Sanremo, secondo me

A volte ci vuole una pausa. Dagli assilli quotidiani, dalla fretta di fare e disfare. Dal senso di colpa che ti obbliga a non fermarti, per non deludere nessuno, prima di tutti te stessa.
La mia pausa salutare è stata ieri sera. Dopo cena ho accantonato le solite faccende da sbrigare, ho preso una rivista e mi sono piazzata sul divano, con la TV accesa. Su Raiuno. Prima puntata della 59esima edizione del Festival di Sanremo. Il piacere di vedere, soprattutto di ascoltare, Mina. Poi la curiosità di captare la sostanza della trasmissione (la solita solfa o spiragli di novità?).
Con un occhio rivolto alla tele e uno al femminile aperto sulle mie ginocchia, ho avuto modo di farmi qualche idea:

1) Bonolis è “sciolto” come al solito, ma il suo inglese è terribile e la sua “esigenza” di leggere sullo schermo i discorsi, per paura di dimenticarli, è antipatica. Con lo sguardo bloccato in su, seguiva lo scorrere delle parole che, invece, avrebbero dovuto venir fuori dalla memoria e dalla preparazione a cui si è sottoposto. Uno spettacolo deludente.
2) Laurenti è simpatico.
3) La valletta (e attrice?) Alessia Piovan è impacciata, sintonizzata forse su altre galassie…
4) Il modello Paul Sculfor è spigliato e disinvolto, un bello della porta accanto. Niente male.
5) Le canzoni mi sono parse generalmente mediocri. Persino i cantanti leggevano i brani sullo schermo. Desolante. Mi è piaciuta la Nikkolai, ho trovato orecchiabile il pezzo di Dolcenera, ho seguito il testo di Povia, ho cambiato canale durante le interpretazioni di Albano, Pupo, Zanicchi, Patty Pravo e parecchi altri.
6) Ho apprezzato la performance di Benigni, lo scherzare e il farsi serio, soprattutto ho ammirato il suo procedere a braccio, senza bisogno di alcun aiutino, recitando a memoria i versi di Oscar Wilde. Altro che gobbo a indicare la via…

Infine una considerazione a latere. Gli spot pubblicitari sono stati monopolizzati dal marchio Lidl, emblema del consumo a basso costo. Il messaggio che rimbombava, a ogni interruzione, era “da noi la spesa può essere tutto, tranne che cara”. Una palese dimostrazione della tesi avanzata da Benigni sul palco dell’Ariston: gli italiani, di questi tempi, sono più che mai interessati alla “certezza della cena”.

Aggiungi un commento 18 Febbraio, 2009

Strapagati e scontenti

Un milione di euro al presentatore e direttore artistico del Festival di Sanremo, Paolo Bonolis. Non capisco il chiasso che questa notizia ha provocato. Non comprendo lo sconcerto di chi si dice allibito per l’esborso di una cifra del genere. Mi sembra la sorpresa di chi finge di non conoscere la realtà e cade dal pero. Ma perché, Baudo, Bongiorno, la Ventura ecc. avrebbero guadagnato di meno al suo posto? O sono forse sottopagati per le trasmissioni che conducono?
Lo scandalo non nasce con Sanremo, ha origini primitive. Si dice che oggi c’è la crisi ed è immorale, ingiusto, scorretto che il denaro dell’azienda pubblica Rai venga dissipato in questo modo.
Condivido l’osservazione, ma non mi scompongo per certe, consuete, disuguaglianze. I mattatori del mondo dello spettacolo hanno sempre goduto di privilegi e stipendi smisurati. Ecco perché il sogno di molte è diventare veline, letterine, soubrettine varie… si spera di entrare nella scatola televisiva e di rimanerci aggrappate il più a lungo possibile. Non è etico, ma è proficuo. Chi conduce l’Isola dei Famosi o Il Grande Fratello ha le tasche che scoppiano, mentre un fisico, un ricercatore, un assistente sociale, un avvocato stenta a sopravvivere… È un meccanismo avvilente, ma ci siamo dentro da quando siamo nati.
Va bene protestare ed esprimere il proprio dissenso, ma lasciamo stare i sensazionalismi e i (finti) clamori.

Aggiungi un commento 12 Febbraio, 2009

Frost/Nixon-Il duello

Uscire dal cinema e, senza indugi, essere certi di aver visto un bel film. Non un prodotto buono, mezzo e mezzo, passabile, carino ma niente di più. Non un capolavoro mancato, una delusione cocente, una cantonata. “Frost/ Nixon-Il duello” è un racconto incalzante, diretto con intelligenza da Ron Howard, interpretato con bravura dai protagonisti Frank Langella (nel laborioso ruolo di Nixon) e Michael Sheen (negli abiti tirati a lucido del giornalista David Frost).
Due ore filate per rappresentare la costruzione-preparazione-realizzazione di un evento storico, che ha segnato un punto di svolta nel giornalismo televisivo: l’intervista verità del 1977 al presidente Richard Nixon, dimessosi dalla carica dopo lo scandalo Watergate, condotta dall’anchorman David Frost.
La nascita casuale di un’idea azzardata, le innumerevoli avversità per trasformare quella pensata originale in realtà, la confezione di una strategia efficace per portare a casa un risultato vincente: l’ammissione pubblica della colpa.
Ogni minuto della pellicola è teso, ogni manovra, guizzo e decisione che precede il big match produce suspence nello spettatore. L’espediente registico di includere nella narrazione delle finte interviste ai protagonisti, fatte a posteriori, aumenta il coinvolgimento e il senso di partecipazione.
Il clou della vicenda, naturalmente, è l’incontro-scontro Frost-Nixon, articolato in varie registrazioni che, per struttura, linguaggio, condizionamento esterno e contesto, assomigliano alle convulse riprese di una sfida di pugilato. Come in un ring, i due avversari (e il loro entourage, tra cui Kevin Bacon supporter fedele del presidente) si provocano, si fronteggiano con arguzia e combattività, architettano tranelli.
Per tre quarti del tempo è Nixon a padroneggiare, con la sua eloquenza pungente e ostinata, la sua determinazione incrollabile, la sua tenacia. Ma poi, nello scontro finale incentrato sulla vicenda Watergate, Frost recupera terreno e imprime il colpo del KO al ‘rivale’. Per la prima volta, emerge il lato debole dell’ex presidente, l’altra faccia, stanca, patita, la dimensione privata, incrinata dal peso degli errori commessi e dall’esito ferale della sua politica.

Aggiungi un commento 10 Febbraio, 2009

Pranzo di ferragosto

Capelli permanentati, affezionati ai bigodini, sguardo acuto e capriccioso, eloquio morbido e cadenzato. Eccola la diva del film di Gianni Di Gregorio, la non attrice professionista Valeria De Franciscis. Una donna raffinata al di là delle macchie sul volto, delle ferite fuori e dentro il corpo, della senilità. E’ la mamma ultra novantenne di Gianni, vedova, che vive col suo premuroso (e alcolizzato) figlio in un appartamento al centro di Roma. Insieme si confortano dalla solitudine reciproca e si barcamenano tra conti in rosso e mancanza di prospettive.
Un giorno di agosto ricevono una richiesta insolita: accogliere in casa, per una notte, l’anziana madre dell’amministratore del palazzo, Alfonso, in cambio della cancellazione dei cospicui debiti accumulati. Il di Gianni è tirato, sofferto e l’uomo si anestetizza trangugiando calici e calici di vino. La sua frustrazione è forte, ma non si scompone, mantiene la sua cordialità, è servizievole, prepara il letto per la nuova arrivata e con fare rassegnato attende il peggio. A distanza di poco tempo scopre che, oltre alla mamma, dovrà offrire vitto e alloggio anche alla vecchia zia di Alfonso, la signora Maria, mollata dai familiari nel periodo delle ferie. Infine, last but not the least, un’altra donzelletta di ottanta anni finisce a passare la notte da lui… la madre del suo amico medico che, impegnato in un turno all’ospedale, lo supplica di tenerla con sé.

Così Gianni si prepara a trascorrere il ferragosto in compagnia di quattro anziane signore di indole e temperamento assai vario. Tanto una è discreta e riservata, quanto un’altra è socievole e burlona, tanto la terza è dolce e accomodante, quanto l’ultima fa i dispetti. Quattro persone con la voglia di giocare, conoscersi, rilassarsi al di fuori dei ruoli a loro assegnati. Quattro donne dall’istinto forte, la vivacità trascinante, la dolcezza negli occhi. E in mezzo a loro un cinquantenne solerte che a fatica riesce a ‘gestirle’.

Il film girato da Gianni De Gregorio è il sereno affresco di una generazione difficile da raccontare. Quella dei vecchi. Che l’estate diventano quasi un peso. Che si incaponiscono per quello che vogliono. Che non si rassegnano al silenzio e alla disperazione. Che si aggrappano ai ricordi e ne fanno il loro tesoro. Che preferiscono sgarrare le regole, di quando in quando. Che non temono di apparire ridicoli. Che rinunciano alla salute o ai soldi, piuttosto che al divertimento e all’ebbrezza della novità.

Aggiungi un commento 8 Febbraio, 2009

Aspettando Steve Jobs

Sono dispiaciuta per il distacco di Steve Jobs dalla Apple dovuto a problemi di salute. Anche se auspico che si tratti veramente di una pausa momentanea, fino a giugno. Oltre alla preoccupazione per la malattia che lo ha colpito, c’è il cruccio di dover rinunciare a un personaggio carismatico, emblema di una generazione. Il culto della mela morsicata è in gran parte dovuto al co-fondatore e amministratore delegato dell’azienda di Cupertino, figura scaltra, seducente, coraggiosa, innovativa. Un idolo per milioni di Mac-dipendenti, un leader appassionato e moderno che per molti, se non per tutti, incarna il successo del marchio.
Manager in jeans e scarpe da ginnastica che, nel 1976, ha stabilito la prima sede della società Apple Computer nel garage dei genitori e che, per finanziarsi, ha venduto il suo pulmino Volkswagen, Jobs esprime il sogno dell’America meritocratica.
Io ho sperimentato il suo magnetismo tardi, circa un anno e mezzo fa, quando ho assistito alla presentazione dell’IPhone di fronte a un pubblico che pendeva dalle sue labbra. Ho subito il suo fascino e compreso il mood dei suoi fan semplicemente ascoltandolo e osservando il suo contagioso entusiasmo. Ho creduto che fosse cool, come il computer che ha creato e, nel mio piccolo, mi sono sentita parte del mito Apple, grazie al MiniMac che, ogni giorno, è di fianco a me sulla scrivania dell’ufficio.
Se penso ai capi che hanno fatto parte della mia vita e li paragono a lui, sento di essere stata sfortunata. Ma poi ci ripenso e mi dico che un personaggio di tale levatura è unico e che è già un privilegio aver avuto a che fare con il frutto del suo ingegno.

2 commenti 5 Febbraio, 2009

Uto

Il protagonista del libro di Andrea De Carlo è un soggetto particolare, lo si capisce subito, già dal nome.
Uto è un diciannovenne intelligente e insofferente, con il mal di vivere addosso e un cupo cinismo che appesantisce ogni suo pensiero. Ciò non gli ha impedito di diventare, suo malgrado, un formidabile musicista, il dio del pianoforte. Uto ha un aspetto da punk e una sensibilità acuta, in più pensa in grande: si sente superiore a chi gli sta accanto e prova fastidio per i suoi cari, che considera deboli, schiacciati dalla routine quotidiana e aggrovigliati nella rete degli obblighi sociali.
All’inizio del romanzo, il giovane viene spedito in America, a casa di amici di famiglia che vivono in una cittadina spirituale chiamata Peaceville. Il tentativo è quello di farlo “guarire” dal pessimismo esasperante, renderlo più aperto agli altri, iniettargli energia positiva. Ma Uto non cambia di una virgola, almeno fino alle ultimissime pagine del libro. Al contrario, sconvolge gli equilibri delle persone che lo hanno ospitato, facendo saltare rapporti consolidati e mandando in malora la fittizia armonia che regnava.
La vita nella comunità è incentrata sull’aiuto reciproco degli abitanti, sulla ricerca costante della felicità, sull’assenza della materialità che abbrutisce e sul tentativo di coltivare l’anima. Un posto quieto, silenzioso, in cui un vecchio guru orientale è venerato e circondato da fedeli eternamente devoti e riconoscenti.
Per Uto è tutto insopportabile: il finto perbenismo, l’apparente e incontrastata serenità, i sorrisi spalmati sulle facce della gente, i buoni propositi, l’indulgenza generale, la scelta di condurre un’esistenza sobria, priva di impulsi, fatta solo di preghiere e passive rinunce.

Tutti i personaggi del romanzo sono ben delineati e caratterizzati. De Carlo attribuisce a ognuno una personalità complessa e unica, descritta con minuzia e coerenza.
Il racconto è scorrevole, anche se ho trovato ridondanti le parti in corsivo, quelle che esprimono il pensiero di Uto, le sue farneticazioni private. Uto è una figura originale e interessante, anche se, alla lunga, il suo mutismo stanca e rende alcuni dialoghi un po’ indigesti.
Il finale del libro è deludente, una stonatura che fa perdere forza e credibilità anche al resto del romanzo. Come può, Uto, trasformarsi improvvisamente in santone, lui che ha sempre dimostrato razionalità, scetticismo e una capacità critica oltre la norma?
Forse, il suo diventare faro spirituale, è in realtà uno sberleffo, un inganno astutamente architettato che gli permette di interpretare la parte dell’onnipotente. Un ruolo divino che gli consente finalmente di essere ammirato e idolatrato come ha sempre sperato. Se l’intenzione mascherata di De Carlo è questa, allora salvo la conclusione, altrimenti la boccio senza attenuanti.

Aggiungi un commento 31 Gennaio, 2009

Facebook e la guerra fra generazioni

Ho già parlato di Facebook e del suo effetto contagio, ma ho commesso uno sbaglio. Fino a poco tempo fa ero convinta che il social network delle amicizie intrecciate fosse la passione degli internauti giovani e giovanissimi. Includendo nei “giovani”, com’è d’obbligo nella società italiana, anche la fascia anagrafica dei quarantenni. Ho scoperto, invece, che la partecipazione ha confini ben più estesi. Gli ultra cinquantenni hanno perso la testa per il sito del momento e si sono ringalluzziti al grido di “accetti l’amicizia di…”o “partecipa al gruppo di…”. Per loro, che a fatica accendono il computer e capiscono come collegarsi alla Rete, Facebook è un gioco meraviglioso.
Pensate a un sessantenne che rivede un compagno di scuola delle elementari on line… la sorpresa è pazzesca: sono trascorsi 50 anni! E figuratevi l’emozione di curiosare fra le foto recenti di conoscenze dal sapore antico. I cambiamenti risultano profondi: gente “invecchiata” di brutto, con solchi sulla pelle, capelli bianchi, chili e chili accumulati… Vere metamorfosi. E immaginate il gusto di sapere che destino gli è capitato, quali esperienze hanno affrontato, quanta fortuna o sfortuna hanno incontrato nella vita. C’è tanto da raccontarsi e da scoprire, decenni e decenni da investigare fra le pagine di un profilo Internet.
Ma tutto questo interesse per Facebook, da parte degli over 50, ha creato una guerra fra generazioni. Capita infatti che un adolescente trovi la richiesta di amicizia di uno zio un po’ attempato, o che un figlio trentenne riceva l’invito del padre sessantenne. O che un bambino di 10 anni voglia entrare nella lista di “friends” di una cugina venticinquenne. O ancora che l’anziano parente di un caro amico ci esorti ad accettarlo nel nostro gruppo. È inevitabile l’imbarazzo e la tentazione di cliccare sul magico tasto “ignora”. Perché ficcare il naso, tra coetanei, è consentito, ma se lo fa una mamma, un papà, una zia, una prozia, una nonna… allora il gradimento precipita.

Aggiungi un commento 25 Gennaio, 2009

Gregory House

Perché lo chiamano House? Lo conoscono da una vita, collaborano fianco a fianco, sono colleghi (Cameron, Chaise, Foreman), superiori (Cuddy), amici (Wilson)… eppure il nome Greg non riescono a pronunciarlo. Troppo intimo? Come se le persone care mi chiamassero per cognome, anziché Francesca. Oltre che surreale, sarebbe fastidiosissimo - come detestavo i compagni di classe che, ai tempi delle medie, imitavano i professori, rivolgendosi a me in modo impersonale e distaccato. Non so perché, ma si usava prendere le distanze, almeno a parole e soprattutto tra maschi e femmine. Credo che i ragazzi amassero atteggiarsi e vestire i panni dei machi, o forse era semplicemente la timidezza a creare questa lontananza nella comunicazione -.

Comunque, quello del ti-chiamo-solo-per-cognome non è il solo aspetto di “Dr House” a stridere. Il personaggio stesso è fuori dalla norma: un medico-orso, irascibile, scorbutico, cocciuto, misantropo, drogato, che rifiuta il contatto con il paziente ed è insofferente a qualsiasi disciplina. Insomma, l’anti-dottore, l’uomo che nessuno si augurerebbe di incontrare sulla propria strada di povero malato.

E invece, come Jessica Rabbit, House è stato disegnato così… creato apposta per farsi amare al di là di ogni ragionevole dubbio. Quello che piace di lui, è ciò che si dovrebbe odiare. Il suo cinismo cieco, la sicurezza sfrontata e istintiva nel formulare ingarbugliate diagnosi, l’umorismo nero, la sofferenza fisica e psichica che lo schiacciano, lo rendono INTRIGANTE.
E ora milioni di spettatori pendono dalle sue labbra, me compresa.

Sì, i suoi metodi sono irrealistici, più da detective alla ricerca di indizi che da medico alle prese con un male. I casi che gli capitano a tiro rappresentano un condensato di tragedia e rarità allo stato puro. Il suo comportamento non sfiora l’assurdo, supera abbondantemente il ridicolo. Ma chi lo segue apprezza ogni pazzia, insensatezza e incoerenza.
Non è che i suoi ammiratori siano finti tonti o creduloni. Al contrario. Sono consapevoli della non veridicità della narrazione e se ne compiacciono, si divertono, sghignazzano di fronte alla follia di un uomo e di tutto il suo entourage. Anche se si parla di ospedali e malattie, non è obbligatorio fare i seri.

La puntata trasmessa domenica 11 gennaio merita un inchino. Vorrei conoscere gli autori per abbracciarli forte e ringraziarli. Un regalo indescrivibile per il pubblico in delirio. Fremo dalla voglia di scoprire cosa succederà ora… quell’incidente shock, quella morte maledetta, quella ‘resurrezione’ foriera di cambiamenti…

Aggiungi un commento 14 Gennaio, 2009

Sempre, mai

“Forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E’ come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.
Sì, è proprio così, un sempre nel mai.”
- Muriel Barbery -

Aggiungi un commento 11 Gennaio, 2009

L’eleganza del riccio

Divido idealmente il romanzo di Muriel Barbery in 4 parti. Con un segnalibro immaginario tengo separati mucchietti di pagine per descrivere meglio le mie impressioni. Passo passo.
I capitoli iniziali trascinano, perché tracciano i contorni di due personaggi tanto singolari quanto accattivanti: Renée e Paloma.
La prima è una portinaia racchia di mezza età, con una testa da Harvard, che mette il bavaglio a un’intelligenza fuori dal comune. Una finta sprovveduta, che si conforma alle aspettative e agli stereotipi imposti dal suo modesto ruolo, nascondendo a tutti cultura, sensibilità artistica, gusto letterario, guizzo filosofico. I ricchi signori, proprietari degli appartamenti sontuosi che è tenuta a sorvegliare, la credono ignorante, insignificante, (giustamente) confinata ai margini sociali e lei, semplicemente, si adegua.
La seconda protagonista non convenzionale del libro è una bimbetta smilza di 12 anni con tendenze suicide e un cervello fervente. Una giovane sagace, geniale, spiazzante, disgustata dalla grossolanità di una famiglia facoltosa e di un intero sistema di relazioni ipocrite, inique e insensate.

Lo schema del libro è lineare, ripetitivo, dà voce una volta a Renèe e una volta a Paloma. I capitoli esprimono le riflessioni dell’una e dell’altra, alternandole. Per una settantina di pagine il meccanismo avvince. Dopo, cominciano gli sbadigli (la seconda parte dell’opera). C’è un punto, che sembra di non ritorno, in cui monta un freddo disagio che ti fa domandare: aiuto… andrà avanti sempre così? Disquisizioni e congetture, riflessioni e intendimenti, pensieri e ragionamenti?

Malgrado le perplessità, il rischio di mollare la lettura non si presenta. La scrittura di Muriel Barbery è talmente raffinata, accurata e intonata, che impedisce a chiunque di gettarla alle ortiche.

La terza parte premia chi è stato tenace, confluendo armoniosamente e velocemente nella quarta. E’ la fase in cui accadono i fatti più toccanti. Cominciano a sbocciare le camelie: le protagoniste emergono dal loro intimo confessionale e si aprono agli altri: nuovi incontri, storie inaspettate, rivelazioni importanti, episodi commoventi. Si conoscono, si piacciono, si guariscono, si mescolano a persone di valore.
Un’amicizia che è anche amore si affaccia all’orizzonte, elegante, superiore, perfetta. La conclusione, drammatica, è comunque garbata e piena di intenzioni.

Un romanzo penetrante e forte, scritto ad arte.

Il bottino che mi porto dietro è considerevole: righe e righe di sottolineature, orecchie lasciate sulle pagine più belle, per rileggerle ancora e ancora, frasi copiate per ispirazione, parole inusuali, memorizzate per farle mie.

3 commenti 10 Gennaio, 2009

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