conseguenze che entrambi producono nelle vite dei protagonisti.

2 commenti 28 Febbraio, 2009

Il triste caso di Jade Goody

È da qualche giorno che rifletto sulla vicenda dell’ex concorrente del Grande Fratello inglese, Jade Goody, malata terminale di cancro e sulla sua decisione di morire davanti alle telecamere. “Per soldi”, ha spiegato candidamente, “perché non voglio che i miei figli crescano nella povertà e nella miseria come me”.
Gli stadi finali della vita di una donna passano attraverso la famosa emittente Living Tv ed entrano in diretta, senza filtri, nelle case dei telespettatori. Un dramma personale diventa un affare pubblico, un reality dal titolo JADE. Partendo dal presupposto che io, al suo posto, avrei scelto il silenzio e il raccoglimento privato, il conforto dei miei cari, il rispetto profondo e il calore offerto solo da famigliari e amici, non è questo il punto. Non è lei, che mi sento di giudicare. Le mie ‘accuse’ sono rivolte al sistema mediatico, che si dimostra sempre più intrusivo, cinico, maledettamente amorale. Ancora una volta serpeggia nelle piaghe dell’animo umano e si insinua nella sofferenza, lucra sul dolore, spettacolarizza la disgrazia. Si comporta, in maniera amplificata, come nei casi di cronaca nera, quando il cronista di turno ‘tormenta’ la famiglia della vittima, tenta di estorcere risposte inutili ponendo macabre domande, si adopera per strappare un commento disperato.
Un meccanismo meschino e cieco, un circo dell’horror che non si ferma nemmeno di fronte alla morte.

1 commento 25 Febbraio, 2009

Montedidio

Chi ama scrivere rincorre il mito della metafora. Che deve essere utilizzata con misura e naturalezza. Una metafora banale, superflua o stridente è peggio di una non metafora. La metafora indovinata, viceversa, è quella che aggiunge un’immagine giusta, una sintesi esplicativa, forte, immediata.

Provate a leggere un racconto, un articolo o un romanzo qualsiasi di Erri De Luca e scoprirete la sua eccellenza nel trovare metafore stringenti, appropriate, sublimi, asciutte, ancorate alla terra e allo stesso tempo leggere, prosa che diventa poesia. Parole dense, fisiche, aggrappate alla verità della gente comune.
Come accade in “Montedidio”, dove l’italiano è vinto dal napoletano, lingua cruda, chiassosa, necessaria a farsi rispettare in una città brulicante di azioni, rumori, sapori.
A iurnata è ‘nu muorzo”: è l’incisiva espressione utilizzata dal falegname Mast’Errico per intendere che il tempo sfugge e non bisogna farselo scivolare via, ma sfruttarlo per lavorare.

L’essenza di questo libricino, suddiviso in capitoli brevi, è tutta nella sua forma semplice, scorrevole e nella fibrillazione di emozioni che investono il giovane protagonista. La sua prima esperienza in bottega, la malattia mortale della madre, l’amore per la vicina di casa Maria, una ragazzina divenuta donna in fretta, suo malgrado, l’amicizia senza filtri con don Rafaniello, lo ‘scarparo’ ebreo con le ali incastrate nella gobba, l’attaccamento per il boomerang con il quale si allena tutti i giorni a diventare uomo.
In un rotolo di carta il protagonista scrive, utilizzando l’italiano, l’idioma che sta zitto, gli accadimenti che lo portano a crescere, a farsi la voce da adulto, ad acquisire consapevolezza e un posto definito nel mondo.

In “Montedidio” Napoli strabocca da ogni pagina e si fa immagine chiara, nitida, sempre attuale. La sua essenza entra nel dialetto del popolo, nei vicoli affollati e perennemente in disordine, nell’esultanza delle persone che a Capodanno rovesciano la città, nel mare che si sente anche da lontano e nel cielo a cui si guarda fiduciosi e a cui si affidano speranze grandi.

Aggiungi un commento 23 Febbraio, 2009

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