Mantieni coloro che ami vicini a te,
dì loro all’orecchio quanto ne hai bisogno,
amali e trattali bene,
prenditi tempo per dirgli “mi dispiace”, “grazie”
e tutte le parole d’amore che conosci.
Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti.
Chiedi al Signore la forza e la saggezza
per saperli esprimere;
e dimostra ai tuoi amici quanto t’importano.
- Gabriel Garcia Marquez -
7 Gennaio, 2010
È veramente un cortocircuito quello in cui siamo finite, noi donne. Prima delle lotte femministe e dell’emancipazione dal padre-marito-maschio padrone eravamo infelici e succubi. Oggi, dopo le sudate battaglie sociali, private e nell’ambito lavorativo, non siamo più uomo-dipendenti, ma a quanto pare ancora più infelici di prima, stressate e perennemente insoddisfatte. Che beffa…
Ora sono loro, i maschi, a dipendere da noi, mogli, madri e lavoratrici guerriere. Non si oppongono più alla nostra esigenza di fare carriera, figli e servizi casalinghi, anzi. Ci appoggiano e si sentono sollevati, perché un fifty-fifty di responsabilità è un impegno meno gravoso per loro. Portare i pantaloni in due, insomma.
La situazione è senza rimedio: nessuna donna vorrebbe mai tornare indietro e ricominciare a sentirsi una marionetta nelle mani del maschio… quindi si va avanti a testa bassa, con mille doveri e attività da sobbarcarsi, senza riuscire nemmeno a immaginare una realtà diversa da questa.
Per non cadere nello sconforto cosmico, una via di scampo c’è, a mio avviso. Occorre pretendere il vero fifty-fifty dal proprio compagno: fuori e dentro le pareti domestiche. Equa divisione delle fatiche domestiche, equa partecipazione nella gestione dei figli, equo sforzo per mantenere alta la scintilla dell’amore, equo contributo economico alle spese quotidiane, equi spazi di libertà e svago. Equa voglia di aiutarsi e collaborare.
Meditate ragazze, meditiamo. Prima di sbottonarci con il fatidico sì.
23 Settembre, 2009
Ho un dilemma. Non so dire se il film La Pianista, diretto da Michael Haneke, vincitore del premio della giuria al Festival di Cannes del 2001 e che è valso ai due protagonisti, Isabelle Huppert e Benoit Magimel il riconoscimento come migliori attori, mi sia piaciuto.
Non riesco a sbilanciarmi perché si tratta di una storia forte e insana, che sbalordisce dal principio alla fine. Ma il fatto che alcune scene pietrifichino e spiazzino il pubblico, che impressionino e talvolta provochino disgusto, significa che il regista ha colto nel segno? Vuol dire che è riuscito a trasmettere il disagio psicologico e fisico vissuto dalla protagonista? O è vero tutto il contrario, che si è voluto forzare un ritratto umano, estremizzarlo, renderlo grottesco, solo per il gusto di scioccare?
La devianza, il voyerismo, la perversione inquietano sempre, ma diventano insopportabili se attribuiti alla figura di una donna all’apparenza integerrima, un’insegnante di pianoforte al Conservatorio di Vienna dall’indole fredda, severa e altera.
Interpretata da un’attrice che ha una predilezione per i ruoli complicati, Isabelle Huppert, Erika è il ritratto dell’infelicità e della solitudine. Lo si capisce subito, sin dai primi minuti della pellicola, quando si ‘scontra’ con colei che probabilmente è la causa di tutti i suoi problemi, l’anziana madre (Annie Girardot). Oppressiva e petulante, la donna ne limita la libertà, umiliandone la personalità e, condividendo il tetto (e il letto) con lei, ne controlla ogni movimento. Una convivenza malata e sofferta, che da un lato induce gli spettatori a schierarsi dalla parte di Erika, vittima della situazione, ma dall’altro li costringe a una debita distanza di sicurezza, quando scoprono la doppia vita della pianista. Mentre di giorno impartisce lezioni in un contesto borghesissimo e ingessato, di sera frequenta cinema porno e peep show e si abbandona a pratiche sadomasochiste chiusa nel bagno di casa.
Assistere ai momenti in cui Erika ricerca un piacere torbido, doloroso, immorale è la parte più sconvolgente della pellicola. Quella che fa gridare all’indecenza.
Le abitudini scandalose di Erika potrebbero ridimensionarsi quando la pianista incontra Walter, un universitario brillante e intraprendente che si invaghisce di lei, ignorandone la segreta perversione. L’amore vero è in grado di guarire una mente turbata e terribilmente corrotta? Lo spettatore lo spera. Ma i fatti lo contraddicono impietosamente: il sentimento sincero del giovane finisce addirittura per accrescere la follia della donna, che pretende di venire mortificata da lui, picchiata, legata, insultata. Amare, per lei, significa punizione e tortura.
Quando la realtà di Erika emerge prepotentemente, la prima reazione è quella del rifiuto e del disgusto. Ma non è quella definitiva. Walter comincia a nutrire un’attrazione perversa per la donna e decide di assecondare i suoi istinti e di rispondere per rima alle sue sfide. Il loro rapporto si consuma così tra violenza, disumanità e rabbia.
La macchina da presa di Haneke rimane per lo più statica, cinica, con inquadrature lunghe e ferme, a catturare il nudo realismo della vicenda. Nessuno sconto o forma di edulcorazione è concesso.
Il finale è ambiguo e angosciante, come gran parte della storia.
A distanza di settimane, frammenti di Erika, del suo disturbo, affiorano nella mia mente, come un sogno molesto. Non lo so se il film mi sia piaciuto… Sono sicura che mi ha turbato molto, come pochi altri prima d’ora.
22 Settembre, 2009

Che razza di bambini sono i protagonisti del libro di William Golding, “Lord of the Flies“, che scampati ad un incidente aereo e rovesciati su un’esotica isola abbandonata, finiscono per trasformarsi in belve selvagge e a uccidersi tra di loro?
Sarebbe consolatorio pensare che si tratti di mostri inventati, di abiezioni partorite dalla mente di uno scrittore visionario e apocalittico. Ma l’angosciosa morsa che ci stringe durante la lettura è provocata dalla consapevolezza che il crudo racconto di Golding racchiude indicibili verità. Anche dei ragazzi di 12 anni, in preda al terrore, alla fatica fisica e psicologica, all’incertezza di un futuro, possono tramutarsi in esseri feroci e abbandonarsi agli istinti più distruttivi.
Homo homini lupus , in fondo, e lo stesso vale per coloro che uomini lo diventeranno presto.
La trama del libro, scritto nel 1952, racchiude ingredienti d’avventura e di mistero: un aereo precipita e i superstiti, bambini inglesi che non si conoscono tra loro, dapprima collaborano e si organizzano in una convivenza basata sul buonsenso e regole comuni, ma con il trascorrere del tempo finiscono per mal tollerarsi a vicenda ed entrano in guerra. Guerra che, si intuisce, sconvolge in contemporanea il mondo degli adulti, impegnati in un conflitto interplanetario. Gli errori dei padri, quindi, si ripercuotono sui figli, in un destino di violenza inarrestabile.
Fra i giovani superstiti, spicca Ralph, il capo giusto e coraggioso, eletto democraticamente per tenere in mano le redini della comunità. Il suo cruccio più grande è quello di mantenere vivo un fuoco, un segnale di fumo che consenta ai ragazzi di essere avvistati, prima o poi, e salvati.
Suo fedele consigliere, Piggy, un grassoccio con gli occhiali pauroso ma saggio, costantemente sbeffeggiato dal resto della ‘truppa’. Antagonista di Ralph, è Jack, un tipo sprezzante e aggressivo, patito di caccia e con l’insano desiderio di vestire i panni del leader. Intorno a loro e con loro, tanti altri bambini, più o meno problematici, come Simone, malato di epilessia, i rappresentati del coro, i gemelli Sam ed Eric, i piccolini spaventati ma al contempo stupiti per quell’esperienza fuori dal normale che stanno vivendo.
Insieme costruiscono rifugi, si procacciano il cibo, imparano a riscaldarsi e a esplorare in lungo e largo l’isola che li ha accolti. Ma la società democratica così costituita a poco a poco si sgretola e lascia il passo alla legge della natura, del più forte, della forza fisica. Jack insorge, regredisce allo stato primitivo, si dà alla forsennata caccia di maiali, entra in un delirio di sangue e brutalità. Molti altri divengono succubi della sua figura maledetta e consentono la scissione del gruppo, la formazione di due schieramenti in aperta lotta.
Il male, ci dice Golding, è dentro gli esseri umani da sempre, è un focolare che può rimanere sopito, spegnersi del tutto, oppure esplodere e divampare. Dipende dalle circostanze, da fatti imprevedibili, dai casi e dalle prove che ci riserva la vita.
Non c’è un’epoca storica immune dal male, né un popolo, una generazione o una razza. La democrazia, in ogni sua forma, cammina su un terreno incerto, scivoloso, di assoluta e spaventosa precarietà.
29 Agosto, 2009
“Un segreto conta quanto coloro da cui dobbiamo proteggerlo”.
- “L’ombra del vento, Carlos Ruiz Zafon -
26 Agosto, 2009

La Lisbona che ho conosciuto questa estate non mi ha fatto innamorare, come qualcuno aveva predetto, e non mi ha indotto a pensare “è il posto in cui vorrei vivere”, come qualcun altro aveva affermato.
La capitale del Portogallo non è la mia città da innamoramento o da cambio-vita perché presenta ferite che è difficile tenere nascoste. Vicoli disfatti, quartieri sciupati, anche centrali, dove i vagabondi non si contano e il lezzo entra nelle narici per non uscirci più. E dove i venditori di fumo fingono disinvoltura agli angoli delle strade più popolari.
In un sms inviato a una mia amica ho scritto: “non sembra che i lisboneti se la passino bene”. Avevo negli occhi le immagini della gente del posto, prevalentemente arruffata e dinoccolata, con le ciabatte ai piedi e indosso t-shirt di tre misure più grandi. Non che da un abito o da una messa in piega si possa giudicare la qualità di vita di un popolo, ma un colpo d’occhio può suggerire alcune verità.
Nei panni della turista spensierata, invece, ho molto di buono da dire su Lisbona. Innanzitutto il suo sistema di trasporti pubblici è fantastico: autobus, metro, tram, taxi sono numerosi, puntuali, economici ed efficienti. Niente a che vedere con il trambusto caotico e sconclusionato di Roma.
Poi l’aria di Lisbona è diversa: tersa, leggera, pulita. Sembra che non ci sia smog e di sicuro non si sviluppa in abbondanza come da noi.
L’architettura della città è colorata, brillante, creativa. Le famose ceramiche lucide che ricoprono gran parte degli edifici, gli azulejos, la rendono speciale, viva, un po’ folle. Tanti monumenti da cartolina rappresentano la summa di influenze molteplici: forme arabe, decori moreschi e richiami marini, tipici dello s tile manuelino, disegnano un paesaggio articolato, spumeggiante ed estroso. Irrinunciabile è la visita al Pena Palace, a Sintra, a circa 1 ora da Lisbona, fantascientifico edificio dalle sembianze di favola, che trascina nell’atmosfera onirica di un film di Tim Burton. La magia, per la verità, è data più dall’esterno che dai lussuosi, ma più convenzionali, spazi interni.
Camminare per le vie di Lisbona con i tacchi è un rischio che sconsiglio di correre: il manto stradale è irregolare, scivoloso, ricoperto di ciottoli bianchi levigati e spesso disconnessi, che si trovano dappertutto e competono, per scomodità, con i sampietrini nostrani. Inoltre la città è un saliscendi perpetuo: distribuita sulle colline, richiede fiato, muscoli allenati e volontà di macinare scalini su scalini per spostarsi. In alternativa ci sono le vecchie funicolari, da prendere per ricaricare le pile ed evitarsi qualche scalata.
Lisbona è attraversata da rotaie che la tagliano in lungo e largo. Su di esse scivolano tram di ogni età, misura e fattura. Un viaggio sul celebre 28, per un giretto nei siti storici, è un must segnalato in tutte le guide. Si sta stretti stretti e con le mani pressate sul portafogli, per non lasciarlo ai ladruncoli di turno, ma è un’esperienza autentica, che mostra il lato più genuino della città.
La Torre di Belem, considerata (a torto) il simbolo di Lisbona, è stata una delusione. Una fortezza che è sufficiente fotografare da fuori, perché dentro mette in ginocchio il visitatore. Per raggiungere la cima occorre divincolarsi in un passaggio stretto, una scala a chiocciola che è la stessa per chi sale e per chi scende. Superfluo dire che gli scontri, le sgomitate e gli spintoni fanno parte del percorso.
Un ultimo accenno per il cibo, che è vario, appetitoso, generalmente non costoso. I classici del menu sono il baccalà con patate, il pollo arrosto, i formaggi di capra, la carne alla griglia, gli spiedini di pesce serviti in verticale. Anche il pane è fragrante e saporito, il vino e i dolci ghiotti, distribuiti in innumerevoli, profumate pasticcerie che invogliano a provare di tutto un po’.
Il servizio nei ristoranti è modesto e c’è un’abitudine che proprio non mi va giù: i camerieri, di loro iniziativa, portano a tavola assaggi non richiesti: formaggi, olive, fette di prosciutto, crocchette. Poiché si è affamati, la tentazione di mangiarli è forte e poi si crede, ingenuamente, che si tratti di gentili offerte della casa.
Ovviamente non è così e alla fine della cena il conto lievita inesorabilmente…
A questo punto il mio suggerimento è: scegliete voi i vostri antipasti, controllatene il prezzo, e ordinate ciò che amate di più, consapevolmente. Quando il cameriere, col sorriso sulle labbra e i modi un po’ bruschi vi riempirà il tavolo di bocconcini e goloserie a voi ignote, declinate fermamente e fategli sgombrare il tutto. Anche il dopo cena, in questo modo, vi lascerà contenti e soddisfatti.
18 Agosto, 2009
Smalto scuro, scheggiato, sopra unghie troppo corte. Fisso la mano aggrappata alla maniglia del sedile di fronte al mio, che appartiene a una donna che non conosco. Un’asiatica dai capelli crespi e la fronte segnata, che a malapena riesce a sorreggersi in questo pullman stropicciato e affollato della domenica pomeriggio, che fa un percorso contorto e illogico: da Fiumicino, passando per Maccarese, Fregene, Massimina e infine terminare la sua corsa a Circonvallazione Cornelia.
Fisso le dita imperfette di questa sconosciuta perché il mio sguardo non vuole posarsi su ciò che mi sta intorno, che mi agita, mi disturba, mi fa vergognare dei miei stessi pensieri.
Su questo Cotral ci sono finita per sbaglio e me ne sono pentita presto. Ci sono volute appena 5 o 6 fermate, il tempo che si riempisse di poveri immigrati di ritorno da una giornata di lavoro sul bagnasciuga di Fregene.
Africani, asiatici, forse qualche rom, con i sacchi azzurri stracolmi di cianfrusaglie e di prodotti in serie, le fronti lucide e il peso della fatica sugli occhi. Stranieri che mi fanno sorridere sulla spiaggia, quando con insistenza tentano di rifilarti oggetti di ogni tipo, ma che ora mi fanno sentire spaesata, fuori luogo, sospettosa.
Gli italiani la domenica pomeriggio non salgono sui pullman, sono io il pesce fuor d’acqua.
Me ne sto immobile, seduta al mio posto e mi domando perché l’autista continui a far salire questa massa di ragazzi dagli abiti sporchi, anche se l’autobus scoppia di corpi accaldati e pare barcollare.
Inspiro in fretta perché non voglio che gli odori e le zaffate di sudore prepotenti entrino in me, si mescolino con me.
Anche se non c’è il minimo segnale di pericolo, ho paura. Nonostante i loro volti siano innocui, i gesti concilianti, i sorrisi onesti, vorrei trovarmi altrove, lontano da lì. Sono tanti, parlano un’altra lingua, vivono un’altra vita.
Ho paura della mia reazione, del mio malessere, delle lacrime che mi bagnano il viso e che goffamente cerco di coprire.
Quando la corsa giunge al termine e il bus si svuota tiro uno sciocco sospiro di sollievo.
Nessuno di loro ha timbrato il biglietto, ma tutti si sono dimostrati più civili di me.
18 Agosto, 2009

Un mese fa me lo sono trovato davanti, Tiziano Ferro. Nulla di casuale, per carità, il biglietto per assistere al suo concerto allo stadio Olimpico lo avevo acquistato per tempo.
Parterre non numerato, nel mezzo di una galassia di adolescenti urlanti e urtanti . Il luogo della scomodità, del caldo, dei piedi pestati, degli strilli e degli striscioni sotto il naso, proprio per impedirti di vedere il palco (che per di più se sei piccola di statura è già una fantasticheria).
Insomma, ho scelto di vivere il concerto ‘nudo e crudo‘, nella sua valenza più primitiva e spontanea, come non facevo dai tempi dei Take That. Perchè? Perché credevo che Tiziano Ferro non fosse un mito da idolatrare da lontano, da ammirare tenendolo a riguardosa distanza, ma un coetaneo decisamente in gamba, da applaudire e sostenere da vicino, facendogli ’sentire’ la tua approvazione. Cercando l’incontro dei suoi occhi, o mostrandogli il tuo assenso con un sorriso.
All’inizio mi è sembrato impacciato. Non nella voce, quella sempre impeccabile, ma nelle espressioni. Il volto contratto, i gesti recitati. Pose da star, secondo me inappropriate e che ho attribuito alla sua emozione. La paura di sbagliare pareva renderlo rigido, poco naturale, concentrato tanto da non preoccuparsi del contatto con la gente. In pratica sembrava che stesse svolgendo un compito e che mentre tutti si divertivano, lui ripeteva a memoria la lezione.
Poi, a spettacolo inoltrato, il ghiaccio si è rotto. In modo confidenziale, spontaneo, canzone dopo canzone, coro dopo coro, con le luci dei telefonini accese e i salti del pubblico a spronarlo. Ha cominciato a parlare veramente con noi, in tono diretto, generoso, unendo timidezza, dolcezza e ironia. Intanto dietro, accanto e intorno a lui ballerini collaudati si sfidavano a passi di break dance e lo schermo proiettava immagini e grafiche in sintonia con la musica.
Da quel punto in poi è stata festa vera, piena, coinvolgente. Parole e melodie che tutti conoscevano hanno riempito l’aria. Canzoni in realtà giovani, che però sono diventati tasselli di musica nostrana, pezzi rassicuranti, storie che ci assomigliano e che viene facile ricordare.
25 Luglio, 2009
“Se mi stacco da te, mi strappo tutto ma il mio meglio (o il mio peggio) ti rimane attaccato, appiccicoso, come un miele, una colla, un olio denso: ritorno in me quando ritorno in te (e mi ritrovo i pollici e i polmoni)“.
- Edoardo Sanguinetti -
24 Luglio, 2009

Siamo divorati dalla fretta. Non c’è più voglia di ascoltare, conoscere ragioni, spiegazioni, di tollerare lentezze varie.
Una mia amica mi raccontava di un assalto verbale subìto in farmacia. Lei tentava di descrivere il suo malessere, partendo dai primi sintomi avvertiti, e dall’altra parte del bancone solo indolenza: “Ho capito, quindi che vuole? Che le serve?”, ha tagliato scocciato il medico.
I tempi si sono contratti in ogni ambito della vita. Persino a casa ci si sente in colpa a gongolare un po’. Occorre sbrigarsi, rispettare la tabella di marcia, scandire i momenti della giornata e non rimanere indietro. Per non parlare di ciò che avviene quando siamo in ‘moto’. Un tentennamento di troppo al semaforo e dall’auto retrostante scatta furente il suono del clacson; un’andatura pacata e i gestacci degli altri automobilisti si sprecano; una sosta per chiedere un’informazione e una valanga impetuosa di insulti ti travolge…
Se siamo sull’autobus e la persona davanti a noi non si sbriga a scendere o a farci posto ci lasciamo scappare qualche spintone. Se passeggiamo e ci si para davanti un anziano, o una mamma col passeggino, cominciamo a fremere e a velocizzarci per superare. Se qualcuno ci chiede un’indicazione stradale, gliela forniamo, ma senza interrompere ciò che stavamo facendo, parliamo e andiamo avanti, lanciando un messaggio inequivocabile: NON HO TEMPO DA PERDERE!
A lavoro la prontezza è tutto: chi è capace ma ‘lemme lemme’ finisce per creare rallentamenti al sistema e, prima o poi, passa dei problemi. Ma quello che più mi turba è la ‘fretta sentimentale’: gli sms al posto delle dichiarazioni d’amore, le e-mail sbrigative invece delle parole pronunciate vis a vis, gli incontri sbrigativi senza il tempo di approfondire, entrare nei pensieri dell’altro, scoprire il suo b-side.
Sono convinta che tutta questa smania di correre faccia accelerare anche il nostro processo di invecchiamento: più zampe di gallina ai lati degli occhi, più grinze sulla fronte, più solchi che rigano i volti ingrugniti. Ma chi ce lo fa fare?
15 Giugno, 2009
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