
Siamo divorati dalla fretta. Non c’è più voglia di ascoltare, conoscere ragioni, spiegazioni, di tollerare lentezze varie.
Una mia amica mi raccontava di un assalto verbale subìto in farmacia. Lei tentava di descrivere il suo malessere, partendo dai primi sintomi avvertiti, e dall’altra parte del bancone solo indolenza: “Ho capito, quindi che vuole? Che le serve?”, ha tagliato scocciato il medico.
I tempi si sono contratti in ogni ambito della vita. Persino a casa ci si sente in colpa a gongolare un po’. Occorre sbrigarsi, rispettare la tabella di marcia, scandire i momenti della giornata e non rimanere indietro. Per non parlare di ciò che avviene quando siamo in ‘moto’. Un tentennamento di troppo al semaforo e dall’auto retrostante scatta furente il suono del clacson; un’andatura pacata e i gestacci degli altri automobilisti si sprecano; una sosta per chiedere un’informazione e una valanga impetuosa di insulti ti travolge…
Se siamo sull’autobus e la persona davanti a noi non si sbriga a scendere o a farci posto ci lasciamo scappare qualche spintone. Se passeggiamo e ci si para davanti un anziano, o una mamma col passeggino, cominciamo a fremere e a velocizzarci per superare. Se qualcuno ci chiede un’indicazione stradale, gliela forniamo, ma senza interrompere ciò che stavamo facendo, parliamo e andiamo avanti, lanciando un messaggio inequivocabile: NON HO TEMPO DA PERDERE!
A lavoro la prontezza è tutto: chi è capace ma ‘lemme lemme’ finisce per creare rallentamenti al sistema e, prima o poi, passa dei problemi. Ma quello che più mi turba è la ‘fretta sentimentale’: gli sms al posto delle dichiarazioni d’amore, le e-mail sbrigative invece delle parole pronunciate vis a vis, gli incontri sbrigativi senza il tempo di approfondire, entrare nei pensieri dell’altro, scoprire il suo b-side.
Sono convinta che tutta questa smania di correre faccia accelerare anche il nostro processo di invecchiamento: più zampe di gallina ai lati degli occhi, più grinze sulla fronte, più solchi che rigano i volti ingrugniti. Ma chi ce lo fa fare?
15 Giugno, 2009

Ho finalmente assistito all’intervista al veleno di Daria Bignardi al ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, durante la registrazione di una puntata dell’Era Glaciale.
Di fronte al filmato, ero sinceramente intenzionata a capire chi (e se) avesse sbagliato. Per questo ho seguito lo ‘scontro’ con viva attenzione, cercando di non schierarmi (la mia indole propendeva naturalmente per Daria, ma non le ho dato ascolto).
Partiamo dai fatti: lei ha commesso un errore. Giacomo Brodolini, ex ministro del Lavoro ai tempi del governo Rumor, che Brunetta ha più volte citato nel suo libro ‘Rivoluzione in corso’, diventa nella sua bocca (e nella penna di chi lo ha erroneamente scritto consegnandole gli appunti) Brandolini. Daria non si accorge dello sbaglio perché, ammette, non conosce il personaggio.
A questo punto Brunetta scatta, si copre il volto con le mani mostrando imbarazzo, “Mi meraviglio di lei”, inveisce. La giornalista cerca, un po’ goffamente, di sminuire l’accaduto: “Brandolini, Brodolini, non sono queste le cose che contano” e ciò non fa che peggiorare il malcontento dell’ospite, che incalza: “lei non ha letto il libro”. Daria ribatte: “lei è antipatico”, e lui, piccato: “anche lei”. Piovono accuse reciproche. Daria è in difficoltà, il suo disagio le fa perdere l’aria rilassata che in genere la contraddistingue. Si fa permalosa. Il ministro è rigido, puntiglioso, pungente. Spara a raffica. Poi, a poco a poco, la rabbia scema e l’intervista prosegue su toni meno aspri (ma la diffidenza è un velo che li avvolge stretti).
Che idea mi sono fatta?
Nei panni di Daria, mi sarei ’sotterrata’. Sbagliare capita a tutti, ma un errore disturba molto profondamente, soprattutto se mette in dubbio la nostra professionalità. Come lei, mi sarei scusata per l’accaduto, ma senza tentare di buttarla sul ridere o di minimizzare. Avrei ‘subito’ la critica e tentato di andare avanti (con la gaffe nel cuore).
Che poi Brunetta abbia insistito sull’errore, mostrandosi scandalizzato, questa è un’altra storia. Chiaramente non era mosso da ‘simpatia’ verso la conduttrice e stava sul chi va là dall’inizio del confronto, pronto a ‘difendersi’ da qualsiasi punzecchiatura.
Le interviste della Bignardi sono abitualmente ‘scomode’. Brunetta era preparato al peggio. Ecco perché non gli è parso vero che la giornalista sia incappata nell’errore, permettendogli di ribaltare le dinamiche consuete, di spostare i pesi e i ruoli. Lui ad attaccare e lei a difendersi. Come lasciarsi sfuggire l’occasione di mostrare al pubblico quanto informato, preciso, preparato sia il ministro e, viceversa, quanto ‘ignorante’ la giornalista?
Ho esaminato la lettura che Gad Lerner ha dato dell’accaduto sulle pagine di Vanity Fair. A suo avviso, Daria è stata ingiustamente colpevolizzata dal ministro, sprezzante senza motivi nei suoi confronti. L’ho trovato però imparziale, mosso più dal suo affetto per la collega che da vero senso critico. Forse la vicenda andava considerata da una prospettiva più ampia. In fondo Daria non esita mai a far camminare i suoi ospiti sul filo spinato e, per una volta, è toccata a lei la ‘ramanzina’.
Infine una considerazione sul devastante potere dei refusi. Immagino quello che avrà passato il ‘poveretto’ che ha scritto Brandolini al posto di Brodolini, consegnando a Daria il foglio con il nome sbagliato… Per colpa del suo errore, la giornalista ci ha rimesso la faccia. Roba da non dormirci la notte. Mi auguro che, chiunque sia, esca incolume dalla vicenda.
19 Maggio, 2009

All’apparenza timida, si è dimostrata presto di una sfrontatezza accattivante. Chiara Civello ha ‘riempito’ il palco della Sala Petrassi all’Auditorium di Roma, venerdì 15 maggio, non solo con la sua voce piena e calda, ma anche con la sua presenza suadente.
Avvolta in un tubino rosso audace, che ha fatto riaffiorare alla mente un’altra bellezza canterina, ma di celluloide (Jessica Rabbit), la jazzista italiana trapiantata a New York ha esordito con aplomb e misura, imbracciando la chitarra e soffiando quasi sul microfono, ma dopo poche canzoni si è ritrovata a saltare sul palco (con tanto di tacchi a spillo) e a volteggiare a ritmo delle percussioni.
Un’artista poliedrica e intensa, che delizia per quello che canta e soprattutto per come lo canta. Dolce e raffinata, ma anche forte e rabbiosa, sempre assorta e generosa nella performance.
Al pianoforte suona con un atteggiamento raccolto e rilassato, sciogliendosi in una melodia lirica. In piedi, pizzica le corde della chitarra con delicatezza, ma aggiunge espressioni e movimenti istintivi.
Tecnica e doti naturali si fondono, dando vita a un concerto piacevole dal principio alla fine.
Un vero peccato che, davanti a me, alcuni spettatori, non giovanissimi, sembrassero statue di sale. Dalle gallerie applausi e complimenti continui, nelle prime file, invece, sorrisi abbozzati e tiepidi applausi.
L’esito è stato comunque molto positivo, con la sala gremita e tanti bis richiesti. L’ultima esibizione, con Chiara scalza a dare il suo poetico commiato, mi ha trasmesso l’idea di una donna pronta al successo, consapevole dei suoi mezzi e matura abbastanza da rimanere, di fatto, coi piedi per terra.
18 Maggio, 2009
Dato che non ho vinto e tanto meno sono arrivata fra i primi 10, pubblicherò qui la mia favola, scritta per partecipare al concorso Incipit Da Favola, sul sito Ilmiolibro di Repubblica.
Dovevo scrivere un racconto di fantasia, per bambini, partendo dall’ incipit scritto per l’occasione dall’autrice Paola Mastracola.
Ecco il mio testo.
IL GIARDINO DEGLI ORTI
“Siccome avevo preso un altro brutto voto, mio padre mi disse: - Va bene, allora oggi verrai con me a lavorare. Così vedrai come si fatica! Mio padre faceva il giardiniere, e andava in giro per i giardini altrui. Andava a potar piante, rastrellare foglie e tagliare erba col suo potente tagliaerba. Quel giorno doveva occuparsi niente meno del giardino dei terribili Lorchitruci. I Lorchitruci erano la famiglia più ricca e potente della collina. A me facevano paura due cose di loro: il nome, perché mi veniva da pensare a degli orchi molto truci; e il giardino, appunto, perché era chiuso da una muraglia gigantesca dietro la quale chissà che cosa mai si nascondeva.”
“Ma non è colpa mia, è la maestra che non mi sopporta!” gridai. Se mio padre si convinceva che ero vittima della signora Sotuttoio, forse mi avrebbe risparmiata. “Ah sì? E perché ce l’avrebbe con te?” domandò scettico. “Perché ho aiutato Alice durante l’interrogazione. Mi ha beccato mentre le suggerivo le risposte e ora ce l’ha con me!” Ecco, l’avevo detta, la bugia. Ma a fin di bene. Ero stata convincente: voce ferma, sguardo dritto, mento in su. Molto credibile. “Se mi racconti un’altra frottola, a lavorare dai Lorchitruci ci vai da sola!”. Non c’era cascato. Indossai gli abiti più vecchi e rovinati che avevo e il berretto con la visiera, per coprirmi bene. Quei Lorchitruci non dovevano capire chi ero e, in ogni caso, avevo troppa paura di incrociare gli occhi di uno di loro. Girava voce che fossero una famiglia molto numerosa, strana, con una cameriera cattiva che odiava i bambini.
Durante il viaggio rimasi in silenzio, mentre mio padre fischiettava al volante. Il camioncino scricchiolava e ad ogni buca sembrava perdere pezzi. “Mentre tu lavori, io potrei lavarti il camion!” proposi con furbizia. Era un modo per scampare alla punizione. “Ho detto che mi aiuterai con il giardino e non ne voglio più parlare!” mi azzittò.
Giungemmo presto a destinazione e il mio terrore aumentava. Mi aspettavo che da un momento all’altro sarebbe spuntato fuori un mostro o chissà cosa e non volevo lasciare il camioncino. “Datti una mossa, scendi giù!” tuonò papà, che tutto era fuorché paziente. Non aveva idea di quello che si diceva sul conto dei Lorchitruci. Si diresse svelto verso l’ingresso, mentre io finalmente saltai giù dal sedile e gli andai dietro, preoccupata. Suonò il campanello e aspettammo. Per la verità, lui aspettava, io pregavo che non ci fosse nessuno dall’altra parte. “Sì? Chi è?”, la voce nasale di una donna pose fine alle mie speranze. Doveva essere la terribile cameriera. “Sono il giardiniere Maurizio e qui con me c’è anche mia figlia Silvia”, spiegò. Uffa, ma perché aveva spifferato il mio nome? Mi spinsi la visiera del berretto in avanti, per nascondermi. Il cancello si aprì con uno scatto. Chiusi gli occhi e mi aggrappai alla giacca di papà, che procedette sbuffando, trascinandomi come una borsa pesante. Dopo pochi passi, si illuminò: “Che meraviglia! È un parco splendido!”. Io continuavo a non mollarlo, finché lui, per l’entusiasmo, fece un balzo e si staccò, correndo verso il roseto: “Guarda che rose magnifiche!” esclamò. Tenevo ancora gli occhi chiusi quando l’abbaiare di un cane mi spinse ad aprirli. Ma non vidi nessun animale, solo tanti colori, accesi e luccicanti. E un’infinità di piante, foglioline, fiori grandi e piccoli, frutti e alberi maestosi. Ero confusa, un giardino così bello non poteva essere dei Lorchitruci… Forse papà aveva sbagliato indirizzo. Poi un cagnolino con una zampa avvolta in una fasciatura arancione si avvicinò. Era il cucciolo che stava facendo chiasso poco fa. Mi accorsi che in realtà non aveva una benda, ma una carota al posto della zampetta. Poi, sbucò una vecchia con il naso a forma di zucca. “Salve, sono la cameriera dei signori Lorchitruci. Entrate, vi stanno aspettando”, disse con la zucca che le dondolava. Papà era imbambolato per via di quel posto magico e non aveva badato né alla zucca, né alla carota. Io non sapevo che pensare. In un certo senso quelle stranezze iniziavano a incuriosirmi. Accedemmo nella sontuosa sala degli ospiti. Lo spazio era colmo di oggetti preziosi, ma talmente enorme, da sembrare vuoto. I Lorchitruci apparvero sullo sfondo, come personaggi di fantascienza sullo schermo di un cinema. Era vero che erano tanti, ed era vero che erano strani. Erano incredibili. Ma non facevano paura.
Il capofamiglia era lungo e verdastro come una zucchina. La donna al suo fianco (doveva essere sua moglie) aveva orecchie penzolanti e ovali, simili a melanzane. Poi c’erano tre ragazzini, più o meno della mia età: uno con il naso fino che assomigliava al gambo di un sedano, un altro con le ciglia dritte, che terminavano a cespuglietto, come le punte degli asparagi, l’ultima aveva foglie di lattuga al posto dei capelli. Infine c’era una signora anziana con la pelle a strati, divisa in petali spessi, tali e quali a quelli dei carciofi. I Lorchitruci non erano soltanto persone, ma ortaggi-persone.
Papà era sconvolto quanto me e nessuno dei due spiccicò parola. Fu il signor Zucchina a spezzare il silenzio: “Grazie di essere qui, signor Maurizio, sappiamo che lei è il miglior giardiniere del paese”. La moglie-melanzana continuò: “Signor Maurizio, le chiediamo di curarci come se fossimo il suo orto più caro, di darci da mangiare, annaffiarci e farci stare in salute. Vogliamo che lei lavori per la salvezza della nostra famiglia!”.
Quelle creature fantastiche avevano bisogno di mio padre, delle sue conoscenze, del suo mestiere, per non ammalarsi, crescere e continuare a esistere. Papà accettò e promise di non svelare mai il loro segreto. Io feci lo stesso e aggiunsi che sarei andata a trovarli spesso, per giocare con naso di sedano, ciglia d’asparago e capelli a lattuga.
Prima di andar via, rivolsi loro una domanda: “Ma perché vi chiamate Lorchitruci? È un nome che fa pensare a mostri terribili”. Nonna-carciofa mi sorrise e disse: “Il nostro vero nome era Lortiamici. Esprimeva la nostra essenza, ma svelava troppo… Così decidemmo di camuffarlo per tenere a distanza la gente. A volte, la verità fa più paura della finzione”.
Ma io sapevo che non era così. Avevo capito che strano è solo ciò che non si conosce. E che se si aprono bene gli occhi, si possono vedere mondi meravigliosi e incontrare amici speciali.
23 Aprile, 2009

Raymond Carver mi ha attirato a sé poco a poco. Un racconto dopo l’altro, un personaggio dopo l’altro, una parentesi di vita dopo l’altra.
La sua scrittura asciutta e la sua sintesi estrema non fanno urlare al capolavoro stilistico. Una tecnica estremamente essenziale e tirata all’osso, quasi scheletrica.
Frasi brevi, pochi aggettivi, linguaggio colloquiale. Eppure discorsi salienti, capaci di cogliere il clima esistenziale di una parte dell’America disillusa e tormentata, diversa da quella entusiasta, lavoratrice, libera e vincente che siamo abituati a conoscere.
Gli uomini e le donne dipinti da Carver inciampano spesso nel corso delle loro esistenze, stentano a costruire rapporti stabili e a percorrere una strada di serenità e fiducia reciproca. Sono persone comuni che, attraverso esperienze banali, manifestano inquietudine, solitudine, paura.
Personaggi in difficoltà quotidiana, che vengono licenziati o lasciati, che perdono un figlio, che trovano l’alcool, che soccombono all’inerzia, che tradiscono o sono traditi, che non dialogano, che si fanno anestetizzare dalla tv, che subiscono la precarietà, che conoscono i pregiudizi.
Nel suo stile conciso e mai retorico, Carver fa emergere un quadro sociale preoccupante, nitido e reale.
Le storie di cui parla sono piccole, ma metafore di disagi grandi.
In “Cattedrale” si susseguono 12 racconti. Fra questi, ce ne sono di buoni (Da dove sto chiamando, Stare attenti, Febbre) di meno buoni (Vitamine, La casa di Chef, Conservazione), di eccellenti (Penne, Una piccola, buona cosa, Cattedrale). I migliori sono quelli che hanno fatto nascere nella testa immagini chiare, forti, significative, angoscianti o ironiche, da far rabbrividire o intenerire. Tutte pungenti e piene di strascichi.
Le Short Stories di Carver sono così piene di particolari e indizi che non fanno rimpiangere gli intrecci, i colpi di scena e le iperboli narrative dei romanzi. Hanno dentro messaggi profondissimi e duraturi, come la poesia.
Il loro tempo di lettura è breve, quello di permanenza nella mente è impossibile da misurare.
12 Aprile, 2009
Nella disperazione delle macerie abruzzesi e nella gravità della tragedia umana di questi giorni, c’è una scena che, più di ogni altra, mi ha fatto infuriare. Un filmato televisivo di Matrix, ripreso da Striscia la Notizia, che racconta l’assenza di rispetto, la mancanza di sensibilità e la miopia inaudita di una giornalista nei luoghi del dolore.
Con microfono alla mano disturbava alcuni sfollati raccolti nelle automobili, sparandogli in faccia la luce della telecamera al seguito, svegliandoli nel pieno della notte, esigendo che aprissero la portiera e le spiegassero i motivi di quella sistemazione… “Perché state qui?” o ancora “Perché non avete mangiato? Non avevate fame?”.
Insolenza e ottusità, invadenza e crudeltà. Un servizio del genere non ha nulla a che vedere con l’informazione, chiunque abbia un minimo di senno lo giudicherebbe del tutto inopportuno. Quei poveri intervistati, scioccati e stravolti dal patimento, in automobile perché la loro abitazione è crollata, o è sul punto di farlo, o è comunque troppo pericolosa per ospitarli, hanno dovuto sorbirsi anche la seccatura di una sconosciuta faccia tosta.
Ringrazio il programma di Antonio Ricci per aver messo in evidenza la dappocaggine di alcuni personaggi che si aggirano negli schermi televisivi, combinando sfaceli e provocando solo la nausea del pubblico (oltre che l’irritazione delle innocenti ‘vittime’).
9 Aprile, 2009

Stavolta, per cambiare, parlerò di un libro di un autore che “conosco”. Si chiama Rinaldo Boggiani e qualche mese fa mi ha pescato nella Rete, lanciandomi una proposta. Con un’email semplice e gentile ha suggerito uno scambio: “Se io le invio i miei scritti, lei mi racconta la sua opinione?“. Avevo tutto da guadagnare e ovviamente ho accettato.
Trascorsi pochi giorni, puntuale, il pacco è arrivato, con tre libricini nuovi di zecca e dediche personalizzate: “Stelle nere”, “2012 Lo Shoah nel pianto di un bambino”, “Domani ero”.
Sono entrata nel mondo di Boggiani, per cominciare, con “Stelle nere“.
Dopo poche righe, mi sono sentita avviluppata da un linguaggio veloce, incontrollato, una baraonda di pensieri che non bada a punteggiatura, ripetizioni, coerenza. La forma è quella del flusso libero, che dalla mente arriva diretto nella pagina, senza filtri.
I protagonisti del romanzo sono per lo più bambini, intrappolati in alcune ossessioni che generano in loro stati d’angoscia, insicurezza, smarrimento. Il tema affrontato è dunque forte, pauroso, perché la colpa di tante debolezze è da imputare principalmente a genitori ansiosi, insensibili, anaffettivi.
Subito ci si rende conto che le trappole psicologiche in cui incappano i bambini descritti non sono invenzioni narrative. Ma stati mentali reali, circuiti terribili che condizionano esistenze intere. E da adulti, quei ‘mostri’ generati dalla mente non svaniscono, lasciano tracce, si insinuano nei rapporti e li scalfiscono.
“Stelle nere” è un distillato di fobie che investono i piccoli, rendendoli vittime inconsapevoli e che fanno apparire noi grandi inadeguati.
Le parole-pensiero dell’autore fanno sentire gli adulti colpevoli, gli unici veri ‘piccoli’ della faccenda.
Il terrore dei bambini fa scattare nel lettore il desiderio di proteggerli, di impedire quella sofferenza, di agire responsabilmente, per evitare di causare malessere e distruggere quelle creature molli, plasmabili e pure.
Caro Rinaldo, la mia opinione sul suo libro è senz’altro positiva, perché si schiera in modo netto, prende posizione, sceglie una via coraggiosa e la batte con convinzione. Ho provato disagio in alcuni momenti, perché la verità affrontata da certi bambini, che lei definisce ’stelle nere’, è spietata, preoccupante e, per me, fino ad ora sconosciuta.
Il suo stile di scrittura mi ha spiazzato. L’assenza di accenti, apostrofi, virgole, va contro la mia inclinazione. Adoro i testi curati, magari asciutti e semplici, ma dalla forma oggettivamente corretta. Tuttavia riconosco il significato della sua scelta e, da un certo punto in poi, l’occhio si è abituato a quei discorsi interiori riversati su carta, stabilendo un contatto immediato e sincero con essi.
31 Marzo, 2009
“Ci sono milioni di libri scritti da milioni di scrittori, e in così tanti paesi, in così tante lingue e in così tante epoche, che non mi riuscirà mai di salire nemmeno un centimetro dell’Everest che ho di fronte“.
“Lascio un libro a metà perché una frase, un passaggio di questo mi ha fatto venir voglia di ricercare qualcosa che potrò trovare in un altro testo, e quello mi porta inevitabilmente altrove. Poi ritorno al primo, e finisco il secondo, e così via. Ho trovato una soddisfazione diversa e particolare, ho messo in relazione opere e autori vissuti in secoli e continenti diversi, ho creato un ponte fra un saggio sulla regia cinematografica e un romanzo in versi, fra l’autobiografia di un premio Nobel e i racconti di un amico che mi ha dato da leggere il suo manoscritto“.
“E poi c’è la certezza che un giorno, chissà quando, andrò finalmente in pensione, e passerò gli anni migliori della mia vita a riacciuffare tutti i bandoli, a leggere tutti i libri non ancora finiti, insieme a tutti quelli non ancora iniziati, non ancora comprati, non ancora pubblicati, non ancora scritti. E allora, quando avrò saziato la sete che ora mi affligge – quest’ansia di non aver letto abbastanza, di non poter leggere mai a sufficienza, il timore che la parte migliore del libro sia al capitolo successivo (o la paura che il capitolo migliore sia quello appena finito), che l’opera più riuscita di quell’autore sia un suo altro libro, e che in ogni caso ce ne sia da qualche parte un altro che mi darà ancora più soddisfazione, e l’idea che dei libri più belli di tutti vorrei essere non solo il lettore appagato ma anche, soprattutto, l’editore orgoglioso, perché il ruolo dell’editore è di trovare i bei libri e di offrirli, come un iniziatore di catena di sant’antonio, a decine di altri lettori da far innamorare di quell’amore che ha catturato anche me – allora, solo allora sarò rigoroso, e andrò dritto e spedito dalla prima all’ultima pagina, come un tram sulle sue rotaie“.
- Marco Cassini - editore della casa editrice Minimum Fax
25 Marzo, 2009

Non posso dire che “Bambini nel tempo” di Ian McEwan sia un romanzo appassionante dal principio alla fine. Le parti ostiche si fanno sentire, gravano sulla lettura, la rallentano in più tratti. Ma non offuscano mai il sapore amaro della tragedia descritta nelle prime righe. Succede infatti che le pagine iniziali tramortiscano e riempiano di significato anche il resto del racconto. Perché ciò che accade è così forte, vivido e destabilizzante, che quello che viene in seguito (o che non viene) appare di poco conto in confronto.
In una scrittura tesa e analitica, che scava profonda nella memoria del protagonista come il bisturi di un chirurgo, si rammenta l’incubo vissuto da Stephen Lewis che, durante un banale giorno di spesa al supermercato, perde per sempre la sua figlioletta Kate. In fila alla cassa, mentre si accinge a svuotare il carrello, si rende conto che la sua piccola è scomparsa, inspiegabilmente sparita. Rapita… Da chi? Perché? Quando?
L’angoscia è tangibile, una tempesta di freddo investe il personaggio e i lettori. La paura è condivisa e fa scricchiolare le coscienze.
Ritengo la descrizione di quella sciagurata mattina al supermercato, con la ricostruzione lucida e puntuale di tutti i momenti trascorsi fino alla drammatica conclusione (dall’uscita incerta da casa, al tragitto a piedi, dalla lista di prodotti da comprare, agli scaffali pieni di vettovaglie), uno dei pezzi di narrativa moderna di maggior presa sul pubblico ed efficacia. Un resoconto incalzante e realistico, una capacità di soffermarsi su aspetti apparentemente secondari ma che si rivelano via via decisivi. Una penna illuminata, maestra nell’innescare una serie di immagini, pensieri e reazioni universali.
Il capolavoro di McEwan si concentra nel capitolo primo.
Il post-tragedia è un riflettere accanito sulla criticità dei rapporti umani, sul tempo immobile dell’infanzia, sulla crisi e la corruzione del governo inglese dell’epoca, sul crollo e la rinascita di un progetto di vita familiare. Tutti discorsi meritevoli di interesse, che però si dissolvono in fretta. Il vuoto lasciato da Kate, invece, si sedimenta nelle viscere.
23 Marzo, 2009

Via da Roma per pochi giorni. Un impegno di lavoro mi ha condotto in Puglia, fuori stagione.
Non la Puglia del ferragosto a Vieste, o quella delle passeggiate lungo il corso vivace di Gallipoli, in vacanza. E nemmeno la regione delle visite ‘impegnate’ a Lecce o Bari. Sono stata in un triangolo di terra alla moda perché se ne infischia della moda, lontano dalla modernità costruita a tavolino, attraversato delle casette a cono (i trulli) e dalle masserie lattiginose.
In valle d’Itria ho perso l’orientamento temporale. Nel 2009 sono abituata alle colate di cemento, non alle alcove di pietra, conosco i soffitti bassi e i soppalchi avidi di spazio, non i tetti a punta e le volte all’interno delle abitazioni. È liberatorio guardare indietro, ogni tanto, invece che sempre e solo avanti. Recuperare il senso di un luogo, assaporare la sua valenza storica, riconoscerne la suggestione data da origini lontane, dimenticate.
Tra Ostuni, Martina Franca, Alberobello e Locorotondo si vive in profonda sintonia con l’ambiente e si lascia posto agli ulivi, all’aria tersa, alle ordinate file di muretti con le pietre a secco.
Sono entrata in una ‘caverna’ bianca dove i tentacoli dell’arredo Ikea non potranno mai arrivare… Pareti tondeggianti, piani irregolari, misure eccentriche annunciavano la vittoria della personalizzazione, il trionfo dell’unicità sull’esportazione di modelli standardizzati. Irripetibili e inimitabili (persino dai cinesi), i casaletti rurali della Puglia stanno lì a ricordarci che la campagna non dovrebbe essere costellata da villette a schiera fatte con lo stampino e case vacanza in disuso, ma da proprietà che ‘parlano’ delle loro ferite e delle esperienze che le hanno modificate. Un po’ come noi esseri umani: siamo più interessanti quando buttiamo via le maschere e lasciamo che la verità venga a galla.
19 Marzo, 2009
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